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Cultura 1 Maggio, 2018 @ 12:20

Élite ma non troppo

di Paolo Mossetti

Contributor, scrivo di cultura economica.Leggi di più dell'autore
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Cosa definisce la “classe aspirazionale”?

Le ultime elezioni presidenziali americane l’hanno reso evidente, ma lo scontro epico era nell’aria già da tempo: sulle rovine di destra e sinistra, il confronto politico in Occidente vede oggi contrapposti vincitori e vinti dalla globalizzazione, rappresentati nel discorso pubblico da due etichette: “élite” da un lato e “popolo” dall’altro. Tra gli addetti ai lavori della cultura, del giornalismo e dei partiti ci si è concentrati perlopiù sul secondo termine – per capire a quale platea rivolgersi, a quale pubblico puntare per recuperare un po’ di consenso dopo anni di fiducia a picco – mentre sul primo regna da sempre una certa confusione: è dall’Ottocento, almeno, che si parla dei padroni dell’Universo e del vapore, e nel 2011 i ragazzi scesi in piazza con il movimento Occupy indicavano con la definizione “l’1%” la quota di presunti oppressori che decideva per il resto del mondo. Ma se i confini non fossero così netti? Se, invece, attorno alla nozione di privilegio ci fosse così tanta nebbia da non farci capire che ci abbiamo sbattuto dentro anche noi?

In The Sum of Small Things: A Theory of the Aspirational Class la sociologa statunitense Elizabeth Currid-Halkett esplora il comportamento di quella che lei chiama “la moderna classe aspirazionale”, la classe media illuminata, non necessariamente arricchita ma con una visione del mondo molto precisa: secondo l’autrice, questa classe preferisce ai “consumi vistosi” tipici della società del secondo Dopoguerra quelli “non vistosi” che rendono la vita migliore (ad esempio, lezioni di una lingua straniera per i propri figli, l’abbonamento al New York Times, un abbonamento al teatro sperimentale di quartiere, i prodotti artigianali). I membri di questa classe svilupperebbero così uno spropositato senso di sé, che li porta ad “ignorare la crescente ineguaglianza che li circonda”. L’ennesimo atto d’accusa contro i radical chic? Non proprio.

Nel suo saggio, pubblicato dalla Princeton University Press nel maggio 2017, Currid-Halkett altro non fa che aggiornare la Teoria della classe agiata di Thorstein Veblen, classico della critica sociale del 1899. Proprio come l’economista americano un secolo prima di lei, l’autrice scompone le abitudini di consumo per reddito, età, etnia e livello di educazione, con un notevole focus sugli abitanti delle metropoli. Currid-Halkett arriva a dire, con un po’ di accondiscendenza e di inverosimiglianza, che nessuno in West Virginia o in Pennsylvania si pone il problema di ordinare un caffè troppo costoso, che invece a New York fa status. Se dopo aver letto il libro sono rimasto dubbioso circa le sue premesse teoriche – e su alcune affermazioni un po’ avventurose – quello della sociologa è comunque un lavoro molto utile sui meccanismi di interazione tra consumo e status quo. Forbes ha sentito per e-mail l’autrice, per chiederle di chiarire meglio alcuni spunti.

La cover di “The Sum of Small Things: A Theory of the Aspirational Class”.

