Chi ha paura di stroncare un film gay?

Forbes.it
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Nick Robinson nei panni di Simon Spier.

Quando Brokeback Mountain arrivò sugli schermi, forte del Leone d’Oro e in odore di tre Premi Oscar, non fu certo standing ovation in tutte le sale del mondo, anzi: in mezzo ai dieci-e-lode dell’Hollywood Reporter e dell’Entertainment Weekly, si lanciavano pomodori anche tra la stampa americana. La pellicola, scriveva Film Threat, “si impegna a fondo per evitare gli stereotipi gay ma non ha problemi ad applicare stereotipi regionali altrettanto offensivi”. Stando al commento più furbo, Brokeback Mountain riceveva quel successo solo perché era, appunto, “un film gay”. Se non ci fosse stata la “storia d’amore gay” si sarebbe trattato di un Harmony come tanti. Ma Brokeback Mountain – che raccontava di repressione sessuale, pregiudizio sociale e violenza omofoba – avrebbe potuto essere un “film etero”?

Oggi, dopo che a Bush sono subentrati prima Obama e poi Trump, forse per fare un dispetto a quest’ultimo nessuno si sognerebbe di muovere una critica a Moonlight o, giustamente, a Chiamami col tuo nome. Ma pure gli anni scorsi sono passati dall’Academy titoli attivisti come Dallas Buyers Club, Beginners, Milk – tutti sopra all’80 di media Metascore; solo The Imitation Game, un film davvero riprovevole, si aggirava intorno al 70 – e The Danish girl, massacrato a Venezia, ha un bel 10 da Variety. Dunque, chi ha paura di stroncare un film gay? Io no di certo: ci sono pellicole che lo meritano. Una è Tuo, Simon – già da un paio d’anni in libreria e dal 31 maggio nelle sale italiane, con più di 40 milioni di dollari incassati nei soli Usa. Per stroncarlo, si può riesumare quella critica poco scaltra che inizia con la stessa domanda: avrebbe successo, se fosse “un film etero”?

Tutto questo rispetto ossequioso per il cinema Lgbt deriva, in parte, dal fatto che le commedie romantiche cosiddette queer hanno una tradizione veramente becera e raramente, come scriveva il giornalista Kyle Turner, sono state in grado di uscire dai cinema autonomi, dalla sezione Gay & Lesbian di Netflix, dai festival indie o dalla casa dell’amico attivista che comprò online il dvd di Were the World Mine. La ragione è, ovviamente, l’etero-normatività dei media: ma perché i drammoni in cui muoiono tutti o parte degli interpreti (di Hiv, violenza omofoba, gelosia coniugale) finiscono sui grandi schermi, mentre invece le commedie romantiche no? Si pensi a Carol, Weekend, 120 battiti al minuto e Tutto su mia madre: film sicuramente romantici, ma non certo commedie.

Nick Robinson, Talitha Eliana Bateman, Jennifer Garner e Josh Duhamel in “Tuo, Simon”.

Si giustifica quindi da solo il clamore sperimentato a marzo, all’approdo nelle sale statunitensi una rom-com che non solo è gay, ma pure teen: talmente teen da pagare gli straordinari a metà del cast di Tredici. The Playlist gli assegna 8.3, Variety e il Guardian 8, mentre il pubblico non bada a spese: 40mila utenti tra Imdb e Letterboxd riempiono di stelle, cuori e parlano di eccellenza. Parte di questo fanatismo viene da lontano: il film è infatti l’adattamento del romanzo Non so chi sei, ma io sono qui (prontamente ristampato col titolo del film), dell’autrice young adult Becky Albertalli. Ma il libro, diventato un bestseller negli Usa, non ha trovato tutto quel consenso anche in Italia. Ci troviamo, per l’ennesima volta, in un liceo americano: la mensa con i vassoi e i vassoi con la gelatina, i tavoli spartiti tra il club degli scacchi e le cheerleader, le feste in casa con i bicchieri a tinta unita da 500 ml, l’inno cantato in apertura alla partita di football con la mano sul petto…

