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Cultura 30 agosto, 2018 @ 3:42

Sfatiamo il mito dei “delusi dalla sinistra”

di Paolo Mossetti

Contributor, scrivo di cultura economica.Leggi di più dell'autore
Nato a Napoli, ha studiato economia e antropologia a Milano, lavorato nel marketing editoriale a Londra e Oxford e come scrittore freelance e cuoco a New York. Ha scritto, tra gli altri, per N+1, Domus, Esquire Italia, Il Tascabile e Lo Straniero. chiudi

Asta di opera di Andy Warhol da Sotheby’s.

Quella tra la sinistra – più e meno “colta”, “intellettuale”, “migliore”, usando alcuni termini con cui è stata descritta (e si è descritta) – e il popolo è una storia d’amore tormentata: da sessant’anni questo conflitto occupa le pagine di giornale e i dibattiti televisivi in Italia. Questo perché, come tutte le storie tormentate, c’è un assunto che vale solo per una delle due parti in causa: è l’idea che ci sia, da un lato, un ceto intellettuale che deve “recuperare il rapporto” con il popolo, e dall’altro il popolo che deve essere, per l’appunto, “recuperato”. La realtà è molto più cruda di così: tra gruppi sociali ci sono differenze di carattere sostanziali che solo delicate alchimie, oggi irripetibili, un tempo tenevano insieme. Oggi sembra palesarsi ciò che prima altri assetti politici nascondevano: nella vita di un soggetto democratico non c’è più spazio per l’altro – se mai c’era stato – e bisogna prenderne atto quanto prima. Rossella O’Hara sospira pensando al giorno in cui potrà ricongiungersi con Ashley Wilkes, ma lui nel frattempo si è già sposato e ha pure una figlia.

Se quello dei “delusi dalla sinistra” fosse un film, dei ritornelli più frequenti della sua sceneggiatura riguarda il mitologico segmento degli “orfani” del Partito comunista italiano, che dal 1989 a oggi sono passati dal votare Pds al Movimento cinque stelle (in procinto di approdare in massa – se non l’hanno già fatto – alla Lega di Salvini). C’è come un giornalista collettivo ossessionato da questa entità mutevole, e dopo le ultime elezioni si è scatenato nel ripetercelo: “Un tempo comunisti, oggi grillini: il 35% degli elettori del PCI nel 1987 ora vota M5S”, titolava il sito The Post Internazionale all’indomani delle elezioni del 4 marzo scorso. I voti in fuga dal Pd sono andati al tanto odiato M5S: si parla di due milioni di consensi al Movimento provenienti dalla sinistra, mentre Swg ha rivelato che il 35 per cento di chi nel 1987 votò Pci il 4 marzo ha scelto Cinque Stelle.

I numeri sono davvero impietosi. Ma di cosa era composto veramente il consenso perso dal Pd? L’impressione è che il giornalismo italiano voglia dipingere gli orfani del Pci come proletari progressisti delusi, nonnini saggi da abbracciare e assecondare a ogni costo. Sì, certo: le elezioni si vincono con l’elettorato che ci si ritrova. Ma siamo onesti: una parte consistente del Pci era bigotta, reazionaria, razzista e sessista già trenta o quarant’anni fa, così come lo è oggi.

Non si spiegherebbero, tanto per dire, il ritardo e gli indugi di Enrico Berlinguer prima di invitare a votare no all’abrogazione del divorzio, nel 1974, e ancora, nel 1981, contro l’abrogazione della legge sull’aborto. Commentando le campagne politiche in vista del referendum del 1981, che includeva anche una domanda sull’abrogazione dell’ergastolo, il parlamentare dei Radicali Gianfranco Spadaccia lamentava l’assenza di qualsiasi presa di posizione pubblica da parte di Psi e Pci, che così rinunciarono “a cogliere una eccezionale opportunità di confronto democratico”. Una delle ragioni che ha spinto a questa scelta sarebbe stato l’atteggiamento di una parte della base del Pci, scriveva Spadaccia.

