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Business 14 Luglio, 2020 @ 9:38

Sulla strada di Vibram, dal carrarmato alla sostenibilità

di Matteo Rigamonti

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Paolo Manuzzi general manager Vibram
Paolo Manuzzi, general manager Vibram

Articolo pubblicato sul numero di Forbes di luglio

Un carrarmato per la vita di ogni giorno. È questo che è diventata Vibram, l’azienda di Albizzate, provincia di Varese, fondata da Vitale Bramani dopo che perdette sei compagni di alpinismo in una scalata. Un tragico fatto che lo spinse a progettare, nel 1937, quella che sarebbe divenuta la suola in gomma a Carrarmato, con un design destinato a diventare famoso in tutto il mondo e standard di aderenza assolutamente innovativi. Vibram si è evoluta, entrando con successo nel campo militare, in quello delle calzature antinfortunistiche, ma anche nella vita di ogni giorno e degli sport in montagna. Oggi fattura oltre 210 milioni di euro (dato 2019) e dà da lavorare a 800 persone di cui 277 in Italia. A raccontarlo a Forbes Italia è il suo general manager Paolo Manuzzi.

Innanzitutto, cosa fa di una suola Vibram un prodotto unico ed esclusivo?

Il primo merito è senza dubbio del celebre disegno Carrarmato inventato da Vitale Bramati nel 1937, un’icona riconosciuta in tutto il mondo. Poi non possiamo dimenticare due caratteristiche proprie di ogni suola Vibram: la durata, che è garanzia di sostenibilità in una società dove i consumi sono troppo spesso di tipo ‘usa e getta’, e la performance in termini di grip, trazione, sicurezza, abbattimento dei rischi di scivolamento in ogni tipo di situazione dal bagnato alla montagna, dalla città al cantiere.

Cos’altro fate per garantire la sostenibilità?

È diversi anni che siamo impegnati su questo fronte ed essendo legati al mondo del trekking e della montagna è un tema per noi sempre più fondamentale. Nel 1994 abbiamo lanciato la mescola Ecostep, che incorpora scarti di produzione ed è capace di ridurre gli sprechi e l’uso di materiali vergini fino al 30%. Negli ultimi anni abbiamo introdotto energia da fonti rinnovabili in ciascuno dei nostri stabilimenti, sviluppato nuove mescole oil free, ridotto gli scarti e le emissioni di CO2, eliminato l’uso delle bottiglie di plastica in azienda (40mila in meno solo ad Albizzate nel 2019). Per quanto riguarda i dipendenti mi piace menzionare l’ampia offerta di welfare aziendale, dalle sessioni guidate di corsa ai cineforum e alla formazione e il cui fiore all’occhiello è una mensa che chiunque venga a trovarci ci invidia.

Oltre alla suola Carrarmato quali sono i modelli che hanno fatto la storia di Vibram?

Vibram

In termini di suole la più iconica è senza dubbio il Carrarmato, mentre se vogliamo ragionare in senso più ampio sui modelli di scarpe che hanno contribuito a rendere celebre il marchio ci sono diversi tipi di anfibi militari: gli Alpini erano dotati di suole Vibram che, proprio perché il nostro era l’unico marchio riconoscibile, venivano chiamati “i Vibram”. Negli anni ’80 c’è stato il momento delle Timberland con il Carrarmato Vibram che hanno contribuito al successo del brand presso il consumatore di ogni giorno. Nel 2006 abbiamo lanciato sul mercato la Vibram FiveFingers, una scarpa-guanto a cinque dita, quasi una seconda pelle, che ti consente di camminare come fossi a piedi nudi. L’abbiamo ideata supportando uno studente universitario che ha svolto la tesi di laurea in Vibram. Poi è nata Furoshiki The Wrapping Sole, la prima scarpa con la suola avvolgente, che si ispira alla tradizione giapponese ed è perfetta per i viaggi e il tempo libero. Nel 2018 si è aggiudicata il Compasso d’oro prestigioso premio per il design industriale. Questi ultimi, ci tengo a precisarlo, sono due progetti legati esclusivamente all’evoluzione delle suole, non è nostra intenzione andare sul mercato delle calzature tradizionali.

Il core business di Vibram dunque rimangono le suole?

Senza ombra di dubbio. Con la Vibram FiveFingers abbiamo voluto dimostrare la nostra sensibilità a due aspetti: da un lato l’innovazione, dall’altro l’attenzione agli studenti e al mondo della ricerca e delle università. Ma il mercato più importante rimane per noi quello delle suole, dove il primo segmento è l’outdoor, che rappresenta il 50% del fatturato, seguito al 30% dal cosiddetto work safety, dunque suole per scarpe antinfortunistiche, militari e paramilitari; poi vengono, entrambi al 10%, il lifestyle, le scarpe per tutti i giorni, e la riparazione: da sempre vendiamo ai calzolai tutto ciò che serve per la risolatura o per rigenerare e migliorare sneakers e scarpe da running.

Quanto contano per Vibram ricerca e sviluppo?

Il prodotto è l’anima di Vibram, il suo dna: non a caso questa azienda nasce da un singolo prodotto di successo come è stata appunto la suola Carrarmato. Ed è anche il motivo per cui tutto il nostro sforzo progettuale è orientato a trovare idee innovative e realizzarle al meglio delle nostre possibilità. Anche perché quando hai un prodotto con simili caratteristiche e standard, poi viene tutto più facile, compresa la vendita. Se ci sono voci su cui intendiamo investire sono proprio l’innovazione e lo sviluppo prodotto. Lo dimostrano le nuove mescole Vibram Megagrip, che rivoluziona gli standard su superfici bagnate, e Vibram Arctic Grip, che performa eccellentemente sul ghiaccio senza bisogno di ricorrere a inserti metallici. La nuova frontiera è rappresentata dalla leggerezza dei materiali a parità di prestazioni e per questo abbiamo brevettato Vibram Litebase, la tecnologia che riduce il peso della suola (fino al 30%) mantenendo invariate le performance, l’ideale in città e per fare sport.

Leader 13 Luglio, 2020 @ 10:38

Storia di Steven Udvar-Hazy, partito dall’Ungheria a 12 anni e diventato miliardario con il leasing aereo

di Francesco Nasato

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Steven Udvar-Hazy (Fonte immagine: airleasecorp.com)

Perché possedere un bene se si può guadagnare di più facendo pagare il suo utilizzo a qualcun altro più interessato di te ad averlo? Più o meno è da questo pensiero che si può provare a descrivere la traiettoria esistenziale e di business di Steven Udvar-Hazy, a cui Forbes attribuisce un patrimonio da 4 miliardi di dollari. Il nome di questo immigrato ungherese è importante perché a ragione gli può essere attribuito il merito di aver creato il settore del leasing aereo. Come per altri casi di successo, però, la vita di Hazy non inizia in America, dove trova il successo imprenditoriale, anche se è proprio lì che grazie a caparbietà, dedizione, intuito e un pizzico di fortuna, prende una direzione che altrimenti sarebbe stata molto improbabile.

Steven infatti nasce in Ungheria nel 1946 e da bambino assiste alla rivoluzione del 1956 che viene soffocata e repressa dall’Unione Sovietica che stringe ancora di più il suo controllo su quel territorio che aveva osato provare a rendersi indipendente dal grande gigante dell’Europa Orientale. Come per tanti altri europei, non solo dell’est, che in quegli anni accettarono i rischi e le incognite di lasciarsi alle spalle tutto alla ricerca di una vita migliore, anche la famiglia Hazy arriva a New York nel 1958, dopo un passaggio intermedio in Svezia. Il primo lavoretto di Steven per cercare di dare una mano alle finanze domestiche, ricostruisce Forbes, è quello di confezionare scatole in un magazzino di Manhattan per 30 centesimi all’ora. La grande passione del ragazzino però sono gli aerei e infatti, racconta il New York Times, spesso dopo la scuola andava all’aeroporto di Idlewild, oggi Aeroporto internazionale John Fitzgerald Kennedy, per vedere gli aerei decollare e atterrare, riconoscendo in loro un simbolo di libertà.

