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Tecnologia 12 agosto, 2019 @ 2:30

Facebook vuole news più affidabili, stringendo accordi con gli editori

di Simona Politini

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Mark Zuckerberg (Getty Images)

Una nuova sezione interamente dedicata alle news, è questo il nuovo progetto firmato Facebook che dovrebbe vedere la luce entro la fine di quest’anno.

Facebook si prepara a lanciare una nuova sezione notizie verificate

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Facebook avrebbe preso contatti con i grandi editori americani tra cui Bloomberg, il Washington Post, Abc News e lo stesso Wall Street Journal, offrendo fino a 3 milioni di dollari all’anno per ottenere il diritto a pubblicare storie, titoli e anteprime di articoli. Si tratta di un accordo triennale nel quale i media sarebbero liberi di scegliere tra pubblicare i propri articoli direttamente su Facebook o pubblicare titolo e anteprima linkati all’articolo completo che invece risiederà sulla testata. Questa seconda opzione potrebbe essere più interessante per gli editori al fine di generare più traffico sul proprio sito e far visualizzare la pubblicità che desiderano.

Facebook ha rifiutato di commentare la notizia, ma ha confermato che la società sta lavorando al lancio di una sezione news per quest’autunno (non è chiaro se per ora solo negli Stati Uniti), tuttavia nessun accordo è stato ancora firmato.

News su Facebook: una risorsa da gestire

La nuova sezione news di Facebook sembra voler rappresentare un compromesso all’interno del complesso rapporto tra Facebook e il settore dei media. Se da un lato è vero che la piattaforma social genera un’enorme quantità di traffico, è altrettanto vero che gli algoritmi che guidano il feed delle notizie di Facebook sono diventati estremamente complessi penalizzando di molto la visualizzazione dei post.

Ma il vero campo di lotta tra Facebook e i produttori di informazione sono gli introiti pubblicitari. In questi ultimi anni Facebook, come Google, è stata accusata di sottrarre enormi quantità di entrate pubblicitarie da giornali online, riviste e società media utilizzando i loro contenuti “concessi” gratuitamente. Non a caso, a marzo di quest’anno, è entrata in vigore la direttiva europea del copyright che, sebbene sotto alcuni aspetti molto controversa, si pone l’obiettivo di tutelare i diritti dell’editore e di costringere le grandi piattaforme di condivisione ad una presa di responsabilità sui contenuti rilanciati all’interno del proprio spazio virtuale. Ed è anche qui che la nuova sezione notizie di Facebook dovrebbe rappresentare il grande salto nella lotta alle fake news.

Se nel 2016 Zuckerberg si sentiva di poter affermare “Siamo una società di tecnologia, non una media company”, la pubblicazione incontrollata di contenuti ha costretto il fondatore di Facebook a cambiare la sua posizione dichiarando davanti le autorità a distanza di appena due anni, che “Facebook ha la responsabilità sui contenuti che compaiono sulle nostre piattaforme”. È chiaro dunque che poter pubblicare notizie confezionate direttamente dalle fonti più autorevoli nel settore della stampa rappresenterebbe per gli utenti di Facebook una garanzia di veridicità e per Facebook una nuova vittoria nella guerra dell’engagement.

Tecnologia 9 luglio, 2019 @ 8:00

Giovani imprenditori e Facebook Italia di nuovo insieme per il Forum dell’economia digitale

di Forbes.it

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manifesto forum economia digitale
(www.forumeconomiadigitale.it)

Le persone e le imprese che hanno cambiato la nostra quotidianità anticipando il presente si ritrovano a Milano per uno sguardo sugli anni ’20 e ’30 del nostro secolo. Dopo il successo delle prime tre edizioni, torna l’appuntamento annuale con FED, il Forum dell’Economia Digitale, ideato e realizzato da Facebook Italia e Giovani Imprenditori Confindustria, in calendario giovedì 11 luglio, al Mico di Milano.

L’evento, dedicato al presente e al futuro dell’economia digitale, quest’anno affronterà il tema “Be the Change”, ovvero la trasformazione sociale, economica e tecnologica di domani. L’evento racconterà le trasformazioni sociali, economiche e tecnologiche di domani attraverso le testimonianze e i suggerimenti di persone e imprese che si sono rivelati attori del cambiamento. “Verranno raccontate storie di trasformazioni sociali, economiche e tecnologiche attraverso le testimonianze di persone e imprese che sono riuscite a portare il nuovo nella nostra quotidianità”, spiega Luca Colombo, Country Director Facebook Italy.

