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Cultura 6 giugno, 2018 @ 6:19

Il vero Miracolo di Ammaniti è Sole Pietromarchi

di Manuel Peruzzo

Giornalista freelance.Leggi di più dell'autore
È nato nel 1987 nelle valli del comasco. Alle gite a Chiasso preferisce una stanza vuota con wifi. Si occupa di consulenza e marketing digitale. Si finge uno di quegli scrittori culturali del secolo scorso. Vive nel timore di essere scoperto. chiudi

Elena Lietti ne “Il Miracolo”.

Una statuetta di plastica della Madonna che lacrima sangue può essere tante cose. È una scocciatura per il premier Fabrizio Pietromarchi (un sexy Guido Caprino, primo premier con la barba) alle prese con un referendum sul rimanere o meno in Europa (che è in realtà un referendum su sé stesso: vi ricorda qualcuno?); è un miracolo e una possibilità di redenzione per il peccatore Padre Marcello (Tommaso Ragno) che per gli effetti collaterali di un farmaco è ludopate e sessuomane; è la possibilità di far progredire l’evoluzione della specie umana per la biologa gattara Sandra Roversi (Alba Rohrwacher); è un mistero da risolvere per Giacomo Votta (Sergio Albelli) che guida le indagini. Il Miracolo è la prima prova di regia di Niccolò Ammaniti per Sky Atlantic: atmosfere cupe, ritmo rarefatto (in accordo con la colonna sonora elettronica di Murcof), personaggi sgradevoli ed egocentrici che di fronte al mistero non pensano a cosa possa significare per il mondo, ma solo a quanto ciò li riguardi.

Durante un’operazione di polizia viene ritrovata la statuetta della Madonna che piange litri di sangue. Barili di sangue. Viene portata al sicuro (si fa per dire), in una piscina circondata da militari un po’ cialtroni. Poi verrà congelata, studiata, osannata, odiata. E farà da sfondo e connettore a storie che dalla campagna calabrese della ‘ndrangheta arriveranno in una Roma che pare quasi Milano, passando per il Belgio. In mezzo, la storia di una famiglia a capo del Paese, un matrimonio sfortunato tra Fabrizio e Sole. Fabrizio ricorda Matteo Renzi (anche se Ammanniti dice d’essersi ispirato a quella celeberrima puntata pilota di Black Mirror in cui il premier britannico si, ehm, sacrifica per il bene dei cittadini). In un momento di crisi, assediato nel politico e nel privato (mai sono state la stessa cosa come oggi), dice: “Non posso farci niente se viviamo in un Paese con tendenze suicide. C’è qualcosa di masochistico che spinge gli italiani a fare la scelta sbagliata. Non riescono a vedere al di là”. I suoi gli ricordano che la funzione di un leader è proprio quella di orientare il voto popolare, e che se non ci riesce il problema è anche suo che è troppo debole. Alla fine l’Italia rimarrà in Europa (allora ci voleva ancora un referendum, oggi sappiamo che potrebbero bastare i piani B di ottuagenari strateghi) ma il prezzo per rimanerci sembra essere il necessario sacrificio umano.

Un personaggio in particolare vale la pena d’essere raccontato: Sole Pietromarchi. La moglie ricca annoiata “e un po’ puttana” (cit. Natalia Aspesi) che oltre a tradire di continuo il marito è fissata con la carne certificata e senza antibiotici (“guarda qui: ha le tette a 9 anni, ti pare normale? Colpa della carne”), e molla i figli alla tata polacca invasata (una che passa il tempo libero chiusa in un auditorium a cantare in attesa del nuovo avvento). Sole, attenta a ogni posa – una che per capirci si preoccupa di non indossare il medesimo abito di un’altra in pubblico, perché consapevole che i giornali glielo rinfacceranno il giorno dopo – finisce in un momento di crisi a rimproverare la figlia in un centro commerciale. La schiaffeggia, ignorando le spettatrici munite di cellulare, che riconoscendone la figura (pubblica) riprendono la scena, per poi pubblicare il filmato. Ne nasce un comprensibile caso politico sulla First lady degenere.

Quando il marito le chiede un’intervista riparatrice per chiedere scusa agli italiani (e tutelare i di lui interessi politici), lei fa l’opposto: accetta l’intervista, ma respinge il processo mediatico. Anziché scusarsi e trasformarsi in vittima braccata, rivendica l’imperfezione di una madre senza istinto materno (“un’invenzione”, e quasi sembra spiegare quell’amore in più teorizzato dall’intellettuale femminista Élisabeth Badinter), e rispedisce le accuse verso chi twitta minacce di morte e oscenità sentendosi giudice supremo, consapevole che ciò che hanno a cuore i giustizieri della rete non è l’infanzia della bambina ma godere della caduta della donna privilegiata oggetto di invidia sociale. Sole disprezza i pavidi “che lanciano insulti protetti dalle quattro mura delle loro stanzetta”, e ammira il coraggio di chi ci mette la faccia e difende con le unghie anche le paure e le inadeguatezze. Il miracolo vero è avere scritto un personaggio che, in tempi di gogne, dice: “Non devo difendermi né giustificarmi”.