La costa est degli Stati Uniti non è però la destinazione finale della famiglia Hazy che si sposta a Losa Angeles dove Steven frequenta le scuole superiori prima di riuscire a entrare alla facoltà di economia di UCLA, University of California Los Angeles. Gli studi universitari oltre a fornire conoscenze teoriche sono anche in grado di stimolare la voglia di un giovane intraprendente di provare a fare qualcosa di concreto. Discorso che ben si adatta alle caratteristiche di Steven che a 20 anni, racconta ancora il New York Times, raccoglie denaro da un piccolo gruppo di emigranti ungheresi come lui iniziando a provare a fare qualche affare sempre nel settore degli aerei. Presto però si rende conto di un elemento essenziale per la continuazione di questa storia: acquistare aerei e noleggiarli a terzi era un modo più semplice di fare soldi rispetto al possedere una propria compagnia aerea. Come lo stesso Steven ricorda nel corso di un intervento tenuto nel 2018 alla Utah Valley University “ho imparato ben presto i fondamenti di un’impresa e la sensazione amara del fallimento, quando le uscite sono superiori alle entrate e vedi che non riesci a utilizzare al meglio i soldi di amici, famigliari e conoscenti che ti hanno dato fiducia”.

Di fatto Steven avvia un nuovo settore dell’economia americana, quello che oggi si chiama leasing aereo. La prima grossa somma riesce a ricavarla, spiega il Los Angeles Times, facendo da consulente e intermediario tra due compagnie aeree nella compravendita di un propulsore per un aereo: la commissione finale per lui ammonta a 50mila dollari. Con questi soldi e quelli di un compagno di studi, che coinvolge anche il padre, nel 1973 avviene la fondazione della società di leasing: primo acquisto, ricorda sempre il New York Times, un DC-8 usato per il noleggio all’Aeroméxico, anche se presto la neonata International Lease Finance Corp. passa a occuparsi di modelli più recenti. Affare dopo affare il modello di business si dimostra vincente, tanto che quando nel 1983 la ILFC diventa una società pubblica con un valore di mercato di 100 milioni di dollari e beni per 200 milioni di dollari e infine nel 1990 viene venduta all’American International Group per qualcosa come 1,3 miliardi di dollari.

Steven però non ha intenzione di uscire di scena dal mondo degli aerei e dopo aver trascorso diversi anni a fare da consulente e consigliere, tra l’altro riconosciuto e ascoltato da tanti giganti del settore dell’aviazione negli Stati Uniti e nel resto del mondo, nel 2010 avvia la sua seconda compagnia di leasing di aerei, la Air Lease Corp. che nel 2011 diventa anch’essa pubblica. Perché anche Steven Udvar-Hazy, come gli aerei che da ragazzino osservava atterrare e decollare dall’aeroporto di New York, ha bisogno di essere libero, di seguire le sue rotte e i suoi percorsi, volando, è proprio il caso di dirlo, sulle ali di quel business aereo che da sempre ha voluto esplorare.

Leader 26 Giugno, 2020 @ 5:55

Sul ring del futuro con Federico Pozzi Chiesa, l’uomo di copertina del numero di Forbes in edicola

di Alessandro Rossi

Direttore di Forbes magazine.Leggi di più dell'autore
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Federico Pozzi Chiesa ritratto da Stefano Guindani

Articolo tratto dal numero di giugno di Forbes Italia

Una famiglia granitica, con i ruoli ben definiti. Il padre Franco presidente dell’azienda di famiglia, la Italmondo, da 65 anni uno dei maggiori player nel settore delle spedizioni e dei trasporti a livello europeo. Massimo Pozzi Chiesa, il figlio minore, vicepresidente di Italmondo, e Federico Pozzi Chiesa, il figlio maggiore, 38 anni, amministratore delegato di un gruppo da 200 milioni di euro. Deve molto, umanamente e professionalmente, al nonno materno Giacinto che praticamente gli ha insegnato tutto. Lo ha costruito professionalmente. Poi, diciamo la verità, Federico ci ha messo del suo. Non solo gestisce con successo l’azienda, ma ha creato Supernova Hub, un incubatore che ha investito negli ultimi tre anni 10 milioni di euro in 12 startup, tra cui Supernova Factory, Sendabox, IoRitiro, Termostore, BorsadelCredito.it. E recentemente ha fatto un aumento di capitale di 6 milioni di euro per lanciare e sviluppare nuove startup. Federico è sposato con Alessia Arbib, ha tre figli, e tanta voglia di poter dedicare più tempo libero possibile a loro. Appena possono scappano in montagna, a sciare, o al mare in barca. Ma la sua grande passione è la kick boxing. La pratica da 20 anni per stare in forma e sempre pronto: fisicamente  e mentalmente. Ecco la sua storia e i suoi progetti.

 

Cominciamo dall’inizio. È tutto merito del nonno da cui lei ha ereditato lo spirito imprenditoriale e una concretezza visionaria?

Mio nonno era un imprenditore e innovatore eclettico, instancabile lavoratore e grande appassionato dell’Inter, tanto da diventare uno dei padri fondatori della spa voluta da Angelo Moratti. Nel 1953 ha fondato Italmondo, facendola diventare uno dei maggiori player nel settore delle spedizioni e dei trasporti a livello europeo. È stato lui a decidere che a 20 anni dovessi entrare nell’azienda di famiglia.

 

Come ha fatto?

Ha voluto che toccassi con mano ogni fase del processo aziendale, facendomi lavorare in diverse sedi del gruppo in giro per il mondo: Belgio, Francia, Hong-Kong, Cina, Russia. Ho ricoperto diversi ruoli, iniziando dal magazzino, passando per la dogana, fino agli uffici operativi delle varie divisioni terra, mare e aereo.  Una volta rientrato a Milano, mio nonno mi volle accanto a lui e a 25 anni entrai nel cda dell’azienda.

 

E suo padre?

Mi ha aiutato anche lui. Mio padre da 36 anni nel Gruppo, dapprima come direttore generale a fianco del nonno, e poi come amministratore delegato per 12 anni, con me, che negli ultimi 10 anni l’ho affiancato come vice-amministratore delegato, ha contribuito a portare a 25 le sedi nel mondo e ad incrementare gli asset  immobiliari del Gruppo fino agli attuali 500mila mq di aree, con 250mila mq coperti fra magazzini e uffici fra Italia ed estero. Nel 2018 decise di prendere la carica di presidente, e di nominarmi ad.

 

Quali furono le sue prime mosse?

Mi sono occupato subito del rebranding del gruppo, dando vita a Itlm Group di cui fanno parte sia le società di trasporto e logistica, sia quelle dell’ambito It e della consulenza. A sette anni dal mio ingresso, anche mio fratello, Massimo, è entrato in azienda e dopo aver ricoperto vari ruoli, dall’anno scorso è vicepresidente di Italmondo con un focus sullo sviluppo del network internazionale e immobiliare. Insieme stiamo facendo crescere la società con l’obiettivo di raggiungere un fatturato aggregato di gruppo di oltre 200 milioni di euro nei prossimi tre anni, anche tramite acquisizioni.

 

Quali sono le sue caratteristiche di imprenditore?

Direi che sono un imprenditore innovatore e pragmatico. Ho alle spalle 17 anni di gavetta, formazione e grandi sfide sia all’interno che all’esterno dell’azienda di famiglia. Credo che ogni impresa per mantenere la leadership debba innovare e anche Italmondo aveva necessità di digitalizzarsi. Da qui partono i progetti di open innovation.

 

Da dove le viene la passione (o l’intuizione, come preferisce) del digitale?