Tanti gli ospiti in programma tra cui: Roberto Burioni, medico, accademico e divulgatore scientifico; Margherita e Angela Missoni; Presidente e Direttore Creativo di Missoni; Brunello Cucinelli, Presidente e AD di Brunello Cuccinelli; Enrico Mentana, Direttore TG La7; Paolo De Nadai, Fondatore Scuolazoo & Weroad; Nerio Alessandri, Fondatore e Presidente Technogym; Marco Siracusano, Amministratore Delegato Poste-Pay; Roberto Cingolani, Direttore Scientifico IIT; Rita Cucchiara, Direttrice Lab Cini; Valeria Cagnina & Francesco Baldassarre, Co-Founder & Mentor di OFpassiON; Martina Cusano ed Elisa Tattoni, Fondatrici di Mukako; Oscar Di Montigny, Sustainability & Value Strategy Officer di Banca Mediolanum; Filippo Perini, Head Of Design Italdesign Giugiaro; Gian Luca Comandini, membro Task-Force Esperti Blockchain del Ministero dello Sviluppo Economico; Paolo Moretti, Chief Commercial Official Merine di Rina; Sanja Kon, VP Global Partnership and Communication di Utrust. È prevista, inoltre, la presenza del Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte.

“Ancora una volta il FED si conferma come uno degli appuntamenti più importanti del panorama italiano sull’evoluzione del digitale e sull’impatto che questo porta nella vita delle nostre imprese. Quest’anno però – continua Alessio Rossi, Presidente Giovani Imprenditori di Confindustria – il focus sarà anche sull’impatto nella quotidianità di ognuno di noi, come imprenditori ma anche come cittadini.

Per partecipare all’evento è possibile registrarsi compilando il form sul sito www.forumeconomiadigitale.it.

Business 28 giugno, 2019 @ 8:00

Storia del panino “made in Puglia” citato nella trimestrale di Facebook

di Daniela Uva

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Scrivo di successo, imprenditori, storie italiane.Leggi di più dell'autore
Giornalista professionista. Oltre a numerose collaborazioni, ha lavorato come redattore ordinario per Il Giornale, La Gazzetta dello Sport e Studio Aperto. Si è sempre occupata di cronaca, lifestyle e inchieste. È laureata in Scienze politiche e ha frequentato l'Istituto per la formazione al giornalismo Carlo De Martino di Milano. chiudi
I tre proprietari di Pescaria
I tre animatori del progetto Pescaria (Courtesy Pescaria)

Da quando Facebook è realtà, nessuna azienda italiana era mai stata citata nei suoi “earning call”. Ovvero i documenti interni della trimestrale redatti dal vertici del più importante social network del mondo. Quest’anno è toccato a un’impresa nata al Sud, precisamente a Polignano a Mare (provincia di Bari), e capace, in soli quattro anni dalla nascita di fatturare 7,5 milioni di euro e dare lavoro a circa 110 persone. Puntando sul fast food di pesce, in versione gourmet. E sui social, come unici canali di comunicazione.

Questo miracolo del Made in Italy si chiama Pescaria: è nato il 25 maggio 2015 in un piccolo locale di 40 metri quadrati. Oggi vanta quattro ristoranti (uno a Polignano e a Trani e due a Milano) e continui investimenti. E tutto questo utilizzando Facebook, Instagram e YouTube per farsi conoscere. “L’idea è nata un po’ per caso – racconta Domingo Iudice, uno dei fondatori -. Grazie al mio lavoro di consulente marketing sono entrato in contatto con Bartolo L’Abbate, imprenditore nel settore ittico di Polignano. Aveva voglia di aprire un ristorante di pesce tradizionale. Di lì mi è venuta un’intuizione: puntare su un fish bar. Che vendesse panini di pesce, tipici della tradizione pugliese, ma in una chiave nuova”.

panino di pescaria
(Courtesy Pescaria)

Da quel momento Pescaria è diventato realtà: “Abbiamo costituito una società e preso in affitto il locale, con un investimento complessivo di 200mila euro. Abbiamo usato in parte nostri capitali, in parte finanziamenti agevolati della Comunità europea erogati attraverso la banca. A noi si è aggiunto Lucio Mele, executive chef e tra gli ideatori della formula. Abbiamo presentato un business plan che prevedeva la vendita di 50-70 panini al giorno, con una media di spesa di dieci euro a testa, e l’assunzione di sei persone a tempo pieno. In due settimane siamo arrivati a servire più di 300 clienti al giorno”. Dopo soli sette mesi e mezzo Pescaria aveva già fatturato 2,2 milioni di euro. Da allora la società ha deciso di investire prevalentemente nella comunicazione e pubblicità social, destinando il 95% delle risorse a Facebook e Instagram. Tutto questo elaborando piani editoriali ad hoc, che prevedono fino a 150 contenuti al mese. In pratica tre post al giorno, grazie a un team di persone dedicato, che ha portato a raggiungere su Facebook oltre 200mila like su circa cinque pagine, e su Instagram quasi 135mila follower.

