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Life 16 aprile, 2019 @ 5:22

Perché i milionari della Silicon Valley stanno comprando bunker in Nuova Zelanda

di Paolo Mossetti

Contributor, scrivo di cultura economica.Leggi di più dell'autore
Nato a Napoli, ha studiato economia e antropologia a Milano, lavorato nel marketing editoriale a Londra e Oxford e come scrittore freelance e cuoco a New York. Ha scritto, tra gli altri, per N+1, Domus, Esquire Italia, Il Tascabile e Lo Straniero. chiudi
bunker nel terreno
(GettyImages)

I prefabbricati antiatomici del futuro possono ospitare fino a 300 persone, pesano in media 150 tonnellate, e la compagna specializzata che li costruisce li spedisce con 20 container dal Texas fino a tremila chilometri di distanza. I bunker per la sopravvivenza prodotti dalla società Rising S Company sono l’ultima moda degli ultraricchi che cercano un rifugio sicuro per il Giorno del giudizio, anche se a vederli dall’interno sembrano quasi degli attici di Manhattan. Sarebbero almeno sette, negli ultimi due anni e mezzo, gli imprenditori della Silicon Valley che hanno fatto trasportare questi giganteschi cassoni di cemento armato e acciaio dal South West americano alla Nuova Zelanda, il Paese preferito dagli isolazionisti più fanatici.

Questa nazione composta da due grandi isole a sud-ovest dell’Oceano Pacifico è diventata, negli ultimi tempi, una destinazione popolare “non solo per quelli preoccupati di una distopia incombente – riporta Bloomberg – ma anche per gli imprenditori affluenti dell’hi-tech, in cerca di incubatori per sviluppare le loro startup”. I motivi? La Nuova Zelanda non è nemica di nessuno, non è un obiettivo nucleare, non è un posto dove ci sono vistose tensioni sociali. O almeno, così sembrava: appena un mese fa, Christchurch è stata sconvolta dal più grande omicidio di massa della storia del Paese, che ha visto l’uccisione di 50 musulmani per mano di un suprematista bianco. Ma per alcuni bianchi privilegiati, la Nuova Zelanda resta l’ultima fermata della civiltà prima di salpare per l’Antartide, e una terra per bizzarre sperimentazioni ideologiche.

Questi bunker comunque vanno conficcati 13 metri sotto terra, ma posseggono ogni genere di lusso, dalle porte antiproiettili a un generatore elettrico alimentato a energia solare, una piscina, una pista di bowling e un poligono di tiro – tra le varie amenità. Il modello più esclusivo, propriamente chiamato The Aristocrat,  costa circa 10 milioni di euro (installazione esclusa). La moda non è sfuggita all’ex primo ministro neozelandese dal 2008 al 2016, John Key: “Molte persone mi sono venute a dire che vorrebbero possedere una proprietà in Nuova Zelanda nel caso il mondo andasse in malora”, raccontava tempo fa. Quasi sempre, i proprietari di queste strutture non vogliono far sapere in giro dove le hanno piazzate: e c’è da capirli, altrimenti come difendersi da un’ipotetica invasione di zombie? Più seriamente, la nuova generazione di bunker è un salto di qualità importante rispetto ai tozzi e cartooneschi scaldabagni che popolavano l’iconografia della Guerra Fredda negli anni Cinquanta e Sessanta, e sono assurti al livello di vero e proprio “bene posizionale” per le élite.

È in questo modo che la Nuova Zelanda ha attratto una varietà di milionari statunitensi, e non solo, che con pochi sforzi hanno chiesto e ottenuto la cittadinanza: l’hedge funder Julian Robertson, ad esempio; oppure il noto ex volto noto di Nbc, Matt Lauer; ma soprattutto, tra i fan della prima ora c’è Peter Thiel, co-fondatore di PayPal, gay dichiarato eppure uno dei pochi a schierarsi con Trump fin dal primo momento (in un ecosistema imprenditoriale, quello californiano, quasi del tutto liberal e comunque ostile all’inquilino della Casa Bianca).

Già nel 2011, Thiel dichiarava che la Nuova Zelanda era quello che più si avvicinava alla sua idea di futuro, e dopo avervi trascorso appena 12 giorni ne otteneva il passaporto, con la viva soddisfazione delle autorità locali, che speravano in lauti investimenti. A rivelare la pratica-lampo è stato un altro pezzo grosso della Silicon Valley, Sam Altman, che ha raccontato pure che in caso di collasso sistemico – metti un attacco biochimico, un’epidemia globale, una rivolta dei robot o una guerra tra potenze atomiche – lui avrebbe trovato rifugio in questa parte di emisfero australe: proprio nella casa-bunker di Thiel, dal valore stimato di 4 milioni di euro e dotata di una stanza antipanico.