Nel 2014 ho avuto l’idea di Sendabox.it, il primo comparatore online di spedizioni parcel. Questo ci ha dato la possibilità di avere un’overview sulle potenzialità strategiche dell’e-logistic. La piattaforma, grazie alla crescita costante dell’e-commerce, ha avuto molto successo, tanto che oggi Sendabox.it è diventato un vero e proprio system intregrator, il business si è ampliato con l’offerta di servizi extra come i punti di ritiro e consegna e affianca grandi gruppi dell’e-commerce a livello nazionale e internazionale. Recentemente abbiamo rafforzato il management team con l’ingresso di un nuovo direttore generale, Valentina Pavan, che dopo un’esperienza di 15 anni maturata in Nexive, mi supporterà nel raggiungimento di nuovi traguardi.

 

Ma non vi siete fermati qui, giusto?

Oggi posso dire che abbiamo avuto la lungimiranza di capire che la rete non è solo un mezzo di comunicazione, ma è anche un vero e proprio grande mercato e così abbiamo proseguito a investire in questo senso. Poco dopo la creazione di Sendabox.it, ho investito in seed in BorsadelCredito.it, pioniere italiano del peer to peer lending per le imprese e oggi una delle principali società fintech in Italia con 25mila imprese clienti provenienti da tutto il territorio, 4mila prestatori e oltre 83 milioni di euro già erogati. Ad aprile ha annunciato un accordo con Azimut per veicolare 100 milioni di euro alle Pmi in modalità digitale, in 48 ore. Da li a poco è nata Termostore.it, società specializzata nella vendita online e nell’installazione “chiavi in mano” di impianti di riscaldamento e condizionamento, attraverso una piattaforma full digital service unica in Italia che ha appena raccolto nuove risorse tra aumento di capitale e nuove linee per oltre 2 milioni di euro.

 

Ma come è nata l’idea dell’incubatore? E quanto avete investito?

Il ventaglio delle aziende create si è ampliato in pochi anni, insieme anche all’esperienza e alle competenze dei diversi team, così ho deciso di riunire tutto sotto un unico cappello per creare nuove sinergie. Nasce Supernova Hub, uno dei pochi incubatori certificati in Italia di cui oggi fanno parte 12 realtà e in cui il gruppo ha già investito oltre 10 milioni di euro.

 

Come funziona? Come sceglie una startup da incubare?

Si tratta di un modello di business nuovo, che mette a frutto l’esperienza di 65 anni di Italmondo e che si configura come un unicum nel panorama italiano. Partendo da idee di business spesso nate internamente, affianchiamo l’analisi e la verifica delle basi di mercato, in cui sia possibile innovare i modelli di business, e le finanziamo direttamente con capitali propri. Ho creato un modello che si sta rivelando efficiente proprio perché entra nella creazione stessa delle startup che poi verranno incubate, costruendo business sostenibili nel medio periodo, applicando il mindset di un imprenditore tradizionale alla creazione di società digitali. Supernova Hub funge quindi da divisione ricerca & sviluppo perché oltre a investire verticalmente nelle startup restituisce open innovation e know-how per il gruppo. Infine abbiamo messo a disposizione del progetto un’area di 15mila mq, di cui 2.500 mq di uffici già riqualificati e a disposizione delle startup.

 

Investirà ancora? Quali sono i suoi prossimi progetti?

Certo. A luglio scorso abbiamo approvato un aumento di capitale di 6 milioni di euro, per continuare il percorso di Supernova Hub e delle sue startup, oltre alla ristrutturazione del building in viale Espinasse 163, in zona Certosa. È un building simbolico, la prima sede di Italmondo, costruita nel 1964 da mio nonno, a fianco della veneranda Fabbrica del Duomo, una delle aziende più antiche al mondo. Non è un caso che sia il cuore del progetto. Entro il 2021 saranno ristrutturati altri 4.500 mq. L’obiettivo è quello di ampliare il bacino di startup incubate e di creare uno spazio di coworking aperto anche a società esterne. Vogliamo generare valore e innovazione in un’area in forte espansione di Milano, che verrà in questo modo anche riqualificata, per dare vita nel giro di due anni a un vero e proprio polo tecnologico che racchiuda software developing, consulenza It, e probabilmente un’accademy in sinergia con poli universitari di primario livello a Milano.

 

Insomma, non vi fermate mai.

No, siamo sempre in movimento. Stiamo anche lanciando una nuova sgr, una società di gestione del risparmio che si chiamerà Ulixes per la quale siamo in attesa di autorizzazione da parte di Banca d’Italia. La sgr sarà per il 60% di Banca Popolare di Fondi, rappresentata in questa iniziativa dal suo direttore generale Gianluca Marzinotto, il 20% di Supernova hub e il 20% di A.A. Tech, società di Alessandro Andreozzi, già co-fondatore di Borsadelcredito.it. Ulixes diventerà il nuovo veicolo a cui Supernova Hub contribuirà con il proprio know-how tecnologico nelle valutazioni sottostanti i futuri investimenti. Una evoluzione fisiologica per continuare il percorso tracciato inizialmente sulle startup, aprendo la possibilità di investire anche su scaleup e aziende di dimensioni più importanti, con un fondo di impact investing fino a 100 milioni di raccolta. È la prima volta che si crea un veicolo tra un istituzionale, una società innovativa e un incubatore certificato, unendo le competenze digitali create fino ad oggi, la dinamicità di un management giovane con la potenzialità di un soggetto istituzionale.

Leader 16 Giugno, 2020 @ 3:36

La lettera di Brunello Cucinelli alle nuove generazioni: dal dolore una nuova forza creatrice

di Forbes.it

Staff

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Brunello Cucinelli (Imagoeconomica)

 

Per Brunello Cucinelli è il momento di tirare le fila di un periodo di riflessioni coinciso con i mesi del lockdown. L’imprenditore ha deciso di affidare le conclusioni dei suoi pensieri a una lettera indirizzata ai suoi nipoti, ma rivolta idealmente a tutte le nuove generazioni.

Scritta per il mensile Vogue, la lettera, ricca come sempre di citazioni di filosofi e scienziati del passato, è stata successivamente pubblicata in forma integrale sul sito internet del gruppo. La riportiamo di seguito.

 

Solomeo, 11 Giugno 2020

Miei cari nipotini, come nonno vi ho sempre voluto bene, e non ho mai mancato di cercare il vostro affetto; ma per un riserbo antico, nei primi tempi, non sapevo parlarvi se non quando eravate addormentati. Mi piaceva immaginare che i miei sogni, chissà per quale incanto, entrassero in punta di piedi nei vostri, e parlassero direttamente alla vostra anima nascente.

Oggi con la vostra vivace naturalezza avete saputo sciogliere il timore del mio cuore, e ne è nato un dialogo costante e felice, forse il più confortante di quanti altri io ne ricordi. Perciò, in questo giorno natale della vita nuova, è proprio a voi che mi piace parlare dei miei sentimenti. Come tanti altri, anch’io, pur nel ricordo doloroso di molte persone che non sono più fra noi, sono infine uscito da un mare tempestoso, e ora da una spiaggia sicura guardo indietro verso il mio passato con l’animo ancora in subbuglio.

È a voi, miei nipotini, fertili germogli, che vorrei trasmettere il retaggio dei miei pensieri e dei miei ricordi; a voi oggi la vita sorride con ogni amorevole cura. Avete attraversato ignari uno smarrimento che ha riguardato il mondo intero, e l’ha fatto tremare per qualcosa che ha portato così tanto dolore all’umanità.

La grande mente e il genio di un uomo quale fu il grande scienziato Einstein ci hanno parlato dei momenti difficili come di una benedizione dell’umanità, che dal dolore trae il genio della creatività e la forza dell’innovazione. La poesia eterna di Omero ha cantato le gesta di antichi re che, deposte le armi e il loro dolore, ebbero cuore e forza di ritrovare una vita nuova. Forse nessun pensiero mi ha commosso e convinto così tanto, e da qui mi piace riprendere il cammino della vita. In questa fiducia della vita nuova voi crescerete e vi ricorderete di me, e un giorno troverete da qualche parte questo mio scritto, ed esso diventerà per voi uno dei ricordi più cari, si imprimerà nella vostra mente e nel vostro animo, proprio come accadde a me, sebbene non con gli scritti, ma con le parole fuggenti del mio saggio e amato nonno Fiorino. Anche nel vostro cuore nasceranno i grandi ideali, perché è dalla profondità delle generazioni che maturano i frutti più dolci e utili.

