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Business 23 aprile, 2019 @ 8:00

Come sarà la nuova Champions League: un club ancora più esclusivo

di Luigi Dell'Olio

Giornalista economico e finanziario.Leggi di più dell'autore
Dopo la laurea in Giurisprudenza, ha seguito l'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Milano, superando l'esame da giornalista professionista nel 2006. Da sempre si occupa di temi legati all'economia e alla finanza, dall'evoluzione del mondo imprenditoriale alle questioni legate ai risparmi e agli investimenti. chiudi
uno scatto di Lionel Messi
Lionel Messi in azione durante il match di Champions League contro il Tottenham nell’ottobre scorso (Photo by Laurence Griffiths/Getty Images)

Fuoriclasse contro a ogni partita, fiumi di denaro da incassare e redistribuire, possibilità di trasferte nelle città più belle d’Europa, ma anche addio a quel pizzico di romanticismo che nel calcio è sopravvissuto fino a oggi. Dopo mesi di smentite, il calcio nel Vecchio Continente si prepara alla rivoluzione della nuova Champions League, che a partire dalla stagione 2024/25 sarà un vero e proprio campionato tra i grandi club d’Europa, con partite che molto probabilmente si giocheranno nei fine settimana, relegando i campionati nazionali alle serate tra il martedì e il giovedì.

 

Cosa cambia con la nuova Champions League

“Faremo una Super Champions dal 2024”, ha dichiarato nei giorni scorsi Andrea Agnelli, che oltre a essere presidente della Juventus, ricopre il medesimo ruolo nell’Eca, associazione che rappresenta i club più ricchi del calcio continentale. Un organismo dall’enorme potere economico, e quindi politico, che sembra aver piegato le resistenze dell’Uefa, con quest’ultima ormai orientata a cercare un compromesso per non vedere troppo ridimensionato il suo peso.

Sta di fatto che il nuovo meccanismo della massima competizione continentale si appresta a vivere una vera e propria rivoluzione, con l’unica conferma relativa al numero delle squadre partecipanti, cioè 32. Che però non sarebbero più distribuite in otto gironi da quattro club a testa, ma in quattro da otto. Ergo, una volta ammessi alla nuova Champions, si avrà la certezza di disputare quanto meno 14 partite contro le sei di oggi. Le prime due di ogni girone accederanno ai quarti, che daranno il via alla fase a eliminazione diretta.

 

Con la nuova Champions League Serie A infrasettimanale

Più partite vuol dire maggiori incassi, con questi ultimi che potranno crescere ulteriormente grazie alla possibilità di far disputare le partite nei fine settimana per favorire le trasferte dei tifosi. Di conseguenza, Serie A, Liga, Bundesliga e via discorrendo slitterebbero ai giorni infrasettimanali. Con buona pace dei supporter che all’indomani devono svegliarsi presto per andare al lavoro. Proprio il calendario più fitto previsto per la massima competizione continentale spingerebbe inoltre a ridurre le squadre partecipanti ai campionati nazionali: in Italia, ad esempio, si dovrebbe scendere dalle attuali 18 a non più di 16 squadre. Inoltre, la nuova Champions sarebbe strutturata con il sistema delle retrocessioni, lasciando pochi spazi a chi si mette in luce nei campionati nazionali. Insomma, si va verso un campionato europeo che diventerà quasi un club esclusivo per ricchi.

 

Nuova Champions League: cosa cambia a livello di competitività

Negli ultimi due lustri vi è stata una polarizzazione tra le società più ricche e tutte le altre in termini di competitività. La Juventus vince in Italia da otto anni, il Paris Saint Germain in Francia da sette e lo stesso potrebbe accadere al Bayern Monaco se vincerà la resistenza del Borussia Dortmund.

Né è servito a invertire la rotta l’adozione del Fair Play Finanziario, sistema messo in piedi per garantire la sostenibilità dei conti (ogni società non può spendere molto più di quanto incassa) e non per ridurre i divari.

In linea teorica, una Juventus impegnata non meno di 14 volte in Champions League potrebbe attuare un profondo turnover in Serie A, riducendo così il suo vantaggio dalle altre. Ma in realtà la nuova competizione continentale dovrebbe portare a incrementare fino a tre, forse quattro volte i ricavi attuali, per cui a conti fatti i club ricchi di oggi lo sarebbero ancor più domani.

 

Le resistenze

Contro questo progetto si sono espresse le leghe nazionali, capeggiate dalla Premier League, che finora ha ottenuto la fetta più grande di ricavi nel ricco mercato asiatico. Ma proprio i grandi club inglesi sarebbero pronti a sganciarsi, abbracciando l’idea di una super lega europea. E lo stesso vale per l’Italia, dove chi è più ricco inevitabilmente ha un peso politico maggiore.

Il destino è segnato, dunque? Parrebbe proprio di sì, ma dando per scontato che il pubblico di appassionati accetti passivamente l’evoluzione in atto. Perché, anche nell’era in cui il calcio è soprattutto business, a far girare la macchina sono i “consumatori” di questo prodotto. Se un giorno venisse meno la voglia di acquistare le maglie dei campioni, pagare biglietti sempre più alti per recarsi allo stadio o abbonamenti salati alla pay-tv, probabilmente, a fronte di un gioco che sempre meno gioco è, il sistema attuale rischierebbe di collassare. “In fin dei conti il calcio è fantasia, un cartone animato per adulti”, scriveva Osvaldo Soriano. E invece ora rischia di diventare una cosa troppo seria per farci divertire spensierati.