Ma per capire l’ideologia che sorregge l’ossessione di Thiel bisogna ripescare un oscuro manifesto libertariano, The Sovereign Individual si chiama, e il sottotitolo è tutto un programma: Come sopravvivere e prosperare durante il collasso dello stato sociale. Pubblicato per la prima volta nel 1997, poi aggiornato, negli ultimi anni è diventato un piccolo testo di culto nel mondo dell’hi-tech: tra i suoi estimatori ci sono infatti il fondatore di Netscape e un venture capitalist che proponeva la completa secessione della Silicon Valley dagli Stati Uniti e la sua trasformazione in una città-Stato tecnocratica. Anche gli autori del libro la dicono lunga: uno è James Dale Davidson, un investitore specializzato nelle consulenze agli ultra-ricchi che vogliono speculare sulle catastrofi; l’altro è il defunto William Rees-Mogg, editore del Times nonché padre di Jacob Rees-Mogg, pezzo grosso dei Conservatori, quintessenza dell’aristocratico ultra-reazionario che tifa Brexit.

Qual è la relazione del libro con la Nuova Zelanda e i tecno-libertari che vi vogliono trovare rifugio? I punti cardine del libro sono questi: 1) gli Stati-nazione operano fondamentalmente come cartelli criminali, costringendo onesti cittadini a cedere larghe fette della loro ricchezza per pagare servizi pubblici a chi non se li merita; 2) l’avvento di Internet e delle criptomonete renderà impossibile per i governi l’intervento nelle transazioni private e tassare i redditi finanziari, con la conseguenza di liberare gli individui onesti da quella mafia che è la democrazia; 3) lo Stato diventerà di conseguenza obsoleto come entità politica; 4) da questo disastro emergerà una nuova “élite cognitiva” che avrà un potere e un’influenza quasi illimitati, diventando una classe a sé – quella degli Individui Sovrani – capace di maneggiare “risorse di gran lunga più cospicue”, che sfuggiranno al potere degli Stati e ne costituiranno la fine.

The Sovereign Individual è un testo apocalittico, esplicitamente millenaristico nella sua visione del futuro prossimo: immagina un vecchio ordine che collassa e la nascita di un nuovo, in cui le democrazie liberali saranno rimpiazzate da confederazioni di città-Stato incorporate nelle multinazionali. “Il nuovo Individuo sovrano”, si legge, “si muoverà come una divinità mitologica tra i cittadini ordinari e sottomessi, ma in un separato regno politico”.  Cosa c’entra la Nuova Zelanda? Beh, per Davidson e Rees-Mogg è proprio questa la nazione perfetta per testare la nuova genia di superuomini: un “domicilio d’elezione per creare ricchezza nell’Era dell’Informazione”.

Per dare concretezza alle proprie teorie, verso la metà dei Novanta sia gli autori del libro che alcuni esponenti liberisti del Labour hanno investito massicciamente in alcune terre di North Island. E poi, per tornare a Peter Thiel, ha contato in questa fissa anche l’infatuazione Tolkien, tanto da fargli battezzare almeno cinque società con nomi che rimandano al Signore degli anelli – la cui trilogia filmica è stata girata per l’appunto in Nuova Zelanda – e sognare da ragazzo di costruire un robot con cui discutere del libro. Ma c’è, in questa fissa degli egomaniaci per la Nuova Zelanda, soprattutto l’emanazione ideologica di un certo catastrofismo tecno-capitalista, dove un’autoproclamata “élite cognitiva” gode nello sfascio del mondo finché non gli impedisce di creare ricchezza  nel suo asettico rifugio.

Il problema è che negli ultimi mesi i neozelandesi sembrano essersi stufati di fare gli Hobbit degli imprenditori apocalittici, e il nuovo premier laburista – la popolarissima Jacinda Ardern – ha fatto sì che la concessione della cittadinanza e la vendita di appezzamenti di terreno agli ultraricchi diventassero un tantino più difficili. E in fondo la Nuova Zelanda non è l’unica meta ambita dall’upper class in paranoia per l’inverno nucleare: in tutti gli Stati Uniti, vecchi silos per missili terra-aria e bunker militari sono stati trasformati in condomini di lusso, con tanto di cinema privati e palestre. Vivos Xpoint, in South Dakota, è composta da 575 di questi rifugi, connessi uno all’altro, ed è stato sviluppato per far spazio a 5 mila persone, con ogni appartamento messo in vendita tra i 22 mila e i 180 mila euro bunkers. La stessa compagnia ha sul suo listino anche una serie di proprietà in Germania, ricavate da un vecchio magazzino per le munizioni in disuso, che include 34 appartamenti di dimensioni variabili tra i 200 e i 500 metri quadri. La chiamano la “moderna Arca di Noé”.

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