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Business 18 febbraio, 2019 @ 7:54

New York cambia volto: si moltiplicano i grattacieli “a matita” per super-ricchi

di Paolo Mossetti

Contributor, scrivo di cultura economica.Leggi di più dell'autore
Nato a Napoli, ha studiato economia e antropologia a Milano, lavorato nel marketing editoriale a Londra e Oxford e come scrittore freelance e cuoco a New York. Ha scritto, tra gli altri, per N+1, Domus, Esquire Italia, Il Tascabile e Lo Straniero. chiudi
un grattacielo "a matita" a new york
Il 432 Park Avenue, il grattacielo residenziale più costoso degli Stati Uniti (Shutterstock)

Chiunque abbia visitato New York negli ultimi anni avrà assistito alla nascita di una nuova tipologia di grattacieli, sottili come matite, al tempo stesso futuristici e bizzarri. Vengono chiamati non a caso pencil towers, e sono il frutto di tre tendenze concomitanti: lo sviluppo della tecnologia legata all’architettura, l’estrema concentrazione di ricchezza nella città e una falla burocratica che permette ai più ricchi di speculare su ogni centimetro di spazio disponibile – anche dell’aria.

Ne ha parlato il critico dell’architettura Oliver Wainwright sull’ultimo inserto domenicale del britannico The Guardian, in cui spiega come la megalopoli della costa occidentale avrà sempre più l’aspetto di una foresta densa di palazzi altissimi, abitati da poche migliaia di “padroni dell’universo”. Un fenomeno davvero speciale, innanzitutto perché non capita spesso nella storia dell’architettura di assistere alla diffusione così rapida di una nuova genia di edifici; e poi perché queste nuove strutture incarnano alla perfezione il precario equilibrio economico e sociale del nostro secolo: nel quale si affiancano, a pochi metri di distanza, prodigi ingegneristici e profonde disparità sociali.

È come se la classe più benestante avesse trovato una scialuppa di salvataggio nel riscaldamento globale: rafforzando i confini nazionali e la sorveglianza metropolitana, da un lato, e dall’altro rifugiandosi in grattacieli extra-lusso esili ed vertiginosi, per sfuggire al guazzabuglio del melting pot stradale (che ha contribuito a creare).

E così, in un momento in cui il gap tra i super-ricchi e i super-poveri si allarga sempre di più e i residenti sono spinti sempre più lontano dal perimetro cittadino, le organizzazioni a salvaguardia dei più poveri o delle comunità locali si stanno interrogando sulle leggi sulla zonizzazione, vale a dire lo strumento col quale i comuni possono decidere di suddividere il proprio territorio in aree diverse, alle quali viene poi attribuita una determinata funzione o caratteristica. Le zoning laws newyorchesi, in molti casi intonse dagli anni Sessanta, permettono agli imprenditori immobiliari di comprare lo spazio aereo sovrastante un lotto già in loro possesso, e di erigervi una struttura imponente, anche centinaia di volte più alta di quelle preesistenti, e di poterlo fare senza troppo scrutinio da parte delle autorità pubbliche.

Fatto sta che il volto di New York sta cambiando ad una velocità che non si vedeva forse dal Dopoguerra, anche se gli accordi economici che danno forma a questo cambiamento avvengono sotto lo sguardo bonario della politica professionale, ma lontano da quello dei comuni cittadini. I risultati, scrive Wainwright, “vanno dal sublime al ridicolo, e talvolta entrambi nello stesso caso”. Si va dal rettangolo surreale in cemento bianco di 432 Park Avenue, che sembra svettare due volte più alto di qualunque altro edificio che gli sta intorno, che secondo alcuni ricorda le sculture minimaliste di Sol LeWitt, anche se il suo architetto ha spiegato di essersi ispirato più a un bidone dell’immondizia: che vale oro, dato che la penthouse dell’edificio è stata venduta per oltre 75 milioni di euro. Sarà, ancora per poco, l’edificio residenziale più alto del mondo, prima di venire detronizzato da Central Park Tower, disegnato dallo stesso studio che ha prodotto il Burj Khalifa di Dubai. Di fronte si ritrova già il 220 Central Park South, tutto in neo art decò, che vende i suoi appartamenti a quasi 9 mila euro al metro quadro. È qui l’appartamento più caro degli Stati Uniti: un attico dal valore di 211 milioni di euro, venduto a un miliardario degli hedge fund.

Perché nessuno ci aveva pensato prima? In realtà ci avevano pensato in molti, ma fino a una decina di anni fa costruire edifici di questa altezza, seppur tecnicamente possibile, era finanziariamente sconveniente, dato che i costi superavano molto spesso i possibili ricavi. Se l’avanzamento della tecnologia e dei materiali ha contribuito a rendere i grattacieli più economici, è stato soprattutto l’ampliamento del mercato dei potenziali acquirenti a favorire la nuova tendenza. La popolazione dei super-ricchi con almeno 30 milioni di dollari di reddito (circa 26,5 milioni di euro) ha superato oggi i 250 mila individui. Questa ultra-élite, in un modo o nell’altro, deve pure poter “cristallizzare” la propria ricchezza: considerando che un terzo di questi è di casa in Nordamerica, quale posto più sicuro di New York – dove il real estate non tramonta mai – per parcheggiare il proprio reddito?

