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Cultura 15 Marzo, 2018 @ 4:36

Vent’anni di economia neomelodica

di Paolo Mossetti

Contributor, scrivo di cultura economica.Leggi di più dell'autore
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Oggetti abbandonati nel rione Sanità di Napoli.

Dal business del vicolo a YouTube, dalle tv locali alle collaborazioni con l’hip hop: la musica che la Napoli perbene sente con raccapriccio si evolve, si adatta alle nuove esigenze di consumo, ma resta uguale a sé stessa. Sono passati all’incirca vent’anni dalla scoperta del fenomeno neomelodico su scala nazionale, e può essere utile ripercorrere una storia che ci costringe a mescolare economia e sociologia, religione e gender studies. E ci conviene iniziare subito con una banalità, dire cioè che di “neo” questa musica ha davvero poco, nel senso che dal punto di vista dei generi non c’è una vera e propria rottura con la tradizione: c’è semmai una commistione di linguaggi, di pratiche distributive e di pubblico, quello sì.

Se il neomelodico fosse una favola potremmo dire: “C’era una volta l’144”. Perché il fenomeno, insieme moderno e antichissimo, viene certificato come nuovo solo quando le tv della Campania scoprono un nuovo sistema per incrementare gli incassi: l’144, a cui si aggiungono poi l’163 e l’166, i numeri delle chiamate in diretta. Il meccanismo di produzione e fruizione è molto semplice, e lo spiega il critico musicale Federico Vacalebre nel suo libro Dentro il vulcano (Tullio Pironti): “La legge impone alle tv private di produrre, di non mandare in onda solo telefilm e cartoni animati trasmessi per la centomilionesima volta. E loro producono: programmi musicali nati per le radio, aggiungendoci, quando scoprono che la cosa tira, qualche video rudimentale. Ma lo scherzo funziona davvero e allora tanto vale pensarci un po’ su, trovare qualche faccia giovanile che possa piacere, conquistare il pubblico, soprattutto quello femminile, convincerlo a non perdersi l’appuntamento col bello del momento, magari anche a telefonargli in diretta”. A pagamento, ovviamente.

In questi programmi si presentano dunque cantanti giovanissimi e abbronzatissimi, vecchi leoni della sceneggiata che cercano di stare a galla, le donne che non mancano ma si raccontano sempre e comunque in rapporto all’uomo di turno: possessivo, conquistatore o amante che sia. Tutti insieme pubblicizzano i propri cd, le serate nei ristoranti, le sagre paesane, e stabiliscono un canale privilegiato col proprio pubblico. “Nascono” così fenomeni che prima erano conosciuti solo dalle minoranze di subalterni: Ciro Ricci, Luciano Caldore, una Stefania Lay appena sedicenne.

A fungere da traghettatori culturali del neomelodico, più che critici come Goffredo Fofi (che pure avrà parole di comprensione per la corrente) saranno insomma palinsesti come Teleregione, Video Team Italia, Rete Più Italia, Tele A, TeleAcerra (poi diventata TeleAkery, con l’unico tg in dialetto d’Italia). La Napoli che non ha mai messo piede nei tuguri del “basso” si incontra e scontra con quello che Vacalebre chiama “un circuito virtuale, più che virtuoso, che produce reddito per i cantanti, le tv, le case discografiche, i manager, la Telecom che trattiene una ghiotta percentuale prima di versare ai centri servizi i proventi del 166”. Paga il pubblico da casa, che si racconta e si confessa: ammettendo infedeltà, tradimenti, mancanza di lavoro, cotte mai dichiarate per la vicina dirimpetto o la compagna di classe. “Un pubblico che non dovrebbe avere tutti quei soldi da buttare in telefonate. E che forse non li ha”. Nascono trend complementari: i “telefonini pezzottati” (cioè clonati, ma allora era più facile) e le mamme disperate alla lettura della bolletta.

