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Il volto umano del digitale

22 novembre, 2018 @ 4:30 di Alessandro Rossi

Articolo apparso sul numero di novembre 2018 di Forbes Italia. 

Ha grinta. E si vede. Ma la sua è una grinta democratica. Dosa con attenzione l’io e il noi, parla sempre di squadra, di coinvolgimento. Si vede che crede a quello che dice e riesce anche a metterlo in pratica. Quando parla della sua Samsung non prende mai la strada più facile sciorinando i numeri industriali di una multinazionale italiana che fattura 3,2 miliardi di euro e che è riuscita, negli ultimi anni, a mettere uno dei suoi smartphone in mano a un italiano su due. Ma dice filosoficamente che “Samsung non è l’azienda che vuole imporre lo stile di vita, non vuole a tutti i costi essere il pioniere dell’innovazione, non vuole fare il telefono prima degli altri. Samsung è un’azienda che fa grandi investimenti in sviluppo e innovazione e che è pronta al momento giusto in cui nasce l’esigenza del consumatore finale”. Insomma preconizza il digitale dal volto umano.

Carlo Barlocco ha 47 anni, e gli ultimi 17 li ha passati in Samsung. È arrivato dalla Philips (che lasciò sfidando il disappunto di suo padre) nel 2001, quando in Italia l’azienda coreana fatturava poco più di 100 miliardi di lire (circa 50 milioni di euro di adesso) per fare il trade marketing manager. Oggi è il presidente e soprattutto un manager di successo alla guida di un colosso con l’azionista coreano, ma col cuore e il corpo italianissimi. Barlocco non se la tira. Continua a vivere nel Varesotto, e ogni giorno si fa un paio d’ore di macchina per andare e venire da casa all’ufficio. Appena può si rintana in provincia, anzi in famiglia, lontano dalla mondanità per seguire i suoi figli che giocano a pallavolo e a tennis o a leggere un libro (di carta). È convinto che il digitale possa aiutare le persone ad avere più tempo libero proprio per dedicarsi alle attività che piacciono di più. Anche in azienda ha portato la sua filosofia: riduzione dello stress, alta produttività, condivisione, problem solving, contatto umano, responsabilità sociale. Ogni tanto dà anche una pacca sulle spalle ai colleghi che lavorano con lui e che magari sono arrivati in Samsung da Philips insieme a lui.

Cosa ha portato lei in Samsung oltre alla squadra?
Ho portato un processo di italianizzazione. Nelle aziende molto strutturate, quelle asiatiche soprattutto, compresa la Samsung che avevo trovato io, l’headquarter dice di “fare così”, allora facciamo così. Se però “fare così” in Italia non funziona, il manager deve avere il coraggio, pur mantenendo le guideline che vengono dalla Corea, di cercare un confronto e reinterpretare in chiave locale la strategia globale. Samsung in Italia è diventato un marchio di alto livello, democratico, rispettato, che piace alla gente di tanti ceti sociali.

Cosa ha spinto Samsung a investire in Italia?
Samsung non è venuta in Italia all’interno di una politica di espansione europea. Ha visto e vede tutt’oggi nell’Italia anche tante cose da imparare dal punto di vista del design, del gusto, della moda, dei trend che si sta creando in questi settori. L’Italia gode di grande considerazione, tant’è che di due designer center che abbiamo in Europa, uno è a Londra e l’altro a Milano. Si occupano appunto di intercettare i trend del mercato per poi capire come portare queste idee nell’elettronica sulla base delle necessità dei consumatori.

“Samsung ha tanto da imparare dall’Italia. Nel design, nel gusto, nella moda, nei trend che prendono forma in questi settori”

 

Cos’è cambiato negli ultimi anni?
Quando sono arrivato, la Samsung era focalizzata su retailer della distribuzione organizzata o sugli operatori telefonici proponendo un prodotto con buone caratteristiche e un prezzo in linea con il mercato, per farne comprare tanti. Negli anni Duemila è iniziato il percorso di brand, quindi abbiamo lavorato sul marchio, sulla notorietà, sul posizionamento. È cambiata la filosofia ed è quello di cui mi sono occupato io, cioè quello di fare il salto dal nostro cliente rivenditore al nostro cliente vero, che è il consumatore finale.