Proprio i comunisti hanno propagandato il fatto che una parte dei loro iscritti e simpatizzanti erano favorevoli alla pena di morte. […] il gruppo dirigente del Pci tende a presentare una immagine della base comunista assai più vecchia e peggiore di quello che è. Ma anche se fosse così, il problema lo si dovrebbe affrontare in termini di battaglia culturale e politica, in termini di principii e di valori, oltre che di conseguenti programmi politici, legislativi e di governo: non da posizioni di retroguardia.

Allora c’era una sinistra che diceva che il problema centrale era quello del lavoro, e non i diritti individuali. Ma a che prezzo? Dalla riunione della Direzione del Pci del febbraio 1973, sulla possibile legalizzazione dell’aborto, la più veementemente ostile alle femministe era la compagna Adriana Seroni: “Non possiamo favorire una politica laicistica”, tuonava. “Dobbiamo pensare ad una soluzione che corrisponda allo stato attuale dell’evoluzione del costume”, diceva un titubante Abdon Alinovi. Al che Enrico Berlinguer aggiungeva: “Sì, ma anche a esigenze di unità nazionale”.

Chi erano gli elettori del Pci degli anni ’70 e ’80? Quelli insomma che sono ancora vivi e pensanti? Molti erano operai, metalmeccanici, tassisti, piccoli imprenditori, insegnanti, impiegati della pubblica amministrazione che hanno creduto davvero di votare il “partito dell’onestà” opposto a un centro capace di ogni nefandezza. Ma erano, anche, persone che una volta ottenuto qualche privilegio se lo sono saputo difendere dando addosso prima ai meridionali, poi agli albanesi, poi ai rumeni, infine all’Europa cattiva di oggi (ricordiamo che i pensionati italiani sono l’unico segmento demografico che non si è impoverito, anzi, con la crisi del 2008). E la disciplina comunista includeva una straordinaria spietatezza: se non ci credete, chiedetelo agli ex-Autonomia che oggi votano – sorpresa! – pure loro Cinque Stelle.

Il filosofo Franco Berardi, che nel 2013 sorprese tutti votando per Beppe Grillo (“il mio minuscolo contributo a rendere ingovernabile il paese”, spiegò) così commentava la figura politica di Renato Zangheri, celebre sindaco comunista di Bologna durante gli anni dell’Autonomia, appena scomparso nell’agosto di tre anni fa:

L’11 marzo del 1977 un plotone di carabinieri sparò contro un gruppo di studenti colpendone uno (alle spalle) (…). Migliaia di persone invasero la città, occupandone il centro con barricate e cortei, fin quando la polizia mandò dei tank per sgomberare il quartiere universitario. Zangheri si rivolse allora alla polizia con le parole: «Siete in guerra e non si critica chi è in guerra». Frase disgraziata, perché chi è in guerra contro la società (come era allora la polizia al servizio del governo di unità nazionale Dc-Pci) si dovrebbe criticare, eccome. Il Pci, di cui Zangheri era un dirigente, scelse di difendere l’ordine e di isolare il movimento.

Il Pci degli anni Ottanta sarà del resto quello che produrrà i Marco Minniti: laureati in Filosofia, figli della burocrazia militare, uomini d’ordine incapaci di infondere qualsivoglia utopia nel partito di cui fanno parte; che a Salvini invidiano la componente leninista della Lega, ovvero il leaderismo autoritario (l’ex ministro degli Interni l’ha ammesso a In Onda, su La7, martedì scorso). Quando i cosiddetti “rossobruni” rimasticano i bignamini di Fusaro, Povia e Bagnai, sostenendo che quello gialloverde è il governo più di sinistra che hanno visto, sapete, hanno ragione: solo che si tratta della sinistra nazional-socialista del Mussolini degli esordi, quello del “socialismo barbarico”. Quello che diceva: “Io sono un primitivo… Io deambulo nell’attuale società di mercanti come un esule. Non sono un businessman. Non ho il gusto dell’affare. Ora che il socialismo sta diventando un affare – per i singoli e per le collettività – non lo capisco più. Io vivo in un’altra atmosfera. Sono cittadino di un’altra epoca” (La Folla, 11 agosto 1912).

Ritratti di Enrico Berlinguer e Luigi Longo alle primarie del Partito democratico.