Numeri che non sono passati inosservati a Menlo Park, quartier generale del social in blu. Che ha citato Pescaria come unico esempio italiano nella sua trimestrale. “Il nostro successo sta in un mix perfetto fra la creazione di una formula assolutamente nuova e un notevole know how – dice Iudice -. L’idea è stata quella di eliminare il servizio, almeno in un primo momento, per destinare più risorse alla qualità”. E alla creatività: le ricette dei panini, e di tutti gli altri piatti, sono frutto dell’esperienza dello chef Mele: mettono insieme pesce fresco e il meglio della tradizione pugliese e dell’alta cucina. “Naturalmente è stato molto importante anche il lavoro sui social – spiega Iudice -. All’inizio raggiungevamo circa 70mila utenti al giorno. Oggi sono circa due milioni e mezzo, soprattutto in Lombardia e Puglia”.

un panino di pescaria
(Courtesy Pescaria)

Il risultato sono circa 7,5 milioni di fatturato annuo, 110 dipendenti e due nuove aperture in cantiere: una a Torino, a settembre, l’altra subito dopo, a Roma. “Continuiamo a investire sempre, tutti i nostri locali sono aperture dirette, per adesso non vogliamo diventare un franchising – prosegue -. Questo perché abbiamo un controllo maniacale della qualità. Entro il 2023 puntiamo a dieci ristoranti in Italia. Ci hanno proposto diverse località estere, ma adesso preferiamo restare qui”. Proprio la qualità è il punto fermo dei tre imprenditori. “Serviamo mediamente 400 persone al giorno per punto vendita, questo significa che ogni giorno abbiamo a che fare con circa 1.600 persone – dice -. Questo ci dà una grossa responsabilità. Vogliamo continuare a crescere, ma in modo sostenibile. Arrivando anche a Napoli, Bologna, Brescia, Firenze, Venezia e Verona”.

Nel frattempo le imitazioni si sono moltiplicate. “Ne abbiamo contate 75 in tutta Italia – conferma Iudice -, ma non ci creano alcun problema. Abbiamo inventato un mercato nuovo, ma per avere successo non basta mettere del pesce crudo in un panino. Occorre distinguersi”. Anche con politiche green e nel segno della sostenibilità ambientale. “Siamo completamente plastic free – conclude Iudice -. Abbiamo ottenuto la certificazione Friend of the sea e ci impegniamo a impiegare in cucina brigate multiculturali, per rendere il lavoro più stimolante. Queste scelte costano molto: rinunciando alla plastica spendiamo il 15 per cento in più. Usando le bottiglie di acqua in vetro investiamo il 30 per cento in più. Ma per noi l’obiettivo è continuare a far crescere anche il nostro impatto sociale”.

Business 19 giugno, 2019 @ 8:00

La nuova sfida planetaria di Zuckerberg non sarà priva di nemici

di Ugo Bertone

Contributor, ho visto cambiare l’economia italiana.Leggi di più dell'autore
Ha cominciato a lavorare dopo l'università e la scuola di giornalismo presso l'ufficio stampa della Borsa Valori. È entrato al Sole 24 Ore ancor prima del varo della legge sui fondi comuni, alla Stampa dal 1985, prima alla redazione di Milano, poi caporedattore a Torino (e di nuovo a Milano). Ha avuto l'occasione, grazie alla Stampa, di seguire da vicino la crisi asiatica (Singapore, Tokyo) e la "bolla". Ha partecipato all'avventura di Borsa&Finanza e Finanza&Mercati, di cui è stato direttore. Alle spalle ha alcuni saggi sulla Fiat e sul Nord Ovest. chiudi
(Shuttestock)

Ci vorrà ancora un po’ di tempo ma la rivoluzione si è ormai messa in moto. Non è lontano il giorno in cui sarà possibile comprare, vendere o prender denaro a prestito in un negozio piuttosto che in un bar in qualsiasi posto del pianeta mostrando semplicemente un codice scannerizzato sul mobile, come oggi si fa al check-in dell’aeroporto. Niente più ricevute, problemi di chiusura della banca od oscillazioni della valuta. Tutto avverrà in “Libbre”, la vecchia unità di misura degli antichi romani, rimessa in circolo per far funzionare “Calibra”, il motore del sistema che, tra l’altro, sarà aperto anche a coloro (mica pochi, si parla di 1,7 miliardi di persone sparse per il pianeta) che non possiedono un conto corrente.

