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Cultura 15 Gennaio, 2018 @ 3:25

David Letterman è diventato Fabio Fazio

di Manuel Peruzzo

Giornalista freelance.Leggi di più dell'autore
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Una scena di “My Next Guest Needs No Introduction”.

John Lewis il 7 marzo 1965 nello zaino aveva messo una mela, un’arancia, lo spazzolino da denti e due libri: si preparava all’arresto. Stava marciando da Selma a Montgomery, in Alabama, insieme a un manipolo di attivisti per rivendicare il diritto di voto agli afroamericani. Quel giorno finì a manganellate. Ci riprovarono altre due volte, e la marcia si concluse con l’attraversamento dell’Edmund Pettus Bridge di 20 mila persone: era l’inizio del lungo percorso dei diritti civili. David Letterman ha riattraversato con lui quel ponte rievocando la storia, passata e presente, chiedendo a Lewis cosa ne pensa dell’amministrazione attuale (e lo fa citando i mean tweet di Trump in cui dà dello sfaticato all’uomo arrestato più di 40 volte per dissenso politico). Lewis risponde: “Una minaccia per il nostro paese e per il mondo intero”.

Senza quella marcia, Barack Obama non sarebbe diventato presidente degli Stati Uniti. Senza la presidenza, non sarebbe seduto di fronte a Letterman nel nuovo talk prodotto da Netflix, My Next Guest Needs No Introduction. Le cose sono cambiate dall’ultima conduzione sulla Cbs: il grande conduttore senza orchestra e senza scrivania, luci basse, una barba da Funari (anzi una barba biblica, “dov’è il bastone”, chiede Obama), e i calzini chiari in vista – tante cose cambiano, non il pessimo gusto nel vestire – David Letterman intervista un personaggio al mese: Tina Fey, Jay Z, Howard Stern. Anzi una chiacchierata, come quella in cui Obama passa dal rapporto coi figli alla politica americana, fino al razzismo e alle battaglie civili. Abbiamo passato una vita a chiedere a Fazio di diventare Letterman, e ora Letterman diventa Fazio.

Il cliché dell’ex presidente e dell’ex conduttore di successo si somiglia: svegli tardi, più tempo con la tua famiglia (“mi mancava mia moglie”, dice Obama), viaggi in posti lontani. Per un po’ funziona, poi il richiamo al lavoro è forte: uno si dà alle conferenze, l’altro agli speciali (entrambe ben pagate). Obama passa dalla politica (“Siamo l’unica democrazia che scoraggia i cittadini a votare”, dice) alla polarizzazione online (“operiamo in sistemi d’informazioni diversi”, commenta per spiegare il concetto di filter bubble di Eli Pariser: quella cosa per cui un moderato, un liberale e un conservatore hanno tre diversi modi online di recepire le notizie basati sul loro comportamento e affinità). Anche prima era così, “se guardi Fox news ti sembra di vivere su un pianeta diverso”, scherza l’ex presidente.

Una scena di “My Next Guest Needs No Introduction”.

Racconta della campagna politica sui social media dello “Yes, we can”, dell’ottimismo alla Clay Shirky in cui si pensava che la tecnologia potesse migliorare la democrazia. Ottimismo che s’è poi rivelato ingenuità della rete, per citare Morozov, quando anche gli americani hanno avuto la loro dose di cialtroneria al potere, con Donald Trump, che nell’intervista non è citato direttamente, ma è il bersaglio polemico di Letterman in ogni sguardo e in ogni battuta non fatta (“Vivo ancora nel quartiere in cui vivevo prima”, dice Obama e sarebbe scontato per Letterman aggiungere: “Non sia mai che al tuo vicino di casa serva aiuto a governare il paese”). David commenta impassibile la fine dell’entusiasmo digitale: “Pensavo che Twitter fosse lo strumento per dire la verità in tutto il mondo”.

Non c’è bisogno di presentazioni perché conosciamo bene chi sta parlando. E lo conoscono sopratutto gli americani, che di Barack sanno la biografia e hanno discusso a lungo del certificato di nascita (fu una polemica dello stesso Donald Trump, si dice suggerita dal consulente più amorale di tutti: Roger Stone). Ma il piacere del programma è nella maestria di David Letterman: pause, inflessioni, citazioni, battute. È raro trovare dosi di arguzia, timing e coolness così concentrate in un unico luogo. Letterman e Obama celebrano la politica e l’intrattenimento ai loro vertici. Due monumenti di storia e di identità americana.

A un certo punto appare una foto di Pete Souza in cui Obama balla con Prince. “È stata una serata divertente”, commenta a occhi chiusi con understatement presidenziale Obama. È stata scattata tre o quattro anni prima che Prince morisse. “Io pensavo d’essere fortunato ad avere Paul Sheffer con me tutti questi anni”. dice Letterman prima che il suo ospite racconti la storia della foto. Prince ha chiesto a Sasha, una delle due figlie di Obama, di andare a ballare sul palco, e Sasha trascina con sé il padre (“il che mi ha molto sorpreso perché mi prende in giro per come ballo”). E lì Obama capisce che la chiave è “non uscire dal seminato”, non rendersi ridicoli, non imitare Michael Jackson e finire per sembrare in preda a spasmi. Se fosse un subtweet, sarebbe fraintendibile con: sta dicendo a Trump di non mettere in imbarazzo tutti ballando come uno scemo in mondovisione. Non siamo sorpresi che David Letterman sia tornato a intrattenerci: siamo sorpresi che Barack Obama non abbia uno show tutto suo.

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