La fuga continua: un’intervista a Elio Germano

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Elio Germano sul red carpet del Festival di Roma.

Evidentemente nessuno gli ha mai chiesto di autografare una copia de Il giovane favoloso perché, mentre gli presto la biro, vedo che non sa dove appoggiare la punta della penna: gira e rigira la copertina del dvd senza nemmeno togliere il tappo. Colpa anche mia, che lo distraggo raccontandogli di quando, in un cinema della Puglia, avevano affisso la locandina del film di Martone a testa in giù, col testone di Leopardi giustamente verticale. Io, mi ricordo, andai dalla bigliettaia a dire “guardi che avete appeso il manifesto al contrario”, e lei mi rispose di no: “Nessuno ribalta Elio Germano”.

Trentasette anni e mezzo esatti, venticinque di carriera, l’attore romano torna sul grande schermo giovedì 12 aprile con Io sono Tempesta: “Farsa sociale”, “opera buffa”, che lo stesso regista definisce come “un piccolo affresco tragicomico” all’interno di un genere, quello fiabesco, solo apparentemente non realistico. Numa Tempesta, vate dell’alta finanza interpretato su misura da Marco Giallini, gestisce un fondo da un miliardo e mezzo di euro comprando (e rivendendo) alberghi extra-lusso nei quali vive senza riuscire a prendere sonno; si circonda di ragazze inanimate, è “un Don Giovanni senza desiderio sessuale”, finché il brivido della vita arriva con le sembianze del fisco. A causa di una vecchia condanna per evasione, infatti, Numa si vede costretto a scontare un anno in affidamento ai servizi sociali in un centro di accoglienza romano: il centro è luogo d’aggregazione di persone di tutte le età e tutte le etnie che – da sempre o improvvisamente – si sono ritrovate senza niente. Elio Germano è uno di questi, Bruno: ragazzo padre col vizio del gioco, abbandonato dalla moglie con il figlio a carico, vittima di un tracollo familiare ma ottimista fino all’idiozia. Ci si aspetta allora che il ricco spregiudicato, in mezzo ai poveri senzatetto buoni per tradizione, si riscaldi la coscienza e diventi buono pure lui: e invece in questa parabola al contrario gli sfollati, davanti al denaro, diventano abili speculatori senza morale.

 

La prima parte della pellicola ricorda un pezzo della biografia recente di Berlusconi…

L’idea, anni fa, è venuta effettivamente quando Berlusconi è stato condannato, immaginando un super-ricco in un centro per poveri; ma fortunatamente il film ha preso a raccontare altro, e cioè una figura di imprenditore più vicina a quelle di oggi, che frequenta i social, sicuramente più giovane e con più charme. Mi dispiace per l’ex presidente del Consiglio, ma chi è venuto dopo ha cominciato a fotografarsi sugli yacht, e il mondo dei capitalisti di successo è diventato qualcosa di molto condiviso sul web, soprattutto da persone che non hanno quello stile di vita, anzi: da persone che spesso non hanno niente. E lo spunto interessante è proprio questo: come ci si relaziona a una figura di questo tipo, che sicuramente ha fatto del carisma la sua arma e il suo strumento di guadagno? Sono persone che devono fregare il prossimo, quindi lo sanno fare molto bene. E queste persone, che prima consideravamo individui da combattere, adesso sono diventati uomini da imitare, da emulare. C’è una mitologia per questo tipo di figure. E quando il riccone protagonista di questo film si confronta con dei super-poveri loro, invece di odiarlo, si riconoscono moltissimo in lui.

 

Alcuni sostengono che la trama veicoli un messaggio ambiguo: proprio perché i poveri, lontano dallo stereotipo, sono facilmente corruttibili. Più che un film sul potere del denaro, però, mi sembra un film sulla persuasione, e in un’intervista a Leggo lei lo ha riassunto perfettamente: “Se c’è qualcosa che mi fa paura non sono i politici ma la gente, le masse sovreccitate che applaudono o condannano senza farsi domande”.