E’ questa l’ultima, straordinaria sfida lanciata ieri da Facebook che ha finalmente svelato le caratteristiche della sua valuta virtuale, destinata secondo Mark Zuckerberg a incidere in profondità nelle modalità degli scambi internazionali (oggi 630 miliardi di dollari circa) ma anche nelle abitudini di pagamento appena scalfite dalle alternative al contante, che rappresenta ancor oggi l’8% circa dei passaggi di denaro che segnano la nostra esistenza, dal caffè al bar all’acquisto dei beni più impegnativi.

Un’impresa straordinaria che è ormai sulla rampa di lancio. Non sono ancora noti tutti i dettagli dell’impresa che prenderà il via nella prima metà del 2020, ma ieri mattina Facebook ha presentato il primo prospetto che racchiude i frutti di un anno di lavoro in gran segreto effettuato tra gli Stati Uniti e l’Europa. In sintesi:

  • La libbra, l’unità di misura del sistema, sarà indicizzata su un paniere di valute (dollaro, euro ma anche franco svizzero, yen e altre monete scelte per la loro solidità) con l’obiettivo di scongiurare la volatilità dei bitcoin.
  • Le libbre circoleranno entro un’apposita blockchain ancora in fase di realizzazione. La moneta 2.0 consentirà di effettuare acquisti o scambiare denaro, per il momento, attraverso Whatsapp e Messenger, le leve operative di Facebook che contano più di 2 miliardi di utilizzatori.
  • Zuckerberg, però, ha allargato l’impresa ad una vasta rete di alleati che, entro l’anno prossimo, dovrebbero raggiungere il centinaio di unità. Per ora, gli ammessi in “Calibra” (non sono mancate le bocciature) sono 28, distribuiti in tutti i settori.
  • Ci sono o leader dei sistemi di pagamento (Mastercard, PayPal, PayU, Stripe, Visa più e Bay), grandi gruppi delle tlc (Vodafone e iliad) o della mobilità (Uber e Lyft), giganti della musica (Spotify) e grandi della finanza e della tecnologia:  Farfetch, Mercado Pago,  Blockchain Anchorage, Bison Trails, Coinbase, Xapo Holdings. Venture Capital Andreessen Horowitz, Breakthrough Initiatives, Ribbit Capital, Thrive Capital, Union Square Ventures NGOs Creative Destruction Lab, Kiva, Mercy Corps, Women’s World Banking.

Ciascuno degli aderenti ha versato dieci milioni di dollari per accedere alla fondazione che ha sede a Ginevra. I soci, che disporranno di un “nodo” all’interno della blockchain, hanno tutti una voce in capitolo nel condominio promosso da Zuckerberg. Ma la gestione del sistema dipenderà da “Calibra”, la società di diritto svizzero controllata da Facebook guidata da David Marcus, responsabile delle blockchain del social network, cui toccheranno i profitti generati dai servizi finanziari che nasceranno attorno all’ecosistema.

Questa è senz’altro una delle ragioni che hanno spinto Zuckerberg a lanciarsi in un progetto all’apparenza folle (batter moneta, facendo in prospettiva concorrenza alle banche centrali) e che nasce con numerosi nemici. Non è un caso che alla partita, almeno per ora, non prendano parte Apple, Google, Amazon e Microsoft così come nessuna delle grandi banche Usa. Non sono pochi, poi, gli ostacoli da superare per ottenere il via libera delle autorità Usa o per superare i vincoli della tecnologia, a partire dal “mining” delle monete che sta limitando l’espansione dei coin virtuali.

