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Cultura 29 Agosto, 2019 @ 12:30

Gucci, Bulgari e Fendi: i mecenati del lusso italiano

di Forbes.it

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Alessia Caruso Fendi, Jean Nouvel, Alda Fendi e Giovanna Caruso Fendi

di Maria Elena Viggiano

Articolo tratto dal numero di agosto 2019 di Forbes Italia. Abbonati.

L’ultimo in ordine di tempo è Gucci: il 28 maggio durante una sfilata all’interno dei Musei Capitolini a Roma ha annunciato il suo impegno per i prossimi due anni nel progetto per il recupero della Rupe Tarpea, la parete rocciosa situata sul lato meridionale del Campidoglio, dalla quale, secondo la tradizione, fino al I sec d. C. venivano gettati nel sottostante Foro Romano i traditori della Patria condannati a morte.

Allo stato attuale la Rupe, come tanti altri monumenti e opere artistiche di notevole rilievo, è in uno stato di abbandono, per la mancanza della necessaria manutenzione. Per fortuna, a salvare il patrimonio artistico dell’Italia, sono intervenuti da alcuni anni i grandi brand del lusso. Gucci, Bulgari, Fendi sono tra i nuovi mecenati che con investimenti ingenti stanno riportando agli antichi splendori alcuni capolavori lungo la Penisola.

“I 200 milioni di euro donati da Bernard Arnault dimostrano la grande attenzione del gruppo Lvmh per l’arte”, racconta Jean-Christophe Babin, ceo di Bulgari, interpellato all’indomani dell’incendio di Notre Dame. “È giusto che il privato intervenga in aiuto dello Stato. Se pensiamo a Roma, pur essendo una città di medie dimensioni, racchiude da sola più arte di tanti paesi europei”, continua Babin, “e non è possibile far pagare solo ai cittadini un patrimonio bellissimo ma anche molto oneroso in termini di manutenzione”. A Bulgari si deve il restauro della scalinata di Trinità dei Monti, finanziato con un milione e mezzo di euro. “Abbiamo combattuto per tenerla aperta al pubblico”, Babin ricorda, “meglio rifarla tra 15 anni piuttosto che negare ai cittadini romani ed ai turisti di usufruire di questo luogo d’incontro unico”.

La storia di Bulgari evidenzia lo stretto legame con Roma, dove Sotirio Bulgari, argentiere greco, aprì nel 1884 il suo primo negozio in via Sistina, seguito nel 1894 da uno in via Condotti. “Vogliamo restituire qualcosa ad una città che ci ha dato tanto e reso famosi in tutto il mondo. Fino a pochi anni fa, tutti i nostri gioiellieri lavoravano nella Capitale e non è da sottovalutare l’impatto che i monumenti hanno avuto sulla loro arte”, continua Babin. “Il taglio cabochon di alcune pietre non è altro che un richiamo alle cupole romane. Nel mestiere del gioielliere c’è una elevata componente artistica, l’alta gioielleria comprende pezzi unici che possono essere paragonati ad un’opera d’arte”. A febbraio la maison ha annunciato il proprio impegno per i restauri dell’Area Sacra di Largo Argentina, dove fu assassinato Giulio Cesare. Oggi si può guardare solo dall’alto, invece i lavori prevedono la realizzazione di un percorso per accedere all’area archeologica e la musealizzazione di uno spazio per la conservazione dei reperti.

Fontana di Trevi (shutterstock)

Un altro nome indissolubilmente legato a Roma è Fendi, nata nel 1925 grazie ad Edoardo e Adele Fendi. Diversi gli interventi di valore culturale della maison, come il restauro della Fontana di Trevi che ha dato il via all’iniziativa Fendi for Fountains, e del Palazzo della Civiltà Italiana nel quartiere Eur. Figlia dei fondatori, Alda Fendi ha lasciato il mondo della moda e, seguendo la sua grande passione per l’arte, nel 2001 ha realizzato con le figlie Giovanna ed Alessia la Fondazione Alda Fendi – Esperimenti. Il concetto di mecenatismo assume un valore alto, al punto da spingere Alda a parlare di “regali” riferendosi ai progetti realizzati: “Abbiamo finanziato i lavori per il recupero del pavimento marmoreo della Basilica Ulpia nel Foro Traiano, abbiamo esposto per la prima volta L’Adolescente di Michelangelo grazie ad una collaborazione triennale con l’Ermitage di San Pietroburgo. L’ingresso è sempre gratuito perché l’arte deve essere per tutti, i romani sono assetati di arte, lo dimostra la grande partecipazione e curiosità”. 