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Andrà così fino al 2008, quando l’antitrust impone le prime restrizioni: stop a tutte le numerazioni telefoniche sovrapprezzo e un nuovo piano di numerazione nazionale. Il business si riorganizza.​ Nel frattempo le ​piccole tv di quartiere sono diventate gruppi editoriali regionali, mantenendo un controllo reticolare del territorio. Alcuni boss si sono iscritti alla Siae, altri fanno da agenti ai neomelodici, come raccontato in Telecamorra (Lantana editore) di Alessandro De Pascale. Il genere neomelodic​o funge, anche,​​​​​ da connessione tra la cultura popolare e ​cultura​ mafiosa: ​un connubio che si sovrappone, più che scontrarsi, con quello “​ufficiale​” dei piani alti​​.​

Un’altra spinta decisiva per il fenomeno è il tramonto del Festival di Napoli, seguitissima competizione canora che dagli anni ’50 ai primi ’80 ha lanciato alcune delle stelle più importanti del firmamento locale, grazie all’immensa popolarità della sceneggiata napoletana, il suo afflato nazionalpopolare, la sua tendenza alle lacrime, al cavalleresco e alle passioni forti; ma si tratta, appunto, di un mondo in declino. Nel 1981 il festival è troppo costoso e viene sospeso. Verrà riesumato, con formula diversa, nel 1998, e già allora si vedranno gli effetti francamente disturbanti della contaminazione: Gigi Sabani e Pamela Prati, un po’ di Bagaglino e un po’ di maestranze locali, vecchie glorie come Mario Merola e Aurelio Fierro che si alternano agli astri nascenti come un trentenne Gigi D’Alessio: impresentabile per gli standard preconfezionati della tv di centrosinistra, ma ambizioso come un giovane Jay-Z, pronto a rompere le vecchie gerarchie e conquistare il mainstream (nonché il cuore delle figlie della insospettabile borghesia del nord Italia). Sorveglia su tutto Zeus Records, casa di produzione davvero mitologica, che dalla Galleria Principe Umberto, nel cuore del centro storico, lancia tre generazioni di neomelodici, tra codici immutabili e un indotto no-stop per centinaia di jam-sessionist che nei locali della borghesia fanno la fame.

Napoli, Quartieri Spagnoli.

Nel frattempo, nel 1996 esce Pianese Nunzio, 14 anni a maggio, film strepitoso di Antonio Capuano, la cui colonna sonora mescola la canzone militante degli Almamegretta e dei Bisca con l’universo neomelò: gli intellettuali allora si dividono, cercando chi di interpretarlo, chi di respingerlo, chi di abbracciarlo. C’è un’innegabile brillantezza di questo artigianato da osservare, tra mercato nero delle cassette, il circuito dei matrimoni e dei battesimi, oltre alle già citate emittenti locali. In qualche modo il sottobosco rappresentato da nomi come Enzo Ilardi o Antonio Ottaiano spariglia le carte e mostra che il re è nudo, che il linguaggio nobilmente iper-patriarcale di Merola, da un lato, e quello insicuro dello scugnizzo passato alla World Music di Nino D’Angelo dall’altro non fanno per loro; i loro riferimenti sono aggiornati alla contemporaneità: Mimmo De Rosa canta La ragazza con la Smart, che è un modello che va di moda in quegli anni e si adatta bene alle strade strette della città, è il lusso che pochi possono permettersi, ma in fondo sempre di più di quelli che negli anni ’80 giravano con la Mercedes.

Circa un decennio fa, tra il 2004 e il 2007, si registra la Seconda Ondata del Neomelodico, la sua Età d’Argento, dopo quella d’oro di Fine ’90: via gli ultimi rimasugli dell’era pre-internet, via gli ultimi eroi della sceneggiata che recitavano in inquadrature fisse e girocollo; spazio ai Millennial, che spesso scelgono il nome proprio come brand. Alessio, Raffaello, Antoine, Patrizio. I video diventano leggermente più elaborati, vengono girati spesso in locali all’ultima moda o su navi-discoteca ancorate nel Golfo. Via le pistole, via gli ultimi rimasugli della Napoli da cartolina o le inquadrature fisse, e più consumismo spinto. Il cellulare è l’ossessione dei registi, non solo italiani ma anche dei loro cugini mediterranei, balcanici, che lo inquadrano e lo feticizzano come simbolo di rivalsa, come estensione quasi sessuale. Viene sfoggiato in ogni scena: per parlare (cantare) alla fidanzata, per dire alla moglie di mettere su il caffè, mentre si passeggia al mare.