La sfida, insomma, presenta grossi rischi anche per un colosso della forza di Facebook. Perché, c’è da chiedersi, Zuckerberg si è lanciato in questa mission all’apparenza così ardita, se non impossible? Per avere una risposta occorre tornare al marzo 2018, data dell’esplosione del caso di Cambridge Analytica, il primo di una serie di scandali che hanno minato l’immagine del gruppo, accusato da alcuni di utilizzare in maniera disinvolta i dati degli utenti. Certo, Facebook si è rivelato più che solido, sotto i colpi delle autorità e delle critiche: il gruppo ha registrato nell’ultimo trimestre un giro d’affari record di 15 miliardi (+26%), ma lo stesso non si può dire della profittabilità, insidiata dalle multe miliardarie già comminate dalla Ftc (Federal Trade Commission) e da quelle che potrebbero arrivare. Per non parlare della pioggia di critiche in arrivo dagli ex amici che nel corso degli ultimi anni hanno rotto con la società di Zuckerberg, come Chris Hughes, cofondatore del social network, o l’ex responsabile della cybersecurity, Alex Stamos.

La situazione, insomma, presenta diverse criticità che hanno spinto Zuckerberg a diversificare le entrate che oggi dipendono al 98% dalla pubblicità. Di qui la scelta di entrare nel campo dei sistemi di pagamento facendo leva sulle competenze acquisite, sulla leadership di mercato e sulla forza dei marchi del gruppo per sfondare in una partita dalle dimensioni davvero planetarie.

Blockchain & Co 18 giugno, 2019 @ 4:17

WeChat, il social che i cinesi usano per pagare da molto prima di Libra

di Forbes.it

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(Getty Images)

Con la decisione di lanciare una propria critpovaluta scambiabile tramite Whatsapp e Messenger, Facebook ha fatto un deciso passo sulla strada che un colosso cinese già ha adottato.

In Cina gli utenti di internet sono oltre un miliardo, di cui il 90% con accesso soprattutto da mobile e con una propensione all’acquisto online smisurata (media di nove acquisti online al mese, contro 5,5 degli Stati Uniti e i tre della Germania).

WeChat, di proprietà della holding Tencent – società fondata da Ma Huateng e Zhang Zhidong-, è un’app per mobile che non si è limitata a copiare WhatsApp come sistema di instant messenger, ma si è arricchita di una serie sconfinata di funzioni e servizi che accompagnano la vita dei cinesi dalla mattina appena svegli fino alla sera inoltrata, cosa che l’ha resa uno strumento potentissimo.

Tra le numerose funzioni vi è WeChat Pay, utilizzata sia per i piccoli acquisti, come il pagamento immediato della spesa fatta al supermercato, la ricarica del cellulare, il pagamento delle bollette o gli acquisti online, sia per spese più impegnative come l’acquisto di viaggi.

Fino alle Red pocket, un sistema nato per simulare la tradizionale busta rossa che i cinesi usano per dare la “mancetta” ai nipoti, o come regalo di nozze, o come premio per i dipendenti. Tutte queste funzioni, e molte altre, hanno fatto di WeChat un’app usata da circa un miliardo di persone, con il 25% di esse che vi accede più di 30 volte al giorno, e di WeChat Pay uno dei primi operatori finanziari in Cina, con una stima di un milione di transazioni al minuto sulla piattaforma. Dal 2018 WeChat Pay è disponibile anche in Italia per i turisti cinesi che visitano il nostro Paese.

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Tecnologia 18 giugno, 2019 @ 2:44

Facebook lancia la sua criptovaluta: 6 previsioni su Libra

di Forbes.it

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Mark Zuckerberg, ceo di Facebook. (Photo by Win McNamee/Getty Images)

Caitlin Long per Forbes.com

Cosa significa la nuova criptovaluta di Facebook annunciata oggi per gli utenti della sua suite di piattaforme (tra cui Messenger e WhatsApp)? Presumibilmente ogni commerciante con un account su queste piattaforme potrebbe effettuare transazioni nella criptovaluta con clienti che hanno anche loro un account, per qualsiasi cosa, come acquisti online e acquisti nel mondo fisico come generi alimentari e ristoranti.

La criptovaluta sarà uno “stablecoinil cui valore sarà legato a un paniere di valute legali. Ecco le mie previsioni sulla base delle dichiarazioni di Facebook e di diversi commenti anonimi rilasciati da persone legate al progetto in interviste a The Information.

1. La criptovaluta di Facebook sarà una forza potente per il bene nei paesi in via di sviluppo, che è dove Facebook intende commercializzare il prodotto.

Perché? Perché le banche centrali nei paesi in via di sviluppo sono famose per la loro mancanza di disciplina nel mantenere il valore delle loro monete legali, che troppo spesso perdono potere d’acquisto. Il miglior esempio tra tanti è il Venezuela, che sta vivendo un’iperinflazione peggiore di quella della Germania dopo la prima guerra mondiale. Fornendo ai cittadini dei paesi in via di sviluppo l’accesso valute più affidabili di quelle supportate dal governo, la criptovaluta di Facebook eserciterà indirettamente la disciplina fiscale e monetaria nei paesi in via di sviluppo, il che migliorerà la vita di molte persone a livello globale.

