Il significato di neoliberismo al tempo del nuovo Stato imprenditore

Margaret Thatcher e Ronald Reagan
Il primo ministro britannico Margaret Thatcher e il presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, nel 1983 (Shutterstock)
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Margaret Thatcher e Ronald Reagan
Il primo ministro britannico Margaret Thatcher e il presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, nel 1983 (Shutterstock)

Un fantasma si aggira per l’Europa: il fantasma del neoliberismo. Ma nella categoria degli ectoplasmi ideologici che hanno di volta in volta infestato il continente, il neoliberismo ha la solida distinzione di non essere molto più di questo: un fantasma, appunto, la cui presenza inquieta e galvanizza, secondo le circostanze, solo i sedicenti acchiappafantasmi – ahinoi, sin troppo numerosi. A costoro, e ai loro improvvidi seguaci, si rivolge “La verità, vi prego, sul neoliberismo”, il nuovo libro di Alberto Mingardi per i tipi di Marsilio.

Il titolo del volume ammicca ad Auden (“La verità, vi prego, sull’amore”), ma potrebbe altrettanto credibilmente scomodare Carver (“Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”). Ciò dimostra, forse, che il neoliberismo è amore; ma anche che il dibattito in materia privilegia le emozioni agli argomenti e sconta, così, una drammatica mancanza di rigore. Tanto per cominciare, i critici del neoliberismo non si danno troppa pena di definire il fenomeno, se non grossolanamente; a ragione, Mingardi dedica la prima metà del libro a un intervento di ortopedia storica e linguistica, per dissipare gli equivoci in materia.

Di cosa parliamo, allora, quando parliamo di neoliberismo? In senso proprio, con l’etichetta di neoliberismo – o più propriamente di neoliberalismo, se questo paese non smaltisse ancora i postumi della sbornia crociana – possiamo indicare un’esperienza storica precisa, cioè lo sforzo di riformulare la dottrina del liberalismo classico, edulcorandola in risposta alle sfide che Stati Uniti ed Europa ebbero ad affrontare nella prima metà del ventesimo secolo: la Grande guerra, l’iperinflazione tedesca, la crisi del ’29, l’avvento dei totalitarismi e, a seguire, il secondo conflitto mondiale.

Di quel tentativo di rielaborazione – volta a conciliare libertà e sicurezza, mitigando la fiducia nel laissez faire e ritagliando un ruolo centrale per lo stato – furono protagonisti sulle due sponde dell’Atlantico, a partire dagli anni ’30, personaggi come Walter Lippmann (il cui libro “The Good Society” avviò la discussione), Alexander Rüstow (che coniò il termine “neoliberalism”) e Ludwig Erhard (a cui dobbiamo l’unico esperimento concreto di politica neoliberista, quel miracolo economico tedesco che egli propiziò con un’incisiva riforma monetaria e con la rinuncia ai controlli sui prezzi).

A ben vedere, però, non è a questa sorta di terza via liberale che i nostri acchiappafantasmi alludono, quando mettono nel mirino il neoliberismo. Secondo un’opinione grossolana quanto diffusa, il neoliberismo costituirebbe – con il suo centro nevralgico, la famigerata Mont Pelérin Society – un’inarrestabile cospirazione, in grado di occupare gli snodi del discorso pubblico (università, mezzi di comunicazione, istituzioni) per instaurare in tutto il mondo emerso la dittatura del mercato.

Di questa ricostruzione complottarda, Mingardi mette in luce efficacemente le contraddizioni interne – per i suoi critici, il neoliberismo sarebbe al contempo movimento rivoluzionario e strumento dei gruppi di potere consolidati – e le incongruenze fattuali: evidenzia come la cornice disegnata dagli accordi multilaterali abbia poco a che vedere con i principî del libero scambio; dimostra, dati alla mano, che lo stato sociale non è mai stato tanto generoso; illustra come la temutissima deregulation abbia avuto invero una portata assai limitata, nonostante i cicloni Reagan e Thatcher; sconfessa il luogo comune secondo il quale anche l’euro sarebbe un costrutto neoliberista.

Se di cospirazione si trattava, insomma, i congiurati avevano le facce di Laurel e Hardy. Per una conferma della tesi, del resto, basterebbe consultare i programmi elettorali messi a punto in tutto il mondo dopo il 1945: secondo un’analisi condotta da Luigi Curini e recentemente anticipata dall’Iref, non solo il pendolo tra stato e mercato ha costantemente oscillato in direzione del primo, ma dopo il parziale riequilibrio degli anni ’80 e ’90, la popolarità delle soluzioni liberiste – anche solo sulla carta – è oggi ai minimi storici.

Dopo aver tentato di delimitare il campo di gioco, Mingardi dedica la seconda metà del volume a due attualissimi temi di confronto tra neoliberisti loro malgrado e anti-neoliberisti, e in particolare a due dei maggiori successi retorici di quest’ultimi. Il primo è il revival della nozione di politica industriale, appena infiacchita dalla stagione delle privatizzazioni, e oggi nuovamente in voga, anche sulla scorta dei lavori dell’economista anglo-italiana Mariana Mazzucato. Alla sua teoria dello stato imprenditore, Mingardi oppone due linee argomentative: da un lato, invita a non sovrastimare l’effetto e il contributo causale dei finanziamenti pubblici alla ricerca, posto che l’innovazione segue percorsi assai più tortuosi di quelli immaginati dal riduzionismo statalista; dall’altro, raccomanda d’includere nel computo anche i costi – diretti e indiretti – dell’intervento pubblico, rifuggendo la tentazione di scegliere fior da fiore.

Nel quarto capitolo, infine, forse il più urgente e originale del libro, l’autore indaga il legame tra neoliberismo e populismo, un’altra parola «plastica» a cui talora ricorriamo con eccessiva facilità. Mingardi respinge le chiavi di lettura economiche che ambiscono a unificare fenomeni complessi e distinti (Trump, Brexit, i sovranismi nostrani) entro una comune rivolta dei “perdenti della globalizzazione” – ignorando, per esempio, che in tutti gli stati in cui l’attuale inquilino della Casa bianca si è imposto nel 2016, il reddito mediano dei suoi elettori era superiore al reddito mediano dell’elettorato.

Il riallineamento politico in corso deve cercare, piuttosto, una ragione culturale: secondo Mingardi, «la destra non sa tagliare lo stato, la sinistra ha paura di non poterlo più fare crescere», sicché il punto non è davvero «la necessità di intercettare una reazione al neoliberismo bensì [il] suo rifiuto a priori». È un’interpretazione che nega ogni attenuante alle classi dirigenti spiazzate dal populismo, senza lasciarsi sedurre dal presunto potenziale catartico di quest’ultimo, che «non è in nessun senso un movimento di emancipazione» e si nutre dello stesso rifiuto per la libertà individuale.

Rimarcando la terzietà del liberista (con o senza prefissi) di fronte al conflitto tra «quelli che non si perdonano di non aver ridistribuito abbastanza, e quelli che vogliono ridistribuire di più, purché a livello nazionale», Mingardi indica implicitamente una via d’uscita dallo stallo in cui siamo precipitati. In tal senso, il suo si direbbe un libro necessario, se non si trattasse di un’espressione tanto abusata. Certo l’inflazione verbale è peccato veniale rispetto a quella monetaria; ma anche su questo punto gli anti-neoliberisti troverebbero probabilmente da ridire.

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