Chiedo ogni giorno alla mia terra paterna quello che mi dette negli anni giovanili, il beneficio di quanto mi appare con il tempo sempre più affascinante e prodigioso: le bionde spighe, i frutti profumati, le olive premute, il luccicare dell’aratro, il ronzìo delle api, l’ombra perenne delle secolari querce; tali ricordi elevano la mia anima, e mi hanno insegnato a trasportare i sentimenti fondamentali in un ordine più alto e nobile.

Miei cari, troverete in questo scritto l’esortazione amorevolissima e al tempo stesso timida, ad essere costantemente consapevoli del valore assoluto della dignità umana e del conseguente rispetto che dobbiamo ad ognuno, sempre e senza eccezioni. Troverete che i desideri sono giusti solo quando corrispondono alle giuste esigenze, capirete che va presa la distanza da qualsiasi ricchezza che non sia guadagnata o riguadagnata con onestà, e che la ricchezza stessa non è nulla se non è anche per gli altri. Saprete quanto è importante l’armonia dell’universo, indispensabile ad ogni essere vivente perché ha una sola sostanza e una sola anima.

Mi trema il cuore nello sperare che siate coraggiosi e amabili, sinceri e frugali, solleciti verso il prossimo con cuore ospitale, solerti e creativi. So che un giorno come un altro andrete a ricercare le ansie dei tempi lontani, come quelle che abbiamo appena lasciato alle nostre spalle; e dopo tanti anni vi chiederete allora perché, e ne trarrete l’insegnamento che ogni dolore può essere anche un dono.

Mi piace immaginare che le poche parole di questa lettera, oltre che a voi, giungano anche a tutti i bambini che nascono oggi in ogni parte del mondo, quasi un testamento spirituale e augurale lasciato in dono all’umanità di domani; confido che il Creato mi conceda di essere ancora vicino a voi per lungo tempo, ma qualora non potessi più trasmettervi i miei sentimenti e il mio affetto con la parola viva, ecco quanto ho imparato a stimare come origine e forza perenne di ogni nobile pensiero e di ogni virtuosa azione: il Creato e tutto quello che ne fa parte deve essere sempre amato e custodito.

                           Brunello Cucinelli

Leader 26 Maggio, 2020 @ 9:55

La storia di Hamdi Ulukaya, figlio di pastori diventato miliardario con lo yogurt

di Francesco Nasato

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Hamdi Ulukaya in compagnia di Louise Vongerichten al Time 100 Gala del 2017 (Jemal Countess/Getty Images)

Il re dello yogurt greco negli Stati Uniti è figlio di una famiglia di pastori curdi, ha vissuto nella Turchia orientale, ha studiato all’Università di Ankara per poi arrivare da immigrato nello stato di New York. Sembra una barzelletta e invece è la storia, tanto incredibile quanto vera, di Hamdi Ulukaya, patrimonio stimato da Forbes in circa 2 miliardi di dollari arrivati grazie a un’azienda da lui fondata e portata avanti negli Stati Uniti tra lo scetticismo di molti. Hamdi però, anche a migliaia di chilometri da casa e dalla famiglia, non ha mai dimenticato per davvero le sue origini: l’azienda di cui è capo e fondatore infatti si chiama Chobani che ricorda da molto vicino il termine turco “çoban” che significa “pastore”.

Rurali ed estremamente umili le origini di Hamdi, come lui stesso ha raccontato in un’intervista concessa al New York Times nel 2018: “Vengo dalla parte orientale della Turchia. Sono cresciuto con i pastori, eravamo nomadi. Salivamo in montagna con greggi di pecore, capre e mucche, con il loro latte producevamo yogurt e formaggio e poi tornavamo in inverno al villaggio. Il denaro non significava molto perché in montagna non c’era nulla che si potesse comprare con esso”. La questione curda invece significa molto per tutta la comunità che appartiene a una di quelle etnie che non sembrano poter trovare una situazione definitivamente stabile in questo mondo. Forse non è un caso che la scelta di Hamdi per proseguire gli studi all’università ricada sulla facoltà di scienze politiche all’Università di Ankara, capitale della Turchia. Il suo interesse per certe questioni geo-politiche lo rendono però una figura poco gradita al governo turco. Così a metà degli anni ’90 inizia a maturare l’idea che per evitare problemi irrisolvibili e cercare di costruirsi una vera esistenza la destinazione ideale per lui possa essere l’Europa.

Come in tante di queste storie, i protagonisti ricordano come sono arrivati dove sono oggi attraverso una serie di ricordi e aneddoti che sembrano incredibili, ma che essendo raccontati da chi li ha vissuti in prima persona non possono essere ignorati. Gli Stati Uniti, infatti, entrano in questa storia un po’ per caso, perché secondo quanto riferisce sempre Hamdi al New York Times una persona a lui non troppo famigliare lo avvicina, probabilmente in ambienti universitari, chiedendogli perché invece dell’Europa non scelga gli Stati Uniti come destinazione per il suo viaggio verso un elettrizzante ignoto. “Pensavamo che l’America fosse la fonte di tutti i problemi del mondo, con le questioni imperialiste e tutto il resto. Ma sono andato all’università, mi hanno dato un visto e nel 1994 sono arrivato negli Stati Uniti, con una piccola borsa e 3mila dollari in tasca”. Per studiare inglese sceglie di arrivare nello stato di New York, un’area che gli ricordava i piccoli villaggi agricoli nella Turchia orientale, secondo quanto spiega Forbes nel profilo a lui dedicato.

Oltre alla lingua frequenta alcuni corsi di business all’Università di Albany, sempre nello stato di New York, mentre per mantenersi trova lavoro in una fattoria, sperimentando così quanto potesse essere dura la vita di un umile lavoratore. Un aspetto che inciderà molto su alcune sue scelte future legate agli impiegati di Chobani. L’ennesima svolta di una vita che già arrivati a questo punto sarebbe stata abbastanza avventurosa arriva quando il padre di Hamdi, durante una visita al figlio, non gli chiede di mettersi a produrre formaggio seguendo le ricette tradizionali della sua famiglia, visto che secondo il genitore la qualità dei prodotti da lui provati negli Stati Uniti non era per nulla soddisfacente. Hamdi ricorda così come rispose a questa proposta: “Perché dovrei farlo? Non sono venuto qui a migliaia di chilometri da casa per fare esattamente quel che facevo là”. La voglia di provarci però alla fine prevale e così Hamdi inizia a importare dalla Turchia la feta e vedendo che il prodotto piace avvia una sorta di personale startup del formaggio nel 2002. I successivi due anni sono complicati, come spiega Hamdi sempre al Times: “Mi chiedevo: perché sono entrato in questo business? E come pagherò le persone che mi aiutano? Come pagherò il latte per i miei prodotti?”

Le intuizioni di un imprenditore possono essere geniali o deleterie nelle loro conseguenze e in ogni caso per essere messe alla prova hanno bisogno di un supporto economico. In questa storia fatta di incroci e intrecci, Hamdi riesce a coniugare entrambi questi elementi. Un giorno, infatti, nel 2005, l’imprenditore nota una mail tra quelle presenti nello spam in cui si annuncia la messa in vendita di una vecchia fabbrica di yogurt completamente attrezzata a 700mila dollari. Inizialmente la ignora, ma poi la recupera e contatta i propri consulenti legali e fiscali per chiedere loro un parere. L’avvocato sconsiglia caldamente l’acquisto: “Stanno cercando qualcuno a cui rifilare una proprietà che non vale nulla, in un mercato come quello dello yogurt che non è redditizio” è il suo commento. Hamdi ascolta, ma fa di testa sua. Così sfrutta alcuni incentivi fiscali per le imprese dello stato di New York, chiede un prestito alla Small Business Administration, agenzia governativa degli Stati Uniti che fornisce supporto agli imprenditori e alle piccole imprese e chiude l’affare.

