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Cultura 2 Marzo, 2018 @ 5:14

Non bisogna essere bravi per vincere un Premio Oscar

di Luca Fontò

Mi occupo di cinema e libri.Leggi di più dell'autore
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Foto di gruppo per i nominati ai 90esimi Oscar. 5 febbraio 2018.

Se gli Oscar di quest’anno credono di poter scrivere la Storia – con una donna candidata alla Fotografia, una alla Regia e un regista transessuale ai Documentari – quelli dell’anno scorso hanno fatto una cosa ben più importante: ci hanno insegnato come leggerla. La Storia è questa: il film tedesco Vi presento Toni Erdmann viene presentato, a maggio 2016, al 69esimo Festival di Cannes: Io, Daniel Blake vincerà la Palma d’Oro; Il cliente dell’iraniano Asghar Farhadi riceverà i premi per la sceneggiatura e per l’interpretazione maschile. Idolatrato dalla stampa, Toni Erdmann sarà ignorato dalla giuria. Cose che càpitano: era successo pure a La grande bellezza, e poi sappiamo com’è andata. A novembre di quell’anno Toni Erdmann riceve il Lux Cinema Prize, massimo riconoscimento del Parlamento europeo. Il 10 dicembre vince cinque Efa: miglior sceneggiatura, regia e film per Maren Ade (che è una donna) e migliore interpretazione di entrambi gli attori. La rivista Indiewire mette la pellicola al quarto posto tra i migliori titoli dell’anno; a Londra, Vancouver, New York e al festival di Toronto il film vince il premio come Miglior lungometraggio in lingua straniera – viene candidato anche a Los Angeles e Las Vegas, e poi arriva lo scalino più alto: la candidatura al Golden Globe. Maren Ade se la deve vedere con due veterani: ancora Farhadi, che già nel 2012 vinse quel premio con Una separazione, e il Paul Verhoeven di Elle, che l’8 gennaio 2017 salirà su quel minuscolo palco grazie anche – e insieme – alla sua protagonista Isabelle Huppert.

Il 25 gennaio, il presidente americano Donald Trump firma l’ordine esecutivo 13767, che chiede “l’immediata costruzione di una barriera fisica” al confine tra Messico e Stati Uniti: il famoso muro che ancora oggi non si sa da chi debba essere pagato. Il 27 gennaio Trump firma l’ordine 13769, che mira a “proteggere la nazione dall’ingresso negli Stati Uniti dei terroristi stranieri” limitando per 90 giorni l’accesso agli Usa ai cittadini di Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen. Toni Erdmann intanto viene candidato al Bafta, al Goya, ottiene 93 su Metacritic e finalmente conquista la candidatura al Premio Oscar come Miglior film straniero – contro, ancora una volta, Il cliente. Toni Erdmann giunge così alla sua 124esima nomination a un premio cinematografico internazionale; Il cliente è solo alla 28esima (sarà poi candidato al Bafta nel 2018).

Tra il 28 gennaio e il 4 febbraio 2017 si contano circa duecento manifestazioni di protesta contro il Muslim Ban, l’ordine 13769, negli aeroporti di tutto il mondo. In quanto iraniano, il regista Asghar Farhadi non potrà presenziare alla cerimonia di premiazione al Dolby Theatre il 26 febbraio. Come da tradizione, la sera precedente agli Oscar vengono assegnati gli Independent Spirit Awards: Toni Erdmann vince il premio come Miglior film internazionale; i raffinati Cahiers du Cinéma e i 163 critici cosmopoliti della rivista inglese Sight & Sound decretano la pellicola tedesca la migliore uscita del 2016.

La sera del 26 febbraio 2017 Il cliente vince l’Oscar come Miglior film in lingua straniera. Ritirano il premio Anousheh Ansari, la prima turista spaziale e la prima iraniana di nascita ad essere andata nello spazio, e Firouz Naderi, ex direttore della Solar System Exploration alla Nasa. Le congratulazioni da parte dei membri iraniani del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti vengono subito cancellate, su Twitter, dopo che Ansari, leggendo la dichiarazione di Farhadi, usa l’aggettivo “inumano” per descrivere il Muslim Ban. “Dividere il mondo tra «noi» e la categoria de «i nostri nemici»”, dice, “genera paura e giustifica la nascita di altre guerre”. Scroscio di applausi e standing ovation in sala. I 162 minuti di Toni Erdmann arrivano sugli schermi italiani il 2 marzo, con la frase promozionale: la commedia più premiata e sorprendente dell’anno.

Fotografi sul red carpet.

La cerimonia degli 89esimi Academy Awards intanto prosegue: Gael García Bernal consegna le statuette ai film d’animazione; in quanto “messicano, latinoamericano, lavoratore migrante, essere umano”, si dice contrario a qualsiasi forma di muro che cerchi di separarci; e la platea, di nuovo, si alza. Vince l’Oscar per il lungometraggio Zootropolis, sacrosanto trionfo, incredibile successo di botteghino (il quarto film più visto del 2016), ma anche qui si nasconde l’adesco: scrisse il Washington Post, a proposito del film, quando Trump era ancora un candidato e non il presidente: “Il cattivo è un politico […] che fomenta divisioni tra i cittadini per tornaconto politico. Se può far arrabbiare l’elettorato prevedendo crisi e ampliandone le divisioni, può anche convincerlo che è la persona giusta per risolverle”. A due ore dall’inizio dello show, il presidente viene tirato di nuovo in ballo dal presentatore Jimmy Kimmel, preoccupato perché non v’è traccia di suoi tweet. Gli scrive pubblicamente: “Ehi, sei sveglio?”; e poi: “Ti saluta Meryl”. La platea ridacchia. A Meryl, poi, chiederà di alzarsi: Trump l’aveva definita “l’attrice più sopravvalutata di Hollywood” dopo che lei aveva condannato la presa in giro a un giornalista disabile del New York Times, nel novembre 2015, in South Carolina.

