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Cultura 23 Ottobre, 2020 @ 9:30

Da Mosca a Los Angeles l’attivismo politico dell’arte diventa un documentario

di Marco Rubino

La mia grande passione è la street art.Leggi di più dell'autore
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Un frame del documentario dal canale YouTube di Indecline

Nella campagna per la corsa alla Casa Bianca irrompe la street art e, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non lo fa soltanto sui muri, ma anche dagli schermi di tablet e smartphone. Da qualche giorno, sul sito della nota testata US Rolling Stone è disponibile, gratuitamente, The Art of Protest– un viaggio attraverso la testimonianza diretta di creativi e street artist, che spiega, in poco meno di un’ora, come l’arte possa essere veicolo di engagement e di protesta forte, ma composta. Il documentario accompagna gli spettatori in un tour inedito tra i laboratori e le creazioni degli artisti che, in tutto il mondo, stanno dando vita a un esempio di attivismo che nasce dalla creatività e che si pone l’obiettivo di attrarre l’opinione pubblica internazionale su temi socio-politici ed etici.

La locandina del film “The art of protest” (courtesy of Indecline)

Dalle strade di Mosca alle coste di Los Angeles, con molte fermate intermedie, il pubblico del documentario è travolto dall’energia della community creativa. Con interviste a Tom Morello (Rage Against The Machine), Dave Navarro (Red Hot Chili Peppers), Pussy Riot, Moby, Shepard Fairey e la diretta voce degli street artist più importanti e innovativi del mondo, tra cui Cleon Peterson e Ron English, questo potente film porta un forte messaggio di cambiamento, invitando a una resistenza che, dai muri delle capitali del mondo, mira a sensibilizzare le coscienze. Il documentario, distribuito da Zero Cool, porta la firma di Indecline, collettivo attivista composto da artisti, writer, film maker, e fotografi che negli ultimi anni è salito agli onori della cronaca per le sue installazioni e sculture contro il presidente Trump. La regia è di Colin M. Day, che nel 2014 aveva già siglato il documentario Saving Banksy. Insieme ai componenti del collettivo Indecline, tra gli artisti che rivestono un ruolo di primo piano nel documentario, c’è Obey, al secolo Shepard Fairey, artista che dalla prima corsa presidenziale di Barack Obama è diventato il simbolo della street art politica.

Sono di Fairey i poster della campagna presidenziale 2008, con il volto del candidato democratico in versione stencil accompagnato dalle parole “Progress”, “Hope”; “Change” e “Vote”. La diffusione di quei poster fu tale da farli entrare nelle collezioni di alcuni importanti musei, tra cui lo Smithsonian Institute e la National Portrait Gallery di Washington. Il comitato elettorale di Obama non ufficializzò mai la collaborazione con Fairey (probabilmente perché alcuni manifesti erano affissi illegalmente per le vie, come nella tradizione della street art) ma, una volta eletto Presidente degli Usa, Barack scrisse una lettera all’artista per ringraziarlo di ave emesso il suo talento a disposizione della campagna elettorale. Il ritratto realizzato dallo street artist, secondo noti commentatori, contribuì in modo significativo alla affermazione politica e sociale di Obama. Nella attuale campagna elettorale, che vede contrapposti Donald Trump a Joe Biden, non c’è ad oggi una opera di street art ancora altrettanto iconica, ma sono tante le opere, che con il  Black Lives Matter o ancora prima,  che testimoniano l’importanza del ruolo dell’arte politica come stimolo per le coscienze.

Sul tema del BLM merita una menzione particolare il graffito realizzato da Nina Chanel, una delle donne più promettenti e di successo del panorama artistico internazionale, a Betonville in Arkansas. La campagna elettorale attuale non è mai citata in The Art of Protest, ma il timing della sua uscita non può essere certamente casuale. Comunque finiranno le elezioni presidenziali, Donald Trump ha già segnato la street art.  Con la sua figura, le sue esternazioni e i suoi provvedimenti è riuscito a creare forti reazioni creative negli street artist di tutto il mondo. Non a caso molti osservatori la chiamano Trump art. Gli artisti attivi in questi giorni pre elettorali sono comunque tanti e tra loro spiccano diversi nomi di successo.

Kaws, artista che vanta un fenomenale successo in tutto il mondo capace di raccogliere in asta per opere uniche cifre ultramilionarie, ha realizzato insieme all’italiano Lucas Zanotto, artista, designer e fondatore di Yayatoy, quattro video animazioni che stanno spopolando su Instagram. Nelle prime due i creativi invitavano ad andare a votare, mentre nelle ultime due prendono posizione e invitano a votare contro il rinnovo di Trump. Sull’invito ad andare a votare si sono schierati anche altri street artisti che dominano la scena statunitense e non solo, tra cui lo stesso Obey, Kai, QueenAndrea, David Flores, Buff Monsters, Greg Mike,  Heuman, Kayala Mahaffey, Reggie LeFlore, Mojo, Petter Tunney,  Aliyah Sidque, Beau Stanton, che riuniti da Jessica Goldman Srebnick, fondatrice di Wynwood Walls, hanno realizzato in collaborazione con l’associazione We All Vote delle opere digitali che vengono proiettate nei tabelloni luminosi in alcune piazze delle città USA tra cui a Time Square a New York, in cui invitano gli americani a recarsi alle urne.

Questi artisti hanno ottenuto il plauso anche di Michele Obama che attraverso il proprio canale Instagram ha ringraziato gli artisti e lodato la funzione ispirazionale della street art. Per concludere una citazione finale la meritano anche Ron English, Lady Pink, Peat Eyez, Eddie Herris, Clark Fox, Hiero Veiga, Jules Muck e Smith che nel quartiere Anacostia di Washington hanno realizzato un murales “Vote” anche loro per sensibilizzare sull’importanza del voto.

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