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Leader 20 Settembre, 2019 @ 10:30

Business di sangue blu. Quattro storie di imprenditori nobili italiani

di Piera Anna Franini

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Niccolò Branca
Niccolò Branca (Courtesy Distillerie Branca)

Articolo tratto dal numero di settembre 2019 di Forbes Italia. Abbonati. 

Se è vero che, con la nascita della Repubblica italiana, i titoli nobiliari hanno perso valore giuridico, va precisato che v’è nobiltà e nobiltà. Di spada e di toga, di fatto e di diritto, d’antica data e di recente costituzione. Vi sono poi aristocratici che capitalizzano le ricchezze patrimoniali, mentre altri soffocano sotto il peso dei costi di gestione di manieri ormai gattopardeschi, incapaci di reagire al cambio dei tempi. Vi sono giovin (e meno giovin) signori orgogliosi di memorie lontane, pronti a sventolare titoli patrizi a compensazione di conti in rosso. Altri invece sanno leggere la storia. Dunque, monetizzano nomi, terre, contatti, consapevoli che imprenditoria e nobiltà non sono un ossimoro, ma spesso una necessità. Anzi, un imperativo categorico, come direbbe la baronessa Ariane de Rothschild, imprenditrice fino all’ultima fibra, capitana di un impero finanziario che gestisce masse per 156 miliardi di euro. Vale poi la regola aurea per cui signori si nasce. “E io lo nacqui, modestamente!”, esclamò Totò, che spese una fortuna per farsi riconoscere il titolo di principe: il riscatto di un’infanzia da noblesse oblige? Forbes ha raccolto quattro storie di imprenditori di sangue blu: conti, principi, baroni, eredi di grandi dinastie, che si dedicano a business profittevoli. Tra vigneti e ricette segrete.

Barone Francesco Ricasoli

Barone Francesco Ricasoli
Barone Francesco Ricasoli

È nel castello di Brolio, nel senese, dal 1141 proprietà Ricasoli, che riposa Bettino Ricasoli, Presidente del consiglio nell’Italia del dopo Cavour, eminenza grigia della Destra storica. Un politico ma anche imprenditore vitivinicolo lungimirante, fu lui a creare la formula del vino Chianti, oggi Chianti Classico. L’azienda Barone Ricasoli, la più antica d’Italia, dal 1993 è condotta da Francesco Ricasoli. È lui l’artefice della rinascita seguita alla crisi degli anni ‘70 e ‘80. La società è rinata come un’araba fenice e ora conta 1200 ettari, di cui 235 vitati, 150 dipendenti, 2,5 milioni di bottiglie e 17 milioni di fatturato. Tutto partì con un regalo di papà, “volle cedermi il 2% delle azioni. Mi infuriai. Ma la cosa era fatta”, racconta il barone che all’epoca era un noto fotografo attivo per brand come Valentino, Piaggio, Barilla, Parker. Con lui il marchio è tornato a brillare, sono state rinnovate le cantine, i fabbricati, reimpiantati quasi tutti i vigneti. Si continua a innovare perché “Brolio è sempre stato un luogo privilegiato per le sperimentazioni. Collaboriamo con Università e centri di ricerca. Nel vino entrano in gioco arte e passione, ma alla base c’è tanta scienza”, osserva. Cosa vuol dire essere aristocratici? “Nulla”, risponde, con il pragmatismo che è stato il motore di questo successo toscano.

