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Perché Facebook, nonostante tutto, non è mai stata così in salute

Il nuovo mantra è tutto nel titolo: “Il futuro è privato”, e la scritta campeggia a caratteri cubitali alle spalle del padre-padrone. Succede all’F8, l’ottava conferenza annuale di Facebook dedicata agli sviluppatori che si è tenuta lo scorso 30 aprile a San Jose, California.

La nuova parola d’ordine di Facebook è questa: privacy, e per distrarre i più scettici sull’effettiva applicabilità del proposito – in una fase storica in cui i social diventano attori in una guerra di spionaggio che sfocia nella geopolitica – la presentazione quest’anno è stata ricca di distrazioni: la messa in vendita di nuovi visori Oculus, l’arrivo di Portal in Europa, il focus sulle app di messaggistica istantanea del gruppo, che cambiano faccia e aggiungono funzioni. Con tutto questo Zuckerberg prova a tornare alle origini, e descrive la sua creatura più famosa come uno strumento nato per “connettere le persone tra loro”. Può permetterselo, soprattutto, perché i numeri gli danno ragione.

Gli ultimi conti trimestrali di Facebook sono infatti ottimi, con i ricavi complessivi e per utente in crescita costante, come riportato da TechCrunch. E questo nonostante la società abbia annunciato l’accantonamento di 3 miliardi di dollari per lo scandalo Cambridge Analytica.

Facebook ha registrato intanto una crescita dei ricavi del 26 per cento nei primi tre mesi del 2019, equivalenti a 15,08 miliardi di dollari, mentre l’utile netto è stato di 2,43 miliardi di dollari, o 85 centesimi per azione, con una diminuzione del 51 per cento rispetto al gennaio-marzo 2018, proprio a causa dell’accantonamento. Gli utenti attivi mensili di Facebook continuano a salire: +8 percento, pari a 2,38 miliardi di persone, meglio delle stime di 2,37 miliardi di suggerite da Refinitiv. Gli utenti giornalieri sono saliti dell’8 percento a 1,56 miliardi.

Il colosso di Menlo Park rimane la più potente piattaforma di marketing digitale del pianeta. Come spiega Axios, non c’è dubbio che gli inserzionisti vorrebbero diversificare l’ecosistema e dipendere meno da Facebook, ma nessuno è riuscito a inventarsi un’alternativa credibile. La società è capace di processare una quantità così immane di dati attraverso le sue app (Facebook, Instagram, Facebook Messenger e WhatsApp) che gli consente di vendere pubblicità a costi incredibilmente competitivi. Per tutti gli altri non c’è storia.

Dopo un difficile 2018, quest’anno Zuckerberg vuole voltare pagina. “Negli ultimi 15 anni, abbiamo costruito Facebook e Instagram come se fossero gli equivalenti digitali di una piazza, dove puoi interagire con molte persone contemporaneamente”, spiega. “Ora siamo concentrati sulla creazione dell’equivalente digitale del salotto, in cui è possibile interagire in privato in tutti i modi, da messaggistica e stories ai pagamenti sicuri”. E così Facebook cambierà veste grafica, prima nella versione app, poi in quella desktop. I gruppi assumeranno maggiore importanza delle notizie. Si punterà a “nuovi modi per aiutare le persone a riunirsi offline” in base a passioni e interessi condivisi, per potenziare il senso di comunità.

Zuckerberg ha quindi sintetizzato il nuovo corso in sei principi, che dovrebbero animare sia Facebook che le app di cui è proprietario: crittografia, interazioni private, riduzione del tempo in cui la società conserva i dati, sicurezza, interoperabilità (cioè dialogo tra le app, ma solo tra quelle del gruppo), sicurezza dei dati. Si tratta, riporta Agi, di principi che “cambiano radicalmente il modo in cui gestiremo la società”.

Flash forward. Facebook ha annunciato giovedì una intensificazione delle operazioni di “pulizia” dell’estremismo di destra: nel mirino del ban sono finiti celebri complottisti e fanatici nazionalisti americani, colpevoli di diffondere messaggi d’odio e notizie false d’ogni genere. Nella lista nera c’è Alex Jones, creatore di InfoWars, portale “controinformazione” già nel mirino della legge eppure citato più volte nientemeno che dal presidente degli Stati Uniti; Louis Farrakhan, reverendo afroamericano separatista e antisemita; Paul Joseph Watson collaboratore di Infowars; Laura Loomer e Paul Nehlen, suprematisti bianchi; Milo Yiannopoulos, ex redattore del sito iper-trumpiano Breitbart, già bannato da Twitter per “incitamento o coinvolgimento nell’abuso mirato o molestie altrui”.

La decisione di Facebook segue  la stretta sui gruppi di estrema destra in Gran Bretagna, e le polemiche sulla censura dei dirigenti di Casa Pound in Italia. Bisogna dire che per anni la società si era mostrata esitante, perché questi soggetti non violavano esplicitamente il suo statuto. Ma il susseguirsi, in questi giorni, di stragi a sfondo razziale e religioso ha esercitato una certa pressione sul colosso, costringendolo a correre ai ripari.

Sì è vero, la reputazione dell’azienda è stata posta sotto pressione, come rilevato anche da un sondaggio Axios Harris. Ma il punto cruciale è che questo non ha provocato alcun esodo dal social network. Se un certo numero di utenti negli Stati Uniti ha ridotto il tempo di permanenza media su Facebook, molti altri si sono trasferiti su Instagram, che com’è noto è di proprietà di Zuckerberg dal 2012. Nel frattempo WhatsApp, la piattaforma di messaggistica istantanea comprata da Facebook nel 2014, è diventata sempre più vitale per la comunicazione di milioni di persone nel mondo, specialmente nelle economie emergenti, dove altri servizi di Internet sono meno sviluppati.

Secondo quanto trapelato a gennaio, Facebook sta poi lavorando per fondere il servizio di messaggistica di Messenger, WhatsApp e Instagram in un’unica piattaforma, anche se il progetto non verrà reso noto fino al 2020. Tramite Oculus, invece scommette sulla VR come il futuro della tecnologia socialmediale: il modello Rift S è il visore più potente finora sviluppato mentre il Quest permette di muoversi senza fili. Portal, lo smart speaker con display, arriverà in Canada a giugno e in Europa il prossimo autunno. L’approccio è quello di Steve Jobs: “divorare” i tuoi stessi prodotti prima che possano farlo i concorrenti. Per farla breve, Zuckerberg non è mai stato più in controllo della situazione.

Bisogna però vedere se l’inventore miliardario riuscirà a cambiare in profondità il Dna di Facebook, cosa non facile quanto cambiare un’interfaccia utenti.

 

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