2. Facebook pagherà interessi ai possessori della sua criptovaluta.

Mi sbilancio un po’ e prevedo che Facebook pagherà interessi agli utenti della sua criptovaluta. Perché? Poiché le attività che supportano la criptovaluta genereranno reddito da interessi (specialmente se, secondo alcuni report, tale paniere includerà “titoli a basso rischio”). Se Facebook non condividerà questo interesse con gli utenti, un coro di critici pubblicizzerà a voce alta quanti soldi stanno intascando Facebook e i suoi partner.

Qual è la grandezza del reddito da interessi in gioco? Se Facebook parcheggia l’intero saldo in dollari americani presso la Federal Reserve attraverso uno dei suoi partner bancari, ad esempio, potrebbe guadagnare il 2,35% senza rischi: sono $ 235 milioni per ogni $ 10 miliardi depositati nella sua criptovaluta. Questi profitti si trasformeranno rapidamente in una nuova patata bollente per Facebook a livello politico, se non condivisa con gli utenti.

Ma c’è un vantaggio collaterale – il trambusto che questo problema potrebbe creare rivelerebbe l’importanza del welfare aziendale nel cuore del sistema bancario americano. Il 2,35% è il tasso di interesse effettivo che la Fed paga alle banche affiliate per interessi sulle riserve in eccesso (IOER) – e quest’anno si prevede che ammonti a $ 36 miliardi di welfare aziendale pagato alle banche statunitensi, pari a circa la metà dell’importo che gli Stati Uniti spendono il loro programma di buoni alimentari. Immaginate solo come i critici avranno buon gioco nel gridare al “corporate welfare per Facebook” se Facebook e i suoi partner semplicemente si dovessero intascare tale importo.

È vero che gli altri emittenti di stablecoin intascano quasi sempre il float piuttosto che condividerlo con i propri clienti. Ma lo stablecoin di Facebook sarà probabilmente troppo grande e visibile per farla franca – quindi è improbabile che sia in grado di nascondere il problema sotto il tappeto. Questo è un buono spunto per la prossima previsione.

3. La fondazione di Facebook crescerà al punto da acquisire un grande potere sui mercati dei capitali globali.

Facebook prevede di cedere il controllo della governance del suo progetto a una fondazione indipendente, che ha recentemente costituito in Svizzera. Questo è positivo: non solo difende Facebook dalle accuse antitrust, ma aiuta anche a ridurre il grado di centralizzazione della criptovaluta. È probabile che questa fondazione diventi un enorme potere all’interno dei mercati dei capitali globali in tempi relativamente brevi, perché farà quello che fanno le banche centrali, ovvero definire i panieri per le valute legali a cui è ancorato lo stablecoin e gestire le attività per assicurare che il l’ancoraggio monetario non si rompa. Ci sono molti potenti “basket-setter” nei mercati dei capitali, e il loro potere di spostare i mercati può essere significativo: pensate al comitato che definisce le componenti dell’indice Dow Jones Industrial Average (DJIA) o dell’indice S&P 500, o delle banche centrali che legano le loro valute ai panieri (come la PBOC cinese).

Su questa linea, a prima vista mi ha colpito che Facebook stia vendendo il diritto di partecipare alla sua rete per $ 10 milioni ciascuno, poiché di solito i “minatori” nei mercati delle criptovalute sono pagati per i loro servizi. Ma, ricordate il punto #2: c’è una grande riserva di interessi che tutti dividono tra loro, specialmente se non pagano interessi agli utenti, e ci sono in ballo grandi volumi di scambi in valuta estera. Non c’è da stupirsi che decine di banche siano potenzialmente coinvolte.

4. Facebook affronterà l’incertezza normativa.

La criptovaluta di Facebook deve essere trattata come una security? Se lo è, gli utenti dovranno affrontare l’assurdità di aver bisogno di un conto di intermediazione americano per comprare una tazza di caffè? Facebook riuscirà là dove le startup più piccole hanno fallito in virtù della quantità di dati fiscali che porterà in dote ai governi? Questo è un buon viatico alla prossima previsione.

