Le super tasse sui super ricchi salveranno il mondo?

La Ocasio-Cortez a un comizio
Alexandra Ocasio-Cortez (Scott Eisen/Getty Images)
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La Ocasio-Cortez a un comizio
Alexandra Ocasio-Cortez (Scott Eisen/Getty Images)

Negli Stati Uniti sta ancora tenendo banco in la proposta della 29enne neodeputata dei Democratici che vorrebbe fissare un’aliquota marginale del 70% sui redditi dei più ricchi per finanziare, almeno in parte, il suo grande piano di riforma verde dell’economia. Alexandra Ocasio-Cortez, l’esponente più nota della corrente socialista del partito, ne aveva parlato per la prima volta in un’intervista televisiva al CBS, una settimana fa, e da allora gli Stati Uniti si sono divisi tra commentatori di fede repubblicana a dir poco infuriati, sostenitori entusiasti, ed economisti che hanno valutato la solidità teorica della proposta. È stata anche l’occasione per fare rientrare nel mainstream idee e programmi ormai desueti, abbandonare slogan troppo magici e vaghi e, in definitiva, tornare a parlare di classi sociali.

Il cuore dell’azione legislativa di Ocasio-Cortez e della sinistra Dem per ora sembra tutto focalizzato sul Green New Deal, un piano faraonico che ha origine dall’intervento del presidente Roosevelt durante la crisi del 1929 per salvare un paese piegato dalla crisi economica. L’idea di fondo è quella di un nuovo patto complessivo tra i soggetti politici e sociali per ridiscutere le basi sulle quali riformare l’economia americana. La deputata, la più giovane della storia del Congresso, è convinta che si possa ottenere tutta l’elettricità che serve agli Stati Uniti da fonti rinnovabili nel giro di un decennio, e che si possano così eliminare completamente le emissioni di gas serra industriale, e dunque anche i lavori “nocivi” per l’ambiente, senza per questo intaccare gli obiettivi di fondo dei Democratic Socialists of America, che sono la lotta alle disuguaglianze e la piena occupazione.

Per finanziare questo progetto – o almeno una parte di esso – ecco il disegno rivoluzionario di Ocasio-Cortez. Ma come funzionerebbe di preciso il nuovo sistema di aliquote fiscali? Attualmente, l’aliquota più alta è fissata al 37%, che scatta dopo i 500mila dollari (per un single) o i 600mila dollari (per le famiglie). Durante l’intervista la Ocasio-Cortez ha ipotizzato che la tassazione possa essere del 10% fino a 75 mila dollari l’anno e poi salire man mano che i guadagni decollano. Per raggiungere infine il fatidico 70% che scatterebbe solo a partire da quota 10 milioni di dollari l’anno – vale a dire lo 0,05 per cento di americani – sull’imponibile che supera quella cifra. A titolo di esempio, se un cittadino guadagna 11 milioni di dollari l’anno, pagherebbe il 70% soltanto su quel milione oltre i 10 e così via. Questa è una precisazione importante, perché molti commentatori hanno creduto, o fatto finta di credere, che il 70% ipotizzato da Ocasio-Cortez fosse l’aliquota d’imposta sul reddito degli ultramilionari.

Di fronte all’intervistatore, Anderson Cooper, che ha commentato dicendo che la sua agenda politica appare “radicale” rispetto a quella degli altri, Ocasio-Cortez ha risposto dicendo che “solo i radicali hanno cambiato questo Paese. Abraham Lincoln ha preso la decisione radicale di firmare il Proclama di emancipazione (la liberazione degli schiavi, ndr). Franklin Delano Roosevelt ha preso la decisione radicale di dare vita a programmi come la Social Security (che ha creato l’indennità di disoccupazione e di anzianità, ndr)”. Concludendo: “Se questo significa essere radicale, chiamatemi radicale”.