La sede della Fondazione è Palazzo Rhinoceros – si trova nel Campo Boario, tra il Palatino e la Bocca della Verità – dopo anni di lavori ed un investimento notevole trasformato in un hub culturale unico nel suo genere. Un palazzo di 6 piani con spazi espositivi ai primi due, che in realtà proseguono per l’intero edificio, 24 appartamenti destinati ad ospiti che vogliono vivere un’esperienza immersiva nell’arte, il famoso ristorante Caviar Kaspia e le terrazze con una vista unica.

Palazzo Rhinoceros

È un luogo affascinante per la struttura, l’archistar Jean Nouvel è riuscito a creare un connubio tra la conservazione esterna dell’edificio e le soluzioni innovative interne; e per il contenuto, Alda Fendi e il direttore artistico Raffaele Curi realizzano esperimenti, contaminazioni tra antico e moderno, dando luogo a performance teatrali e a mostre. “Si è trattato di un vero e proprio progetto urbanistico, abbiamo riqualificato tutta l’area circostante con l’illuminazione dell’Arco di Giano e il rifacimento della strada”, racconta Alda Fendi, “ma lo Stato non ama la cultura, con una crisi così forte ci vogliono i privati per evitare il rischio che vada tutto in rovina. Tuttavia chi si impegna non viene supportato nemmeno con sgravi fiscali come accade in altri paesi. Continuerò a fare regali, amo molto Roma, la trovo magica nonostante tutti i difetti e viaggio pochissimo perché difficilmente trovo posti ricchi di arte come questa città”.

Style 23 Giugno, 2019 @ 11:09

Nuovi materiali e forte identità per il rinnovamento di Fragiacomo

di Anna Rita Russo

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Federico Pozzi Chiesa
Federico Pozzi Chiesa (sulla destra), ceo di Fragiacomo

Fragiacomo, azienda di calzature e accessori made in Italy nata nel 1956 a Milano e acquisita nel 2010 dal gruppo GC Holding della famiglia Pozzi Chiesa, ha debuttato nella settimana della moda maschile presentando la collezione uomo “Works of art” dedicata alla primavera estate 2020, all’interno del suo showroom in Via Montenapoleone, 19.

La collezione è una rivisitazione contemporanea degli archivi del brand e rientra nel percorso di rinnovamento intrapreso da Fragiacomo per conquistare una nuova generazione di consumer. “Il nostro obiettivo è far evolvere il marchio, ricercando materiali particolari, come lo squalo che è molto difficile da lavorare, oppure utilizzando cuciture in contrasto che rendono la calzatura più eccentrica e le conferiscono una forte identità”, dichiara a forbes.it l’amministratore delegato Federico Pozzi Chiesa. “Ma il driver dell’espansione riguarda in particolare le modalità attraverso cui stiamo proponendo i prodotti – continua il ceo – “Abbiamo sviluppato l’e-commerce in house, potenziato i canali digital e la parte social network anche per l’uomo, già solido per la donna, in modo da trasmettere ciò che sta dietro alle quinte, far vedere come viene costruito il prodotto, comunicare il suo valore intrinseco e affascinare la clientela sulla lavorazione artigianale. Inoltre puntiamo molto sulla trasversalità in termini di età, il nostro cliente va dai 20 agli 80 anni ed è alla costante ricerca di un prodotto unico e non scontato. Infine il focus dell’azienda è senza dubbio la qualità del prodotto e una distribuzione internazionale e selettiva”.

Infatti i piani dello sviluppo della griffe sono chiari. “Al momento l’azienda ha un giro di affari di 2 milioni di euro e non abbiamo intenzione di aumentare il fatturato, preferiamo rimanere ancorati a un settore di nicchia. Oggi siamo presenti in Europa, Medio Oriente e sud est asiatico, ma per noi è fondamentale più che il negozio fisico, soprattutto il nostro canale e-commerce, che ci permette di raggiungere una clientela sempre più vasta”, commenta Pozzi Chiesa.

Attualmente Fragiacomo conta due boutique in Italia a distribuzione diretta, a Milano un flagship store in Via Turati 8 curato dall’architetto Sergio Calatrone e a Roma in Via delle Carrozze 32, oltre a una rete di punti vendita worldwide ben selezionata. “Stiamo consolidando la nostra presenza all’estero grazie ad accordi con partner locali per aprire negozi monomarca in franchising”, conclude il manager.

