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Il politicamente corretto vuole uccidere i Simpson

In posa con Apu, il proprietario del Kwik-E-Mart de “I Simpson”.

C’è Cletus Spuckler, ha venti figli ed è sposato con la sorella: è la rappresentazione del redneck americano. C’è il Capitano McCallister: cieco da un occhio, mantella blu e dirige un ristorante di pesce. C’è Jeff Albertson, l’uomo dei fumetti: grasso, non conosce l’universo femminile ma una volta s’è sposato online. C’è Willie lo scozzese, c’è Luigi Risotto l’italiano, c’è la gattara senza figli, ci sono le sorelle di Marge, due zitelle che passano il tempo a fumare e a guardare telenovele, c’è la professoressa Caprapall frigida, e poi c’è Apu, l’indiano che gestisce un negozio, il Jet Market, ed è l’unico personaggio al centro di una polemica sugli stereotipi razzisti. Lo avrete capito: stiamo parlando dei Simpson, la fortunata serie animata di Matt Groening.

A questo punto vi chiederete: perché Apu sì e gli altri no? Perché nessun bulletto della scuola ha mai preso a calci un bambino chiamandolo Luigi Risotto, a quanto pare (anche se è plausibile immaginare altre forme linguistiche di discriminazione, ma non divaghiamo). La polemica nasce quando un comico americano, Hari Kondalobu, realizza il documentario dal titolo The Problem with Apu il cui obiettivo è dimostrare quanto razzista sia la caratterizzazione di Apu (matrimonio combinato, famiglia numerosa e un forte accento di un doppiatore che ha la sventura ulteriore d’essere bianco). Nel doc, Kondalobu guarda al proprietario del fittizio Kwik-E-Mart di Springfield dalla prospettiva degli immigrati di origine asiatica, e intervista l’attore di Dottor House Kal Penn e il comico Aziz Ansari: entrambi gli spiegano di essere stati presi di mira da bulli che facevano l’accento di Apu per deriderli. Viviamo in tempi in cui la politica identitaria riesce a influenzare uno show televisivo con questioni secondarie sulla rappresentazione nei media dell’intrattenimento (la democrazia rappresentativa nei prodotti culturali è diventata un diritto fondamentale? Viene da chiederselo). I Simpson sono alla ventinovesima stagione, ma prima nessuno di noi s’era accorto che il nostro cartone americano preferito era pieno di battute che potevano essere usate dagli spacconi e dai razzisti per offendere i più deboli. Ridevamo proprio di quelle battute, perché riuscivamo a distinguerle dal modo in cui ci si comporta in un universo in cui le persone non sono gialle. Oggi la sensibilità è cambiata, e neppure Wes Anderson può girare un film con dei cani in stop-motion in Giappone (Isle of Dogs) senza che lo si accusi di appropriazione culturale.

Apu Nahasapeemapetilon de “I Simpson”.

Nessuno ha mai indagato quanti bambini siano stati chiamati Milhouse o quattrocchi, o quanti presi in giro per il loro peso, o per le sopracciglia folte, le orecchie a sventola, la faccia strana. La soluzione per alcuni è epurare il linguaggio, i modelli comportamentali, i cartoni animati, convinti che serva a modellare gli spettatori e renderli più aperti, democratici e rispettosi. Parti dal linguaggio e cancelli la violenza: una tesi suggestiva e nobile ma che non ha alcun fondamento sulla realtà. Se un bullo vuole picchiare un indiano non ha bisogno del pretesto dei Simpson, gli basta percepire la vulnerabilità della condizione della sua vittima. E la vulnerabilità può essere ovunque: in un bambino timido, in un adulto insicuro, in una donna, in un immigrato. Ma la scuola del risentimento non si accontenta di riscrivere il canone occidentale: vuole mettere le mani anche sui cartoni animati.

I Simpson hanno risposto a questa polemica a modo loro. Nell’ultimo episodio della serie, Nessuna buona lettura resta impunita, Marge regala a Lisa un libro di quando lei era bambina, ma si accorge che è pieno di stereotipi offensivi. Inizia a intervenire per modificarli, ma la storia perde interesse. In modo molto didascalico, Lisa dice: “Ciò che, quando iniziò decenni fa, era apprezzato e considerato non offensivo, ora è ritenuto politicamente scorretto. Cosa ci possiamo fare?”. Marge risponde che se ne occuperanno più avanti, e Lisa aggiunge – guardando la foto di Apu con la scritta “Don’t have a cow” – che forse non se ne occuperanno mai. Perché forse, effettivamente, non c’è alcun bisogno di modificare e addolcire gli stereotipi di un personaggio, rendendolo diverso da tutti gli altri in virtù del fatto che lo si vuole rappresentante di un’etnia da integrare meglio nella società americana.

L’idea che un character minore di un cartone animato debba essere più profondo per rispettare quella minoranza etnica è un tic contemporaneo, un disturbo cognitivo di un’era in cui immaginiamo che la cosa peggiore che possa succedere è essere feriti nei propri sentimenti. Forse prima o poi gli autori cederanno, daranno più profondità a Apu, ne riscriveranno gli aspetti farseschi, lo faranno diventare presidente degli Stati Uniti. E noi penseremo d’essere stati fortunati a essere cresciuti in tempi in cui, quando incontravamo un bullo, non davamo la colpa ai consumi culturali con cui era cresciuto. È come se vivessimo nell’ultima scena dei Simpson, quella in cui c’è il pippotto morale in cui tutti capiscono qualcosa che li fa vivere meglio: solo che manca la parte nella quale ci si diverte.

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