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Il neomelodico investe anche l’editoria: a un certo punto arriva Sciuè, “il mensile che piace a te”, rivista che ha come target il sottomercato e la sottocultura delle adolescenti senza un soldo, quelle fotomodelle un po’ povere di cui canta D’Alessio, che offre un altro canale di promozione per i divi del genere, che in alcuni casi radunano folle straripanti, fanno sognare più di un Eros Ramazzotti o di un Enrique Iglesias. Esperienza fallimentare, quella della stampa, che non durerà. Così come non durerà l’idea di una serie tv con protagoniste unicamente star del neomelodico, morta sul nascere. Sopravvivranno però i primi film tutti al neomelodico, “musicarelli” aggiornati ai primi Duemila, realizzati dal basso, che tentano di riproporre la tradizione della sceneggiata, aggiornandola: Il prezzo dell’onore (2008) di Nando De Maio con il cantante Natale Galletta, Il latitante (2003) di Ninì Grassia o L’usura (2007) di Enzo De Vito.

Poi arriva YouTube, soprattutto, a rimpiazzare le trasmissioni di una volta: a quel punto basta caricare un video realizzato in mezza giornata – lo può fare anche il più imbranato degli agenti musicali – apponendogli un numero in sovraimpressione e oplà: raggiunte centinaia di migliaia di ragazzine. Sono gli anni della faida di Scampia, dei 100 morti l’anno, di Gomorra, del fenomeno Saviano, dei giornalisti che arrivavano a Napoli con l’elmetto, con una città evitata dai turisti più dell’Iraq (ma la monnezza-apocalypse no, quella era ancora là da venire). E in quel tempo difficile sorge anche un altro fenomeno, quello dei baby-neomelodici. Bambini di otto, nove, massimo dieci anni già dotati di una voce formidabile e dell’intonazione giusta per far piangere alcuni e ridere altri. Sì, perché YouTube è una piattaforma che – come la tv dieci anni prima – si fa veicolo anche della derisione. La borghesia inevitabilmente passerà le ore a guardare Giuseppe Jr. che, alto meno di un metro, già canta di minigonne e toccatine; della piccola Fortuna, che imita Heather Parisi sul bordo piscina di qualche ristorante di periferia. O Piccolo Lucio, che canta A me me piace a’ Nutella, orgoglioso dei suoi chili di troppo che farebbero inorridire i genitori istruiti del Vomero.

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Uomini che rendono trash qualunque vestito, donne che sono irrimediabilmente o mamme o amanti o donne di malaffare. Le eccezioni ci sono, eppure: ​la già citata S​tefania Lay,​ che adolescente già canta Voglio ‘a libertà (dal marito violento, dalla gravidanza non voluta); ​oppure ​Valentina, il transessuale che canta canzoni per bambini. Ma sono​, soprattutto,​ lavoratori stakanovisti che sbattono in faccia ai figli della borghesia declassata soldi che potranno solo sognare: una canzone cantata a una cerimonia vale tra i 300 e i 1000 euro, mentre i più famosi per 45 minuti di esibizione possono arrivare a guadagnarne fino a 20mila. Gli eredi di D’Angelo e Merola cantano una realtà che è difficile accettare per i “piani alti”, perché parlano un linguaggio incredibile, che non si adegua alla globalizzazione (o meglio, lo fa, ma solo negli aspetti più rozzamente superficiali) né al politically correct, e però raccontano meglio di qualunque saggio lo street hassle vissuto dai gangsta rapper di casa nostra, le dinamiche dell’economia fuori dal controllo statale, il consumo ostentativo, la sua logica posizionale.

