Ecco di quali manager ha bisogno l’agroalimentare per uno scatto nel futuro

Smart farm
(Shutterstock)
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Smart farm
(Shutterstock)

C’è fermento nel multiforme mondo del business agroalimentare. Un settore che ha voglia di cambiare e continua a catalizzare investimenti, in particolar modo attraverso quella branca rappresentata dall’agrifood tech, la tecnologia applicata all’agricoltura, tra tradizione e innovazione. Tanto da aver raccolto, nel solo 2020, 17 miliardi di euro di investimenti da fondi e aziende secondo uno studio di Talent Garden e Forward Fooding in partnership con Accenture, Unilever e Var Group. Se si contano dal 2010 sono 65 miliardi gli euro investiti nelle oltre 5mila aziende che caratterizzano l’agrifood tech dando da lavorare a qualcosa come 4.500 operatori. Certo, l’ascesa del food delivery, la consegna del cibo a casa o in ufficio, è stato un potentissimo volano, non soltanto a motivo della pandemia, ma tra nuove applicazioni e futuristici macchinari, agrofarmaci ed elettrodomestici smart, lo spettro delle novità è in costante crescita. E non è un caso che le grandi aziende del food si siano via via dotate di uffici e fondi per scovare promettenti startup e investire nelle loro idee. Basti, tanto per citare un caso recente, l’acquisto del 49% di Tannico da parte di Campari. Chi sta monitorando con attenzione questo mondo è Page Executive, il brand di PageGroup specializzato nella executive search di ruoli di leadership. Profili di cui anche l’agroalimentare inizia ad avere bisogno per rinnovare il management aprendo le porte a cambiamenti e innovazioni. A raccontare a Forbes.it in che modo questo processo si sta verificando è Katiuscia Cardinali, senior partner di Page Executive.

Katiuscia Cardinali
Katiuscia Cardinali, senior partner di Page Executive

L’Italia è un terreno fertile per le innovazioni in campo agroalimentare?
L’Italia rappresenta un accentratore di investimenti in ambito food e agrifood tech in particolare, ossia per tutto l’insieme di innovazioni lungo tutta la filiera del cibo, dall’agricoltura, alla trasformazione, fino al delivery, che ha visto la nascita negli anni scorsi, con un’esplosione nell’anno pandemico, rappresentando una vera calamita per gli investitori. Da sempre, infatti, l’Italia mostra un’attenzione forte al mondo alimentare, sia per la sua natura agricola, per i comprovati effetti benefici della cosiddetta dieta mediterranea, sia per la ricerca continua di innovazione legata sempre più al benessere e per la maniacale attenzione alla qualità e il crescente interesse per la tracciabilità della filiera, unito a quello per la tutela dei propri prodotti. Non da ultimo, il marchio di origine Made In Italy rappresenta un valore economico-finanziario, oltre che culturale e di tradizione, riconosciuto a livello mondiale.

Se sul cibo siamo un’autorità a livello internazionale, dove dobbiamo recuperare terreno?
Tale scenario mostra anche i suoi limiti intrinsechi al sistema Italia, ossia, scarse risorse destinate alla ricerca, sistema infrastrutturale precario, sistema normativo farraginoso, scarsa visione e capacità di programmazione nel medio periodo, tutti elementi amplificati dalla situazione pandemica degli ultimi 12 mesi. A ciò va aggiunto il tema legato alle caratteristiche tipiche del mondo agricolo italiano, in primis, la ripartizione del valore lungo la filiera, legato alla forte frammentazione, le dimensioni organizzative ridotte, lo scarso livello di managerializzazione e di digitalizzazione, adozione di sistemi e processi artigianali.

In che misura l’exploit del food vissuto da dopo Expo 2015 non rischia di essere una bolla?
Dal 2015 in poi i dati confermano un costante trend di crescita del settore food in Italia, trainato anche dai numeri dell’export, cresciuti progressivamente nell’ultimo quinquennio. L’analisi della produzione industriale conferma di fatto l’immagine dell’agroalimentare come settore solido. Nonostante il rallentamento del commercio mondiale abbia influito negativamente sui livelli produttivi dell’industria italiana e non, l’indice della produzione dell’industria alimentare negli ultimi anni si è posizionato a un livello sempre superiore rispetto al manifatturiero nel complesso. Anzi, il buon andamento della produzione dell’industria alimentare nel 2019 è derivato principalmente dalla domanda estera e dalle performance di alcune delle voci del Made in Italy. Guardando, inoltre, i recenti dati relativi all’impatto della crisi Covid 19 sul settore agroalimentare, che vedono un calo dei consumi fuori casa di circa il 39%, vediamo che vengono compensati, sia pure solo in parte, dal buon andamento dei consumi alimentari domestici delle famiglie nel 2020. Ciò lo attesta come uno dei settori più robusti e resilienti, anche rispetto alle crisi finanziarie degli ultimi anni.

Di quali figure ci sarebbe bisogno per potenziare il management?
Emerge un generale bisogno di managerializzazione che nasce dalla lunga tradizione di imprese agricole italiane di piccole dimensioni e a carattere familiare. Ciò si traduce, prevalentemente, in manager funzionali legati alla digitalizzazione, come chief digital officer o chief innovation officer, alla logistica e supply chain per il tema della distribuzione legata al crescente commercio elettronico, come direttore SC, acquisti e logistica. In maniera trasversale si richiede know how sulla creazione di processi, procedure, sistemi di controllo di gestione, progetti di efficientamento. Per quanto riguarda le figure apicali, volendo sintetizzare in una sorta di profilo ideale, vediamo manager con un solido background in ambito marketing e vendite sviluppato in multinazionali leader nel settore food&beverage o consumer, unito a una progressiva crescita di responsabilità in contesti di family business a carattere industriale, dove ha avuto modo di gestire asset industriali, e in maniera cross funzionale processi di change management su innovazione, digitalizzazione e internazionalizzazione. L’obiettivo futuro è certamente quello di costruire un team di c-suite che possa indicare la via e alimentare la crescita economica nel prossimo futuro, come abbiamo spiegato in Eight Executive Trends 2021, l’ultima ricerca internazionale, sulla necessità di una leadership dinamica.