La commercializzazione del suo nuovo yogurt “alla greca” inizia solo nel 2007, perché prima Hamdi vuole essere sicuro di aver trovato la miscela migliore, i macchinari adatti e le giuste personalità con cui collaborare a questo progetto. In 10 anni però Chobani raggiunge il miliardo di vendite e una quota sul mercato americano degli yogurt superiore al 50%. Un successo che prosegue anche oggi, ma Hamdi non dimentica il suo passato: tra i dipendenti di Chobani infatti ci sono rifugiati e immigrati, che costituiscono il 30% della forza lavoro dell’azienda, a cui vengono offerti corsi di lingua inglese e traduttori in un massimo di 11 lingue per agevolarne inserimento e integrazione, come spiega sempre il profilo di Forbes dedicato all’imprenditore. Durante un evento a cui ha partecipato nel 2019 Hamdi ha parlato della sua visione di imprenditore, riportata da un articolo di Forbes: “Se sei corretto con le tue persone, se sei corretto con la tua comunità, se il tuo prodotto è quello giusto, allora sarai più redditizio, sarai più innovativo, avrai persone più appassionate che lavorano per te e una comunità che ti supporta nella tua attività”.

Responsibility 14 Maggio, 2020 @ 4:08

La storia di Valentino Mercati, il fondatore di Aboca

di Forbes.it

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Aboca

Articolo tratto dal numero di aprile di Forbes Italia

Folgorato dalle piante medicinali, Valentino Mercati, ex venditore di auto, ha fondato Aboca, azienda leader nel mercato degli integratori alimentari e dispositivi medici per la salute. Fattura oltre 228 milioni ed esporta in 16 paesi, nel nome della responsabilità sociale e della circolarità.

Sostenibile nei processi industriali, nella forma giuridica, nei prodotti distribuiti, nella ricerca scientifica, nelle attività culturali. Perfino nel paesaggio, quello invidiabile della Valtiberina, fra Toscana e Umbria, dove nasce dalla coltivazione delle piante medicinali proprio attorno alle colline Sansepolcro. Sostenibile nel bagaglio genetico, dunque, o forse sarebbe il caso di dire nell’anima: quella di Valentino Mercati, fondatore di Aboca, pluridecorato ambasciatore della responsabilità sociale dell’impresa e paladino della circolarità, che è una “Arca di Noé per chi ama e sostiene il progresso dell’umanità fuori dall’artificialità travolgente”, dice. La proposizione è cambiare i paradigmi nella ricerca della salute grazie all’attività di un’azienda agricola leader nel mercato degli integratori alimentari e dispositivi medici a base di complessi molecolari vegetali e nel nome della evidence based medicine e della system medicine. 

Valentino Mercati, fondatore di Aboca SpA Società Agricola
Valentino Mercati, fondatore di Aboca SpA Società Agricola

Obiettivo prefissato da un’azienda di caratura internazionale: Aboca esporta in 16 paesi; occupa oltre 1.500 dipendenti; investe più di 10 milioni di euro in ricerca e sviluppo; fattura oltre 228 milioni di euro; può contare su 1.700 ettari di superficie per la coltivazione di 70 specie di piante    medicinali; produce 100mila kg di estratto essiccato in 115 prodotti diversi; è titolare di 32 brevetti internazionali. Uno straordinario successo personale per un ex venditore di auto (professione che fece fino al ’78) che decise di chiudere “baracche e concessionarie”, dopo essere stato folgorato dall’agricoltura biologica e dalle piante medicinali. E dalla lampadina che si accende alla realizzazione il passo è breve: Mercati studiò la possibilità di coltivare piante medicinali sulle colline attorno a Sansepolcro, applicando le teorie e le tecniche nella nascente agricoltura biologica portata alla notorietà dai primi movimenti verdi che a livello politico si stavano organizzando proprio in quel periodo. La sua diventò una missione di ricerca scientifica “sulle sostanze vegetali complesse e l’innovativo modo di concepire la dualità fra sostanze naturali e artificiali”, che gli frutta anche una laurea honoris causa in Biotecnologie vegetali e microbiche dell’Università di Pisa, oltre che una innumerevole serie di medaglie: presidente di Assoerbe dal 2010 al 2013; commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana; Cavaliere dell’Ordine dei Cavalieri del Santo Sepolcro; Accademico del nobile collegio chimico farmaceutico di Roma. E, da ultimo, il Premio Scientifico Letterario Casentino per la medicina che vinse nel 2012. Mercati è una vera e propria icona in questo settore in cui ha investito molto anche in tempi non sospetti, in quegli anni ’80 dell’indifferenza (se non ostilità) nei confronti di tutto ciò che era naturale. Oggi l’aria è cambiata – nel mercato, nel consumo e nella finanza – gli obiettivi si perseguono con maggiore rapidità e facilità. Ne sono un esempio la loro produzione di energia elettrica rinnovabile, o il fatto che l’85% dei rifiuti è riciclato; o il messaggio naturale che ciascuna delle 52 milioni di confezioni prodotte ogni anno porta nelle 30mila farmacie raggiunte; o i 50 eventi culturali organizzati ogni anno; o, infine, la casa editrice e il museo. Ma soprattutto c’è una scelta fatta a monte: diventare una delle prime B Corp italiane (certificate a livello internazionale) abbracciando il movimento internazionale di Benefit Corporations, e quindi associando il profitto economico agli obiettivi di bene comune, di sostenibilità ambientale e di performance sociali. Nel caso specifico, ad Aboca è stato riconosciuto il merito di uno straordinario risultato in termini di tutela della biodiversità che è stato classificato – da quel momento – come modello di riferimento a livello mondiale per le future certificazioni. 

L’impegno è anche squisitamente culturale, grazie ad Aboca Museum, il museo delle erbe che Mercati ha fondato nel 2002 e che ha lo scopo di diffondere l’antica tradizione delle piante medicinali attraverso le fonti del passato. Non solo: la Biblioteca Antiqua, una straordinaria raccolta, unica nel suo genere a livello mondiale, contiene oltre 2.500 preziosi libri antichi a stampa risalenti a varie epoche e legati al tema specifico dell’utilizzo nella storia delle piante medicinali. 

E per non farsi mancare nulla, il cavaliere diventa anche ambasciatore di pace, nel senso letterale, in quanto socio fondatore dell’Associazione Rondine Imprenditori per la Pace, di cui è stato presidente dal 2008 al 2013. “Sono cresciuto circondato dalla bellezza, ma solo a un certo punto della mia vita ne ho compreso l’importanza e la forza che custodiva dentro di sé”, ricorda. “Da quel giorno ho dedicato ogni momento per conoscerla e ascoltarla per studiarne la complessità. Allora ascoltando il mio istinto e trascorrendo notti tra le pagine dei libri del passato, oggi approfondendo il genio della ricerca più avanzata”. Mercati trascorre ancora molte notti a studiare la sapienza antica nella sua torretta al quinto piano del Palazzo Bourbon del Monte, nel regno di Aboca Museum e della magia della Bibliotheca Antiqua

 

 

Leader 13 Maggio, 2020 @ 4:12

Storia di Pham Nhat Vuong, diventato miliardario partendo da un ristorante

di Francesco Nasato

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Pham-Nhat-Vuong (Fonte immagine: Wikipedia)

Tra le tante questioni sollevate dalle misure necessarie per proteggersi dal COVID 19 c’è anche quella che riguarda il riconoscimento facciale degli smartphone. Un’azienda vietnamita, la VinGroup, ha comunicato di aver risolto questo problema sviluppando la prima tecnologia che permette all’utente di sbloccare il proprio smartphone con il viso nonostante la mascherina. L’interesse, oltre che per questo annuncio, si estende anche a chi ha creato la VinGroup: Pham Nhat Vuong, il primo miliardario della storia del Vietnam. Un uomo la cui storia inizia dal paese del sud-est asiatico, incrocia la disgregazione dell’Unione Sovietica e infine ritorna lì dove tutto è cominciato.

