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Business 22 novembre, 2018 @ 10:33

Il capitalismo amazoniano funziona come una economia pianificata?

di Paolo Mossetti

Contributor, scrivo di cultura economica.Leggi di più dell'autore
Nato a Napoli, ha studiato economia e antropologia a Milano, lavorato nel marketing editoriale a Londra e Oxford e come scrittore freelance e cuoco a New York. Ha scritto, tra gli altri, per N+1, Domus, Esquire Italia, Il Tascabile e Lo Straniero. chiudi
magazzino amazon
Il magazzino Amazon di Hemel Hempstead, in Inghilterra. (Peter Macdiarmid/Getty Images)

Jeff Bezos, l’uomo più ricco del mondo, ottiene ciò che vuole perché la sua creazione – Amazon – ha raggiunto dimensioni colossali, e nessuno può permettersi di rifiutare un suo investimento: pur di trarne vantaggio, i dirigenti politici di New York hanno fatto carte false, e offerto incentivi che, per un’impresa privata degli Stati Uniti, un tempo sarebbero stati impensabili. Ormai solo una multinazionale come Amazon può permettersi di funzionare come la vecchia IRI italiana, l’agglomerato di industrie pubbliche che per settant’anni ha fatto il buono e il cattivo tempo di interi ceti politici: la differenza è che i soldi che mobilita sono molti di più, uniti a una capacità di innovare e di crescere impressionante. Ma è un modello sostenibile?

I newyorchesi hanno reagito nei confronti dell’arrivo del nuovo quartier generale di Amazon con un malcelato fastidio e paura, espressi in maniera ben poco educata su Facebook commentando la notizia: c’è il timore di una nuova ondata di gentrificazione, e quindi prezzi delle case ancora più alle stelle e una metro già congestionata che rischia di scoppiare. Ma non dovrebbero essere invece grati a Jeff Bezos, che gli ha garantito 25 mila posti di lavoro circa per uno stipendo medio di 150 mila dollari l’anno? Ben presto i politici locali si sono resi conto che l’equazione “investimenti uguale consenso” non era così scontata, perlomeno non in questa parte d’America.

Quel che a prima vista sembrava una fonte di delizioso gettito fiscale, dopo qualche ora dall’annuncio si è immediatamente trasformata in una potenziale fonte di disuguaglianza. Soprattutto per chi vive a Long Island City e dintorni, dove due spazi originariamente destinati dall’amministrazione all’edilizia popolare, e alla costruzione di 1.500 unità abitative per persone con basso reddito, vedranno invece la nascita della seconda sede di Amazon. E c’è chi ne ha tratto un parallelo con la Brexit, laddove gli elettori piuttosto che ringraziare per i benefici della globalizzazione, finiscono col prenderli come benefici esclusivi per una élite affluente e poco più.

Intervistata dal giornalista Dan Primack, il vicesindaco di New York Alicia Glen ha dichiarato che l’amministrazione cittadina è stata tutto tranne che arrendevole con Amazon, costringendo la multinazionale ad aprire il suo nuovo campus a tutti i newyorchesi, anziché renderlo un’area riservata per i soli dipendenti. Le differenze con Google, che pure ha investito centinaia di milioni nella metropoli, comprando quasi 600 mila metri quadri di spazio immobiliare per dare lavoro a 20mila persone, sono lampanti: Amazon progetta quartieri generali dall’aspetto appariscente, visionario; Google è quasi invisibile nel suo mimetizzarsi nel tessuto urbano.

Ma, quel che più conta: Google non ha mai chiesto né ricevuto dalle autorità newyorkesi agevolazioni fiscali personalizzate, che si traduce in quasi 3 miliardi di dollari in meno rispetto al rivale Amazon. Non è un caso che l’animosità nei confronti del gigante di Seattle e del suo hunger game lanciato per accaparrarsi la nuova sede – che ha scatenato una competizione serrata tra città americane – superi di gran lunga quella nei confronti del gigante di Mountain View. E in un momento di particolare scetticismo nei confronti del Big Tech, non è proprio il massimo della strategia politica.

Il capitale amazoniano sembra essersi nel frattempo smaterializzato nella Rete, assumendo una parvenza di post-capitalismo che permea le nostre attività quotidiane. Ma non c’è alcun “post” e le dure regole dell’accumulazione funzionano nello stesso modo, solo su scala immensamente più grande. A settembre, la società è stata la prima nella storia a superare i 1000 miliardi di dollari di capitalizzazione. Come riporta Recode, ci ha messo 18 anni a raggiungere la capitalizzazione di Walmart, la catena di supermercati più grande degli Stati Uniti, e appena due anni per doppiarla.