Noi in Italia abbiamo una sorta di malattia rispetto ai personaggi pubblici, che è frutto del nostro sprofondamento culturale: ci schieriamo contro o a favore dei personaggi che amiamo o che odiamo, spesso sulla base di cose molto esteriori. Da quel punto in poi, se la persona ci piace apprezziamo e condividiamo tutto quello che dice; applaudiamo o fischiamo prima ancora di ascoltare. Ma l’umanità è molto più complessa di “tutto bene” o “tutto male”: possiamo andare a trovare anche delle cose spiacevoli dette da Gesù. Ancora più grave, e lo dicevamo prima, è che le persone che non posseggono nulla hanno smesso di individuare come corresponsabili del loro malessere le figure come Tempesta, che vivono del lavoro altrui senza fare mai niente, che probabilmente controllano il mondo alzando e abbassando il telefono, vendendo e comprando azioni per cifre milionarie. Queste figure, dicevo, non sono più i nemici ma sono i miti. Ed è molto strano che persone che si trovano in condizioni di grossa difficoltà economica abbiano votato per la flat tax, che prevede di alzare le tasse per i poveri e diminuirle per i ricchi: questo dimostra come è cambiato l’approccio rispetto a questi personaggi.

Elio Germano (a sinistra) e Daniele Luchetti sul set.

È la sua terza volta con Daniele Luchetti: per il vostro primo film insieme, Mio fratello è figlio unico, ha vinto il suo primo David di Donatello; per La nostra vita il David, il Nastro d’Argento e la Palma a Cannes come migliore attore. Cosa si aspetta di vincere con questo?

Niente, io non m’aspetto niente. Non siamo in concorso in nessun festival per cui andiamo diretti in pasto al pubblico. È già stato un grande regalo lavorare di nuovo con Daniele.

 

…Che ha detto di lei: “Elio si candida a essere presenza fissa nei miei film, grazie anche a una comunicazione tra noi che definisco quasi medianica”.

Fortunatamente Daniele fa anche tanti film senza di me! È il primo regista con cui lavoro per tre volte, per cui sicuramente c’è un rapporto particolare. Poi, insomma, mi piace molto il suo approccio nel cercare continuamente, senza adagiarsi sulle cose che hanno funzionato e provare a ripeterle per fare incassi sicuri. Ogni film, con lui, è ragionato come un’opera nuova: vuol dire essere aperti a tutto quello che accade ogni giorno sul set, in tutte le fasi di lavorazione del film: questa è una modalità di lavoro in cui mi ritrovo molto.

 

Ogni volta che ne ha avuto occasione, lei si è sempre molto esposto…

Sì, anche a sproposito?

 

Al contrario: ricordo il discorso ai David, o quello al Festival di Cannes che, si dice, è stato censurato dal Tg1.

Fu un errore tecnico; o, almeno, mi è sempre stato detto così.

 

Ma questo suo esporsi non ha mai avuto ripercussioni sul lavoro?

Sicuramente. Però, anche qui, troviamo un altro emblema del nostro sprofondamento culturale: il terrorismo che chiunque di noi subisce anche solo informandosi sulle regole riguardo al proprio posto di lavoro; e non parlo solo del cinema, evidentemente, ma di tutti gli ambienti. Non ci sono più sindacati, non ci sono più tutele di nessun tipo; se non ti presenti mai tardi a lavoro né fai qualcosa di sbagliato puoi comunque essere scartato perché non sei così simpatico come gli altri (e perché ce n’è un altro che può essere inserito al posto tuo). Tutto ciò è frutto del fatto che non servono più competenze per certi posti di lavoro, chiunque può fare qualunque cosa, o almeno sembra così. E si ha paura nel dire qualsiasi cosa. È ovvio che non sto simpatico a tutti, non mi interessa, e fortunatamente ho la possibilità di campare con il mio lavoro senza tutte quelle cose parallele che mi taglio fuori con questo mio atteggiamento: evidentemente non ricevo proposte per pubblicità o collaborazioni con marchi o partecipazioni a convention per cui riempirebbero di soldi me e i miei colleghi. È una scelta. Il mio lavoro mi garantisce che un paio di film all’anno li faccio, e mi attacco a quello. Ovviamente se volessi entrare nel mondo del business dovrei stare attento a non parlare male di chi poi mi dovrebbe pagare. Forse non uscirò mai da questi limiti, però almeno riesco a svegliarmi la mattina senza dover ringraziare nessuno.