Pham Nhat Vuong non è un nome famigliare a molti probabilmente, ma per la maggior parte del mondo occidentale il Vietnam è uno di quei paesi che appartengono a una sorta di periferia del mondo che merita attenzione fino a un certo punto. La storia di Pham inizia il 5 agosto del 1968 ad Hanoi, la capitale del Vietnam, figlio di un ex pilota dell’aviazione nord vietnamita, la parte che nella guerra che ha lacerato il Paese per vent’anni godeva del supporto dell’Unione Sovietica e più in generale dell’area comunista del mondo. Unione Sovietica che avrà un ruolo fondamentale anche nella vita di Pham. La madre di Pham invece gestisce un piccolo negozio di vendita di tè per strada, attività che al termine del conflitto diventa l’unica fonte di sostentamento per la famiglia. Per fortuna della famiglia il giovane, come raccontato da un articolo di Forbes del 2013 che contiene anche una delle rare interviste di Pham, si dimostra essere una mente brillante, soprattutto in matematica. Le doti scolastiche gli permettono così di accedere a una borsa di studio universitaria. Le alleanze del periodo di guerra avevano lasciato un segno nella vita del Vietnam e infatti la destinazione di Pham per proseguire negli studi universitari sono l’Unione Sovietica e Mosca, facoltà di geologia.

Terminati gli studi, termina però anche l’esperienza dell’Unione Sovietica. La disgregazione di un’entità tanto vasta e variegata produce tanti problemi quante opportunità per chi ha l’invidiabile capacità di vedere oltre il momento presente. Così Pham, sposata la ragazza di cui si era innamorato nel corso degli studi, decide di giocarsi le sue prime possibilità restando in zona ex URSS, più precisamente in Ucraina. Come in una sorta di filo mai spezzato con casa, Pham riesce a mettere insieme 10mila dollari chiedendoli a famiglia e amici e inaugura così un ristorante vietnamita in cui lui stesso serve tra i tavoli dei clienti. Non basta però: in un paese che stava cercando di ripartire da un concetto economico completamente diverso rispetto a quello dell’Unione Sovietica gli spazi di mercato possono essere più ampi. Pham così inizia anche a produrre noodle disidratati importando una linea di produzione dal Vietnam. Un cibo semplice e rapido da consumare che piacque agli ucraini, come ricorda l’imprenditore ancora a Forbes, soprattutto per due motivi: “In quel momento gli ucraini erano molto poveri e molto affamati”.

L’intuizione è di quelle giuste perché il business funziona e quando nel 2010 Pham cede la sua industria alla Nestlè le cifre iniziano ad essere corpose: l’attività dei noodle disidratati infatti ha un fatturato da 100 milioni di dollari al momento della vendita, con Nestlè che paga 150 milioni di dollari pur di far diventare propria quell’attività che si era dimostrata tanto efficace e remunerativa. Rientrato in Vietnam, Pham scegli di interessarsi di immobiliare, costruendo resort di lusso e investendo nel mattone soprattutto nella capitale Hanoi. Come nel caso dei noodle in Ucraina, anche in questo caso la sua scelta si rivela vincente, tanto che nel 2012 nasce VinGroup che al suo interno, almeno all’inizio, ha le due società che si occupano da una parte delle strutture di lusso, dall’altra degli investimenti immobiliari. Oggi VinGroup è un gigante del sud-est asiatico che si occupa dello sviluppo di appartamenti, centri commerciali, hotel e resort, strutture sanitarie, educative, centri congressi, parchi di divertimento e luoghi di intrattenimento.

Secondo Forbes la sua capitalizzazione di mercato è superiore ai 14 miliardi di dollari, mentre il patrimonio di Pham è stimato in oltre 6 miliardi di dollari, primo miliardario del Vietnam di sempre, tra le 300 persone più ricche al mondo secondo Forbes. Oltre al riconoscimento facciale, i prossimi progetti su cui si sta concentrando Pham insieme alla sua VinGroup riguardano i veicoli elettrici, un altro di quei settori che secondo molti rappresenta il business già del presente, molto probabilmente del futuro. Perché Pham, da sempre, è uno che prova a guardare avanti.

 

Leader 10 Gennaio, 2020 @ 1:14

Metti una sera a cena in riva al mare con gli imprenditori del Cenacolo Artom

di Simona Politini

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Storie di successo alle Maldive con Arturo Artom
Il “Cenacolo Artom”

Il genio non va in vacanza, è proprio il caso di dire.  Durante le festività appena concluse, un gruppo di imprenditori di successo ha trascorso una serata in riva al mare raccontando la propria avventura, tra aneddoti, aspirazioni e soprattutto tante emozioni. Lo ha fatto immerso nella natura di quello che è stato il primo investimento fuori dall’Europa di Baglioni, l’unica catena di hotel a 5 stelle tutta italiana: il Resort Maldives. A tessere le fila di questo atipico incontro “les pieds dans l’eau”, Arturo Artom, anfitrione del Cenacolo, l’appuntamento culturale che raggruppa ogni mese a Milano una decina di leader di differenti settori invitandoli a raccontare la propria vita e a condividere quel mix unico di talento e chance che li ha portati al successo. Un appuntamento dal sapore rinascimentale nel quale scambiarsi idee e visioni per il futuro e che sui canali tv di BFC trova rinnovata formula nella versione “one to one”.

Maldive: Pierfrancesco Favino, Alberto Galassi e Arturo Artom
L’attore Pierfrancesco Favino, Alberto Galassi ad del Gruppo Ferretti e Arturo Artom cantano My Way

Ma torniamo là, a quella sera di pochi giorni fa sulla fine sabbia bianca, con le stelle da soffitto e il suono del mare come sottofondo. A raccontarsi per primo lui, Matteo Zoppas. figlio di Antonia Zanussi e di Gianfranco Zoppas, Matteo l’arte dell’imprenditoria la respira dall’istante in cui ha messo piede in questo mondo. Come non ricordare il claim “Zoppas li fa e nessuno li distrugge”? Assorbito dalla Zanussi prima e poi entrato a far parte della multinazionale Electrolux, il marchio è riuscito a ritagliarsi una sua nicchia diventando come Zoppas Industries uno dei leader mondiali nella produzione di resistenze elettriche e sistemi riscaldanti. Non solo metalmeccanica. Nel 1971, infatti, la famiglia Zoppas acquisisce la maggioranza della San Benedetto. Multinazionale tascabile con oltre 700 milioni di fatturato. Dal 2008 Matteo Zoppas è nel board dell’Acqua Minerale San Benedetto. La sua capacità imprenditoriale l’ha portato a ricoprire ruoli di leadership anche all’interno di Confindustria, sino a qualche mese fa era sua la presidenza di Confindustria Veneto.

Arte e impresa. Un binomio caro ad Artom che, tenendo fede alla sua visione nella quale imprenditoria e cultura si incrociano e collaborano per delineare un percorso di crescita umano ispirato al bello, dà la parola a Pierfrancesco Favino. L’attore, giunto al successo nel 2005 col film drammatico Romanzo Criminale, ha raccontato della sua esperienza nella conduzione del Festival di Sanremo lo scorso anno, un’occasione che gli ha permesso di stringere un rapporto più forte, più empatico, col proprio pubblico. Grande protagonista della pellicola che in questi giorni sta facendo discutere non poco, Hammamet, da diversi anni Favino è direttore della Scuola L’Oltrarno di Firenze, e, come un artigiano di bottega fiorentina, forgia gli animi dei giovani artisti preparandoli a conquistare i propri sogni.