Come avete fatto?
Abbiamo creato una user experience, un ecosistema di prodotti Samsung, una maggiore facilità d’uso e un attaccamento alla marca di cui prima nessuno si era occupato. Se prima eravamo più attenti al trade marketing, posizione per cui sono stato assunto io all’inizio, adesso siamo focalizzati sulla comunicazione, sulle relazioni esterne, sul brand marketing e sugli eventi con i consumatori.

Carlo Barlocco ha portato la sua filosofia aziendale in Samsung: riduzione dello stress, alta produttività, condivisione, problem solving, contatto umano, responsabilità sociale.

E oggi?
Oggi siamo addirittura in una terza fase, quella che ha impostato il nostro chairman, cioè il riconoscimento dell’italianità. Siamo una multinazionale italiana, siamo da sempre un’azienda con una partita iva italiana, una sede in Italia, che paga le tasse in Italia, che fa profitti in Italia. Poi il nostro azionista è coreano, ma da 27 anni siamo italiani. Quella di localizzare l’azienda non è una cosa così comune. Vogliamo lasciare qualcosa in termini di responsabilità sociale sul territorio, qualcosa che venga dal nostro know how, vogliamo essere un partner importante nello sviluppo digitale del Paese. Vuol dire aiutare i giornali a digitalizzare le loro copie, le associazioni a far diventare digitali i loro processi fino ad arrivare a parlare dell’industria 4.0, collaborando con le più grandi aziende italiane per le tematiche della digitalizzazione e della sicurezza.

La sicurezza è un po’ il suo pallino…
La sicurezza è una priorità che abbiamo da sempre. E non crediamo che sia più facile sottrarre un documento digitale che un documento cartaceo. Facciamo due esempi: mi rubano o perdo il portagli. Uno prende la mia carta di credito, la usa in un negozio (nel 90% dei casi in Italia nessuno ti chiede un documento) e spende i miei soldi. Se invece ho la carta di credito digitale nello smartphone, se qualcuno me lo ruba, innanzitutto ho una password nel telefono e poi, ammesso che riesca a sbloccarlo, deve riuscire a sbloccare anche il pagamento digitale che probabilmente ho protetto con uno strumento biometrico, l’iride piuttosto che l’impronta digitale.

Voi dite che i vostri device sono sicuri. Cosa significa?
Lo diciamo, e ce ne vantiamo. Vuol dire che i nostri dispositivi vengono progettati sin dall’inizio con sistemi di sicurezza e non in una fase successiva, come spesso accade. Inoltre, abbiamo appena lanciato il mese della sicurezza in cui invitiamo i consumatori a recarsi nei punti vendita aderenti dove il nostro personale specializzato effettuerà gratuitamente una diagnostica del device e darà suggerimenti per renderlo più sicuro. Offriamo soluzioni semplici da utilizzare come Samsung Pass, che consente l’accesso a siti web e applicazioni tramite l’utilizzo dei dati biometrici, in pratica significa che quando entro in un sito, il telefono non mi chiederà più “inserisci la password”, ma potrò banalmente utilizzare l’impronta digitale.

Un italiano su due ha in mano uno smartphone Samsung. Non sente anche una

Carlo Barlocco nel Samsung District in via Mike Bongiorno a Milano.

responsabilità culturale?
Sì. In effetti abbiamo pensato a educare le persone a come utilizzare i nostri prodotti e già da tre anni abbiamo non solo regalato tablet e device alle classi degli studenti, ma abbiamo formato i professori, li abbiamo assistiti durante l’inserimento di questa tecnologia nelle scuole e continuiamo ad assisterli nel punto vendita gratuitamente. Un altro ambito che ci fa sentire responsabili è quello del cyberbullismo. Non abbiamo nessuna responsabilità per questi fatti, ma abbiamo il dovere, visto che gli smartphone sul mercato li mettiamo noi, di dire che cosa può seguire a un loro uso sbagliato o a un loro abuso. Abbiamo un team di psicologi, stiamo lavorando con la polizia postale, abbiamo iniziato percorsi nelle scuole.

