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Style 3 aprile, 2019 @ 1:30

Stefano Maccagnani punta alla tech-couture ed è pronto a una nuova sfida: il safe food

di Anna Rita Russo

Fashion editor.Leggi di più dell'autore
Beneventana di nascita trapiantata a Milano. Da sempre attratta dallo sfavillio del mondo della moda e del lusso, ha fatto della propria passione un lavoro. Ha collaborato con Modem Edition e diretto il coordinamento editoriale e di moda delle riviste Posh e Kult. Parla quattro lingue, adora follemente il francese. chiudi
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Due modelli Au197Sm Fall Winter 2019

Una figura poliedrica che è riuscita a guadagnarsi in breve tempo un degno posto nel fashion system. Si definisce un game changer del lusso e un curioso delle novità. Ama il rischio, ma quello moderato, la moda rappresenta per lui una grande sfida e ritiene che per raggiungere il successo sia necessario esplorare orizzonti lontani. Parliamo di Stefano Maccagnani, ideatore del rivoluzionario brand Au197Sm, che ha debuttato sulle passerelle durante la scorsa edizione di Milano moda donna e che è il manifesto di ciò che l’imprenditore definisce tech-couture. Il suo obiettivo è veicolare un’idea di moda che va oltre la sola creazione degli abiti. Un business che ha trovato le sue radici nelle tecnologie d’avanguardia e che ha portato alla luce uno stile femminile ricercato e prezioso all’insegna della sartorialità made in Italy. Motore della sua visione imprenditoriale sono l’innovazione e il futuro con uno sguardo rivolto alla tradizione.

Maccagnani è nato a Torino, ma la sua residenza attuale riecheggia nella memoria dei tanti. Si tratta di una delle più belle dimore romane vicino Trinità dei Monti, la celebre Villa Angiolillo – aggiudicata al costo di oltre 16 milioni di euro – nelle cui sale racchiuse all’interno di uno spazio di 735 metri quadri su tre piani, ci sono state in tempi non remoti rimpatriate di potenti politici, imprenditori, finanzieri, uomini d’affari. Senza sdegnare l’aristocrazia. Il palazzo è stato di proprietà del senatore Renato Angiolillo, fondatore ed editore de Il Tempo, e dopo la sua morte nel 1973 fu abitato dalla sua seconda moglie Maria che lo trasformò nel salotto romano per eccellenza delle riunioni e delle grandi coalizioni politiche. E oggi Maccagnani aprirebbe volentieri le porte di casa a Michelle Obama, moglie dell’ex presidente degli Stati Uniti d’America.

Torinese di nascita, ma adottato dalla capitale. La porta della sua attuale residenza è stata varcata da personaggi quali Berlusconi, Bossi, Prodi e grandi imprenditori. Anche lei lo è. Perché ha deciso di acquistare la famosa Casa Angiolillo? È una dimora nota per le tante cene tra potenti politici e uomini d’affari. Chi inviterebbe invece lei a una colazione o cena?

Mi sono stabilito a Roma nel 2000 perché, pur amando la mia città natale, sono sempre stato affascinato dalla storia, dall’arte e dalla cultura della capitale, e soprattutto fortemente convinto dell’enorme potenziale imprenditoriale di questo territorio. Infatti, nonostante le mie imprese abbiano anche una sede a Torino, città dove torno appena ne ho l’opportunità, la maggior parte delle mie attività operative sono concentrate su Roma. Passeggiando per la città, ho sempre ammirato questo palazzetto situato, a mio avviso, su quella che è la più bella piazza del mondo ma, non essendo romano, non conoscevo la storia del “Villino Giulia” e ciò che ha rappresentato in termini di mondanità, incontri culturali e vita politica del Paese. Mi sono documentato solo dopo aver saputo dell’opportunità di acquisto e quanto scoperto mi ha indubbiamente affascinato e motivato ancor di più. Se dovessi oggi aprire le porte della mia casa a un personaggio pubblico, mi piacerebbe invitare a cena Michelle Obama, sia per la sua iconicità sia per la sua eleganza nel dire e nel fare; portavoce di tematiche importanti, una donna che è stata capace di rimanere protagonista della sua vita, pur essendo la moglie del presidente degli Stati Uniti d’America. Rimanere se stessa, anche in contesti profondamente diversi, con una naturalezza disarmante è ciò che più mi affascina di lei.

persona volto giacca
Stefano Maccagnani

Dall’informatica alla moda. Due mondi che sembrano così distanti, eppure lei è riuscito a trovare la loro giusta connessione grazie al marchio Au197Sm, che ha brevettato la tecnica di fusione dell’oro sui tessuti. Partiamo dal significato del nome.