Nostalgie reazionarie da opporre a una società della quale ci si reputa vittime sacrificali. Sul Foglio di qualche giorno fa Giovanni Orsina ha invitato a prendere atto della trasformazione epocale rappresentata da Salvini e Di Maio scendendoci a patti – “romanizzandoli”, per usare le sue parole – e, soprattutto, a riconoscere due fenomeni: la debolezza dell’antipopulismo populista, e la rottura insanabile tra intellighenzia e popolo. Ecco: seppelliamo anche la romanticizzazione dei segmenti demografici al di fuori di ogni contatto con la realtà, per favore.

C’è infatti qualche punto di contatto tra l’utopia gentista del 2018 – del popolo di Facebook che diffonde bufale sui miracoli di Orban o gli imbrogli delle Ong e di Soros – e l’elettorato che guardava come a modelli positivi alla Cuba di Castro, al Vietnam di Giap, al Sudamerica della Teologia della Liberazione? Di certo c’è l’incapacità di riflettere su cosa può diventare realmente l’autoritario quando si colora di demagogia populista. Ma nella fascinazione odierna per l’Ungheria, nel continuo riferimento alla Russia di Putin non c’è nemmeno la più piccola parvenza di solidarietà internazionalista; c’è qualcosa di più profondo e radicale, di difensivo, un surrogato malinconico di un modello convincente di socialismo nei Paesi a capitalismo avanzato. È, in fondo, l’annuncio di una guerra perduta. E il desiderio di pareggiare i conti con chi ce l’ha fatta perdere, anche a costo di un vistoso autolesionismo.

La contraddizione più grande di tutti è che il populismo italiano ha, che ci piaccia o no, caratteristiche tipiche della sinistra marxista che ha dominato il Pci per mezzo secolo: sfiducia nel settore privato, forte desiderio di intervento dello Stato, diffidenza nel mercato. Nell’Italia di oggi queste caratteristiche sembrano aver trovato consenso e rappresentanza parlamentare se declinate da forze sostanzialmente reazionarie: è con questa “anima rossa del fascismo” (come l’ha chiamata lo scrittore Federico Campagna) che la sinistra del futuro dovrà fare i conti. Il dilemma del centrosinistra attuale, nato sulle ceneri del Pci, è proprio questo: augurarsi che i gialloverdi facciano davvero i populisti “dalla parte degli ultimi” – fregandogli una volta per tutte l’elettorato orfano – oppure sperare che si rimangino la parola data, lasciando però all’opposizione l’onere di promesse che non saprebbe più come mantenere?

Probabilmente, se e quando l’ondata populista attuale finirà, tornare al vecchio ordine moderato liberale sarà molto difficile, e la contingenza politica ci costringerà a ricostruire i rapporti elettorali su basi nuove. Un altro dato molto chiacchierato è quello dell’astensione: alle scorse politiche è stato del 27 per cento. Swg ha tracciato la percentuale di persone che non sono andate a votare nella cosiddetta Terza repubblica, ma che invece lo fecero durante la Prima: se è rimasto a casa un 20 per cento di elettori ex Pci, il dato di astensionisti ex-Dc arriva al 32 per cento. Qualunque denominazione e direzione prenderà la risposta al populismo, dovrà necessariamente puntare non al vecchio nostalgico ma al nuovo precario, al deluso dalle illusioni del governo, a chi crede in una società aperta contro lo sciovinismo, al mondo cattolico progressista. Non si tratta di buttarla in caciara col gioco crudele di “giovani contro anziani”, ma di imparare a leggere i flussi di voto tenendo conto della realtà, e non di fantasie da libri per bambini.

La storia delle elezioni è fatta così, di spaesamenti e disamori. Con traumi che negli ultimi dieci anni si sono fatti sempre più forti e ravvicinati. Forse, nella spietata deriva italiana, la rottura tra un partito e i suoi orfani non conterà nulla. L’importante è seppellire una volta per tutte il Novecento e ricostruire le basi, invece di rincorrerle ansiosamente. Come scrisse Mario Tobino nel 1962 all’inizio del suo libro sulla Resistenza, Il clandestino: “Fu un amore, amici che doveva finire / credemmo che gli uomini fossero santi/ i cattivi uccisi da noi/ credemmo diventasse tutto festa e perdono […]/ Con pena, con lunga ritrosia ci ricrederemmo./ Rimane in noi il giglio di quell’amore”.