Barone Andrea Franchetti

Andrea Franchetti
Andrea Franchetti

La sua è una vita da romanzo. Franchetti è il nome chiave di una dinastia che conta famosi esploratori (Raimondo), compositori (Alberto), collezionisti (Giorgio, acquistò e restaurò Ca’ D’oro a Venezia). È un caso, il suo, dove nobiltà e ricchezza sono in perfetta simbiosi. Cosa nota anche Oltreoceano: il figlio Condy era tra i dieci protagonisti di Born Rich, il docufilm del 2003 dedicato ai figli dei paperoni, da Trump a Bloomberg. Andrea Franchetti è cresciuto a Roma ma facendo la spola fra Usa e Italia. Nel 1990 ha dato un colpo di spugna alla vita irrequieta di città con il fermo obiettivo di fare il vignaiolo. Prima ha appreso l’arte di fare il vino nel Bordeaux, poi ha avviato l’azienda Tenuta di Trinoro, in Val d’Orcia, provincia di Siena. Visionario, ha intuito le potenzialità del paradiso sepolto alle pendici dell’Etna. Assieme a Marc De Grazia ha così dato impulso al rinascimento enologico dell’area. Qui ha sede la sua seconda azienda, Passopisciaro. “Mi piace fare vino. È un’opera d’arte che cambia ogni anno. E man mano che io cambio anche il mio modo di fare vino muta. I vini sono molto simili al produttore”, dice. Complessivamente ogni anno produce 200mila bottiglie d’alta gamma, da centinaia di euro l’una.

Conte Niccolò Branca

È il pro-pro-pro nipote di Bernardino Branca: lo speziale che nel 1845 creò la formula, tutt’ora segretissima, del Fernet-Branca. Sotto la sua presidenza, sono stati acquisiti nuovi marchi: sotto l’ala dell’aquila che trattiene una bottiglia sorvolando il globo terraqueo, oggi si trovano anche Carpano, Caffè Borghetti e Candolin. Così come sono state promosse operazioni di diversificazione, anzitutto nell’immobiliare commerciale, nella cultura e nelle tenute agricole. Niccolò Branca guida una holding da 360 milioni di fatturato. Firma libri sull’economia della consapevolezza: “In azienda profitto e competitività sono essenziali, ma al servizio di un business etico e sostenibile”, dice. Ha introdotto il codice etico, il bilancio ambientale e l’Organismo di vigilanza e controllo interno. Vive l’azienda “come un organismo vivente che produce e crea benessere non solo per se stessa ma anche per i dipendenti, per la città di Milano, per l’Italia”. Ama costruire, “in me c’è sempre stato il senso della scoperta”, confessa. Branca è fedele a una massima: “Bisogna decidere della propria vita, senza pensare di far piacere o dispiacere a qualcuno. Dovremmo assecondare le nostre scelte pur attenti a non recare danno. Sfoceremmo altrimenti nell’egoismo”.

Principe Alessandro Jacopo Boncompagni Ludovisi

Alessandro Jacopo Boncompagni Ludovisi
Alessandro Jacopo Boncompagni Ludovisi

Risiede in Piazza di Spagna, in una casa museo dove spiccano i ritratti di due avi non comuni: i papa Gregorio XIII e Gregorio XV. Un cognome impegnativo, il suo. “I Boncompagni Ludovisi hanno avuto un peso nella storia e sono stato abituato sin da bambino a rispettarla. Ma non è affatto complicato portare il mio cognome. In fin dei conti ognuno di noi ha una storia familiare”, osserva con autentica semplicità.
Da ragazzo, sentì il desiderio di realizzarsi professionalmente “con qualcosa di mio. In parte ci sto riuscendo, con la Tenuta di Fiorano”: un’azienda di vini pluripremiata, alle porte di Roma, con 40mila bottiglie presenti a livello internazionale. Appassionato di arte, nella città eterna ha creato Gallerja, dove ospita vernissage dedicati ad artisti di caratura internazionale, da Jannis Kounellis a Jan Dibbets, Antoni Tapies, Arnulf Rainer, David Nash, Carlo Rea. E Sidival Fila, al quale ha messo a disposizione anche il Castello di Trevinano, che spalanca alla comunità con periodici eventi culturali. Allergico alla mondanità, dichiara di essere “spesso all’estero per la mia professione e per il ruolo di consigliere dell’Ambasciata dell’Ordine di Malta presso la Santa Sede. Il tempo libero è davvero poco, quindi preferisco dedicarlo alla famiglia e agli amici di sempre”.

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