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Cultura 17 settembre, 2018 @ 3:19

Che distopia sarebbe senza un economista?

di Paolo Mossetti

Contributor, scrivo di cultura economica.Leggi di più dell'autore
Nato a Napoli, ha studiato economia e antropologia a Milano, lavorato nel marketing editoriale a Londra e Oxford e come scrittore freelance e cuoco a New York. Ha scritto, tra gli altri, per N+1, Domus, Esquire Italia, Il Tascabile e Lo Straniero. chiudi

Secondo Noah Smith, editorialista di Forbes, la fantascienza parla quasi sempre di economia. “Ciò che rende interessanti la maggior parte delle visioni del futuro”, scrive Smith, “non sono soltanto i particolari aspetti tecnici delle «nuove cose fantastiche», ma le ramificazioni che esse hanno nella società”. Per fare qualche esempio lui cita, tra i suoi preferiti, un classico della narrativa di speculazione come I reietti dell’altro pianeta di Ursula Le Guin e il più recente Makers di Cory Doctorow: leggendo la trama ben poco teorica e molto fantasiosa di questi libri, essi si occupano effettivamente non solo di micro e macroeconomia, ma anche di brandelli di sociologia, urbanistica e politica economica. Il premio Nobel Paul Krugman, divertito, ha risposto con la propria lista che includeva Pensa a Fleba di Iain Banks, parte della fortunata serie di romanzi del cosiddetto Ciclo della cultura: nella saga si dipinge un mondo dove i robot ci hanno rubato il lavoro; ma va bene così, perché il progresso tecnologico ha di fatto eliminato qualunque vincolo materiale e non esiste più il concetto di scarsità relativo a beni fisici o a servizi (l’unica carenza è sui beni posizionali).

La fantascienza come materiale accademico è stata sezionata per decenni da pressoché ogni dipartimento umanistico, con un approccio genealogico che è sembrato il modo più ovvio o intuitivo per comprendere la materia. “Vale a dire interrogarsi sul contesto in cui la fantascienza viene prodotta, sulle turbolenze politiche e sociali di quel periodo, chiedendosi perché il futuro evocato era così cupo nonostante le promesse di avanzamenti futuri”, fa notare Anne Nguyen in un blog della LSE Review of Books. Più recentemente, la tendenza nel mondo accademico sembra essere cambiata. C’entra, in qualche modo, la cronaca, con le sue innumerevoli storie sensazionalistiche riguardanti l’intelligenza artificiale, i robot crumiri, la retorica della disruption, gli scandali sulla privacy e le banche dati. La singolarità tecnologica s’intreccia sempre di più con l’etica, in una fase storica di sconquassi ideologici notevoli.

La raccolta di saggi Economic Science Fictions, pubblicata quest’anno dalla Goldsmiths Press – neonata divisione editoriale dell’omonima università londinese – offre teorie critiche e prospettive distopiche su tutto ciò che ha a che fare con l’economia. Il libro assembla un parterre dalle competenze più disparate, unito dalla voglia di ragionare sulle potenzialità della fantascienza a servizio degli economisti. O viceversa. Le sezioni tematiche sono quattro: la prima mette in discussione la presunta scientificità e la palese finzione della teoria economica neoclassica, a partire da un saggio dell’economista Ha-Joon Chang, che la descrive come un “artefatto naturale” peculiarmente ibrido, in cui la tecnoscienza funge da forza principale per risolvere qualsiasi problema. Per Chang la fantascienza può fungere da critica economica e i lettori devono chiedersi innanzitutto perché oggi c’è bisogno di visioni utopistiche. Laura Horn si chiede invece come mai uno dei topoi più ricorrenti nella fantascienza sia quello delle multinazionali malefiche che complottano alle spalle della cittadinanza: una distopia piuttosto riduttiva, ma questo è comprensibile. Il potere illimitato di cui sembrano permeate queste entità sembra bloccare qualsiasi visione alternativa, che vada dall’azione collettiva della cittadinanza alla gestione autonoma da parte dei lavoratori.

La seconda parte del libro esplora le implicazioni sociali e ambientali della fase espansiva del capitalismo. Il contributo dell’artista Carina Brand affronta il concetto di “estrazione”, caro a Marx, mentre il collettivo Audint presenta l’unico pezzo interamente narrativo del volume, un’anti-utopia ambientata nel 2056. Un filo rosso che lega quasi tutti gli scritti è questa capacità del neoliberismo di nascondere la natura artificiosa delle istituzioni economiche che lo governano, facendole passare per autonome o naturali. Eppure, dietro l’architettura del vivere civile occidentale – dalla nostra finanza alle nostre città – c’è molta più pianificazione di quanto non sembri: lo scopo della fantascienza economica potrebbe allora essere quello far emergere un nuovo disegno utopico per farci sopravvivere alla modernità. Nella terza parte del libro Owen Hatherley, che scrive di architettura, attinge a piene mani dal passato con una passeggiata attraverso l’edilizia popolare della Mosca sovietica. Tra il 1957 e il 1963, mentre il centro-sud italiano era preda del “sacco” dell’abusivismo edilizio, un terzo della popolazione russa riceveva una casa nuova di zecca, progettata con tutti i crismi civili dagli architetti di Stato. Mezzo secolo dopo lo scenario è deprimente, tra case ormai fatiscenti e abitanti piuttosto depressi. Ma il diario di viaggio di Hatherley, intervallato da argute osservazione filosofiche,  sottolinea come il governo comunista aspirasse a qualcosa di realmente ambizioso: la piena automazione, giornate lavorative di tre ore e, un giorno, anche macchine volanti. Purtroppo i moscoviti si sono beccati solo il primo stadio del progetto: grigie torri di cemento tutte uguali.