Così Fragiacomo, piccolo brand di calzature di lusso che usa pelli 100% italiane e che vanta una lunga storia alle spalle, mira a una clientela trasversale e scommette sull’innovazione, lo sviluppo dell’e-commerce e il rafforzamento internazionale della brand awareness. Contando anche sul supporto e l’efficienza in materia di GC Holding, gruppo a cui fanno capo le principali attività di Italmondo, società di servizi logistici internazionali, la piattaforma di logistica integrata Sendabox che crea e gestisce spedizioni e-commerce e l’acceleratore di start up Supernova Hub. Si tratta di un nuovo corso per Fragiacomo iniziato già lo scorso anno con la nomina del nuovo direttore creativo Alessio Spinelli, stilista romano forte di esperienze con Prada, Jimmy Choo, Lanvin e Caovilla, il quale ha introdotto nella linea donna materiali come il neoprene e il Pvc, rivoluzionando l’immagine classica e il dna del marchio con creazioni originali e all’avanguardia. Un tratto distintivo che Fragiacomo ha introdotto anche nei metodi di pagamento: è stato infatti il primo brand di lusso a utilizzare dallo scorso anno la tecnologia delle criptovalute per effettuare i pagamenti sull’e-commerce Rockerchain.

Strategia 10 Giugno, 2019 @ 10:52

Come un marchio diventa leggenda: storie di aziende italiane che sfidano il tempo

di Simona Politini

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Legend19: Marco e Giuseppe Lavazza
Legend19: Marco e Giuseppe Lavazza

La leggenda porta in sé il concetto di straordinario. Per compiere qualcosa di fuori dall’ordinario bisogna possedere una certa dose di curiosità, quell’impulso viscerale a voler comprendere, insieme all’ossessione di superare i limiti. E sono proprio curiosità e insofferenza verso i limiti i due marcatori della genialità che, canalizzata verso un obiettivo, ha reso possibile le imprese di grandi uomini: da Leonardo a Michael Jordan. È così che il giornalista Federico Buffa, ha aperto la prima giornata dell’evento Legend19, organizzato da Lavazza in collaborazione con Promemoria. Tre giorni di incontri e idee, per raccontare i percorsi che determinano la trasformazione di un brand in un mito, di una persona in icona, esplorando i fattori che li rendono leggendari.

In occasione di un anno di Nuvola, la nuova sede dell’azienda inaugurata lo scorso anno, Lavazza ha coinvolto personaggi d’eccezione, provenienti dal mondo dell’impresa, come Google, Campari, Ferragamo, Swatch Group, Talent Garden, alternatisi ai vice presidenti dell’azienda, Giuseppe Lavazza e Marco Lavazza, e ad ospiti leggendari come Ferran Adrià e l’astronauta Paolo Nespoli. Con 26 relatori e 4 moderatori distribuiti su 4 panel, ognuno dedicato ad un tema diverso.

“Vogliamo celebrare la volontà di innovazione delle aziende come elemento valoriale da coniugare con la tradizione – ha dichiarato Marco Lavazza – Legend19 è la concretizzazione della nostra idea di impresa che sa fare rete con tutti coloro che possono e vogliono creare valore aggiunto per la collettività attraverso idee, progetti e prodotti che sanno fare la differenza migliorando la qualità della vita delle persone. Le persone sono e resteranno al centro della nostra idea di impresa, che guarda alla sostenibilità come fil rouge di ogni attività. Nuvola è un luogo simbolo di questo approccio e ospitare Legend in un contesto certificato per l’eccellenza energetico ambientale è un messaggio ulteriore di spinta alla riflessione sulla generazione di valore condiviso come elemento di ispirazione per chi vuole diventare leggenda”.

Vediamo dunque come un’azienda, un brand, un prodotto diventano una leggenda.

Quando un prodotto si trasforma in icona superando la sfida del tempo?

Come prolungare la vita di un prodotto quando i tempi cambiano? A questa domanda ha risposto Robert Kunze-Concewitz, ceo di Campari. Per l’amministratore delegato di una delle aziende più note a livello mondiale nel settore del beverage non ci sono dubbi: la qualità è la prima garanzia di successo! Lo sforzo continuo nel mantenere alti gli standard è un investimento che paga sempre e permette di traghettare il prodotto attraverso il tempo.

Accanto alla qualità, nel mix strategico per ottenere la fama eterna,  c’è una buona dose di apertura mentale, necessaria, per esempio, per comprendere l’esigenza delle nuove generazioni evolvendo il prodotto senza che perda di identità, come avviene quando si vogliono abbracciare le caratteristiche peculiari dei diversi mercati che si vogliono presidiare. Kunze-Concewitz ha ricordato come in Nigeria il Campari si beva con la birra e come l’azienda si sia pertanto dovuta adeguare al gusto locale. E, insieme all’apertura mentale, la capacità di educare. Non solo dunque assecondare i futuri potenziali clienti, ma anche accompagnarli in un percorso di conoscenza e consapevolezza del marchio, sino alla fidelizzazione.