Si contano sulle dita d’una mano le metropoli capaci di rivaleggiare con Manhattan in questa esclusivissima nicchia di mercato: San Francisco, Hong Kong, e Tokyo, forse. Dalla crisi finanziaria del 2008 a oggi, il settore immobiliare del lusso è diventato una sorta di nuova moneta globale che garantisce agli investitori un bene tangibile, da un lato, e un ammortamento del rischio assente a Wall Street o nei fondi speculativi dall’altro.  I grattacieli-matita di New York altro non sono dunque che il sintomo di una città fertilizzata con uno strabiliante eccesso di denaro. E, come già ai tempi degli antichi romani, è il denaro a plasmare la forma architettonica.

Non sarebbe corretto, però, dire che la politica sia rimasta soltanto a guardare, senza pensare a misure per affrontare le disuguaglianze. Per legge, gli immobiliaristi newyorchesi possono costruire grattacieli più alti in cambio del finanziamento parziale di case popolari altrove. Il regolamento sulla zonizzazione prevede inoltre limiti per quanto riguarda l’area occupata ma non per altezza totale, oppure dei singoli piani: per questo molti di questi grattacieli posseggono piani oblunghi con immense vetrate, o ampi spazi per le componenti meccaniche nel bel mezzo del loro corpo piuttosto che nei sotterranei, come si usava un tempo. Sono compromessi ed escamotage tipici di quel “capitalismo inclusivo” che, durante gli anni di Obama alla Casa Bianca e di Michael Bloomberg come Mayor, sembrava poter fare da argine al populismo. E, invece, per i corsi e ricorsi della Storia, New York oggi si ritrova il sindaco dichiaratamente più di sinistra della sua storia (Bill de Blasio) e un presidente originario di Queens che è diventato la bandiera dell’America rurale contro quella cosmopolita.

Molti esperti del settore dicono che il boom dei nuovi grattacieli è giunto al suo culmine, e che è rimasto ben poco da speculare. Secondo Wainwright, invece, ci sarebbero ancora milioni di metri quadri di spazi pronti a essere sfruttati, e conta circa 100 siti che potrebbero potenzialmente fare al caso delle pencil-tower. Molti sono a Brooklyn, ma una nuova frontiera potrebbe essere rappresentata anche da Harlem, il quartiere prevalentemente ispanico e afro-americano nella parte settentrionale di Manhattan.

Secondo i sostenitori di questa nuova generazione di grattacieli, le pencil tower andranno a gravare sulla densità immobiliare della città, che per ogni zona è consentita entro precisi limiti: tutto lo spazio che occupano in altezza viene computato nel totale, impedendo ad altri edifici di aumentare di volume. E di fronte ai critici che sostengono che questi edifici rischiano di restare vuoti per gran parte dell’anno, dato che i super-ricchi spesso vivono e lavorano altrove, gli entusiasti spiegano che è meglio concentrare le proprietà dei ricchi in pochi, vistosi edifici piuttosto che lasciare che comprino interi quartieri cacciando chi vi abita.

Gli scettici, invece, pur ammettendo che alcune di queste torri sono delle vere meraviglie architettoniche (e del resto anche i più famosi grattacieli del passato furono presi di mira dai tradizionalisti) chiedono più partecipazione nella fase decisionale: poter discutere, cioè, dell’impatto dei singoli edifici, a cominciare dalle ombre sempre più lunghe che si stagliano sui parchi e sul vicinato (una bufala, secondo i costruttori, che spiegano che le ombre dei grattacieli si muovono rapidamente come quelle di una meridiana, mentre quelle degli edifici bassi e tozzi sono molto più statiche) ma anche del contributo fiscale di queste speculazioni (secondo molti troppo basso). Al momento, comunque, la loro voce conta pressoché zero.

Ma la città, quando si tratta di negoziare gli interessi dei più forti, si sta dimostrando tutt’altro che addomesticata: l’ideazione del Green New Deal grazie alla spinta di una rappresentante della classe media in lotta come Alexandria Ocasio-Cortez, o la rinuncia di Amazon a costruire da queste parti il suo secondo quartier generale, dopo le vibranti proteste di molti politici locali e organizzazioni no profit che temevano rincari di affitti e di mezzi pubblici, sono lì a dimostrare ancora una volta come New York sia la fotografia perfetta delle ingiustizie del nostro tempo, ma anche della parte di cittadinanza che le combatte.

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