In particolare, in che modo contribuirebbe, questa classe che a cena preferisce parlare del podcast preferito o dell’ultima moda dello yoga, a “lasciare fuori” il resto della società, e ad aggravare le ingiustizie già esistenti? Di cosa invece dovrebbe tener conto? C’erano una volta i famosi “cucchiai d’argento” di cui parlava Veblen: oggetti non necessariamente utili, ma appariscenti, in un tempo in cui la borghesia si preparava a benedire le ultime, insensate guerre coloniali (e poi a comprare obbligazioni per finanziarne una mondiale). “Oggi, i beni materiali sono diventati così comuni da non essere più rivelatori di uno status quo: sono stati democraticizzati”, spiega Currid-Halkett. “Mentre altre tendenze di spesa non lo sono: una buona assicurazione sanitaria, il potersi permettere di pagare l’università ai figli, il poter assumere una babysitter. Questi sono acquisti meno materialistici e meno appariscenti, ma hanno un prezzo, e riguardano solo i ricchi”. Ci sono, poi, tutta una serie di abitudini per pochi privilegiati come “fare corsi di Pilates, allattare il proprio bimbo nel tempo libero, mangiare cibi biologici”, che sembrano avere uno scopo benefico – per se stessi, per l’ambiente, per la prole – “ma sono costosi, perché necessitano una disponibilità di tempo e di investimenti educativi che solo pochi possono permettersi”. “I membri di questa classe devono essere consapevoli di come il loro mondo sia rarefatto”, spiega Currid-Halkett, “e sebbene certe scelte siano lodevoli e coscienziose, sono anche il simbolo di una disponibilità di tempo e di risorse che il resto della società non ha”.

Uno degli aspetti che più colpiscono della categoria di “classe aspirazionale” è che è definita solo parzialmente come élite economica, ma innanzitutto come élite culturale. Ne possono far parte, secondo il libro, tanto i giornalisti freelance da 150 dollari al pezzo quanto banchieri, avvocati, medici da 200mila dollari l’anno di salario. “L’elemento meno convincente di The Sum of Small Things consiste proprio nel mettere sullo stesso piano élite culturale ed élite economica, quasi a dire che sono la stessa cosa e che, anche quando non lo sono, poco importa”, ha scritto Anna Momigliano su Rivista Studio. Secondo la giornalista non basta far notare, come fa Currid-Halkett, che “gli hipster disoccupati frequentano gli stessi caffè degli sceneggiatori che hanno successo a Hollywood”, “come se bastasse un frappuccino a chiudere la questione”, e che non basta parlare di élite ignorando le divisioni di reddito.

Momigliano poi rileva come, provando a rispondere al check-test in cinque punti messo su da Currid-Halkett per capire se si fa parte della classe aspirazione oppure no (compri cose che ti fanno sentire una persona migliore? I consumi “non vistosi” rappresentano una fetta importante della tua spesa? Fare il genitore è, per te, uno status symbol? Con gli amici parli più di idee che di cose? Disponi del tuo tempo con una discreta flessibilità?) ben pochi di noi “lettori forti” risulteranno esclusi dalla categoria. Ma questo innesca una dissonanza cognitiva difficile da mandare giù: come mai, se davvero siamo élite, i nostri conti in banca sono asciutti, le nostre case minuscole, e la nostra dichiarazione dei redditi è quella dei meno abbienti?

Questo spaesamento esistenziale viene ribattezzato dallo scrittore Raffaele Alberto Ventura come “disforia di classe”. Nel suo libro Teoria della classe disagiata, pubblicato da minimum fax e molto discusso in questi ultimi mesi, Ventura racconta questo “sfasamento tra l’identità che viene imposta alla classe disagiata dall’esterno e quella che rivendica per sé, o più precisamente tra la sua condizione economica e il suo profilo socio-culturale” (cito Lorenzo Vitelli). C’è una classe creativa, che ha studiato e letto tanto, che pur avendo stipendi da fame e un mercato del lavoro disastrato, si ritrova a dover vivere in quartieri alla moda pur di non essere troppo lontana dai poli culturali, e a spendere in libri, vestiti e cene pur di non perdere punti in networking; a dover, ancora, stare al passo con i consumi intellettuali del momento pur di continuare qualche collaborazione mal pagata. In poche parole: una generazione si trova a fronteggiare il conto della maschera sociale che si è scelta.

Due ragazza a Hyde Park, Londra.

Il privilegio vero, secondo Ventura, è da rintracciare nelle radici economiche di questo disagio: l’appartenere a quella che è comunque una borghesia di lontana derivazione imperiale, il poter disporre – in molti casi – di patrimoni familiari e case che hanno consentito il prolungamento infinito dell’istruzione e della “ricerca di sé” (anche se poi a ben vedere è un privilegio di cui spesso si farebbe ben volentieri a meno, in cambio di una maggiore dinamicità e prospettive).

