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Tecnologia 23 aprile, 2019 @ 12:00

I limiti del Pil nell’era digitale secondo il MIT

di Simona Politini

Staff

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Il mondo tra le mani
(Shutterstock)

Il prodotto interno lordo (PIL) viene concordemente adottato come indicatore di benessere di un Paese influenzando la classe politica nell’individuazione di obiettivi economici e nell’attuazioni di interventi volti a modificare l’andamento dell’economia.

Ma il Pil, un parametro nato per misurare la produzione, è realmente in grado di misurare il benessere delle persone? Questa domanda, non nuova, ha ancora più valore nell’era della rivoluzione digitale dove molti beni hanno prezzo pari a zero e dunque tale dato non è in grado di riflettere i vantaggi in termini di benessere dei prodotti stessi. Calcolare il surplus del consumatore, definito genericamente come la differenza tra ciò che i consumatori sarebbero disposti a pagare per un bene o servizio e l’importo che effettivamente pagano, potrebbe rivelarsi, invece, una misura migliore nella valutazione del livello di benessere di un paese.

Come misurare il benessere economico nell’era digitale secondo il MIT

Da questa premessa prende le mosse la ricerca realizzata dalla MIT Sloan School of Management Using massive online choice experiments to measure changes in well-being che utilizza il valore creato dai beni/servizi digitali come parametro per definire il livello di benessere economico nell’era digitale.

Per quantificare il surplus generato dall’utilizzo dei servizi digitali gratuiti, come la maggior parte delle applicazioni per smartphone, Wikipedia, Facebook e così via, i ricercatori hanno misurato la disponibilità dei consumatori ad accettare un risarcimento per aver perso l’accesso a beni diversi, calcolando in tal modo l’eccedenza.

Quale cifra saresti disposto ad accettare per rinunciare a questo o quel servizio digitale per un lasso di tempo determinato? Questa, in sintesi, è la domanda alla quale i ricercatori hanno provate a dare una risposta interpellando circa 80.000 persone reclutate tra gli Stati Uniti e l’Europa. In alcuni casi, le transazioni sono state ipotetiche, in altri casi sono state applicate, effettuando un reale risarcimento ai partecipanti disposti a interrompere la propria fruizione dei servizi digitali.

Il valore del benessere quantificato sull’accessibilità ai servizi digitali

Secondo lo studio del MIT, la ricerca su internet è la categoria più apprezzata tra i beni digitali. L’utente medio richiederebbe un risarcimento di 17,530 dollari per rinunciare ai motori di ricerca per un anno, 8,414 dollari per perdere l’accesso all’e-mail per un anno e 3,648 dollari per muoversi su strada senza mappe digitali nello stesso arco di tempo.

Anche l’accesso ai social media rappresenta un valore sostanziale per i consumatori, che richiederebbero un compenso medio di 40/50 dollari per abbandonare questo servizio per un mese. Il valore medio era ancora più alto in Europa. Lo studio rivela infatti che WhatsApp, Facebook e le mappe digitali sui telefoni sono molto apprezzate con compensazioni medie per aver perso un mese di accesso di rispettivamente € 536 (476,72 dollari), € 97 (86,27 dollari) e € 59 (52 dollari).

Così ha commentato i risultati della ricerca il prof. Brynjolfsson , co-direttore del MIT Initiative on the Digital Economy (IDE) nonché co-autore dello studio insieme ad Avinash Collis e Felix Eggers: “Sapevamo intuitivamente che il rapido ritmo dell’innovazione e la diffusa adozione di beni e servizi digitali hanno avuto un effetto importante sul nostro benessere economico, ma la nostra ricerca dimostra quanto siano preziose queste modalità di comunicazione per molte persone. Questi servizi sono strettamente integrati nella vita quotidiana delle persone per il relazionarsi con familiari, amici e colleghi e aggiungono molto al nostro benessere generale”. E, conclude Collis: “Il Pil è utile, ma offre un’immagine molto incompleta. I nostri risultati forniscono una visione più accurata del benessere economico delle persone.”

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