Grande scandalo tra le destre, certo, ma diversi analisti hanno notato come una riforma così “radicale” abbia le sue radici nella storia americana, e anche piuttosto recenti. Durante l’amministrazione del presidente Dwight Eisenhower, negli anni Cinquanta, le aliquote massime raggiunsero addirittura il 91%, ma già il New Deal instaurato da Franklin Delano Roosevelt aveva aumentato le tasse sui redditi più alti e, allo stesso tempo, fatto aumentare i salari. Per tutti gli anni Sessanta e Settanta l’aliquota più alta non è mai scesa sotto il 70% e scattava dopo i 100mila dollari (o 200mila per le famiglie). Ci sarebbe voluto il breve innamoramento di Reagan con la famigerata “curva di Laffer” e la trickle down economics, nel 1981, per ridurre l’aliquota al 50% e al 36% nel 1986. Con effetti disastrosi per i conti pubblici del Paese e un cambio di marcia a metà del primo mandato.

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Negli ultimi cinquant’anni le aliquote per gli americani più ricchi sono in ogni caso diminuite di oltre il 40%, mentre quelle della classe media sono rimaste pressoché costanti. Oltre a essere meno progressivo rispetto a quello di altri paesi, il sistema di tassazione statunitense ha indubbiamente portato ad un aumento della diseguaglianza, perché gli incrementi di salario si sono concentrati su una minoranza fortunata della popolazione americana.

Secondo molti economisti neoclassici e della scuola di Chicago, questo è il prezzo da pagare per evitare che i ricchi evadano le tasse o, peggio, portino troppi capitali altrove – come del resto già succedeva cinquanta o sessant’anni fa. Ma sempre più studi sugli effetti complessivi delle disparità sociali troppo forti concordano col dire che queste danneggiano la crescita economica e soprattutto la tenuta democratica del Paese.

Per altri osservatori, l’impatto dell’ipotetica riforma fiscale sarebbe meno rilevante di quanto si possa immaginare. Il Washington Post ci fa sapere che se i 16mila americani circa che guadagnano più di 10 milioni di dollari fossero tassati al 70% anziché al 39,6% dello scorso anno, il governo federale si ritroverebbe in tasca 72 miliardi di dollari in più l’anno: una cifra considerevole, ma non certo decisiva per le sorti del Green New Deal o del servizio sanitario per tutti, che costerebbe 30.000 miliardi di dollari. Potrebbe, però, venire incontro a un’altra riforma promessa in campagna elettorale da Ocasio-Cortez (oltre che dal suo mentore, Bernie Sanders): la lotta al debito degli studenti americani, che è attualmente di 1.400 miliardi di dollari e di cui lei vorrebbe cancellarne la metà.

Più in generale, una delle domande con le quali vengono attaccati spesso gli esponenti della sinistra radicale in America riguarda dove pensano di trovare le “coperture” per le loro ambiziose proposte politiche. Una domanda che, quando formulata dai repubblicani, ha il sapore dell’ipocrisia, dato che quasi tutti gli ultimi presidenti espressi dal GOP hanno predicato bene ma razzolato male. Almeno riguardo il debito pubblico: basti pensare alle “Guerre Stellari” di Reagan o a quelle al terrore di Bush figlio, che hanno mandato in malora bilanci che fino a quel punto erano piuttosto salubri. Ocasio-Cortez nelle prime interviste in tv era apparsa piuttosto vaga nel rispondere, mentre adesso ammette che bisogna pensare ad un mix di opzioni, che vanno dal taglio delle spese militari all’aumento delle tasse alla spesa in deficit. E quest’ultimo punto ci mostra il nocciolo della teoria economica cosiddetta “eterodossa” che la neodeputata ha contribuito a introdurre nel mainstream: la Modern Monetary Theory, o MMT, che dopo essere partita da circoli intellettuali quasi carbonari è adesso menzionata da sempre più numerosi economisti e politici, specialmente dell’area progressista.