Nel 2012 si valuta che il giro d’affari del neomelodico è arrivato ai 200 milioni di euro l’anno, vai a capire come hanno fatto a misurarlo. Un giro d’affari che si riflette nella nascita dei Neomelodic Music Award, che però durerà meno di dieci anni. Però, anche qui, lo vedete il ciclo del pop-folk? Prima sotterraneo, poi oggetto di repulsione, poi esplosione, imitazione, parodia, infine normalizzazione. E adesso? Le tv locali adesso parlano d’altro, sono tornate a mandare in loop vecchi film di Totò e polizieschi anni ’80, o terribili commedie di Alvaro Vitali. La tv di Stato, che un tempo aveva ospitato a ora di pranzo i doppi sensi di Gigione (Il gelatino a Quelli che il calcio) e di Alberto Selly (O ballo do cavallo, ibidem), ben sapendo che erano tali, per stare sul pezzo, adesso non se ne interessa più. Gli intellettuali giustamente, avendo già detto tutto quel che c’era da dire (consigliamo anche Napoli serenata calibro 9, di Marcello Ravveduto) si concentrano sull’esaltazione del radical kitsch. Ma nemmeno tanto, perché adesso i neomelodici sono alla loro terza fase, quella più “ripulita”: Alessio e Raffaello si sono tagliati la zazzera un po’ tenebrosa da calciatori sudamericani e si sono fatti crescere la barba. Si sono fatti crescere i muscoli. Padroneggiano YouTube con più classe e anche i testi sono diventati più sfumati, più banalmente romantici. Confessiamo: c’è poca trippa per gatti antropologi.

Anche il passaggio dal cd all’mp3, e poi dall’mp3 allo streaming ha dato una mazzata non da poco alla catena di distribuzione. Dieci anni fa molte copie venivano anzi distribuite direttamente false: tanto chi le avrebbe mai comprate nei negozi? Adesso le bancarelle di quartiere con i cd contraffatti ci sono ancora, ma sono l’eccezione: a Palermo o a Catania, soprattutto, dove il neomelodico è così forte che alcune star come Gianni Celeste o Tony Colombo si sono spacciati per napoletani pur di cantare nella lingua che a tutti piace; a Napoli i senegalesi e i cingalesi vendono per lo più gadget e accessori, fidget spinner e selfie stick; c’è pure qualche film piratato in dvd, e qualche compilation, ma sono finiti i tempi delle fonoteche parallele, di strada. Ora la musica si ascolta solo su YouTube e sullo smartphone, a cavallo di un motorino.

È però un mercato più vasto, che ha superato definitivamente i confini del sud Italia ed è approdato in Italia e in Europa, grazie alla ramificazione digitale ma anche alla continua emigrazione dal Meridione. Alessio canta in un ristorante sciccosissimo di Modena, e fa il pienone; la sera è già a inaugurare un supermercato di Giugliano, provincia di Napoli. Le trasferte in Germania o Svizzera non mancano mai. Il neomelodico va più forte nella Roma dei Tredicine e delle borgate grilline e casapoundiane, come racconta in un reportage Angelo Mastrandrea su Il Manifesto.

Su YouTube si trovano frammenti di un concerto di Anthony a Tor Bella Monaca (…) A Torre Angela è di casa invece Emanuel Fraticelli, borgataro doc e neomelodico acquisito. Ha imparato il napoletano ascoltandone la musica e ora la riproduce con i consueti testi che occhieggiano alla vita di strada e titoli come «Due cuori condannati» e «Lettera a ’nu compagno».

E c’è una parola che attira tutti: hip-hop. Ecco cosa si ascolta adesso a Scampia e a Forcella: non più (tanto) i vocalizzi mediterranei e il sottofondo dei turnisti che prestano assoli di sax e Gibson elettrica, quanto basi elettroniche accompagnate dal dissing di periferia: quartiere contro quartiere, gruppo contro gruppo, ostentazione contro ostentazione. Una vittima celebre è Clementino, al secolo Clemente Maccaro, rapper da un milione di visualizzazioni a video, che viene minacciato da un neomelodico perché si rifiuta di duettare con lui. Ma è anche il segno di una resa: in fondo i rapper più famosi sono quasi tutti di buona famiglia. Rappresentano la società perbene che si è riciclata. Forse sì, la trippa per studiosi c’è ancora, basta saperla cercare.

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