Dall’arte allo sport. La parola passa fluidamente a Vicenzo Novari, il manager genovese al quale è stato affidato il complesso compito di portare al successo le Olimpiadi Milano-Cortina del 2026. Già da giovanissimo Novari arriva a conquistare col proprio talento ruoli manageriali per aziende quali L’Oréal e Danone. Ma a consacrare le sue capacità imprenditoriali sono le telecomunicazioni. direttore commerciale e marketing di Omnitel prima e poi amministratore delegato di 3 Italia, Vincenzo Novari lascia il ruolo solo tre anni fa, ma non del tutto il settore. Dal 2016 infatti è Special Advisor Italia per CK Hutchinson. Oggi il top manager si prepara ad una sfida nuova, imponente e entusiasmante al tempo stesso: gestire la grande macchina delle olimpiadi invernali che porteranno alla ribalta il nostro Paese.

Se parliamo di servizi postali privati il primo nome in assoluto che ci viene in mente non può che non essere Mail Boxes Etc., azienda che, a seguito anche di alcune importanti fusioni avvenute nel 2017, oggi conta 2.500 centri di assistenza, di cui 500 negli Stati Uniti e 2.000 in 43 paesi in tutto il mondo. Non tutti però sanno che si tratta di una holding italiana con sede a Milano legata alla famiglia Fiorelli. È proprio Paolo Fiorelli, proprietario, presidente e ceo di Mail Boxes Etc. a parlare adesso. Imprenditore di seconda generazione, Fiorelli, segue le orme del padre e va oltre: è notizia freschissima l’ingresso del fondo americano Oaktree nel capitale di Mbe Worldwide (proprietaria a livello internazionale del marchio Mail Boxes Etc.) con un aumento di capitale da oltre 100 milioni di euro che gli ha garantito così il 40% della società.

Da venditore American Express a fondatore di Attitude LTD, società che dal 2007 si occupa di costruzione e gestione in outsourcing di reti di vendita e oggi punto di riferimento del settore. È questa la storia raccontata dal suo protagonista, il napoletano Gennaro Tella che dell’esperienza acquisita lavorando per diverse multinazionali del settore financial service ha fatto il suo passaporto per l’imprenditoria. Quando si dice che mettersi in proprio non è un sogno, ma un’esigenza dello spirito.

Per chiudere con la storia incredibile di Agron Shehaj che, partito con un barcone dalle coste albanesi all’età di dodici anni, studia, si laurea e diventa leader prima nel settore dei call center (fu uno dei primi a capire le potenzialità della delocalizzazione di queste strutture in Albania) e poi nel settore digital lanciando la sua startup Local Web con l’obiettivo di aiutare le aziende italiane ad abbracciare la rivoluzione tecnologia in pieno fermento. “Ricordatevi sempre quanto sia importante la libertà” ha concluso Shehaj. E qui, da un’isola vicino, partono i fuochi d’artificio. Un caso, ma ci piace pensare di più sia stato un segno del destino. La giusta conclusione ad una cena che ha nutrito cuori e menti.

 

Rivedi qui tutte le puntate di Cenacolo Artom One to One su BFC 

Classifiche 8 Gennaio, 2020 @ 8:48

Gli under 30 di Forbes che hanno plasmato il mondo nell’ultimo decennio

di Forbes.it

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Il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg. (Photo by Samuel Corum/Getty Images)

di Steven Bertoni per Forbes.com

È stato un decennio d’oro per i giovani fondatori nell’ambito della tecnologia. Negli ultimi dieci anni, alcuni giovani fondatori hanno costruito e fatto crescere società di social media che ora dominano l’intero mondo dei media. Altri hanno stimolato il mobile commerce, creato potenti tecniche di marketing, inventato nuove forme di contenuto e creato marchi di consumo dinamici e influenti.

Non è una coincidenza che il film The Social Network, che ha offerto al mondo una mitologia della fondazione di Facebook, ha debuttato all’inizio dell’ultimo decennio nell’autunno del 2010. Il film, una storia che avverte sul potere e l’influenza delle reti tecnologiche. Ha reso cool la tecnologia allo stesso modo in cui il film Wall Street – un’altra storia che ammoniva su ricchezza e potere – ha dato alla generazione precedente sogni di grandezza finanziaria, evidenziandone l’avidità.

Negli anni seguenti arrivarono Instagram, Spotify, Snap, Pinterest, Dropbox, Tinder, Bumble, tutti nati dalle menti di 20enni. Queste nuove società hanno innescato nuovi ecosistemi unici in cui altre nuove società da miliardi di dollari si sono sviluppate e prosperate.

Come cronista di audaci e giovani leader, il marchio Forbes Under 30 ha avuto un posto in prima fila in queste vicende. Inaugurata nel dicembre 2011, le nostre liste Under 30 hanno studiato e messo in evidenza le gesta dei principali leader tecnologici del mondo. Molti sono finiti anche sulla copertina di Forbes.

Di seguito sono riportati i migliori fondatori tecnologici Under 30 del decennio, disposti in ordine di valutazione. Si tratta di uno sguardo affascinante su come la tecnologia si sia evoluta nell’ultimo decennio e offre uno sguardo prezioso su ciò che ci potrebbe attendere per i prossimi dieci anni.

1. Mark Zuckerberg
Facebook
Valutazione della società: $ 595 miliardi
Forbes Under 30 Class Year: 2011 (27 anni)

1. Dustin Moskovitz
Facebook e Asana
Valutazione della società: $ 595 miliardi
Forbes Under 30 Class Year: 2011 (28 anni)

3. Kevin Systrom e Mike Krieger
Instagram
Valutazione dell’azienda: circa $ 100 miliardi (acquistato da Facebook per $ 1 miliardo nel 2012, il valore di Instagram come società indipendente è stato oggetto di un grande dibattito).
Forbes Under 30 Class Year: Systrom: 2011 (28 anni). Krieger: 2015 (28 anni)

4. Patrick Collison e John Collison
Stripe
Valutazione dell’azienda: $ 35 miliardi
Forbes Under 30 Class Year: 2014 (25 e 23 anni)

4. Daniel Ek
Spotify
Valutazione dell’azienda: $ 28 miliardi
Forbes Under 30 Class Year: 2011 (28 anni)

5. Evan Spiegel e Bobby Murphy
Snap
Valutazione dell’azienda: $ 23,5 miliardi
Forbes Under 30 Class Year: 2014 (23 e 25 anni)

6. Ben Silbermann ed Evan Sharp
Pinterest
Valutazione dell’azienda: $ 10,25 miliardi
Forbes Under 30 Class Year: 2011 (29/28 anni)

7. Sean Rad e Justin Mateen
Tinder
Valutazione dell’azienda: $ 10 miliardi (Parte dell’impero di dating online Match Group, il valore di Tinder è stato recentemente stimato intorno ai $ 10 miliardi)
Forbes Under 30 Class Year: 2014

8. Drew Houston
Dropbox
Valutazione dell’azienda: $ 7,5 miliardi
Forbes Under 30 Class Year: 2011 (28 anni)

9. Melanie Perkins
Canva
Valutazione dell’azienda: $ 3,2 miliardi
Forbes Under 30 Class Year: 2016 — Forbes Asia List (28 anni)

10. Whitney Wolfe Herd
Bumble
Valutazione dell’azienda: $ 3 miliardi
Forbes Under 30 Anno di lezione: 2017 (27 anni)

11. Steph Korey e Jen Rubio
Away
Valutazione della società: $ 1,4 miliardi
Forbes Under 30 Class Year: Korey, 2016 (27 anni); Rubio, 2015 (27 anni)

12. Emily Weiss
Glossier
Valutazione dell’azienda: $ 1,2 miliardi
Forbes Under 30 Class Year: 2015 (29 anni)

13. Neil Parikh
Casper
Valutazione dell’azienda: $ 1,1 miliardi
Forbes Under 30 Class Year: 2015 (25)

14. Rachel Romer Carlson e Brittany Stich
Guild Education
Valutazione dell’azienda: $ 1 miliardo
Forbes Under 30 Class Year: 2017 (entrambi 28 anni)

Leader 20 Settembre, 2019 @ 10:30

Business di sangue blu. Quattro storie di imprenditori nobili italiani

di Piera Anna Franini

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Niccolò Branca
Niccolò Branca (Courtesy Distillerie Branca)

Articolo tratto dal numero di settembre 2019 di Forbes Italia. Abbonati. 