L’Oscar per il Miglior corto documentario va a Caschi bianchi, film di 40 minuti prodotto da Joanna Natasegara per Netflix e diretto da Orlando von Einsiedel, entrambi inglesi, che racconta l’esperienza della Difesa civile siriana, soprannominata “White Helmets”: soccorritori che rischiano costantemente la vita per salvare le vittime della guerra civile del Paese, che va avanti dal 2012. Ritirando la statuetta, il regista ricorda che il suo direttore della fotografia, Khaled Khateeb, non è in sala in quanto siriano. Khateeb, stando a quanto pubblicato su Twitter, aveva trascorso tre giorni in aeroporto, in attesa di potersi imbarcare, e alla fine non gli era stato concesso di salire sull’aereo: la Protezione doganale statunitense si è giustificata dicendo che il cineasta non aveva documenti validi. Alla fine del discorso di von Einsiedel, la platea è tutta in piedi.

Con 32.9 milioni di spettatori statunitensi, la diretta degli 89esimi Premi Oscar è stata la cerimonia meno vista dal 2008, quando la media fu di 32. Il nemico da combattere, evidentemente, era Donald Trump; ma forse lo era – come aveva pure detto Meryl Streep – solo per Hollywood, la stampa e gli stranieri: non per il pubblico a casa (qualcuno, insomma, l’avrà pur votato). Toni Erdmann di Maren Ade, il Miglior film del 2016, purtroppo non serviva alla battaglia. Era però l’unico film in gara diretto da una donna. E c’era anche una sola donna (Allison Schroeder, sceneggiatrice de Il diritto di contare) nelle due categorie della scrittura, contro undici maschi. E c’era la prima donna afroamericana nominata per il Miglior montaggio, Joi McMillon. E c’era pure la quinta donna della Storia ad essere stata candidata alla Colonna sonora. Però nel febbraio 2017 la coscienza sociale femminile era diversa: nessuno sapeva allora chi fosse la cantautrice Mica Levi. Rachel Morrison invece, che quest’anno è la prima autrice della fotografia in corsa per una statuetta (Mudbound), è anche sui magazine italiani.

Emma Stone accetta l’Oscar per la Miglior attrice.

L’anno scorso neanche La La Land poteva partecipare alla battaglia anti-Trump, anzi: era la realizzazione multicolor del sogno americano. Vinse allora il film black d’amore omosessuale (inutile ricordare il concitato epilogo della cerimonia di premiazione) Moonlight, diventando il primo lungometraggio con un cast interamente afroamericano a vincere l’Oscar come migliore pellicola dell’anno. L’intera cerimonia, inoltre, ha contato il maggior numero di vincitori neri di sempre. Viola Davis, che compare sullo schermo più spesso di Denzel Washington in Barriere viene declassata tra i non protagonisti proprio perché possano vincere sia lei che Emma Stone. Anche Mahershala Ali, sempre per Moonlight, vince come attore di supporto. Il nemico da combattere, l’anno precedente, era invece stato l’Academy stesso, attraverso l’hashtag #OscarSoWhite di Spike Lee. L’unico nero, agli Oscar del 2016, era il presentatore Chris Rock, che non aveva certo avuto un compito facile.

Quest’anno invece gli attori vincitori saranno tutti e quattro bianchi – ma è importante averne candidati quattro neri. Sarà bianco anche il Miglior regista, e certamente uomo (forse ancora una volta messicano). I film anti-Trump nella categoria più larga sono molti, in primis quello sul primo emendamento (la libertà di stampa) con una donna a capo di un giornale quotidiano, The Post. Poi quello su due giovani intellettuali accademici, negli anni ’80, omosessuali (Chiamami col tuo nome). Un film con protagoniste due donne scritto e diretto da una donna (Lady Bird). Un film con una donna che cerca vendetta su due uomini (Tre manifesti a Ebbing, Missouri). E, ovviamente, il fanta-horror sulla cittadina senza neri (Get Out). Ma il nemico da combattere, quest’anno, non è più Trump: da ottobre il mirino di tutta Hollywood si è spostato verso Harvey Weinstein – di cui si può ancora fare il nome, dato che escono ancora film di sua produzione – e contro Kevin S., di cui il nome non si può più fare (né si può vedergli la faccia). Il regista libanese Ziad Doueiri, di ritorno dal Festival di Venezia 2017 dove L’insulto aveva vinto la Coppa Volpi per il migliore attore, a settembre, fu arrestato a Beirut (a causa, si disse, di un suo film molto precedente, The Attack, che era stato girato in Israele). Se l’arresto fosse stato più vicino al 4 marzo, data di consegna dei prossimi 90esimi Premi Oscar, le chances per L’insulto di vincere come Miglior film straniero, ci immaginiamo, sarebbero state notevolmente più alte. Oggi invece, e direi anche per fortuna, il favorito tra i film in lingua non inglese è Una donna fantastica, da quel vulcano culturale che è il Cile, con una protagonista fantastica sul serio, che sarà anche tra i presentatori della serata. Daniela Vega, classe 1989, cantante lirica e transgender, rappresenta lo strascico anti-Trump e il neo-femminino mainstream, ma ancora centellinato. Se la Storia ci ha insegnato qualcosa, quindi, è che Greta Gerwig può mettere le scarpe comode. La cerimonia col maggior numero di donne vincitrici non sarà questa, ma la prossima.

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