L’azienda che con le sue cravatte made in Naples ha vestito Mastroianni, Totò e i presidenti americani

L’ad della società Maurizio Marinella (a destra) insieme al figlio Alessandro, 26 anni.
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Articolo tratto dal numero di giugno 2021 di Forbes Italia. Abbonati!

Maurizio e Alessandro rappresentano rispettivamente la terza e quarta generazione di un’azienda che, da piccola bottega artigianale, è diventata un marchio internazionale conosciuto in tutto il mondo. E due generazioni a confronto che, nell’azienda di famiglia E. Marinella, portano ogni giorno le loro visioni, idee di business e stili diversi (il primo indossa cravatte a fondo blu perché il padre e il nonno gli hanno insegnato che la cravatta non deve distogliere l’attenzione del cliente dall’interlocutore, mentre il secondo preferisce lo smart casual), pur mantenendo quella stessa qualità artigianale che ha portato nel 1914 Don Eugenio Marinella ad aprire in Piazza Vittoria, a Napoli, il primo negozio di cravatte. 

Voleva portare il made in Naples nel mondo, Don Eugenio, e infatti dalla vetrina dell’elegante Riviera di Chiaia sono stati gli inglesi i primi turisti ad apprezzare quella manifattura tramandata per più di un secolo, e che oggi richiede alle sarte circa 45 minuti per realizzare una cravatta classica tre pieghe. Il tutto sotto lo sguardo vigile di Maurizio Marinella, amministratore dell’azienda, che si reca personalmente nel setificio per dare indicazione dei pattern e dei colori da utilizzare. Un rito, che segue ogni giorno quello dell’apertura del negozio alle 6.30 del mattino. “Fino alle 9 il ritmo è differente, meno frenetico. I clienti si fermano per una chiacchiera, per bere un caffè. L’atmosfera è diversa, la vendita di una cravatta diventa quasi secondaria e si vive completamente il rito dell’accoglienza”. Maurizio ha capito di amare questo lavoro a circa otto anni quando suo nonno un giorno lo ha chiamato in disparte dopo un pranzo domenicale in famiglia e gli ha detto ‘Maurizio, ora sei grande, devi venire in negozio per respirarne l’aria e imparare’. E così è stato, anche grazie a un pizzico di intraprendenza.

    Courtesy E. Marinella
    Courtesy E. Marinella

La stessa di quando, da poco patentato, si è recato, tessuti nuovi alla mano, nelle case di Pietro Barilla, Francesco Cossiga, di Giulio Andreotti vestendo negli anni personalità del cinema e del teatro come Eduardo De Filippo, Marcello Mastroianni, Totò, e tutti i presidenti americani. Complice di questa storia di successo soprattutto l’energia di Napoli. “Mio padre un giorno mi ha detto ‘Maurizio dobbiamo dimostrare che si possono fare belle cose anche partendo da Napoli, ma soprattutto restando a Napoli”. E nella città partenopea Marinella ha infatti mantenuto la sua casa, salvo poi crescere a livello internazionale a Milano, Roma, Tokyo, New York, Parigi, Ginevra e Barcellona. Certo, consolidare negli anni gli stessi valori non è affatto semplice perché, come ha spiegato Marinella non si tratta di vendere solo un prodotto ma un’emozione che prende forma, dalla scelta del tessuto e dal contatto con la seta fino alla realizzazione di un capo destinato a durare per sempre. La pensa così anche Alessandro Marinella, 26 anni, che al momento si occupa della riorganizzazione dei processi interni dell’azienda. “Oggi l’artigianalità è un valore sempre più raro che va assolutamente tutelato. Forse, in passato il termine lusso era utilizzato per indicare qualcosa di costoso, oggi invece è percepito come un qualcosa più difficile da ottenere, più esclusivo”. Qualcuno all’inizio lo ha definito il nuovo ‘ambassador del made in Italy’, ma lui non si rivede in questa definizione perché “significherebbe essere un’icona da seguire, magari in futuro”. 

Intanto, dal suo profilo Instagram, Alessandro racconta alla sua generazione cos’è oggi il made in Italy attraverso le immagini. “Credo si debba parlare piuttosto di un ritorno al vero stile italiano, che negli anni ha purtroppo perso parte del suo valore, della sua unicità: più che reinventarlo è opportuno tornare ai suoi valori insomma”. Da quando ha fatto il suo ingresso in azienda, Alessandro ha cercato di portare innovazione sia nei processi di lavorazione sia nell’utilizzo di nuovi materiali definendo nuove collezioni, e si è dedicato a rafforzare gli strumenti di comunicazione digitali per interagire anche con un target più giovane. “E. Marinella è sempre stato associato a un solo prodotto, ovvero la cravatta; il mio obiettivo è invece allargare questa concezione a tutto il mondo della seta e al total look maschile, per poi passare all’universo degli accessori femminili. Senza dimenticare la rete distributiva con una presenza più capillare dei negozi in Italia e nel mondo”. 

Se c’è poi un tema che negli ultimi anni sta molto a cuore all’azienda è quello legato alla sostenibilità, portata avanti con il progetto di realizzare i cellophane delle cravatte in materiale biodegradabile al 100%, o con la collaborazione con Tbd Eyewear per una collezione limited edition di occhiali in bio-acetato. “Questi primi cinque anni nel nostro nuovo percorso di storia”, ha detto Alessandro, “ci sono serviti per fare il punto di quanto abbiamo fatto e come migliorarci guardando al futuro. In un mondo che merita il nostro rispetto e la nostra attenzione è importante sapersi guardare intorno e capire cosa possiamo fare per proseguire il nostro lavoro, utilizzando anche nuovi materiali green, che ci danno l’opportunità di risolvere quelli che altrimenti sarebbero visti solo come problemi. Questo non significa abbandonare la seta, ma semplicemente non chiudersi e rimanere fermi”.

Sostenibilità ma anche avanguardia, come nel caso della partnership con l’azienda Orange Fiber, che ha brevettato e prodotto il primo tessuto sostenibile ricavato da agrumi, dando vita a una linea in edizione limitata presentata nel 2019 a Pitti Immagine Uomo. “Accettare la sfida di realizzare una limited edition con materiali sostenibili, come quelli prodotti da Orange Fiber, significa non solo innovare, ma anche preservare quanto già abbiamo. Io raccolgo una grande eredità del passato, ma devo guardare al futuro evitando di chiudere le porte all’innovazione”, ha concluso Alessandro, “e questo significa anche sperimentare nuove possibilità ed essere sempre aperti alle novità”.