Se molti dicono che i colossi dell’hi-tech sono cresciuti grazie alla loro “innovazione”, Amazon, come fa notare Sarah Jaffe su The Outline, ha iniziato come un “rivenditore che ha usato il prezzo per tagliare fuori i rivali, grazie al fatto che non doveva ricaricare sui prezzi le tasse sulle vendite”. Questa, spiega Jaffe, è una forma di sussidio pubblico che abbiamo pagato tutti noi. Per questo l’autrice si spinge oltre e propone, nientemeno, che la nazionalizzazione di Amazon, in modo da distribuire meglio gli utili ai lavoratori e alla popolazione generale. L’argomento principale è che il sistema imposto dal Big-tech è insostenibile: “L’austerità ha significato la crescita di spazi per i servizi offerti da queste megamultinazionali, e tuttavia i continui benefit fiscali ad Amazon significano ancora più austerità”.

Il problema è che Amazon funziona già, in parte, come i vecchi colossi petroliferi degli anni Cinquanta e Sessanta: è già una piattaforma culturale, economica e politica transnazionale, che influenza le scelte dei governi di tutto il mondo. Nazionalizzarla vorrebbe dire – seguendo la provocazione – affidarne il controllo ai cittadini di una sola nazione, quella statunitense, che è anche la più armata e potente della terra. Sarebbe un’iniziativa divertente, ma non esattamente progressista, perché avrebbe l’effetto paradossale di rafforzare ancora di più una forma di imperialismo tecnologico.

Peraltro andrebbe notato come Amazon, nonostante l’enorme valore finanziario, raggiunga tuttora meno della metà dei ricavi di Walmart (221 miliardi di dollari contro 512 miliardi) e negli Stati Uniti i suoi ricavi valgono un quarto di quelli di Walmart. Dovendo puntare al controllo pubblico di un distributore, perché soltanto l’uno e non anche l’altro? Curiosità: la quota di investitori istituzionali nell’Eni, la più potente tra le società ancora controllate dallo Stato italiano, è 56,91%. Inferiore a quella di Amazon, che è del 57,1%. Nazionalizzare il colosso di Seattle può essere un’idea suggestiva, specialmente se lo scopo è stimolare il dibattito sugli eccessi delle partecipazioni azionarie individuali. Ma va tenuto conto del fatto che Amazon è, in un certo senso, attualmente più “pubblica” di altri colossi ex IRI.

Cioè che rende Amazon unica, spiega il giornalista Malcolm Harris su Medium è che in un certo senso si comporta già come una economia pianificata quasi di stampo sovietico, piuttosto che una entità alla ricerca di profitto in un mercato concorrenziale: “[N]on ricompra le sue stesse azioni dal 2012. Non ha mai offerto ai suoi azionisti un dividendo. A differenza dei suoi simili come Google, Apple e Facebook, Amazon non accumula liquidi. Ha iniziato soltanto da poco a registrare un minuscolo, prevedibile utile. Al contrario, ogni volta che ha delle risorse, Amazon le investe in capacità, che si traduce in una crescita dal ritmo vertiginoso”.

L’originalità e la potenza inaudita di Amazon sta proprio in questo suo non identificarsi con un attore di mercato classico. Il negozio più grande del mondo ne deve fare di strada per raggiungere le quote di vendita di una catena nata decenni prima, ma in virtù della sua espansione inarrestabile, del suo continuo reinvestire i guadagni e del suo azionariato diffuso  riesce ad avere un peso nelle decisioni politiche come pochi altri prima d’ora. Ignora il prezzo di vendita suggerito dagli utenti e setta il suo proprio, come i supermercati socialisti di una volta; gli autori – per citare l’esempio più banale – ricevono royalties particolarmente basse proprio per questo meccanismo del sito di imporre margini ridicoli agli editori, che a loro volta elargiscono profitti ancor più ridicoli a chi scrive i libri.

Ovviamente, dal punto di vista dei consumatori, questo modello pseudo-sovietico e sempre più totalizzante sembra funzionare: non fosse che il modello di organizzazione del lavoro di Amazon è notoriamente spietato, secondo alcuni danneggia particolarmente la salute delle persone, e nella quota di prezzo ribassato del prodotto in vendita c’è anche il ribassamento del costo dei dipendenti. In altre parole, nella forza di quel modello ci siamo anche noi.