Quanto è indietro l’Italia nel digitale e il 5G è la soluzione?
L’Italia è sicuramente indietro, ma soprattutto è indietro per quello che riguarda la spinta alla digitalizzazione. Il 5G cambierà il modo di percepire il digitale. Dovremo anche capire come cambierà la connettività all’interno della nostra casa: nel 90% del Paese abbiamo delle connessioni wi-fi che arrivano da una banda molto bassa che non ci permette di avere contenuti premium, gradevoli, veloci. C’è una difficoltà oggettiva a coprire i piccoli centri dove vive la maggior parte della popolazione. Però il Paese si muove. Sono appena state aggiudicate le aste per il 5G che prevedono investimenti spaventosi che speriamo non rallentino lo sviluppo delle infrastrutture e delle aziende; è importantissimo creare delle tavole rotonde e delle discussioni intorno al tema, infatti da qualche anno, organizziamo summit dedicati all’innovazione digitale e proprio l’edizione di quest’anno, che si terrà a Milano il 23 novembre, si focalizzerà anche sulle possibilità e i futuri scenari che offre il 5G.

Può sintetizzare Samsung Italia in poche cifre?
Oltre 3 miliardi di fatturato nell’elettronica. Da un’azienda trainata fino al 2008 dai televisori è nata un’azienda a forte traino smartphone, per cui, dei 3 miliardi di fatturato, oltre 2 miliardi vengono dai telefonini. Restiamo comunque leader indiscussi nel mercato dei televisori, siamo leader nel mercato del freddo e stiamo crescendo nel mercato del bianco.

A che punto è l’integrazione tra lo smartphone e gli altri elettrodomestici?
Su questi temi dell’ecosistema e della connettività ci sentiamo forti e in una posizione di vantaggio perché abbiamo fatto investimenti importanti in ricerca e sviluppo, partendo molto presto; e poi perché abbiamo acquistato una startup americana che si chiama Smart Things, che abbiamo integrato in Samsung. Tre anni fa abbiamo detto che entro il 2020 avremmo avuto solo prodotti connessi e stiamo rispettando quella previsione. Inoltre rispetto ad altri operatori, quando si parla si sistema connesso, abbiamo la fortuna di avere anche tutto quello che serve alla casa, dall’aria condizionata al frigorifero, al forno, alla tv con la possibilità di lavorare sulla connettività tra i nostri prodotti. L’obiettivo è arrivare all’Internet of Things attraverso l’intelligenza artificiale, rendendo digitali le azioni delle persone, affinché risparmino tempo per se stessi.

“L’autostrada su cui passeranno tutte le scommesse è il 5G. Dovremo costruirci attorno gli autogrill, gli svincoli, che saranno l’intelligenza artificiale, l’IoT. Ma a condizione che tutto vada a beneficio reale del consumatore”.

La scommessa più importante dei prossimi anni?
L’autostrada su cui passeranno tutte le scommesse è il 5G. Dovremo costruirci attorno gli autogrill, gli svincoli, che saranno l’intelligenza artificiale, l’Iot, ma a condizione che tutto venga costruito nella volontà di dare un beneficio reale al consumatore che deve percepire perché passare dal 4 al 5G.

Lei continuerebbe a investire in Italia?
Assolutamente sì. Qualche anno fa, quando abbiamo comprato l’immobile dove siamo adesso, mi hanno chiesto se aveva senso fare un investimento del genere in Italia. Ho risposto di sì perché è un segno concreto per manifestare la propria appartenenza al Paese. Che avrà tanti difetti ma è non solo il più bello e dove si vive meglio ma anche quello che ha tenacia, fantasia, capacità di lavoro e voglia di primeggiare, uniche al mondo.

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