Brexit rivela il suo paradosso: mina l’identità nazionale anziché difenderla

theresa may a downing street
Il primo ministro britannico Theresa May durante il discorso alla nazione di ieri da Downing Street (Jack Taylor/Getty Images)
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Il primo ministro britannico Theresa May durante il discorso alla nazione di ieri da Downing Street (Jack Taylor/Getty Images)

Tra gli effetti surreali della Brexit, nata per dare più autonomia decisionale al Regno Unito, potrebbe esserci quello paradossale di una ulteriore perdita di sovranità.

Secondo quanto trapela dai media britannici, la bozza di accordo che il premier Theresa May consegnerà a Bruxelles prevederebbe la permanenza della Gran Bretagna nell’unione doganale fino al 2020, vale a dire fino a quando finirà il periodo di transizione tuttora in corso, mentre l’Irlanda del Nord resterebbe, non si sa per quanto, ancorata al mercato comune europeo. In pratica, si trasformerebbe in un Regno Unito “a due velocità”.

Il primo problema di questo scenario è che la frontiera tra Irlanda del Nord e Irlanda dovrebbe rimanere praticamente uguale a quella odierna – vale a dire praticamente invisibile, senza controlli doganali per le merci né controlli dei passaporti per le 30 mila persone che ogni giorno attraversano il confine per motivi di lavoro. Un ritorno alla “frontiera rigida” (hard border) rischierebbe di mettere a repentaglio non solo il commercio e le attività economiche tra paesi e contee unite da affari e cultura, ma anche la pace ventennale garantita dagli accordi del Venerdì Santo, raggiunta nel 1998 dopo decenni di sanguinosi scontri tra protestanti unionisti e cattolici repubblicani. Una pace firmata dal governo del Regno Unito e da quello irlandese, con l’approvazione dalla maggior parte dei partiti politici nordirlandesi, con l’eccezione del Partito Unionista Democratico (DUP).

Ma il secondo e più grave problema è che, con un Regno Unito uscito dal mercato unico e una Irlanda del Nord ancora agganciata allo stesso, i controlli andrebbero comunque ripristinati. E alcuni di questi (ad esempio sugli standard di qualità) dovranno essere fatti necessariamente nel Mar d’Irlanda e affidati al governo irlandese. Il risultato è che molti critici da parte conservatrice dell’accordo sostengono che verrebbe messa a repentaglio l’identità stessa della nazione, e promettono di far saltare tutto, mentre alcuni blairiani del Labour, pur di non andare alle elezioni e rischiare di vincere il segretario Jeremy Corbyn, sembrerebbero disposti a votare a favore del Deal. Una delle questioni più complicate da risolvere nei negoziati rischia di mandare il governo dei Tory all’aria, spaccare l’opposizione e minare l’intera sovranità nazionale, e per ora non si intravede nessuna soluzione di compromesso.

Nel frattempo il partito nordirlandese del DUP, che sostiene il governo May, denuncia che con questo accordo l’Irlanda del Nord prenderebbe ordini da Dublino, più che da Londra. Dove non potè l’attivista e politico Bobby Sands, insomma – la fine della presenza britannica in Irlanda del Nord e la riunificazione con la Repubblica d’Irlanda – poterono i conservatori inglesi.

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