L’élite europea si comporta come quella americana descritta in The Sum of Small Things? “Non penso che la sanità gratuita per larghe fette della popolazione in Europa, o l’istruzione più economica facciano la differenza”, dice Currid-Halkett. “I consumi culturali sono molto simili”. Le chiedo allora se anche lei condivide l’idea di Ventura, secondo cui i consumi culturali dei “troppo ricchi per rinunciare alle proprie aspirazioni e troppo poveri per realizzarle” finiranno per distruggerli, a causa di una competizione reciproca spietata. “Di sicuro c’è anche negli Stati Uniti la preoccupazione che una laurea, di questi tempi, non valga più quanto valeva per le generazioni passate” – spiega Currid Halkett – “ma questo soprattutto perché il college non è mai stato così costoso. E l’istruzione veramente d’élite – ti parlo della Ivy League – è due spanne sopra tutto il resto, in termini di garanzia di mobilità sociale e di possibilità di trovare un buon lavoro”.

“Ciò detto” – prosegue la sociologa – “credo che gli investimenti in capitale culturale non siano mai uno spreco: imparare a suonare al pianoforte, leggere ottima letteratura e parlarne con gli amici è ciò che rende piacevole una vita e ci lega agli altri. Il problema è trovare un modo per far partecipare sempre più persone: perché questi comportamenti non sono mai gratuiti, anche quando lo sembrano. Ecco, più musei e più biblioteche pubbliche sarebbero un ottimo inizio”. Ma fissarci troppo con la cultura – specialmente quella umanista – non rischia di creare più velleità, e dunque più aspirazioni che poi rischiano di essere puntualmente disattese?, mi domando sulla scorta di un tema caro a Ventura. Temo che in Italia – dove il gap tra investimento in istruzione e status economico è mediamente più largo che altrove – il lavoro culturale non abbia mai avuto troppo fascino.

Ma Currid-Halkett mi dice che questa storia delle bolle intellettuali ed elitiste è forse più drammatica negli Stati Uniti che da noi: “In Ohio” – dice – “nessuno ordina un latte alle mandorle sulla via per l’ufficio: la «classe aspirazionale» delle grandi città si è totalmente sconnessa dalla working class bianca; dall’America di Trump, insomma”. Le dico che mi pare un’esagerazione, una forzatura. “Il punto è che c’è una differenza culturale sempre più forte tra città della costa – quelle che Naomi Klein chiama la «classe di Davos» – e il resto dell’America”, insiste l’autrice. “Qui non parliamo tanto di reddito, quanto di quali podcast ascoltiamo, di quali giornali leggiamo, persino di quali caffè ordiniamo. I nostri dibattiti sono il frutto della concentrazione geografica di certe preferenze, non siamo abituati a discutere abbastanza di certi problemi di classe. Tutto questo ha a che fare, anche, con il ruolo centrale delle città nell’economia globalizzata”.

La vulgata prevalente dei critici della globalizzazione si sta occupando della ricchezza dell’un percento più ricco del pianeta, e su come questa concentrazione di potere economico affligga tutti gli altri, la maggioranza la cui ricchezza è invece stagnante da trent’anni. Tuttavia, se la “classe aspirazionale” non appartiene soltanto al mondo degli ultraricchi, non si dovrà discutere anche delle disparità all’interno della stessa classe media?

