Tremonti e la guerra dei dazi: “Cambio di regime della storia”

Forbes.it
Share

Giulio Tremonti

Dal “burro o cannoni” degli anni ’40 al suo parallelo odierno “acciaio o marmellata”. Il conflitto dei dazi irrompe dai libri di storia nella sua versione aggiornata che contrappone Stati Uniti e Cina, con Pechino che ieri ha risposto al muro di dazi su acciaio e alluminio innalzato da Washington erigendo una muraglia a protezione del settore alimentare. Qualcuno l’ha ribattezzata la “crisi del maiale”, perché soggetti ai dazi saranno 120 tipi di materie prime di provenienza statunitese, tra cui appunto la carne di maiale, per la quale verrà posta una maggiorazione sui prezzi all’importazione pari al 25 per cento.

Cosa sta succedendo al mondo come lo abbiamo conosciuto negli ultimi 20 anni? E soprattutto, l’Europa ha più da guadagnare o da temere dalla guerra dei dazi tra le due superpotenze?

Quella di Giulio Tremonti, quando ancora vestiva i panni di ministro dell’Economia, è stata una delle pochissime voci istituzionali a lanciare l’allarme circa la necessità di maggiori regole a tutela dei commerci internazionali, arrivando finanche a invocare, già nel 2003, dazi a difesa del made in Italy e nel 2005 con il suo libro Rischi fatali a sostenere che l’espansione cinese in Europa andasse contrastata difendendo la produzione locale.

Oggi la storia pare avergli dato ragione. E forse proprio per questo motivo dialogando con Forbes non nasconde una certa soddisfazione: “Non trovo nulla di drammatico. Non mi aspetto cambiamenti eversivi, però se si somma lo spirito della riforma fiscale di Trump e le posizioni commerciali assunte si assiste a un cambio di regime della storia e cioè a un tentativo di porre la globalizzazione non solo come una posizione passiva da subire scivolando verso l’Asia, ma anche come campo su cui agire. Introdurre regole non equivale a negare principi di economia liberale“.

Una svolta epocale dunque, che a detta di Tremonti, non avrebbe nulla di estemporaneo. “C’è una cosa che non è stata notata da nessuno”, spiega. “Nel comunicato ufficiale dell’ultimo G7 di Taormina è stata tolta la tradizionale formula «free trade», cambiata con «fair trade», ossia con una definizione di mercato che considera come componenti di un mercato equilibrato anche le condizioni di lavoro, l’ambiente, i valori strategici dei Paesi”.

Sarebbe dunque in atto la ricerca, all’interno di un sistema di mercato, di una serie di punti in grado di garantire maggiore equilibrio. Un processo dal quale – almeno secondo la visione di Tremonti – l’Europa sarebbe totalmente esclusa: “Cina e Stati Uniti considerano l’Europa non rilevante. È fuori dai giochi: troppo divisa, debole, confusa”. Nessuna speranza dunque di guadagnare quote di mercato laddove le due potenze in lotta dovessero cercare nuovi mercati di approvvigionamento: “Le uniche ricadute saranno negative” – conclude Tremonti – “a causa della nostra irrilevanza politica”.

Share