 “Se Lavazza è oggi un brand leggendario – ha detto Giuseppe Lavazza – è perché per 120 anni siamo stati ancorati a questa visione del fare impresa, dell’essere impresa. Oltre all’orgoglio per quanto siamo riusciti a costruire, sentiamo oggi la necessità di condividere con chi si accinge a fare impresa elementi che possano fungere da guida ed essere di aiuto perché anche il loro sogno possa diventare leggenda. Vogliamo andare alla radice del Made in Italy per individuare i germi di successo. Guardiamo al futuro e vogliamo essere ispiratori e catalizzatori di crescita e di innovazione”.

Oltre ai sopra citati, hanno fatto parte del primo panel dedicato al prodotto: Marco Boglione, presidente di BasicNet, Carlo Giordanetti, direttore creativo di Swatch International e Giovanna Vitelli, vicepresidente di Azimut Benetti Group.

Le caratteristiche che rendono un brand leggenda

Persone, rispetto, visione, empatia, memoria, autenticità: sono questi gli elementi che rendono un marchio iconico, temi sui quali Marco Montemaggi, esperto di Heritage Marketing & Brand Identity, ha interrogato le associazioni d’impresa.

Le persone ascoltano, dialogano, meditano e generano idee, talvolta destinate all’eternità. Dario Voltattorni, direttore esecutivo di Aidaf (Associazione Italiana delle Aziende Familiari) ha raccontato come il prodotto iconico Brancamenta sia nato ascoltando il suggerimento di Maria Callas la quale aggiungeva delle foglioline di menta per rendere il suo Fernet-Branca più gradevole al palato.

Rispettare le persone valorizzandone le differenze, rispettare la natura usando l’innovazione per prevenire disastri ambientali, rispettare le regole, dall’antiriciclaggio ai diritti dei lavoratori. Marco Frey, presidente di Global Compact Network Italia, ha ricordato come il rispetto dei temi chiave per uno sviluppo sostenibile – People, Planet e Prosperity – sia parte integrante della strategia di successo di un marchio che punta a diventare leggenda.

Il brand iconico è caratterizzato da una visione. La visione è portare avanti qualcosa in cui credi prendendotene la responsabilità. Avere una visione richiede un lavoro infinito di correzione, messa a punto e divulgazione, per poi diventare chiaro e ispirare tutti gli altri. Ma bisogna vivere un periodo eroico, la fase più difficile nella quale la visione si trasforma in fatto. Ha spiegato Pietro Sella, presidente di Endeavor Italy e ceo di Sella Group.

Considerando che il 60% della reputazione di un marchio dipende da elementi soft e il restante 40% dal prodotto, ha aggiunto al dibattito Fabio Ventoruzzo, vice president di Reputation Institute Italy, si capisce velocemente perché la reputazione, quella buona, sia fondamentale affinché un marchio superi gli anni, le mode e le crisi arrivando indenne nel presente. Per costruire una reputazione solida il marchio deve riuscire prima di tutto a creare empatia col suo mercato di riferimento. Ecco perché l’empatia è un elemento caratterizzante dei marchi leggendari.

Chi della memoria ha fatto il principale asset strategico sono i musei d’impresa, molti di loro riuniti nell’associazione Museimpresa, qui rappresentata da  Elisa Storace – curatore Museo Kartell. “I musei d’impresa sono la sintesi tra storia e innovazione”, ha detto Elisa Storace citando Antonio Calabrò, presidente di Museimpresa.  Ma prima ancora del museo, la materializzazione fisica della storia dell’impresa è rappresentata dagli archivi, il cuore dell’azienda che ne racconta il passato e la ispira al futuro.

Il concetto di autenticità si lega al concetto di heritage, ha detto Fabrizio Mosca – professore all’Università degli Studi di Torino, dipartimento di Marketing. I fattori dell’heritage sono: il legame col passato, ovvero il contesto storico dove nasce il prodotto e la sua evoluzione; la figura del fondatore e la sua famiglia; la tecnica di lavorazione utilizzata dalle origini; le persone che hanno reso possibile il prodotto. Tuttavia, il fatto di possedere un heritage non è sempre garanzia di successo. Il segreto sta nel coniugare la storia passata con l’epoca moderna evolvendosi pur mantenendo l’autenticità.

Quando la storia aziendale diventa leggenda: l’importanza dell’archivio

Un marchio leggendario è caratterizzato dal rapporto continuo tra passato e presente. Sono stati tutti concordi nel dichiararlo gli ospiti del terzo momento di Legend19: Riccardo Bisazza – Presidente Orsoni Venezia 1888, Gaetano Di Tondo – Vicepresidente Olivetti, Domenico Guzzini – Presidente Fratelli Guzzini, Micaela Le Divelec Lemmi – CEO Salvatore Ferragamo, Raoul Romoli Venturi – Direttore Comunicazione e PR Ferrero Commerciale Italia Ferrero.