5. Il programma di reporting normativo di Facebook aprirà tante discussioni interessanti.

Potremmo essere in procinto di scoprire quanti dei 2,3 miliardi di utenti di Facebook sono reali, dal momento che gli utenti della sua criptovaluta dovrebbero dimostrare la propria identità e passare i requisiti di conformità del know-your-customer. La storia delle informazioni ha rilevato che Facebook “prevede di fornire forme più rigorose di verifica dell’identità e rilevamento delle frodi rispetto alla maggior parte delle criptovalute.

Ma c’è di più. Le discussioni sulla privacy dei dati di Facebook e il potere aziendale stanno per estendersi al denaro.

Ciò aprirà ogni tipo di conversazioni sulla portata della privacy dei dati, sulla privacy finanziaria, sulla segnalazione delle attività estere e sulla conformità fiscale e sugli obblighi di segnalazione e potrebbe potenzialmente mettere in discussione i requisiti di segnalazione extraterritoriale imposti dal governo degli Stati Uniti alle imprese non statunitensi. I governi di tutto il mondo vedranno la criptovaluta di Facebook come un enorme “barattolo di miele” di dati su come gli utenti spendono denaro, con tutte le implicazioni sulla privacy e sul reporting fiscale dei dati, perché ogni transazione sarebbe tracciabile dai governi. Ciò darebbe ad alcuni funzionari quello che loro sperano, ovvero la capacità di rintracciare, monitorare e analizzare ogni dollaro speso piuttosto che ricomporre report frammentari (attualmente le banche archiviano report di attività sospette per transazioni superiori a $ 10.000).

Inoltre, questi requisiti di segnalazione crescerebbero in modo sostanziale una volta che il Financial Action Task Force dovesse raccomandare che tutte le transazioni finanziarie (comprese le criptovalute) incorporino i dati sul proprietario effettivo in ogni transazione, sia per il mittente che per il destinatario.

6. La criptovaluta di Facebook si rivelerà, alla fine, un cavallo di Troia a beneficio del bitcoin.
Ecco la mia più grande previsione: l’incursione di Facebook nella criptovaluta finirà per dare beneficio ai bitcoin. Ci vorrà del tempo, ma Facebook accelererà enormemente il ritmo di apprendimento delle persone in ambito criptovalute. E quando questo accadrà, sempre più persone si rivolgeranno a bitcoin per una semplice ragione: il bitcoin è scarso, mentre la criptovaluta di Facebook non lo è. Le persone migreranno nel tempo al registro distribuito per archiviare la loro sudata ricchezza – e non saranno valute legali o derivati, inclusa la criptovaluta di Facebook.

Questo fenomeno è accaduto in realtà in Venezuela, come mi ha recentemente segnalato Nick Spanos. Quando il regime di Maduro introdusse la sfortunata criptovaluta “petro”, il governo fece uno sforzo concertato per educare i venezuelani sulle criptovalute, ed era correlato a un picco nell’uso dei bitcoin da parte dei venezuelani.

L’incursione di Facebook nella criptovaluta finirà probabilmente per essere una deviazione benefica sulla strada dell’adozione di bitcoin in generale.

Tecnologia 18 giugno, 2019 @ 8:11

La criptovaluta di Facebook che sconvolgerà le banche, vista da una banca

di Forbes.it

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(Shutterstock)

Oggi Facebook dovrebbe togliere il velo alla sua criptovaluta conosciuta finora con il nome di GlobalCoin o di Libra. Il progetto ha coagulato attorno a sé diversi grandi operatori commerciali, tecnologici e del mondo delle carte di credito che, secondo il Wall Street Journal gestiranno la blockchain su cui girerà la criptovaluta, per la quale è previsto l’aggancio a un paniere di valute internazionali.

La valuta digitale di Facebook vale il clamore mediatico che ha sollevato? Ha provato a rispondere una banca, ING Bank, tra le tante che secondo alcuni osservatori potrebbero vedersi progressivamente disintermediate proprio partendo da ciò che annuncerà oggi Facebook.

Teunis Brosens e Carlo Cocuzzo di ING Bank sono gli autori di una nota di analisi che prova a fare chiarezza su alcuni punti. Vediamoli di seguito.