Secondo l’economista Richard V. Reeves, il gap vero e crescente nella società americana è tra l’alta borghesia e tutti gli altri. Nel suo Dream Hoarders, uscito sempre nel 2017, (sottotitolo: “Come l’alta borghesia americana sta lasciando tutti nella polvere”) Reeves definisce la upper middle class degli Stati Uniti come composta da coloro che appartengono alla fascia di reddito del 20 per cento più ricco. È soprattutto questo 20 percento ad aver perfezionato la trasmissione del proprio status ai figli, ad accumulare (hoarding) per sé tutti le opportunità migliori: in termini di servizi, case, scuole e consumo; dando sfogo ad ogni possibile velleità e riducendo, nel complesso, la mobilità sociale del Paese (dato è confermato anche da studi recenti della Federal Reserve Bank che mettono in crisi uno dei capisaldi dell’American Dream). Currid-Halkett è sostanzialmente d’accordo: “Sì, credo che se l’un percento mostra di investire in istruzione, servizi domestici e altre forme di capitale culturale – ad esempio lezioni di musica – più di chiunque altro, la vera differenza si osserva non tanto al di sotto del 20 per cento, ma al di sotto del 10 per cento: da lì in poi, la disparità di reddito si tramuta in una drammatica disparità di consumo e di opportunità”.

Quanto costa essere élite?

Secondo Mike Savage, autore di Social Class in the 21st Century (2015) un tempo c’era chi possedeva sia il potere sociale, che quello economico e culturale; oggi quel potere è fratturato e ripartito tra classi diverse. C’è lo scrittore freelance progressista tenuto in considerazione anche dai banchieri, che però con il prezzo di una giornata di ormeggio di una barca camperebbe per un anno; c’è il dipendente comunale incapace di intervenire in in una discussione su Facebook sul tema dei vitalizi, o l’operaio specializzato trattato come figurina lamentevole da Michele Santoro, che però ha un peso sociale ed elettorale specifico dieci volte superiore al graphic designer che ha scritto un pezzo sullo sfruttamento da iper-lavoro che ha fatto 60mila condivisioni. Questa frattura ci impedisce di identificare e correggere l’ineguaglianza vera, o di agire sulle politiche elettorali che modellano la società: non dovrebbe interessare soltanto gli accademici, dunque.

Un possibile capo d’accusa per i benpensanti raffinati del XXI secolo potrebbe essere che la loro ideologia invisibile si poggia sulla meritocrazia, sull’idea protestante che, lavorando duro, ognuno finirà nel posto che gli spetta, inclusi i “disagiati”. Ma questo è in contrasto con la citazione della piramide di Maslow – la gerarchia dei bisogni dell’individuo – fatta da Currid-Halkett in un altro passaggio del libro, in cui nota che la “classe aspirazionale” ha più cura delle idee che dei beni materiali, e ha più a cuore gli “altri” che i prossimi a sé. Un caso di bipolarismo etico?

Currid-Halkett parla di una “somma di piccole cose”, ma in realtà descrive la somma di cose piuttosto grandi: spendere interi patrimoni in istruzione e investire oltre la metà del proprio stipendio pur di vivere in un quartiere carino, ad esempio, lo sono senza dubbio. E uno dei problemi di questa “classe aspirazionale”, per l’autrice, è per l’appunto che i poveri possono permettersi di risparmiare per un bene “vistoso” come una borsa Louis Vuitton, ma non per un semestre di iscrizione alla Bocconi. Il tratto operativo di questo tipo di consumismo, forse, è che manca di tangibilità.

The Sum of Small Things ha il merito di parlare delle conseguenze politiche del consumo, e di identità di classe, in un Paese dove le leggi di mercato sono separate da quelle morali: potremmo pensare di re-intitolarlo Una somma di piccole e grandi cose invisibili; cose che occultano i rapporti di produzione e la catena reciproca di sfruttamento. Eppure l’autrice elogia la “classe aspirazionale” per un altro suo atteggiamento tipico, che a suo dire aiuterebbe, invece, a combattere l’ineguaglianza: la preferenza per una  “produzione vistosa”. Prodotti a chilometro zero, orti urbani, sedie impagliate dal vicino, vestiti cuciti dal “laboratorio migrante”, et alia. Non c’è dubbio che tutto ciò possa condurre a una domanda di mercato più coscienziosa, o ad abitudini di consumo più rispettose dell’ambiente o dei diritti dei lavoratori. Ma nei trend economici non c’è traccia di tutto questo lavorìo progressista, purtroppo.

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