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Tecnologia 11 marzo, 2019 @ 11:08

La Guerra fredda di internet e il rischio di un web a più anime

di Paolo Mossetti

Contributor, scrivo di cultura economica.Leggi di più dell'autore
Nato a Napoli, ha studiato economia e antropologia a Milano, lavorato nel marketing editoriale a Londra e Oxford e come scrittore freelance e cuoco a New York. Ha scritto, tra gli altri, per N+1, Domus, Esquire Italia, Il Tascabile e Lo Straniero. chiudi
(Getty Images)

L’epoca dell’ottimismo digitale è finita da un pezzo e nel 2019 stiamo assistendo ai prodromi di quella che potrebbe essere la Guerra Fredda di Internet. Secondo alcuni esperti, il Web del futuro potrebbe prendere la forma di modelli emergenti: da un lato quello dei regimi autocratici che stanno cercando di aumentare la censura. Dall’altro quello dell’iper-sviluppo, guidato da tecnologie come la blockchain o il 5G, che al momento è uno dei punti chiave della contrapposizione commerciale tra Stati Uniti e Cina.

L’ultima notizia in questo campo arriva dall’India, dove il governo a gennaio ha annunciato di voler implementare un sistema di censura di Internet basato sul modello cinese, a pochi mesi di distanza dalle prossime elezioni politiche. La riforma prevede la rimozione di qualunque contenuto segnalato dalla polizia entro 72 ore e il blocco per 24 ore degli utenti coinvolti. L’implementazione della misura disattiverebbe di fatto il sistema di encryption di Whatsapp, una metodologia per codificare i messaggi in un formato che sia impossibile da leggere per chi non è autorizzato a farlo. Un’altra misura proposta dal governo indiano costringerebbe i legislatori ad ampliare enormemente il concetto di “piattaforma intermediaria” su Internet, rendendo un numero vastissimo di soggetti responsabili per i contenuti online che ospitano.

L’India è il secondo Paese al mondo per numero di utenti Internet (circa 700 milioni, dopo la Cina che ne ha 746 milioni e prima degli Stati Uniti che ne ha 245 milioni) e secondo i critici il provvedimento potrebbe portarla lontano dalle altre principali democrazie liberali.

Ma anche le altre nazioni del mondo stanno pensando di ricorrere a ulteriori restrizioni per bilanciare minacce di tipo geopolitico o alla sicurezza: tanto per cominciare la Russia sta considerando la possibilità di disattivare temporaneamente Internet, in modo da testare il suo nuovo sistema di cyberdifesa. Secondo gli esperti, l’idea del Cremlino è quella di creare una Rete capace di funzionare autonomamente in caso di attacco da parte di hacker organizzati. C’è molto scetticismo sull’effettiva possibilità che il progetto vada in porto, ma anche il timore che si tratti di un tentativo della Duma di stringere le reti della censura.

La Cina da parte sua ha messo in funzione da anni un sistema pervasivo di controllo sul Web, chiamato informalmente il Great Firewall, che impedisce notoriamente l’accesso a qualunque contenuto che abbia a che fare con la storia sgradita al regime: dai fatti di Tienanmen ai meme che paragonano Winnie Pooh al presidente Xi Jingping.

Alcune nazioni africane, coma la Repubblica Democratica del Congo e la Nigeria, stanno continuando a usare Internet per condizionare, se non proprio manipolare le elezioni. In questo caso la censura prende la forma di improvvisi blackout della Rete in vaste zone del Paese, ufficialmente per prevenire la diffusione di sondaggi e notizie fasulli a pochi giorni dal voto.

In questa prospettiva, il megaprogetto cinese da centinaia di miliardi di euro noto come la “Nuova via della Seta” potrebbe rappresentare un volano per un nuovo “espansionismo tecno-distopico”, capace di esportare il modello di controllo sociale di Pechino nel mondo. In 18 dei 65 Paesi analizzati da Freedom house, società cinesi come CloudWalk, Hikvision, o Yitsu avrebbero fornito assistenza ai governi locali per creare sistemi che possano meglio identificare pubblici pericoli. Lo Zimbabwe, che sta stringendo patti economici importanti con la Cina, potrebbe importare il medesimo strumento di “credito sociale” per intervenire nelle vite dei propri cittadini.

Dall’altra parte della barricata immaginaria, invece, ci sono le nazioni che si troveranno a dover gestire una Rete sempre più aperta, veloce e capiente. Due gli sviluppi tecnologici che potrebbero fare la differenza: da un lato la blockchain, la tecnologia open source che sta alla base delle criptomonete;  dall’altro il 5G, la quinta generazione della connettività per smartphone, che sarà molto più veloce dell’attuale 4G. Il network richiederà infrastrutture specializzate che rappresenteranno  un vantaggio strategico fondamentale per le aziende che riusciranno ad accaparrarsele per prime. In questo momento, la priorità di Trump e di Washington è che non ci mettano le mani sopra le aziende di telecomunicazione cinese, come Huawei.

Anche se va preso con le pinze, il “report trasparenza” di Google ci fornisce una delle più complete raccolte di dati sulle richieste da parte dei governi nazionali per censurare o eliminare specifici contenuti online. Le richieste possono avere le ragioni più diverse: dalla possibile violazione di normative locali alle ingiunzioni dei tribunali, dalle diffide da parte di privati alla richiesta di verificare che i contenuti non violino le policy della stessa piattaforma.

Il dataset di Google, messo su tra il 2009 e il 2018, mostra come alcuni paesi siano decisamente più aggressivi nelle loro richieste di censura: la Russia, con oltre 61 mila richieste, è saldamente al primo posto con un vantaggio abissale, assommando più richieste dei successivi nove Paesi messi assieme. Seguono la Turchia con 10mila 400 richieste e gli Stati Uniti con 8mila. L’Italia è al decimo posto per aver inoltrato a Google 1.700 richieste in 10 anni.

I dati vanno, però, analizzati caso per caso. Le richieste dalla Turchia si concentrano quasi tutte nel 2016, quando il presidente Recep Erdoğan tentò di censurare qualsiasi cospiratore, anche se mancano informazioni certe al riguardo. L’alto numero degli Stati Uniti è dovuto al grande uso di Internet che si fa nel Paese. La Cina pare che si trattenga dall’inviare troppe richieste perché il governo non vuole fornire numeri sulle ricerche riguardanti pagine web censurate.

L’utopia internettiana è dunque collassata in un contesto di ritorno in auge degli Stati-nazione, di crescente dispotismo, sfiducia negli organismi sovranazionali e di guerre dei dazi. Le istituzioni o le multinazionali che si ritroveranno a modellare, o rimodellare, a loro piacimento le infrastrutture della Rete del futuro, qualunque aspetto essa abbia, vivranno un momento equiparabile a quello della costruzione delle ferrovie transcontinentali di metà dell’Ottocento: saranno loro a definire l’orizzonte conoscitivo di un’intera generazione, e l’orizzonte della Nuova Frontiera.

Accusare la sola Cina o l’India di aver reso la Rete un luogo più cupo di quello sognato dagli hippie tecnologici ha il solo effetto di nascondere quanto è diffusa la pratica della censura nel mondo. E considerando alleati occidentali come l’Arabia Saudita, è una pratica che sarebbe meglio non forzare troppo. La vera differenza, come in altri campi, l’ha fatta la maniera in cui la Cina è riuscita a mercantilizzare la nozione di sovranità internettiana, promuovendo e capitalizzando i vantaggi di una regolamentazione globale di Internet, Paese per Paese. Il World Wide Web potrebbe diventare, così una sequela di Web-nazione, il cui impatto è ancora tutto da capire.

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