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Leader 30 gennaio, 2019 @ 11:30

Più comunità e meno Stato per la filantropia, parla Giuseppe Guzzetti

di Antonella Bersani

Staff writer, Forbes.it

Racconto l'imprenditoria italiana, dalle Pmi ai grandi marchi del lusso.Leggi di più dell'autore
Giornalista, mamma, buongustaia e in una vita precedente anche ballerina classica. Avrei voluto essere Giulietta, ma sono sopravvissuta. Scrivo per senso del ritmo, che mi ha sempre aiutato a capire le cose e le persone, e tratto l’economia e l’attualità, che spesso sono la stessa cosa. E lo faccio qui su Forbes Italia e per Panorama, Capital e Vanity Fair. In passato ci sono stati anche Style e persino la Gazzetta dello Sport. chiudi
Giuseppe Guzzetti è Presidente Fondazione Cariplo

Articolo apparso sul numero di gennaio 2019 di Forbes Italia.

In vent’anni ai vertici di Fondazione Cariplo, Giuseppe Guzzetti, classe 1934, ex presidente della Regione Lombardia, ha inventato il modello della filantropia moderna, aperto la strada alla collaborazione tra pubblico e privato e sviluppato nuovi strumenti operativi e finanziari. Fondazione Cariplo eroga 160 milioni l’anno e con 8 miliardi di patrimonio è la capofila delle 88 fondazioni di origine bancaria in Italia che elergiscono in solidarietà 800 milioni l’anno.

Le fondazioni bancarie rappresentano la filantropia istituzionale e moderna. Cosa è cambiato dal 1990 a oggi?
Da ente passivo, si sono trasformate in ente propositivo. Siamo passati da un sistema di donazione fine a se stessa alla costruzione di progetti professionalizzati. Progressivamente sono stati sviluppati in un lavoro collaborativo, che ha coinvolto imprese private, associazioni e amministrazione pubblica, e strumenti ad hoc. Lo spettro d’azione si è allargato: non solo arte e cultura, ma finanziamenti per bisogni sociali, scienza e ricerca.

A lei dobbiamo le più importanti innovazioni di sistema: dalle fondazioni di comunità a strumenti come l’impact investing e il capacity building.
Paroloni che si ispirano a concetti semplici e di buon senso. Faccio un esempio. Studiando la filantropia estera decenni fa mi sono accorto che le fondazioni ‘madre’ si occupavano dei grandi progetti nazionali e internazionali, ma il legame con il territorio passava attraverso le loro fondazioni di comunità. Mandammo alcuni giovani, a studiare alla Hopkins University con l’obiettivo d’imparare tutto, quindi abbiamo importato e adattato il modello. Oggi in Italia abbiamo 37 fondazioni di comunità, di cui 15 attivate da Fondazione Cariplo nella sola Lombardia, che insieme hanno sviluppato più di 500 fondi patrimoniali. Ecco, questo è il capacity bulding.

Cosa rende innovative le fondazioni di origine bancaria?
Credere che ciò che sembra impossibile sia risolvibile. Il segreto è restare pratici, studiare nel dettaglio. Quando si trova la strada, si alleano in tanti.

E i soldi…
Appartengono alla comunità. Il nostro dovere è gestirli a fini sociali, creando le condizioni perché si sviluppi un effetto moltiplicatore.

L’housing sociale ne è un esempio: inventato da Fondazione Cariplo è diventato un piano casa nazionale.
All’inizio, 15 anni fa, mi davano del matto. Oggi il progetto ha realizzato a Milano e a Crema complessivamente oltre mille appartamenti a canone calmierato, ma non di edilizia pubblica, destinati a giovani coppie, anziani e stranieri. Il progetto di via Cenni a Milano è stato premiato a livello internazionale e l’housing sociale si colloca tra i più importati progetti d’impatto a livello mondiale.

Come ha fatto a dimostrare che era una giusta intuizione?
Abbiamo sperimentato. Per non rischiare troppo con un’operazione immobiliare abbiamo creato la Fondazione Housing sociale, che ha sua volta ha sviluppato il primo fondo immobiliare etico raccogliendo inizialmente 85 milioni da investitori pubblici e privati. Sono andato personalmente da tutti i sottoscrittori per convincerli: Bpm, San Paolo, Intesa, garantendo una remunerazione sull’investimento pari al 2 per cento. Abbiamo quindi cercato e trovato le aree edilizie a buon mercato, che erano già lì, le avevano i Comuni. Poi abbiamo organizzato gli strumenti finanziari, il consenso, le partnership. Il successo di questo modello ha poi ispirato il Sistema integrato di fondi introdotto nel Piano casa nazionale nel 2009. Il Sif oggi è amministrato da Cdp Investimenti e ha raccolto un totale di 3 miliardi di euro.

Può esistere filantropia oggi senza strumenti finanziari adeguati?
Non potrebbe. Gli strumenti finanziari etici sono alla base del processo di costruzione e realizzazione dei progetti. Dal risultato degli investimenti finanziari otteniamo le risorse per fare quella che una volta era charity.

Cosa pensa del reddito di cittadinanza?
Non contesterei mai una misura contro la povertà. Il punto è come viene sviluppata. Né le erogazioni mensili né gli 80 euro a famiglia fanno la differenza. Le diverse misure contro la povertà vanno integrate e coordinate. Come per l’housing sociale, la Fondazione ha studiato un modello contro la povertà infantile a Milano, definendo un programma triennale da 25 milioni di euro e unendo le nostre forze con quelle di Fondazione Vismara, Intesa San Paolo, Fondazione Invernizzi e Fondazione Fiera di Milano. Poi abbiamo coinvolto il comune, che opera sul campo. Non diamo soltanto sostegno economico alle famiglie, ma studiamo la loro condizione e creiamo iniziative per il reinserimento lavorativo. Ogni singola famiglia ha un problema, è un caso a sé.

In due anni e mezzo Cariplo Factory ha creato 8.600 opportunità di occupazione smart e tecnologica.
Il modello dell’impact investing è ormai collaudato. Abbiamo messo a sistema grandi aziende come Microsoft, Fastweb, Alpitour, Barilla, Intesa San paolo, più venture capital e formazione. Come vede, la forza sta sempre nell’aggregazione di risorse, sforzi e competenze.

Dal ’91 oltre 1 miliardo investito in cultura.
Non solo restauri, ma promozione di buone pratiche di gestione e valorizzazione del patrimonio culturale. Sono nate associazioni attive nel settore, piccole imprese, startup, biblioteche di periferia, che sono state un collante per i quartieri.

L’ultima sfida?
Il welfare sociale. Il vecchio modello non regge più, non ci sono risorse pubbliche. Con l’aumentare dell’età media, cresce anche il numero degli anziani. Un tempo il problema veniva risolto chiudendoli in una casa di riposo, ma gli anziani oggi sono vitali e vogliono vivere nel loro territorio. Si tratta di organizzarne la cura, i servizi, l’assistenza e la ricreazione, secondo il nostro modello organizzativo.

Le stanno dando ancora del matto?
Quando dico che alla parola Stato vorremmo sostituire la parola comunità, che può essere quel contesto capace di risolvere dal basso i problemi sociali, con modelli nuovi.

Fondazione Crc di Cuneo e quella di Bra si sono fuse. Il futuro è nelle aggregazioni?
Le fondazioni stanno entrando in una nuova era. Operano a livello locale, con una visione internazionale. E di fronte a certi paradigmi non si può rimanere nel proprio piccolo.G