“Sono esattamente come te”, dice Simon fuori campo nella primissima sequenza del film, “eccetto per il fatto che ho un segreto enorme”. Concedendogli l’ipotesi che il segreto non ce l’abbia pure io, che invece ce l’ho, bastano le successive frasi – e corrispondenti immagini – a chiarire che Simon non è assolutamente come me: ma nemmeno come nessun altro adolescente in questo Paese. Suo padre, quarterback della squadra del liceo, si è fidanzato all’epoca (e si è sposato poi) con la prima della classe, con cui ha messo al mondo due figli in una villetta su due piani: la più piccola, ogni mattina, prepara la colazione sui suggerimenti di Top Chef, mentre il resto della famiglia – impeccabilmente vestito e con la pelle del viso distesa – mangia dislocato tra il soggiorno e il divano. Simon, poi, monta in macchina e va a prendere tre dei suoi compagni di scuola, fermandosi pure al bar a fare “quello che fanno tutti gli amici”: bere bacinelle di caffè freddo e annacquato, sull’automobile, a diciassette anni, di prima mattina.

Il protagonista intraprende una relazione epistolare – per mail, s’intende – con una persona sconosciuta (cosa mediamente credibile) che sotto lo pseudonimo Blue si è dichiarata omosessuale sul social network dell’istituto (cosa poco credibile): si dà per scontato che sia un uomo (e non, quindi, la figlia di Beyoncé). Siccome il segreto di Simon è questo, l’essere gay, allora si infatua immediatamente di chi pigia i tasti di quell’altra tastiera. Sarà Bram? Cal? Lyle? Poco importano le fattezze: l’amore è cieco ma ci legge benissimo, e Simon già s’immagina – con uno o l’altro – a limonare sotto al vischio. I genitori, intanto, non c’è un giorno che escano per andare a lavoro o che passino l’aspirapolvere; la sorella minore, senza amiche, probabilmente non frequenta nessuna scuola. L’attenzione è tutta concentrata sui ricatti che Simon subisce per mantenere segreto questo segreto, e le conseguenze della cosa tra i suoi amici. Mentre intanto sullo sfondo la tempesta ormonale investe tutti, subito pronti a fidanzarsi col vicino di banco.

Non nego che qualche scena comedy funzioni: in primis l’annuncio da parte dei personaggi di essere eterosessuali (perché si fa coming out per dire solo che si è gay?). Ma Simon è, come si può intuire da questo riassunto fazioso, un film di fantascienza – probabilmente il primo film di fantascienza comedy, gay e teen del cinema americano – e la prima sufficienza concessa al regista Greg Berlanti si giustifica quindi da sola.

Ma appunto, se Tuo, Simon fosse “un film etero”, sarebbe stato promosso ugualmente? Ci saremmo trovati di fronte a una pellicola in cui un ragazzo conosce una persona online, ci conversa amabilmente, se ne invaghisce, non vuole che si sappia in giro e intanto festeggia Halloween al karaoke, il Natale in pieno giorno coi regali in scatole monocromatiche e guarda i video dei Panic At The Disco su YouTube (nonostante siano stati inattivi per tutto il 2017). Probabilmente, quindi, no: il giudizio di un film non dovrebbe ricevere favoritismi di genere.

Una commediola strabordante di retorica – che abbia per protagonista un gay o, che so, il generale Franco – deve essere giudicata a prescindere dall’essere, ad esempio, il primo musical polacco sul generale Franco: se fa schifo, fa schifo. E applicando più in grande quella funzionante sequenza del coming out, domandiamoci: perché diciamo che Tuo, Simon è “un buon film gay” mentre invece trascuriamo che I ponti di Madison County sia “un buon film etero”? Io che ho molti amici gay – e lo stesso segreto del protagonista – valuto non “il film Lgbt” ma “il film”: con orgoglio appare tra i crediti che ha gli stessi produttori di Colpa delle stelle, tanto eterosessuale quanto carico di malattie terminali: avevo dato un’insufficienza grave a quello e, con lo stesso orgoglio, la do anche a questo.

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