Ogni leggenda è una storia che viene preservata e sublimata attraverso il racconto. C’è un posto dove le aziende conservano la propria memoria: l’archivio. Fonte inesauribile di informazioni da analizzare e ricucire insieme, l’archivio è dove ogni storia prende forma prima di essere condivisa trasformandosi in un potentissimo strumento del brand heritage marketing.

Andrea Montorio, Ceo Promemoria, la società che ha collaborato con Lavazza nell’organizzazione dell’evento, ci ha spiegato l’importanza del recupero e della messa a sistema dell’archivio corporate.

“Promemoria ha come core business quello di mettere a sistema gli archivi corporate che per noi vuol dire interpretare gli archivi storici in chiave contemporanea, quindi andare al di là della sola dimensione archivistica e di conservazione, tasselli di un progetto molto più ampio che vede gli archivi storici convertiti in piattaforme interattive per lo sviluppo strategico dell’azienda.

Quando ci chiamano a lavorare dentro gli archivi corporate il nostro primo obiettivo è quello di selezionare il contenuto di valore, quei picchi storici che una volta messi a sistema creano un contenuto autorevole certificato che può svilupparsi nel racconto del brand, nella creazione di un museo d’impresa, nel festeggiamento per un anniversario, in un progetto editoriale, un percorso di formazione all’interno dell’azienda e molto altro ancora. È proprio la capacità di saper individuare l’eccezionalità delle informazioni, la qualità del contenuto, che distingue il lavoro su un archivio corporate rispetto a quello su un archivio pubblico dove  si ragiona per chilometri lineari e la quantità ha un valore assoluto.

Prima di fare un lavoro di brand heritage bisogna fare un lavoro di recupero della storia dell’azienda attraverso l’archivio. Su questo Lavazza è l’esempio emblematico, è partita con l’archivio storico nel 2011 e il circolo virtuoso si è chiuso l’anno scorso con l’apertura del Museo Lavazza”.

Ha concluso Andrea Montorio: “Ogni azienda ha una storia e molteplici futuri, l’unione tra presente e futuro sono il vero marchio distintivo dell’impresa leggendaria. Il passato non deve essere mai slegato dal futuro dell’azienda.”

La capacità di innovare per traghettare un marchio nel tempo

Ogni giorno un brand iconico, per rimanere tale, deve fare i conti con l’innovazione, conferendo al dipartimento ricerca e sviluppo un ruolo di primaria importanza per il proseguimento della vita del marchio.

Lo sa bene Lavazza che, dalle tavole di oltre 90 Paesi nel mondo, ha valicato i confini dell’atmosfera. Nel maggio 2015, racconta Marco Lavazza, grazie a una macchina a cialde molto speciale: ISSpresso, progettata da Lavazza in collaborazione con l’azienda ingegneristica aerospaziale Argotec, il gruppo di astronauti a bordo della Stazione spaziale internazionale tra i quali Samantha Cristoforetti, hanno degustato il primo caffè espresso preparato nello spazio.

L’innovazione come visione e coraggio. La sfida e lo sviluppo come orizzonte per una crescita sostenibile e duratura. Su questi temi si sono interrogati gli ospiti del quarto e ultimo momento della giornata: Marco Lavazza insieme a Matteo Cattaneo – Chief Digital Innovation Officer Reale Mutua, Alberto Dalmasso – CEO & Co-founder Satispay, Davide Dattoli – CEO & Co-founder Talent Garden, Fabio Vaccarono – Managing Director Google Italy, innovatori digitali che puntano a rimanere sul podio delle aziende iconiche o che aspirano ad arrivarci.

“Legendary Products” la mostra di prodotti iconici alla Nuvola Lavazza

 

La prima giornata dell’evento Legend19 è stata anche l’occasione per inaugurare presso Nuvola Lavazza la mostra “Legendary Products”, organizzata da Promemoria e Museo Lavazza per celebrare la nascita e l’affermazione dei prodotti iconici.

L’esposizione di oggetti-icona della vita quotidiana, delle abitudini e del gusto di milioni di consumatori, contribuirà a proiettare i valori-cardine di un brand. Oggetti rimasti intatti nel costante mutamento di bisogni, desideri, significati, custodi di racconti che portano con sé l’eco di innovazioni industriali, intuizioni creative e le voci di imprenditori e comunicatori brillanti.