Se è vero che, con la nascita della Repubblica italiana, i titoli nobiliari hanno perso valore giuridico, va precisato che v’è nobiltà e nobiltà. Di spada e di toga, di fatto e di diritto, d’antica data e di recente costituzione. Vi sono poi aristocratici che capitalizzano le ricchezze patrimoniali, mentre altri soffocano sotto il peso dei costi di gestione di manieri ormai gattopardeschi, incapaci di reagire al cambio dei tempi. Vi sono giovin (e meno giovin) signori orgogliosi di memorie lontane, pronti a sventolare titoli patrizi a compensazione di conti in rosso. Altri invece sanno leggere la storia. Dunque, monetizzano nomi, terre, contatti, consapevoli che imprenditoria e nobiltà non sono un ossimoro, ma spesso una necessità. Anzi, un imperativo categorico, come direbbe la baronessa Ariane de Rothschild, imprenditrice fino all’ultima fibra, capitana di un impero finanziario che gestisce masse per 156 miliardi di euro. Vale poi la regola aurea per cui signori si nasce. “E io lo nacqui, modestamente!”, esclamò Totò, che spese una fortuna per farsi riconoscere il titolo di principe: il riscatto di un’infanzia da noblesse oblige? Forbes ha raccolto quattro storie di imprenditori di sangue blu: conti, principi, baroni, eredi di grandi dinastie, che si dedicano a business profittevoli. Tra vigneti e ricette segrete.

Barone Francesco Ricasoli

Barone Francesco Ricasoli
Barone Francesco Ricasoli

È nel castello di Brolio, nel senese, dal 1141 proprietà Ricasoli, che riposa Bettino Ricasoli, Presidente del consiglio nell’Italia del dopo Cavour, eminenza grigia della Destra storica. Un politico ma anche imprenditore vitivinicolo lungimirante, fu lui a creare la formula del vino Chianti, oggi Chianti Classico. L’azienda Barone Ricasoli, la più antica d’Italia, dal 1993 è condotta da Francesco Ricasoli. È lui l’artefice della rinascita seguita alla crisi degli anni ‘70 e ‘80. La società è rinata come un’araba fenice e ora conta 1200 ettari, di cui 235 vitati, 150 dipendenti, 2,5 milioni di bottiglie e 17 milioni di fatturato. Tutto partì con un regalo di papà, “volle cedermi il 2% delle azioni. Mi infuriai. Ma la cosa era fatta”, racconta il barone che all’epoca era un noto fotografo attivo per brand come Valentino, Piaggio, Barilla, Parker. Con lui il marchio è tornato a brillare, sono state rinnovate le cantine, i fabbricati, reimpiantati quasi tutti i vigneti. Si continua a innovare perché “Brolio è sempre stato un luogo privilegiato per le sperimentazioni. Collaboriamo con Università e centri di ricerca. Nel vino entrano in gioco arte e passione, ma alla base c’è tanta scienza”, osserva. Cosa vuol dire essere aristocratici? “Nulla”, risponde, con il pragmatismo che è stato il motore di questo successo toscano.

Barone Andrea Franchetti

Andrea Franchetti
Andrea Franchetti

La sua è una vita da romanzo. Franchetti è il nome chiave di una dinastia che conta famosi esploratori (Raimondo), compositori (Alberto), collezionisti (Giorgio, acquistò e restaurò Ca’ D’oro a Venezia). È un caso, il suo, dove nobiltà e ricchezza sono in perfetta simbiosi. Cosa nota anche Oltreoceano: il figlio Condy era tra i dieci protagonisti di Born Rich, il docufilm del 2003 dedicato ai figli dei paperoni, da Trump a Bloomberg. Andrea Franchetti è cresciuto a Roma ma facendo la spola fra Usa e Italia. Nel 1990 ha dato un colpo di spugna alla vita irrequieta di città con il fermo obiettivo di fare il vignaiolo. Prima ha appreso l’arte di fare il vino nel Bordeaux, poi ha avviato l’azienda Tenuta di Trinoro, in Val d’Orcia, provincia di Siena. Visionario, ha intuito le potenzialità del paradiso sepolto alle pendici dell’Etna. Assieme a Marc De Grazia ha così dato impulso al rinascimento enologico dell’area. Qui ha sede la sua seconda azienda, Passopisciaro. “Mi piace fare vino. È un’opera d’arte che cambia ogni anno. E man mano che io cambio anche il mio modo di fare vino muta. I vini sono molto simili al produttore”, dice. Complessivamente ogni anno produce 200mila bottiglie d’alta gamma, da centinaia di euro l’una.

Conte Niccolò Branca

È il pro-pro-pro nipote di Bernardino Branca: lo speziale che nel 1845 creò la formula, tutt’ora segretissima, del Fernet-Branca. Sotto la sua presidenza, sono stati acquisiti nuovi marchi: sotto l’ala dell’aquila che trattiene una bottiglia sorvolando il globo terraqueo, oggi si trovano anche Carpano, Caffè Borghetti e Candolin. Così come sono state promosse operazioni di diversificazione, anzitutto nell’immobiliare commerciale, nella cultura e nelle tenute agricole. Niccolò Branca guida una holding da 360 milioni di fatturato. Firma libri sull’economia della consapevolezza: “In azienda profitto e competitività sono essenziali, ma al servizio di un business etico e sostenibile”, dice. Ha introdotto il codice etico, il bilancio ambientale e l’Organismo di vigilanza e controllo interno. Vive l’azienda “come un organismo vivente che produce e crea benessere non solo per se stessa ma anche per i dipendenti, per la città di Milano, per l’Italia”. Ama costruire, “in me c’è sempre stato il senso della scoperta”, confessa. Branca è fedele a una massima: “Bisogna decidere della propria vita, senza pensare di far piacere o dispiacere a qualcuno. Dovremmo assecondare le nostre scelte pur attenti a non recare danno. Sfoceremmo altrimenti nell’egoismo”.

Principe Alessandro Jacopo Boncompagni Ludovisi

Alessandro Jacopo Boncompagni Ludovisi
Alessandro Jacopo Boncompagni Ludovisi

Risiede in Piazza di Spagna, in una casa museo dove spiccano i ritratti di due avi non comuni: i papa Gregorio XIII e Gregorio XV. Un cognome impegnativo, il suo. “I Boncompagni Ludovisi hanno avuto un peso nella storia e sono stato abituato sin da bambino a rispettarla. Ma non è affatto complicato portare il mio cognome. In fin dei conti ognuno di noi ha una storia familiare”, osserva con autentica semplicità.
Da ragazzo, sentì il desiderio di realizzarsi professionalmente “con qualcosa di mio. In parte ci sto riuscendo, con la Tenuta di Fiorano”: un’azienda di vini pluripremiata, alle porte di Roma, con 40mila bottiglie presenti a livello internazionale. Appassionato di arte, nella città eterna ha creato Gallerja, dove ospita vernissage dedicati ad artisti di caratura internazionale, da Jannis Kounellis a Jan Dibbets, Antoni Tapies, Arnulf Rainer, David Nash, Carlo Rea. E Sidival Fila, al quale ha messo a disposizione anche il Castello di Trevinano, che spalanca alla comunità con periodici eventi culturali. Allergico alla mondanità, dichiara di essere “spesso all’estero per la mia professione e per il ruolo di consigliere dell’Ambasciata dell’Ordine di Malta presso la Santa Sede. Il tempo libero è davvero poco, quindi preferisco dedicarlo alla famiglia e agli amici di sempre”.