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Cultura 27 Novembre, 2019 @ 11:42

Massimiliano e Doriana Fuksas, gli innovatori degli spazi

di Piera Anna Franini

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Lo studio guidato da Massimiliano e Doriana Fuksas è impegnato su più fronti e continenti. Tra le opere iconiche, la Nuvola all’Eur di Roma, la Fiera Rho-Pero di Milano, l’aeroporto di Shenzhen, gli Armani Store. Ora le energie sono concentrate sul quartiere Fontvieille nel Principato di Monaco, il Centro Congressi Internazionale di Gerusalemme, l’aeroporto di Gelendzhik, in Russia, e il restyling del Beverly Center a Los Angeles. Ma gli occhi di questa formidabile coppia, nella vita e professione, brillano alla parola “Dubai” dove sta lavorando al Dubai Global Connect, “un progetto che esprime la capacità di accogliere. Non corrisponde ad alcuna tipologia di spazio conosciuto. È un punto di scambio, un sito che connette la Cina all’Africa. Una city of trade”.

Il complesso sta sorgendo a sud della città, fra Expo 2020 e l’aeroporto Al Maktoum, tra l’altro in fase di ampliamento. Il primo blocco copre una superficie di 1.200.000 metri quadrati e verrà realizzato entro il 2023, “per i restanti 3.215.000 si va più in là… Inshallah”, sospira Massimiliano Fuksas. Che prende carta e penna e fa uno schizzo, disegna la struttura, “così è tutto più chiaro. Sa, io continuo a disegnare a mano”. Inutile nascondere che il pensiero va alle parodie di Maurizio Crozza. Curiosità: i due non si sono mai incontrati, “mi ha telefonato un paio di volte, voleva che facessimo uno sketch. E perché mai. «Basta che ti levi quella pashmina e siamo identici», gli ho detto”.

Doriana e Massimiliano Fuksas

Il Dubai Global Connect si articola in una serie di padiglioni accostati a mo’ di spina di pesce con al centro spazi verdi. Il tutto è riprodotto specularmente. Alla struttura si somma un’area di uffici, sale conferenze con una strada sopraelevata che ricorda quella che scorre lungo la Fiera di Milano. Quindi due auditorium, un museo, un centro per la ricerca, l’università. Si completa con un’area residenziale e un altro parco. “Siamo alla fase esecutiva. Il 20 luglio del 2020, consegneremo il Kick Off Building, pensato per illustrare il progetto ai visitatori”. Il costo complessivo sarà di 1,6 miliardi di euro di cui 350 milioni destinati all’area residenziale. Interviene il fondo sovrano, la committenza è assunta in toto dallo sceicco Ahmed Bin Saeed Al Maktoum.

Lo studio Fuksas è tra i protagonisti della scena internazionale dell’architettura, sempre in anticipo sui tempi. Approdava in Cina già 30 anni fa “per realizzare progetti per quattro milioni di persone, a Pudong, Shanghai. Arrivammo che non c’era nulla. I cinesi non erano abituati a vedere stranieri, così ci osservavano quasi fossimo dei marziani”. Ora, il complesso emiratino Dgc fa sì che lo sguardo punti sempre più verso l’Africa. “Si calcola che in 30 anni la popolazione della Nigeria raddoppierà toccando i 400 milioni di abitanti, avrà una potenza di fuoco. E questo mentre noi discutiamo se lasciare 80 persone in mare. Non s’è capito che gli abitanti costituiscono ricchezza e non povertà. L’Italia è destinata a impoverirsi perché perderà fra i 4 e i 7 milioni di abitanti. E così pure la Germania che ne perderà 6 milioni. In compenso la Francia crescerà fino a 70 milioni. Il mondo sta cambiando”.

Abbiamo incontrato i Fuksas nel teatro del Maggio di Firenze dove la figlia Elisa ha debuttato come librettista e regista d’opera firmando Noi, su musiche di Riccardo Panfili. La mente va al Rhike Park di Tbilisi, in particolare alla futuristica sala da concerti. Del resto, i 600 progetti firmati dallo studio coprono l’intero scibile architettonico. Vien da chiedersi cosa risulti ancora intrigante, ora, dopo mezzo secolo d’attività. La coppia spiega che l’impegno “attuale e futuro volge anzitutto alla città, intesa come innovazione, come capacità di accogliere milioni di persone. Il 65% degli abitanti del mondo vive in aree urbane. Fenomeno che spinge noi architetti a cercare di rendere tali spazi, difficilissimi da gestire e controllare poiché enormi, i migliori possibili”. Per questo 40 dei 170 professionisti dello studio si occupano di ricerca, “alcuni provengono dall’istituto di architettura IAAC di Barcellona, una scuola ottima, all’avanguardia”. Altre istituzioni che brillano in tal senso? Risposta: la Bartlett di Londra e la newyorchese Cooper Union. “Gli istituti italiani dovrebbero guardare di più al futuro. Prendiamo il discorso della sostenibilità: andrebbe affrontato in modo olistico anziché dividerlo in compartimenti separati”. Così come “un settore da sviluppare è quello dell’abitazione. In Italia si fanno case troppo grandi, ma le esigenze di spazi sono cambiati”.

Su tanti fronti si parla di “un futuro che in realtà è già il presente. Pensiamo al Superground che si realizzerà a Seoul, città dove è difficile muoversi data la densità di traffico. Qui entra in scena un algoritmo che fabbrica cellule quasi umane che vengono distrutte se non hanno luce o non sono sostenibili, c’è una seleziona naturale, darwiniana, per cui il risultato finale non è dell’architetto ma è della natura. Si stabilisce naturalmente come deve essere l’habitat. Questo non è futuro, si può fare adesso. Questo è l’oggi”.

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