Business 31 Maggio, 2019 @ 12:00

Il made in Italy senza artigiani: ne serviranno 200mila in 5 anni

di Anna della Rovere

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sfilata modelli
Un momento della sfilata Gucci Cruise 2020

Ci sono 236mila figure professionali specializzate nei settori del Made in Italy da trovare sul mercato entro i prossimi cinque anni. L’allarme arriva dall’ultima ricerca di Altagamma, fondazione creata nel 1992 con la mission di contribuire alla competitività delle imprese dell’industria culturale e creativa italiana (tra i soci anche Gucci, Loro Piana, Lamborghini e Bellavista), che sottolinea in particolare come a mancare siano al momento tecnici della vinificazione, della comunicazione, del marketing e guide eno-turistiche.

“Mancherà una parte consistente della forza lavoro qualificata che serve alla loro crescita”, spiega Andrea Illy, presidente della fondazione, che ha presentato a Roma  il libro I talenti del fare con i dati di quali e quanti professionisti il settore avrà bisogno da qui al 2023. E se quindi la moda necessita di 46.400 persone, in particolare di tecnici specializzati in calzature, pelletteria, sartoria, tessuto e maglieria, l’ospitalità di lusso avrà una richiesta di 33.220 addetti e il design e il settore del mobile avrà una carenza di 18.300 artigiani e tecnici specializzati.

Il problema, in realtà, parte dalla formazione. Dopo la scuola media infatti meno di un ragazzo su 3 (30,7%) sceglie di proseguire gli studi in un istituto tecnico, e appena il 15% sceglie un istituto professionale. Dato che assume un’importanza ancora più rilevante se si pensa che in Italia gli iscritti agli istituti tecnici superiori sono appena 10mila, mentre negli istituti equivalenti tedeschi – le Fachhochschule – sono 880mila e in quelli francesi che rilasciano il Bts (brevetto di tecnico superiore) sono 240mila.

Eppure, se si guarda ai grandi conglomerati del luxury come LVMH e Kering, di percorsi formativi dedicati ai giovani talenti della manifattura ce ne sono tanti. Nel caso del gruppo di Bernard Arnault, ad esempio, l’IME (Istituto dei Mestieri d’Eccellenza) propone una serie di corsi nel settore della pelletteria, della calzatura, dell’oreficeria finanziati dalle regioni Toscana, Piemonte, Emilia Romagna e Veneto con fondi provenienti dal Fondo Sociale Europeo. Per la società parigina di Pinault, invece, i diversi percorsi professionali si rivolgono a iniziative come la Scuola di Alta Sartoria di Brioni e l’Alta Scuola di Pelletteria di Gucci. Senza dimenticare iniziative come la collaborazione tra Kering e il London College of Fashion, che prevede un programma dedicato alla promozione di pratiche di moda sostenibili.

E all’interno della stessa Fondazione Altagamma, da Lamborghini a Bruno Cucinelli, da Bottega Veneta a Fendi, da Technogym a Tod’s Group, da Gucci a Illy Caffé, sono molte le aziende che hanno creato laboratori di istruzione e apprendistato per formare in house i professionisti del futuro. Ma la strada, numeri alla mano, sembra ancora molto lunga da percorrere.

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Style 28 Maggio, 2019 @ 10:50

Carlo Pignatelli rende omaggio a Torino e all’alta artigianalità

di Anna Rita Russo

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Francesco e Carlo Pignatelli
Francesco e Carlo Pignatelli alla kermesse HOAS-History of a Style

È il maestro del made in Italy e il couturier di abiti da cerimonia da oltre cinquant’anni. Carlo Pignatelli ha saputo distinguersi nel tempo come sinonimo di eccellente manifattura artigianale e stile elegante e raffinato, arrivando a contare oggi un fatturato di 20 milioni di euro e una distribuzione basata su tre monomarca e 250 multibrand in Italia, oltre a 100 punti vendita sparsi in giro per il mondo.

“Lo scorso anno abbiamo raggiunto un importante traguardo, il cinquantesimo anniversario dall’apertura della prima sartoria nel 1968, proprio qui a Torino. È stato mio zio a inaugurare un nuovo mercato che ha preso piede in maniera veloce fin dagli esordi in tutta Italia, con un’esplosione negli anni ’80 ed espandendosi successivamente nel resto del mondo con grande successo”, ha commentato a forbes.it Francesco Pignatelli, nipote dello stilista Carlo e attuale direttore creativo della maison.

In occasione della chiusura di HOAS-History of a Style, la quattro giorni di rassegna di moda che si è tenuta alle Ogr-Officine Grandi Riparazioni di Torino, Carlo Pignatelli ha presentato le collezioni primavera-estate 2020 della linea cerimonia uomo e della sposa couture, un viaggio onirico fatto di bellezza e materiali preziosi, per un trionfo di forme scultoree in cui le texture richiamano il design e i colori dei giardini all’inglese, tra sete, lurex e ricami tridimensionali.

