Tre storie imprenditoriali di successo che legano Italia e Francia nel beverage

Adriatico
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Gli occhi dell’Europa sono puntati ancora una volta sulla Francia. Le elezioni a doppio turno tipiche del sistema presidenziale d’oltralpe rendono infatti ogni nuova tornata elettorale fonte di dibattito su chi andrà al potere.

I rapporti italo-francesi

I rapporti economici italo-francesi si caratterizzano per l’elevato grado di interdipendenza delle due economie, dovuto alla prossimità geografica e culturale. I due Paesi rappresentano reciprocamente il secondo partner commerciale, con un avanzo strutturale a beneficio dell’Italia di 13,54 miliardi di euro nel 2020 (nel 2019 era di 15,75 miliardi di euro). Nel primo semestre del 2021 l’interscambio, quasi 42 miliardi di euro, é tornato a livelli pre-Covid con un saldo positivo per l’Italia di 3,5 miliardi di euro.

Questa partnership commerciale non si limita all’import-export, ma anche a investimenti duraturi. Sono più di 1.700 le imprese italiane presenti in Francia e circa 2mila le imprese sotto controllo francese, per un totale di oltre 100 miliardi di euro d’investimenti incrociati.

Il beverage: un settore che premia l’eccellenza

Nel beverage, un settore in cui siamo soliti reputarci “rivali”, i francesi hanno imparato ad apprezzarci, investendo nel nostro Paese e creando nuovi prodotti. Qui, tra vino, liquori e distillati le interconnessioni d’eccellenza portano solo valore aggiunto a tutte le parti in causa.

Ecco tre storie imprenditoriali che bisogna conoscere:

Amaretto Adriatico

Adriatico

Jean-Robert Bellanger è francese, con origini italiane. Qualche anno fa, durante un viaggio per festeggiare i suoi 40 anni scopre la Puglia e se ne innamora. Qui ha assaggiato per la prima volta una varietà autoctona di mandorle, la Filippo Cea, che gli ha fatto maturare un’intuizione: creare un amaretto 100% naturale, che metta al centro il frutto secco.  Inizia a indagare e scopre che di questo tipo di liquore, a esclusione del leader di mercato, esistono poche versioni.

Da qui nasce Amaretto Adriatico, meno dolce di quelli tradizionali, presentato in una seconda versione bianca a bassa gradazione alcolica. Si allea così con una pizzeria per la tostatura delle mandorle e, dopo mesi di tentativi, trova il giusto equilibrio con le spezie – cannella, cacao e caffè – e aggiunge un ingrediente segreto. Si tratta del sale dell’Adriatico, proveniente delle saline di Margherita di Savoia. A settembre 2019 il prodotto è pronto per essere lanciato sul mercato e si rivela un successo sia in Italia sia in Francia. Da Eataly Paris, l’amaretto di Puglia diventa la seconda referenza più venduta, dietro al Prosecco.

Orto di Venezia

Orto Venezia

Siamo all’inizio del 2000 quando Michel Thoulouze, manager televisivo pioniere della PayTv in Francia, decide di comprare casa nella laguna di Venezia, nell’Isola di Sant’Erasmo. Un giorno, parlando con i contadini locali scopre che il suo possedimento aveva la migliore terra dell’isola. Ben 11 ettari, da sempre dedicati alla coltivazione dell’uva. Assieme alla sua famiglia rilancia quindi nell’isola la produzione del vino, utilizzando i metodi tradizionali degli agricoltori locali.

La viticoltura nella Laguna veneziana esiste da almeno 3mila anni. Con Burano, isola dedicata ai pescatori e le isole Mazzorbo e Torcello coltivate a carciofi, l’isola di Sant’Erasmo per secoli ha fornito frutta e ortaggi alla città di Venezia e visto che il vino è parte fondamentale della dieta mediterranea, qui vi sono sempre stati i vigneti. Per questo motivo, l’Isola di Sant’Erasmo è da sempre conosciuta come “orto di Venezia”.

Questo vino prende vita tra argilla, calcare e roccia dolomitica, senza utilizzare nessun diserbante, concime chimico o sistema d’irrigazione. Dopo la vendemmia, compiuta rigorosamente a mano, riposa 10 mesi di botte in acciaio e 2 anni in bottiglia, e addirittura le 300/400 magnum di orto vengono affinate direttamente sul fondo della Laguna veneziana, una cantina naturale senza ossigeno, senza luce e con una temperatura costante.

Farmily, Dripstillery e la filiera integrata

Bitter Fusetti

Infine, vale la pena di citare il “re” dei bar di Milano: Flavio Angiolillo. Tornato nella terra dei suoi avi senza parlare neanche bene la lingua, ha iniziato dal basso, come lavabicchieri, per poi diventare proprietario di alcuni dei più celebri locali del capoluogo meneghino. Da anni, Flavio si cimenta nella creazione di prodotti a suo marchio.

Tra questi Bitter Fusetti, capace di diffondersi a livello nazionale in una categoria dove il leader di mercato è assolutista. Intanto, il suo ultimo investimento va nella direzione di creazione di una filiera integrata con l’acquisizione di dei terreni agricoli volti a rendere sempre più autarchica la produzione dei sui liquori e distillati. Nei fertili terreni sulle sponde del lago di Iseo saranno infatti presenti artemisia, ginepro, rabarbaro e tutte le erbe alchemiche necessarie per rendere il business sostenibile e, soprattutto, più Made in Italy.

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