Semplificando, la MMT sostiene che un governo che abbia piena sovranità monetaria non debba preoccuparsi troppo del suo debito pubblico e che anzi, i surplus di bilancio danneggino l’economia. Dal punto di vista teorico, le radici della MMT vanno rintracciate nel cartalismo, una scuola tedesca di economia che si sviluppò agli inizi del Novecento e che per un certo periodo era stata apertamente antimarxista. Oggi la teoria è stata ripresa dall’economista statunitense Warren Mosler come fondamenta della teoria post-keynesiana della moneta moderna, ed è quasi sempre portata avanti da economisti politicamente neutrali, sebbene la maggior parte di loro convenga su una serie di punti saldi: che alcune riforme di stampo socialdemocratico sono importanti, che lo stato sociale va espanso, che il neoliberalismo fa male, non solo alle persone ma al capitalismo stesso. Qualche estimatore dell’MMT la interpreta come l’unica strada possibile per una rivoluzione socialista. Alcuni giovani studiosi, come l’italiano Giacomo Bracci, sono finiti a lavorare col governo Conte, anche se l’economista capo della Lega Alberto Bagnai è piuttosto scettico sulla teoria.

Il punto è che, per la MMT, parlare di “coperture” è quasi una blasfemia, perché sarebbe in contraddizione con il credo che un governo potrebbe finanziare i suoi servizi e la piena occupazione semplicemente premendo – metaforicamente s’intende – un tasto del computer (da qui il soprannome che molti danno alla MMT, di keystroke economics). Le tasse e l’inflazione diventano perciò due argomenti che si eludono a vicenda: in linea di principio, la MMT sostiene che le prime non siano importanti come fonte di finanziamento (tant’è che nemmeno la lotta all’evasione fiscale è in cima alle loro priorità). Diventano però importanti nel momento in cui la stampa di denaro causi inflazione. In quel caso, allora, servono a regolarla. Ma a quel punto va in contraddizione un altro caposaldo dell’MMT, che cioè la stampa di denaro non può causare inflazione in una grande economia con sovranità monetaria. Secondo il giornalista Noah Smith, “chi punta al MMT per salvarci dagli ipocriti moniti sul deficit dei Repubblicani, deve capire cosa comporta l’alternativa”.

Se non avete perso il filo, capirete allora perché la proposta di Ocasio-Cortez di aumentare le tasse ai ricchi per finanziare il New Green Deal abbia provocato evidentemente qualche malumore in quei teorici MMT che stanno gravitando attorno all’establishment dei Democratici. Stephanie Kelton, economista da sempre vicina a Sanders, ha retwittato il giornalista esperto di tematiche ambientali David Roberts, che ha scritto: “I proponenti del New Green Deal devono decidere se vogliono proporre idee per ‘pagarlo’… oppure se vogliono argomentare che “trovare i soldi per pagarlo’ è una nozione incoerente”. Segno che qualche frizione ideologica, tra chi sostiene che il debito non è mai troppo importante e chi parlando di tasse finisce quasi inevitabilmente a parlare di classi sociali e di lotta di classe, come Ocasio-Cortez, c’è.

Al di là di questo, il movimento MMT ha il merito di togliere il velo di sacralità e doppiezza dal moloch del debito, e al tempo stesso riproporre l’importanza di una pianificazione pubblica per la piena occupazione. Come, del resto, fanno da sempre i keynesiani. Ma non divaghiamo oltre. In Italia, il culto della MMT è stato importato quasi unicamente grazie all’opera del controverso giornalista Paolo Barnard, e negli ultimi anni ha generato un gran numero di gruppi Facebook e siti che si rifanno esplicitamente a queste teorie, sovente sconfinando in un fanatismo che ignora le peculiarità del contesto. Va anche notato come i monetari moderni siano piuttosto celebri, nel mondo, per l’approccio quasi missionario alla divulgazione, e per il fitto network socialmediale che si sono dati. Ocasio-Cortez, in fondo, è al Congresso solo da qualche mese, ma la sua visibilità le darà modo di farsi le ossa e di portare a una sintesi teorie che tra loro litigano spesso senza nemmeno sapere perché. Forse non c’è nulla di troppo nuovo o troppo coerente in quello che ha detto, ma per rompere il ghiaccio è un ottimo argomento di conversazione.

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