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Massimo Doris, banchiere di famiglia: “Seguo i principi di mio padre”

Nella vita di Massimo Doris, dopo la famiglia, oltre a un po’ di sport – lo sci, il ciclismo, la vela e qualche giro in moto enduro -, c’è soprattutto una cosa: il lavoro quotidiano nel suo ufficio di amministratore delegato di Banca Mediolanum, dove non manca mai dal lunedì al venerdì, a meno che qualche impegno non lo porti altrove.

Già, perché Doris non è un banchiere come un altro, né Banca Mediolanum è una banca come le altre. Tutti sanno che a fondarla fu il padre di Massimo, Ennio Doris, scomparso il 24 novembre del 2021 dopo aver lasciato già da un oltre un decennio il timone di comando nelle mani del figlio. Banca Mediolanum, insomma, è una banca di famiglia alla seconda generazione imprenditoriale, con una visione di lungo periodo che assicura maggiore stabilità per investitori, clienti, family banker e tutti i collaboratori del gruppo. Da qualche settimana, inoltre, Massimo Doris è stato eletto presidente di Assoreti, l’associazione delle banche e delle imprese di investimento che prestano il servizio di consulenza in materia di investimenti, per il triennio 2023-2026.

Purtroppo il settore bancario non ha regalato sempre soddisfazioni alle famiglie, alle imprese e agli investitori. Basta guardare ciò che è accaduto di recente negli Stati Uniti alle banche regionali e molti anni fa a Lehman Brothers. Non trova?
Bisogna partire da una considerazione: ci sono banche e banche, quelle che servono i risparmiatori, le famiglie e le imprese e quelle con un business che potremmo definire un po’ speciale. La Silicon Valley Bank californiana e la vecchia Lehman Brothers appartenevano sicuramente alla seconda categoria. Nel caso di Svb, poi, c’è stata una gestione completamente errata del rischio di tasso. Fatta questa premessa, aggiungo che le regole della Banca centrale europea sono da tempo molto più severe nel prevenire certe situazioni di crisi, che dunque da noi sono molto meno probabili.

A parte questi casi specifici, come fa un risparmiatore medio a riconoscere una banca che merita fiducia nel lungo periodo?
Vi sono indici di solidità e di liquidità che sintetizzano lo stato di salute di una banca. Ma nei fatti, anzitutto, per meritare la fiducia dei risparmiatori bisogna essere una banca che mantiene le promesse. Certo, non sempre è possibile riuscirci al 100%, ma, in linea generale, la sostanza è una sola: una banca che merita fiducia è quella capace di essere sempre presente al fianco dei clienti e ancor più nel momento del bisogno. In questo, posso dire con orgoglio che abbiamo adottato un modello vincente, con una marcia in più. 

In che senso?
Il nostro modello si basa da sempre sulla rete dei family banker, i consulenti finanziari che oggi hanno uno spessore professionale, in termini di competenze e attitudine a stare vicino alla clientela, sempre più elevato e adeguato ai tempi mutevoli che viviamo. Un aspetto basilare ma importantissimo: sono interlocutori unici e continui per la famiglia, per i risparmiatori. Chi va in una banca tradizionale, invece, sa che trova qualcuno ad ascoltarlo solo in determinati orari. E magari gli capita molto spesso di non trovare, dietro lo sportello, la stessa persona che aveva trovato la volta precedente. Con il family banker questo non succede. Il family banker in certe circostanze, anzi, sa che è un suo dovere chiamare il cliente per tranquillizzarlo quando i mercati vanno in tensione e per fargli approfittare delle occasioni che si vengono a creare, se dispone della liquidità. Sono momenti in cui bisogna gestire con attenzione l’emotività. Il rapporto tra consulente e cliente ha sempre un elemento relazionale preponderante, basato su fiducia e conoscenza reciproca.

A proposito di relazioni umane, oggi c’è una generazione emergente di persone, futuri risparmiatori e clienti del settore finanziario, che si rapporta col mondo in maniera mediata, attraverso i dispositivi digitali. Come conquistarli?
Sicuramente disponendo di una piattaforma digitale adeguata. Però mi permetta di sottolineare una cosa. È vero che i giovani hanno un approccio con il mondo in gran parte digitale, a differenza delle generazioni che li hanno preceduti. Ma molti dei loro bisogni sono ancora inespressi. Mi passi la metafora: i giovani sanno vagamente cosa siano i reumatismi perché ne hanno sentito parlare dai loro genitori o nonni, ma non ne hanno mai sofferto. Allo stesso modo, hanno una vaga idea di cosa significhi gestire i risparmi, ma non avvertono ancora l’effettiva necessità o urgenza di occuparsene. Una cosa è usare gli smartphone per contenuti di intrattenimento o per fare acquisti. Una cosa è usarli per informarsi sui propri risparmi o sulle proprie pensioni future. Anche gli adolescenti di oggi, quando avranno la necessità di far crescere nel tempo i loro risparmi, di pensare al mutuo o alla previdenza integrativa, allora si accorgeranno del valore aggiunto dei rapporti umani, dell’avere un interlocutore esperto cui rivolgere domande per chiarirsi le idee e fugare i dubbi. Certo, il digitale ha cambiato il modo di fare banca: oggi la gente va sempre più raramente in filiale per fare bonifici, pagare le tasse e compiere operazioni semplici e ripetitive. Ma l’importanza di avere una banca fatta soprattutto di persone non scomparirà mai.