Elio Germano e Francesco Gheghi in una scena del film.


Il suo primo film fu Ci hai rotto papà, nel 1993, lei aveva meno di tredici anni. Quando da ragazzino sognava di fare l’attore, era questo che si aspettava?

Fortunatamente non ho mai sognato “di fare l’attore”: questa è un’altra deriva che ci rovina la vita, questo fatto che da bambini ci chiedano cosa vogliamo diventare da grandi. Uno si forza a fare il notaio, l’avvocato, l’attore, l’architetto perché pensa che sia la strada per diventare famoso e fare soldi lavorando il meno possibile: e intanto schiaccia tutte le esperienze in un’unica cosa che magari non gli appartiene. Magari i genitori lo fomentano, pensando che col lavoro del calciatore si possa «svoltare», come si dice a Roma. Ecco, in questa concezione del tempo verticale la felicità è sempre di là da venire. E quando riesci a diventare quella cosa là, poi magari ti rendi conto che hai perso tanto della vita e che quella cosa là non ti dà soddisfazione. Io fortunatamente mi sono trovato a fare questo lavoro. Ho frequentato una scuola di teatro che avevo quattordici anni, dai quattordici ai diciassette, e l’ho fatto per il piacere di farlo nel momento in cui lo facevo, e non perché speravo che mi portasse poi a fare l’attore. Questa è stata la mia più grande fortuna artistica: il nutrirmi del piacere e non montare delle esibizioni per far vedere agli altri che sono capace.

 

È stato Enzo Ferrari, Francesco d’Assisi, Giacomo Leopardi e sarà Antonio Ligabue: ma per tutti quelli della nostra generazione, lo sa, resterà sempre “er Pasticca” di Un medico in famiglia.

Ah sì? E questo mi dispiace…

 

Il film su Leopardi si chiamava Il giovane favoloso; quello su Ligabue si chiamerà Volevo nascondermi; come si chiamerebbe un biopic su di lei?

Che paura! Non lo so, si chiamerebbe Fuga… o La fuga continua.

 

È stato diretto da Scola, Crialese, Guadagnino, Argento, Amelio, Özpetek; più volte da Virzì, Veronesi e Salvatores: ma in venticinque anni di carriera solo una volta è stato diretto da una donna, peraltro a quattro mani: si tratta di Maria Carmela Cicinnati, era il 2002 e il film si chiamava Per amore.

Una cosa per la televisione, sì. È vero, non ho mai fatto un film con una regista donna.

 

Perché il cinema è in mano ai maschi?

Mi è capitato di partecipare a progetti di registe donne, ma poi per motivi vari i film non li ho fatti: non è stata certo una mia volontà. È un dato di fatto che i registi siano per la maggiore uomini, come tante altre cose che in Italia sono in mano agli uomini, a volte anche a sproposito.

 

E non solo in Italia.

Non solo, ma culturalmente in Italia viviamo questo problema con ancora più difficoltà. Se poi pensiamo a tutto quello che è successo, agli scandali anche dietro al cinema, capiamo che c’è un meccanismo del potere che premia soprattutto i maschi, e una aggressività che le donne finiscono poi spesso anche per imitare, invece di creare dei nuovi modelli. Questo mi auguro: che ci sia meno aggressività, un po’ più di apertura, meno spocchia.

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