L’evento ha visto protagonista la maison di un’experience a 360 gradi, con un racconto live e multimediale attraverso tre maxi room (fotografica, sartoriale e multimediale), ognuna delle quali a dimostrare l’heritage e l’aspetto produttivo e creativo che caratterizzano l’azienda, grazie a immagini fotografiche e alle dimostrazioni di maestri artigiani che hanno svelato i segreti del loro savoir-faire.

modello sposa
Un modello primavera-estate 2020 Carlo Pignatelli

“Il filo conduttore delle nostre creazioni è da sempre la sartorialità, l’attenzione per i dettagli e il made in Italy, questo ci ha distinto e premiato negli anni. Per l’azienda è indispensabile anche la comunicazione, Carlo Pignatelli vende sogni e chi lavora con noi deve essere in grado di trasmettere questo nel migliore dei modi, uno dei motivi per cui abbiamo affidato da sempre le campagne pubblicitarie a fotografi d’eccezione come Bob Krieger, Aldo Fallai, Michel Comte, i quali hanno saputo comunicare la nostra visione alla perfezione”, ha spiegato Francesco.

Uno stile che si è evoluto con nuove proposte per un pubblico giovane, dal gusto contemporaneo e dall’appeal internazionale, “Il mio obiettivo è quello di portare il nome Carlo Pignatelli al di fuori dei confini nazionali, con strategie di crescita mirate grazie anche ad accordi con prestigiosi partner locali. Nei nostri piani di sviluppo rientra il mercato degli Stati Uniti dove c’è un’alta richiesta di un prodotto da uomo cerimonia e il Medio Oriente”. Un lungo percorso di successi quello di Carlo Pignatelli, lo stilista di origini Brindisine, che nel 1980 ha portato per la prima volta in passerella un mondo nuovo, conquistando un posto privilegiato nel panorama moda che dura da oltre mezzo secolo, diversificando negli anni le etichette delle collezioni, sperimentando cambiamenti e mettendo in atto nuove sfide, dal lancio del prêt-à-porter femminile a quello maschile Outside e al debutto della linea junior, fino ad ampliarsi dall’abbigliamento agli accessori, ai gioielli e alla linea home.

modello giacca
Un modello primavera-estate 2020 Carlo Pignatelli

Un marchio divenuto popolare attraverso le numerose collaborazione con il mondo dello spettacolo, dello sport, perché Carlo Pignatelli ha disegnato le divise della Nazionale Italiana e della Juventus, diventando il fornitore ufficiale della squadra bianco nera per diverse stagioni, e ha vestito personaggi famosi, dal cinema alla moda e al jet set, tra questi nomi come Mariano Di Vaio, Ugo Tognazzi, Paolo Virzì, Marcello Mastroianni, Gianluigi Buffon e tanti altri. “Gli abiti che ho amato di più e che ricordo con piacere Sicuramente quello rosso fuoco indossato da Eva Herzigova di qualche sfilata fa, mentre come abito maschile il più iconico è il modello coreano su Marcus Schenkenberg che ha senza dubbio segnato uno dei tasselli più importanti del nostro percorso”, ha concluso Francesco Pignatelli.

Style 1 Aprile, 2019 @ 1:50

A tu per tu con Giada Forte, creativa paladina del Made in Italy

di Roberta Maddalena

Staff writer, Forbes.it

Scrivo di moda e tutto ciò che le gravita attorno.Leggi di più dell'autore
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vestiti modelle fiori
Due capi forte_forte

Laureata in knitwear design alla Nottingham Trent University in Inghilterra, all’inizio della sua carriera, Giada Forte lavora come fashion designer dividendosi tra Parigi e l’Italia. Nel 2002, insieme al fratello Paolo Forte fondano forte_forte, una collezione di capi femminili realizzati con pregiati tessuti italiani e rifiniture fatte a mano. Forbes.it ha intervistato Giada Forte, direttore creativo e fondatrice dell’azienda per capire quali sono stati in questi anni gli ingredienti di successo della maison italiana, fondata nel 2002 a Sarcedo (Vicenza), la cui storia ha avuto inizio con una piccola collezione di T–shirt rifinite a mano. L’arrivo del fondo Style Capital, nel 2017, conferma la solidità della maison e la volontà di proseguire in quella stessa direzione. Oggi le loro collezioni sono apprezzate in tutto il mondo a partire da Europa, Stati Uniti e Giappone.

Partiamo dalla storia della tua famiglia, da dove nasce l’amore per il Made in Italy?