Banca Mediolanum è presente da tempo anche all’estero e i risultati migliori li avete ottenuti in Spagna. Come mai?
Siamo molto soddisfatti del nostro lavoro sul mercato spagnolo, nel quale siamo presenti dal 2000, quando comprammo una piccola banca con 15 sportelli e circa 2 miliardi di euro di asset, che era alla portata del nostro potere di acquisto di allora e aveva già una sua base di clientela. Da lì siamo riusciti a farla crescere, creando una rete di consulenti finanziari che oggi supera i 1.600 professionisti e impiantando il nostro modello di business. Il lavoro è stato intenso, ma il mercato ha risposto molto bene: anzitutto gli spagnoli sono latini come noi, vicini culturalmente e hanno anche meno barriere linguistiche. Negli ultimi anni Banco Mediolanum ha fatto benissimo e ora vogliamo accelerare ulteriormente.

Da qualche anno, per diversificare il business avete anche puntato sull’investment banking. Com’è andata?
È andata decisamente bene. Abbiamo effettuato sinora 21 operazioni, quattro quotazioni, tre emissioni di debito strutturato e 13 operazioni in cui abbiamo aiutato l’imprenditore a vendere l’azienda, ad acquisirne un’altra o a fare fusioni o alleanze. Sin dall’inizio abbiamo deciso di rivolgerci all’universo delle piccole e medie imprese italiane per due ragioni. In primis perché crediamo nel valore delle nostre pmi e nella forza del made in Italy. In secondo luogo perché a questo universo di aziende noi possiamo fornire un valore aggiunto. Un imprenditore di una provincia italiana è certamente più propenso a rivolgersi a un family banker che abita nella sua zona, che parla con il suo accento regionale e con un linguaggio comune, piuttosto che a una grande banca d’affari internazionale. Le nostre attività di investment banking ci hanno permesso, tra l’altro, di avere flussi di risparmio in gestione aggiuntivi per 600 milioni di euro, provenienti dagli imprenditori con cui abbiamo lavorato.

Lei è dunque un imprenditore che si rivolge ad altri imprenditori. Spesso, però, le aziende familiari italiane hanno guardato con diffidenza ai potenziali partner finanziari come le banche d’investimento. Come vincere questo scetticismo?
Dico che la diffidenza è naturale e quindi va compresa. Una cosa è però la diffidenza, che è una reazione umana, un’altra cosa è la chiusura a priori, senza valutare i pro e i contro delle cose. Di andare in Borsa o di fare certi tipi di operazioni finanziarie straordinarie non l’ha ordinato certo il dottore. È un peccato, però, se un imprenditore dice di no prima ancora di aver valutato i potenziali benefici di certe scelte. 

Suo padre si affermò professionalmente in un’Italia diversa da oggi, quella del Dopoguerra, molto più ottimista e meno inquieta di quella contemporanea. Ai suoi tempi non era più facile?
Molta gente ha la tendenza a pensare al passato come a un’età felice, in cui si stava meglio. Siamo sicuri che sia vero? Guardiamo alle cose con razionalità: mio padre crebbe nell’Italia degli anni ‘50 e ‘60, quando c’era l’entusiasmo del Miracolo Economico. Poi, però, arrivarono gli anni ‘70, la crisi petrolifera, l’iper-inflazione, gli anni di piombo. E anche negli anni ‘80, quando l’economia italiana cresceva tanto, non mancavano certo i problemi, a cominciare dall’inflazione a due cifre. Certo, oggi viviamo in un mondo pieno di problemi e di incertezze, la classe media sta andando in difficoltà in paesi come l’Italia, ma non possiamo ignorare gli aspetti positivi. In linea generale le condizioni medie di vita dell’umanità sono migliorate. Si pensi, per esempio, alla globalizzazione: ha portato fuori dalla povertà centinaia di milioni di persone in tutto il mondo. Per questo, visto che ha citato mio padre, vorrei ricordare il suo più grande insegnamento. 

Quale?
Lui era un ottimista non perché negasse i problemi a priori. Più che ottimista, potrebbe essere scambiato per un superficiale. Il suo ottimismo derivava dal fatto che, di fronte a ogni problema, era consapevole che c’era sempre una soluzione. Di fronte a un imprevisto negativo, magari si arrabbiava. Ma la sua arrabbiatura durava un minuto. Poi subito cambiava prospettiva e si domandava: come posso trasformare questo problema in un’opportunità? Questa è una dote rara ed è uno dei più grandi insegnamenti che mi ha lasciato e che porterò sempre con me. Inoltre, non rimpiangeva mai i tempi passati, aveva sempre lo sguardo puntato al futuro. Sono principi che ho fatto miei e che sono capisaldi per tutte le persone di Banca Mediolanum.

Che impegno si prende per il futuro?  
Proseguire con la massima passione e serietà, in totale continuità, quanto fatto da mio padre.

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