La prima fabbrica di avatar apre a Milano e Torino: Billy Berlusconi racconta Igoodi

Billy Berlusconi Igoodi
Billy Berlusconi, amministratore delegato di Igoodi (foto Igoodi)
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Immaginiamo di poter delegare a un avatar le assemblee di condominio o quelle riunioni e incontri in cui la noia si taglia col coltello. Fantascienza? Di fatto, la startup Igoodi è in grado di realizzare un avatar che è il nostro perfetto doppio, ma fatto di bit. Un alter ego digitale fotorealistico, tridimensionale, in grado di muoversi, dotato delle nostre stesse misure antropometriche e indice di massa corporea. Lo si realizza negli show-room di Igoodi, quindi a Milano e al Green Pea – per intenderci, il multistore di Oscar Farinetti  – di Torino, dove una  cabina di scansione fotogrammica ricava un corpo digitale identico all’originale. 

“Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”, dissero i nostri padri della patria. Ergo. Fatto l’avatar bisogna creare la rete per capitalizzarne le potenzialità. Ne parliamo con Billy Berlusconi, ceo della milanese Igoodi. Bocconiano, classe 1982. Sciogliamo subito l’interrogativo. Non siamo difronte a un caso di omonimia: Silvio è lo zio di Billy, che è figlio di Paolo.

Igoodi
(foto Igoodi)

Siete attivi nel capoluogo piemontese e in quello lombardo. Come e quando vi espanderete?
Vogliamo radicarci il più possibile in Italia e stiamo valutando altre città dove insediarci. Tuttavia la prospettiva è internazionale: si guarda anche oltreoceano.

Siete la prima azienda di avatar in Italia. Oltralpe cosa c’è? Com’è il mercato?
È un mercato che al momento non esiste. Nello scenario internazionale ci sono piccole realtà, startup, progetti con università, ma non si trovano modelli di business come il nostro, con avatar fotorealistici, con qualità 3D elevata, capaci di assicurare una copia digitale dell’individuo in 3D. C’è qualcosa nell’industria cinematografica. 

Nel frattempo siete sbarcati nel mondo della moda anche con una sfilata di avatar.
Del resto, lo smart body semplifica l’acquisto di capi d’abbigliamento, evita il problema dei resi e rende la moda più sostenibile. Entrano in campo l’e-commerce, ma anche la telesartoria, senza contare che  consulenti di stile e immagine riescono a suggerire tagli d’abbigliamento sulla base di un body smart.

Quanto costa avere il proprio avatar?
Fra i 69 e i 100 euro.

Com’è il processo? Una volta entrati nell’uovo-scanner cosa succede?

Igoodi Torino
L’uovo in cui vengono raccolte le immagini per l’elaborazione dell’avatar (foto Igoodi)

Prima si scarica l’app, che a sua volta genera un codice da mostrare all’ingresso di quella che tecnicamente è The Gate. Qui 128 telecamere realizzano lo scanner. Segue un processo di algoritmi, fino all creazione di un modello 3 D in tutto e per tutto identico a noi, a partire dal colore della pelle, occhi, capelli.

Cosa c’è oltre la moda? Verrebbe da pensare al medicale, wellness…
Uno smart body con le nostre informazioni e dati è utile per una serie di attività digitali e reali. Sono tanti i campi di applicazione dove utilizzare l’avatar. Prendiamo l’attività motoria: l’avatar consente di mettere in relazione i dati prima e dopo l’allenamento, monitorando eventuali progressi. Si può operare nel campo di patologie come l’anoressia, perché, per le dinamiche dei neuroni a specchio, l’anoressico percepisce più adeguatamente la propria figura in un contesto come questo, così come chi segue percorsi di riabilitazione è più incentivato a fare esercizi. Nel settore dermatologico si possono creare mappe dei nei per fare prevenzione. 

State collaborando con centri di ricerca?
Collaboriamo con le università di Verona e di Milano. Trattandosi di novità, siamo ancora in una fase in cui dobbiamo illustrare il progetto punto per punto.

Quanti siete e quali sono le  figure professionali di Igoodi?
Siamo in 25 fra informatici, ingegneri, designer. Stiamo creando nuovi ruoli perché mancano corsi di studio ad hoc per queste professionalità.

Curiosità. Lo zio Silvio ha generato il proprio avatar? 
Non ancora. Papà sì.

All’anagrafe lei è Davide Luigi. Perché Billy?
Mi chiamano così da sempre, sembra dopo aver visto il film Kramer contro Kramer. Se oggi mi chiamassero Davide non mi girerei.