I negozi americani nella bufera: sfruttano il riconoscimento facciale per discriminare i clienti

riconoscimento facciale
(foto Steffi Loos/Getty Images)
Share

Marchi blasonati della grande distribuzione americana sono nella bufera a causa di sistemi di riconoscimento facciale che discriminano i clienti. In particolare, quelli che non sono bianchi. Tramite software e AI, i negozi pretendono di catalogare i potenziali taccheggiatori inviando un sms alla vigilanza ogni volta che appare un volto sospetto.

Oltre 35 organizzazioni americane per i diritti civili, guidate da Fight for the Future, che difende la privacy, hanno aperto la petizione online Ban Facial Recognition in Stores (“Mettiamo al bando il riconoscimento facciale nei negozi”). La pagina web della campagna indica quali – tra le aziende contattate dagli attivisti – stanno usando il riconoscimento facciale, quali potrebbero usarlo (non hanno risposto alla domanda o hanno lasciato intendere che potrebbero farvi ricorso in futuro) e quali hanno dichiarato di non usarlo né di avere intenzione di usarlo.

Tra coloro che già sfruttano il riconoscimento facciale ci sono Macy’s e gli Apple Store.

La tecnologia cinese vietata da Trump e da Biden

La cosa più paradossale è che le società cinesi che forniscono queste tecnologie sono state inserite, prima da Trump e poi da Biden, nella Commerce Department’s Entity List. Di fatto, una lista nera.

Si tratta di aziende iper-specializzate come SenseTime Group, che ha sede a Hong Kong ed è tra i leader mondiali nei campi dell’intelligenza artificiale e del riconoscimento facciale. O come Megvii Technology, oppure Hikivision, che si occupa di videosorveglianza. Gli stessi fornitori di tecnologie che, secondo il dipartimento del Commercio di Washington, sono stati implicati nella “sorveglianza contro le minoranze etniche, come gli uiguri, i kazaki e altri gruppi di religione musulmana”.

Il precedente di Rite Aid

La petizione online, che denuncia la costante violazione della privacy dei clienti e il collegamento in tempo reale tra le telecamere e le centrali di polizia, ha radici lontane.

La Reuters ha condotto un’indagine capillare in cui ha catalogato le telecamere di riconoscimento facciale installate nella catena di farmacie Rite Aid, sia nel cuore di New York che nella periferia di Los Angeles. Nel corso di otto anni, 200 punti vendita hanno attivato questo tipo di tecnologia. Su 75 punti vendita visitati dai cronisti, 33 sono risultati dotati della tecnologia di Face ID. Nelle zone più povere, la presenza delle telecamere aumentava in maniera esponenziale. E dopo l’inchiesta, la direzione di Ride Aid ha comunicato di aver staccato il software e spente le videocamere. 

Walmart e il riconoscimento facciale

Secondo un’inchiesta condotta da BuzzFeed, Walmart, la catena di grandi magazzini numero uno al mondo, ha usato il sistema di riconoscimento facciale Clearview, che cataloga miliardi di foto senza chiedere il permesso, oltre 300 volte. Negli ultimi tempi, però, sarebbe in corso un’evoluzione verso sistemi di intelligenza artificiale “più affidabili rispetto a quelli per il riconoscimento facciale”.

E dentro questa bufera, Tawana Petty, la poetessa e scrittrice che difende le minoranze, attuale direttrice di Data for Black Lives, ha diffuso un comunicato in cui spiega che, a Detroit, il “Green Light Project ha posizionato telecamere di sorveglianza dotate della funzione di riconoscimento facciale in oltre 700 aziende”. E la grande distribuzione, secondo Tawana, non si fa scrupoli nell’usare tecnologie invasive come “eseguire il ping del bluetooth dei nostri smartphone per catalogare tutti gli indirizzi Mac (Media access control adress) dei clienti”.