Non sono un informatico, i miei interessi spaziano su più campi, dalla tecnologia applicata alla meccanica, al medicale, al mondo dell’auto elettrica, all’economia in genere. Mi definirei piuttosto un “curioso”. Il mio modo di “Fare Impresa” è un po’ sui generis; ciò che mi stimola è la ricerca di novità e nuovi modi di applicare tecnologie innovative, creando a volte strani connubi. Anche l’esperienza nella moda nasce dalla curiosità per questa nuova tecnologia che permette di applicare l’oro sui tessuti. Il nome é un po’ complesso da memorizzare, ma richiama il simbolo chimico del prodotto: Au197 indica l’unico isotopo stabile dell’oro, invece SM sono le mie iniziali.

Oltre a Belumbury Fashion Group, società proprietaria di Au197Sm, è a capo anche di altre aziende che hanno a che fare ben poco con il fashion. Cosa le ha affascinato dell’industria della moda? È una bella sfida per lei che proviene da tutt’altro mondo.

Ogni nuova impresa rappresenta inevitabilmente una sfida, ma al tempo stesso credo sia uno stimolo fondamentale per come io intendo l’essere imprenditore. L’industria della moda è sicuramente diversa dagli ambiti da me finora esplorati: ha ritmi veloci e modalità completamente diverse e forse è questo l’aspetto che più mi ha incuriosito. Non esistono regole definite, in questo settore tutto è legato a un concetto di gusto che è soggettivo. Di solito nelle mie imprese 1+1 fa sempre 2, invece nel settore della moda non è così e non c’è nulla di scontato.

Durante la scorsa edizione Au197Sm ha debuttato nel calendario di Milano moda donna con una collezione iper tecnologica ispirata al futuro, senza trascurare la sartorialità italiana. Quanto è importante essere audaci e creativi?

In un mondo che viaggia a incredibili velocità, dove tutto rischia di essere “già visto” o comunque scontato, ritengo sia fondamentale essere audaci e creativi, osare per distinguersi ed emergere, aver sempre voglia di dire qualcosa di nuovo in un’ottica di “innovazione e futuro”.

Con la sua moda si è parlato di tech-couture. Riesce a darmi una definizione?

Con questo termine intendo la realizzazione di una linea sartoriale esclusiva che sfrutta nuove tecniche operative, come quella brevettata da Au197Sm che fonde l’oro 24 Kt e altri metalli preziosi con fibre di pregio, rendendo ogni singolo pezzo un oggetto di design. Nella tech-couture forme e linee dei capi sono frutto di nuove idee e di nuovi format, che si sposano con nuove tecnologie e danno vita alla Moda 4.0.

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Un modello Au197Sm Fall Winter 2019

L’ultima innovazione che ha presentato con Au197Sm sono le cuciture a ultrasuoni. In cosa consistono?

In questo caso l’innovazione è data dall’applicazione di questa tecnica, già utilizzata in un’azienda del mio gruppo per scopi analoghi, al settore moda. Si tratta di fatto di una tecnologia impiegata per saldare elementi di materiali sintetici; nella moda abbiamo impiegato questa tecnica in sostituzione delle classiche cuciture e per realizzare motivi decorativi sui tessuti.

Insomma, ha dato vita a un nuovo lusso. Si considera un game changer?

Sì, mi reputo un game changer perché mi piace cambiare gioco e cambiare le regole del gioco, sempre nel rispetto dello stesso. Amo scoprire sempre cose nuove, ma nella continuità, valorizzando al meglio le esperienze passate, arricchendole con innovazione, ricerca e fantasia.

Quindi al “già visto” preferisce nuovi e rivoluzionari business. Quale l’input che le dà la spinta di creare e rischiare?

Nel terzo millennio ritengo che questa sia l’unica chiave per ambire al successo, in un contesto di globalizzazione sempre più spinta. L’input è la curiosità e la voglia di scoprire nuovi orizzonti, con l’ausilio della tecnologia più moderna.

Da 1 a 10 quanto bisogna rischiare per vincere?

Il rischio fa parte del dna di un imprenditore, ma questo deve essere sempre conosciuto e misurato. Nel mio caso direi 7. Rischiare per provare e per misurarsi. Vincere o perdere non importa, l’importante è imparare.

Ha ricevuto anche una laurea ad honorem. Che valore ha per lei?

Il conferimento della laurea ad honorem da parte dell’Università di Camerino è stato per me un motivo di profondo orgoglio e un significativo riconoscimento di quanto fatto in prima persona nello sviluppo di iniziative di ricerca congiunta. Ho sempre creduto nelle potenzialità del mondo universitario, fatto di professori competenti e preparati, in grado di realizzare importanti sinergie con il mondo industriale. Coerentemente a ciò ho realizzato alcuni progetti innovativi grazie anche al contributo di vari istituti universitari, italiani e internazionali.

La sua prossima sfida?

Ho diverse idee in mente. Una delle più interessanti riguarda il food e, in particolare, il “safe food”, inteso come “consapevolezza della qualità di ciò che si mangia”. Ritengo che poter conoscere la storia dell’alimento che arriva sulle nostre tavole sia oggi un elemento indispensabile per la nostra salute. Con un team dedicato siamo già in una fase avanzata di ricerca e abbiamo definito un prodotto interessante, brevettato proprio in questi giorni.