Economic Science Fictions.

“Ciò che chiamiamo «l’economia» è un miscuglio di fatti empirici, aspettative, fantasie e narrazioni condivise”, scrive il curatore della raccolta, l’economista politico William Davis. L’economia combina elementi di statistica e management con altri elementi narrativi, quando ci diciamo e ripetiamo come l’economia funziona (o dovrebbe funzionare). La fantascienza funziona allo stesso modo, estrapolando i problemi dal presente e dandogli nuova linfa in un linguaggio più chiaro: grazie, forse, a un cambio di prospettiva. Spesso i sistemi di oppressione funzionano grazie al loro nascondersi dietro stati d’animo umanissimi come l’ansia o l’incertezza, e le proteste vengono silenziate dall’ignoranza e dall’incredulità. Sembrerà assurdo, ma per molti è stato più facile capire una critica del colonialismo ascoltando l’ufficiale Kira Nerys – che in Star Trek parla del suo popolo sfruttato su Bajor dai Cardassiani – che leggendo i giornali.

In una prefazione scritta poco prima di morire, il filosofo e blogger Mark Fisher dice:

Lungi dall’essere un sistema libero dall’invenzione, il capitalismo dovrebbe essere visto come il sistema che consente all’invenzione di dominare il sociale […] È evidente che ciò che struttura la cosiddetta realtà – la cosiddetta «economia» – è un tessuto di invenzioni.

L’individuo, secondo l’autore di Realismo capitalista, è diventato una sorta di “effetto speciale” generato da questi piani di finzione (lui la chiama “virtualità affettiva”).

Nel capitalismo, questa virtualità sfugge a ogni pretesa di controllo umano. I crolli in borsa sono causati da strumenti finanziari arcani, trading automatizzato ad alta velocità […] ma cos’è il capitale in sé, se non un enorme ed efficace virtualità, un buco nero che si espande inesorabilmente succhiando dentro di sé energie sociali, fisiche e libidinali?

In Economic Science Fictions c’è però, sorprendentemente, soltanto una breve menzione di Ayn Rand, la scrittrice che fuggì dal regime bolscevico e divenne famosa nel 1957 con il romanzo La rivolta di Atlante, nel quale immaginava la sollevazione di un gruppo di individualisti in un’America sempre più socialista. Nella filosofia di Rand, l’oggettivismo, gli individui abbracciano la loro mente razionale come un assoluto, affrontano con entusiasmo la realtà, pretendono la libertà di parlare e di guadagnare, il successo produttivo è la loro più nobile attività. I suoi libri sono, a quanto pare, tra i preferiti di Donald Trump, Paul Ryan, Rex Tillerson e altre personalità che oggi governano il Paese più ricco, potente e armato della Terra.

La fantascienza italiana, dal canto suo, ha seguito un percorso non proprio lineare: da sempre considerata genere inferiore e poco remunerativo, ha visto davvero pochi autori cimentarsi unicamente in questo campo. Come ricorda Matteo Moca in un bel saggio pubblicato recentemente su Il Tascabile, la nostra sci-fi ha sempre avuto i suoi propri stilemi, ben lontani dal mondo anglosassone e più vicini “ad una sorta di nuovo neorealismo”. Un discorso complementare merita la fantascienza femminile, che in Italia raggiunge la sua epoca d’oro tra la fine degli anni ’50 e gli inizi degli ’80, con autrici che prima erano costrette a scegliere pseudonimi esotici come Marren Bagels e Lionel Cayle (in realtà Maria de Barba e Leonia Celli) ma dove il succo è quasi sempre quello di una favoletta asettica e insapore: tutto molto lontano, insomma dalla sfrontatezza politica di una femminista radicale vicina al socialismo anarchico come la già citata Le Guin.

Al di dei confronti impari, sarebbe bello per la fantascienza italiana e per il futuro dell’Europa avere un’opportunità per curare e sviluppare le possibilità immaginifiche dell’economia, anche per trovare un modo più seduttivo di fare divulgazione in questi tempi grigi. Per ora, i premi da 12 mila dollari messi in palio da siti di tecnologia come io9 per il miglior racconto sul tema del reddito di base sono una chimera, o una “cosa che succede in America”. Ma associazioni come l’Italian Institute for the Future, la rivista Futuri o Quaderni d’altri tempi sono enclavi di sapere e di approfondimento su questi temi che fanno ben sperare, e da tenere sott’occhio.