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Cosa sta chiedendo al mondo il numero uno degli investimenti

Larry Fink sul palco della New York Times 2017 DealBook Conference

Perché quello di Blackrock al bene comune non è l’appello di un lupo che si è fatto agnello, ma la spia di una svolta strutturale
Come ogni anno Larry Fink, il ceo di Blackrock, il principale gruppo di gestione del risparmio al mondo, ha scritto agli amministratori delegati delle migliaia di società partecipate da un capo all’altro del pianeta.

La missiva di quest’anno segna però un cambio di passo nelle sollecitazioni che Blackrock rivolge alle aziende nelle quali ha investito i circa 6.000 miliardi di dollari datigli in gestione dai suoi clienti attraverso fondi ed ETF. Un messaggio riassumibile in: investire bene, oggi significa investire in aziende attente alla loro responsabilità sociale nel lungo termine. Un assunto fondato sulla constatazione che i rendimenti degli investimenti si incrociano sempre più con la prosperità e la sicurezza delle persone di quanto non facciano con quei risultati trimestrali spesso passati al microscopio dagli analisti per misurare la redditività di un’azienda.

Scrive Fink: “Sin dalla crisi finanziaria, chi ha i capitali ha maturato enormi vantaggi, mentre i più si trovano ad affrontare una combinazione di tassi bassi, ridotta crescita salariale e sistemi previdenziali inadeguati. Molti non hanno la disponibilità finanziaria, le risorse o gli strumenti per un risparmio efficace, e spesso chi investe ha in portafoglio troppa liquidità. Per milioni di persone, la prospettiva di una pensione sicura appare sempre più evanescente, in particolare per i lavoratori meno qualificati che hanno maggiori probabilità di perdere il lavoro. Proprio questi temi, ne sono convinto, alimentano il diffuso clima di apprensione e polarizzazione che si respira ormai ovunque”.

Nasce così da parte di settori sempre più ampi della società l’esigenza di rivolgersi al settore privato per trovare una risposta alle grandi sfide sociali.

Fink non è però l’ennesimo lupo che si trasforma in agnello facendo leva sulla responsabilità sociale di impresa. Nel suo messaggio il fine sociale si incrocia evidentemente con la necessità che gli investimenti effettuati dalla sua società possano essere sostenibili nel lungo periodo, caratteristica imprescindibile per tenere fede alle aspettative delle tante persone che si affidano a Blackrock allo scopo di raggiungere obiettivi di vita o addirittura pensionistici, realizzabili quindi solo su un orizzonte di tempo molto lungo.

“Per prosperare nel tempo – scrive Fink – la performance finanziaria non è sufficiente; ogni azienda deve dimostrare di aver fornito un contributo positivo alla società, a beneficio di tutti i suoi portatori d’interesse: azionisti, dipendenti, clienti e comunità di riferimento. Senza un preciso scopo, nessuna società, sia essa pubblica o privata, può realizzare appieno le proprie potenzialità, perché alla fine perderà l’appoggio dei suoi principali stakeholder. Soccomberà alle pressioni immediate per la distribuzione degli utili, sacrificando nel processo gli investimenti in formazione dei dipendenti, innovazione e capitale fisso necessari per la crescita a lungo termine” e “in definitiva, quella società offrirà rendimenti insoddisfacenti agli investitori che vi fanno affidamento per finanziare la propria pensione, l’acquisto della casa o un’istruzione superiore”.

In tutto ciò si innesta un altro cambiamento strutturale, quello legato alla crescente popolarità dei fondi indicizzati, che replicano la composizione e l’andamento dei principali indici di mercato e che devono pertanto adeguare la loro composizione a quella degli indici indipendentemente da scelte qualitative. Una popolarità che secondo Fink “sta generando una trasformazione dello scenario generale del governo societario”, nella direzione di una maggiore presenza dei grandi investitori nella vita societaria.

In particolare: “Nei fondi attivi, dove gestisce 1.700 miliardi di dollari, BlackRock può decidere di vendere un titolo se dubita della direzione strategica o delle prospettive di crescita a lungo termine di una società, mentre con i fondi indicizzati non può esprimere il proprio dissenso riducendo la posizione nella società, almeno finché questa rimane nel relativo indice. Ecco perché la nostra responsabilità in termini di engagement ed espressione del voto diventa quanto mai importante. In questa prospettiva, gli investitori in indici sono investitori a lungo termine per antonomasia, perché forniscono capitale paziente per far crescere e prosperare le società”.

Ecco perché secondo Fink sono aumentate le responsabilità delle aziende, ma sono cresciute anche le responsabilità delle società di investimento, che devono dedicare tempo e risorse per accrescere il valore nel lungo periodo. Fink invita così le aziende a rendere pubblico il loro quadro strategico per la creazione di valore nel lungo periodo: “La strategia della Sua società deve seguire un articolato percorso per arrivare alla performance finanziaria, ma per raggiungere questo obiettivo dovete comprendere anche l’impatto sociale della vostra attività, e il modo in cui le grandi tendenze strutturali – dalla debole crescita salariale all’aumento dell’automazione, fino al cambiamento climatico – incidono sulle vostre potenzialità di crescita. Negli Stati Uniti, ad esempio, ogni società dovrebbe spiegare agli investitori come si inquadrano le modifiche previste dalla riforma fiscale nella propria strategia a lungo termine. Come gestirà l’aumento dei flussi di cassa al netto delle imposte e come lo userà per creare valore a lungo termine?”.

Quello di Fink – come detto – non è un appello fine a se stesso. Di fondo vuole essere uno sprone alle aziende a guardare oltre i risultati di breve termine, per spostare più avanti il proprio focus, come già ha fatto la maggior parte degli investitori mondiali, che, dismessi i panni degli speculatori, puntano a pianificare attraverso il risparmio gestito il loro futuro. Ed è proprio per la realizzazione di questo obiettivo che entrano in gioco i temi della sostenibilità: “La capacità (di un’azienda, ndr) di gestire aspetti ambientali, sociali e di governance è una dimostrazione delle qualità di leadership e di buon governo tanto essenziali per la crescita sostenibile, motivo per cui integriamo sempre più spesso questi aspetti nel nostro processo di investimento”.

Una società quotata quindi dovrebbe pertanto porsi domande come: “Qual è il nostro ruolo nella comunità? Come gestiamo il nostro impatto sull’ambiente? Ci impegniamo abbastanza per promuovere la diversità tra i nostri collaboratori? Ci stiamo adattando al cambiamento tecnologico? Offriamo i percorsi di riqualificazione e le opportunità di cui avranno bisogno i dipendenti e la nostra stessa attività per vivere in un mondo sempre più automatizzato? Stiamo usando la finanza comportamentale e altri strumenti per preparare i lavoratori alla pensione, aiutandoli a investire nel modo più appropriato per raggiungere i propri obiettivi?”.

Perché, è la conclusione di Fink rivolgendosi alle società partecipate, “oggi i nostri clienti – gli effettivi proprietari della Sua società – vi chiedono un livello di leadership e di chiarezza in grado di sostenere non solo i loro rendimenti d’investimento, ma anche la prosperità e la sicurezza dei loro concittadini”.

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