La storia di forte_forte inizia quasi per caso, da un istinto. Dopo alcuni anni come knitwear designer ho deciso di prendermi un anno di pausa per viaggiare e fare ricerca. In quel momento, mio fratello Paolo rientrava da New York per proseguire un’esperienza di lavoro a Tokyo, ma decidemmo di trascorrere più tempo qui in Veneto e gettare le basi per una nuova avventura. Il nostro desiderio era quello di creare qualcosa di molto personale, che riflettesse le nostre personalità: un guardaroba speciale con un design senza tempo, abiti carichi di emozione, fatti con materiali puri e dettagli artigianali. Abbiamo sempre creduto nell’importanza del valore dell’autenticità fatta di piccoli particolari. Per questo, dedico grande attenzione alla creazione dei tessuti e alla ricerca del colore.

Quali valori ti ha trasmesso l’heritage familiare?

Io e mio fratello veniamo da una tradizione di maglieria tramandataci da nostra nonna. Siamo cresciuti tra i coni di filato e le macchine di maglieria. forte_forte nasce proprio in casa di nostra madre, un luo­go simbolico carico di stimoli e memorie. Lo stesso logo riprende questo legame, l’idea comune e la continuità con le nostre origini. La volontà di scegliere il nome della nostra famiglia esprime la volontà di mantenere la nostra identità.

Quanto conta per la maison il legame con il territorio?

Moltissimo. I legami sentimentali, artigianali e di tradizione con il nostro territorio sono essenziali, plasmano ogni giorno le nostre idee e la nostra i­dentità. L’italianità è una qualità imprescindibile: è per questo che abbiamo deciso di mantenere la sede in Veneto, in un complesso di edifici industriali dove professionalità e spirito familiare si inte­grano seguendo il filo dell’intuito. La vitalità e l’importanza del rapporto umano sono qualità fondamentali per l’ambiente in cui si lavora. Nel nostro team ciascuno offre un contributo speciale.

Cosa rappresenta per te la bellezza?

La libertà di essere veri, senza bisogno di nascondersi; mi piace pensare che gli abiti forte_forte riescano a far sentire le persone come sono davvero. “Pure, essential, sincere” rappresenta la volontà di dissolvere la distanza tra un capo e chi lo indossa, mettendo al centro emozioni e sensazioni. Nelle nostre collezioni i protagonisti sono la materia, il colore e le forme che accolgono il corpo senza costrizioni.

A che tipologia di donna si rivolge il marchio?

La donna forte_forte è una donna libera, curiosa, ispirata dal viaggio, capace di esprimere la propria personalità senza farsi influenzare dai dogmi della moda. Ama sentire piuttosto che mostrare. Ha un pensiero delicato e raffinato, è una sognatrice moderna. Sensibile e sofisticata, ama indossare abiti timeless che la fanno sentire speciale.

In quali mercati è attualmente distribuito?

I nostri mercati principali sono l’Europa, specialmente Italia e Francia, Stati Uniti e Giappone. forte_forte si rivolge a tutto il mondo con più di 550 punti vendita wholesale. Le due boutique monomarca di Milano e Parigi, aperte rispettivamente nella primavera e nell’autunno del 2018, sono spazi narrativi ed emozionali immaginati dal mio compagno di vita, Robert Vattilana, art director della nostra azienda. Entrambi rappresentano luoghi suggestivi che continuano il racconto creato dai nostri abiti.

negozio tende colori
Lo store milanese di forte_forte

Cosa ha rappresentato l’opening del monomarca di Milano?

L’apertura della nostra prima boutique ha rappresentato una grande svolta nella storia dell’azienda. Attraverso l’immaginazione di Robert, abbiamo creato un luogo intimo e privato che invita alla scoperta. Un luogo di esperienze permeato da una classicità emozionante e senza tempo, che estende nel suo ambiente gli stessi valori che trasmettono i nostri abiti e che definiscono lo spirito unico del marchio.

Quali sono le vostre strategie future?

La nostra è una crescita ponderata e organica. Il nostro percorso ci ha portato a costruire un profitto che nasce dalla qualità, da un prodotto il cui valore è vero e palpabile e la produzione dei capi è controllata con cura. L’incontro con il fondo Style Capital nel 2017 conferma la solidità del progetto e ci offre nuovi strumenti per lo sviluppo, rispettando la nostra identità. Dal 2017 al 2018 il fatturato ha visto un incremento del 20% stagione dopo stagione; quello che ci attendiamo per il prossimo anno è di continuare in questa direzione, attraverso l’apertura di nuovi monomarca a livello internazionale e incrementando i punti wholesale attraverso nuove partnership e corner personalizzati.