“È importante chiarire due malintesi” scrivono i due analisti. In senso stretto, le criptovalute sono decentralizzate. Questo significa che la massa monetaria e l’infrastruttura sono gestite da una base di utenti collettiva, che in pratica è rappresentato da gruppi di interesse come minatori, sviluppatori ed exchange. D’altra parte, con la moneta di Facebook, c’è una parte centralizzata che emette e gestisce la moneta sulla propria piattaforma. Facebook potrebbe anche gestire il tasso di cambio della sua moneta con monete tradizionali, come l’euro e il dollaro. Quindi riferirsi a GlobalCoin come a una criptovaluta è sbagliato, o nel migliore dei casi irrilevante.
In secondo luogo, GlobalCoin come valuta non è una novità. Molti player hanno avuto le loro valute virtuali per molto tempo. Le carte telefoniche prepagate ne sono un esempio. Conosciamo anche queste valute dal mondo non digitale. Ad un concerto, devi spesso farlo compra monete personalizzate per pagare la birra. Quindi niente di veramente nuovo. E dato che le valute virtuali non sono un fenomeno nuovo, sono soggette a regolamenti esistenti ben stabiliti. Infatti, Facebook ha acquisito una licenza per “istituto di moneta elettronica” in Irlanda alla fine del 2016 ed è autorizzata a emettere e gestire valute virtuali in tutta l’UE utilizzando tale licenza”.

Niente di nuovo sotto il sole quindi? La valuta digitale di Facebook sarebbe condannata all’irrilevanza? Non proprio.

“Anche se il progetto valutario di Facebook non è nulla di nuovo in sé, la scala che la moneta di Facebook potrebbe raggiungere è qualcosa con cui fare i conti. È chiaro anche da dove arriva l’ispirazione di Facebook. L’app cinese WeChat è stata soprannominata “app per tutto”. Include una funzionalità di pagamento, il che significa che gli utenti possono fondamentalmente fare tutto sulla piattaforma e nell’app. Per Facebook, l’aggiunta della propria valuta fornirebbe un potente incentivo per i suoi utenti per rimanere sulla piattaforma e per effettuare transazioni con i fornitori, pagandoli in modo virtuale su Facebook moneta. Questo, a sua volta, incentiverebbe la presenza di rivenditori grandi e piccoli sulla piattaforma di Facebook, che ne accetterebbero le monete per evitare di perdere una parte significativa dei loro clienti.

Quindi, mentre le banche potrebbero ritrovarsi disintermediate, i fornitori di business potrebbero invece essere legato alla piattaforma di Facebook. Le autorità della concorrenza di tutto il mondo stanno quindi probabilmente guardando le mosse di Facebook da vicino. Così come le banche centrali.

L’avvio di valute virtuali su una scala modesta hanno un impatto trascurabile sulla politica monetaria e sulla stabilità finanziaria. Ma se molte transazioni finiscono per essere gestite da ciò che è, in effetti, una valuta straniera (nella misura in cui il suo tasso di cambio è gestito nei confronti di un paniere di valute), le banche centrali potrebbero voler ancora del tempo per pensarci”.

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Tecnologia 12 giugno, 2019 @ 4:00

Facebook lancia Study, l’app che paga gli utenti per acquisire i loro dati

di Simona Politini

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Facebook

“Benvenuti su Study, un programma di Facebook che paga ai partecipanti per condividere informazioni su come usano le app. Questo ci aiuta a creare prodotti migliori per la community di Facebook.” Così il team di Mark Zuckerberg presenta al pubblico il nuovo progetto “Facebook Study”.

 

Facebook Study, la app per la ricerca di mercato a pagamento

Trasparenza è la parola chiave di questo nuovo progetto firmato Facebook, capire quali app apprezzano gli utenti e come interagiscono con queste per poter poi, sulla base dei dati raccolti, migliorare le proprie performance offrendo servizi sempre più graditi è l’obiettivo.

 

Come partecipare al programma Study di Facebook

Study from Facebook

Al nuovo progetto Facebook Study, che girerà solo su Android, potranno partecipare adulti sopra i 18 anni residenti in America e in India, la partecipazione prevede un invito al quale aderire su base volontaria e, punto forte del progetto, verrà retribuita mensilmente.

Una volta reclutati, gli utenti potranno scaricare la app che inizierà così a raccogliere dati come: quali app sono sul telefono, quanto tempo viene impiegato su ciascuna app, i nomi delle attività di ogni applicazione, che potrebbero implicitamente comunicare le funzioni utilizzate per ognuna di esse, oltre al paese, la tipologia di dispositivo e il tipo di rete, ma, attenzione, i dati più propriamente personali verranno risparmiati dalla ricerca.

Facebook promette infatti di non spiare gli ID utente, le password o i contenuti dei partecipanti, incluse foto, video o messaggi. Non venderà le informazioni dei partecipanti a terzi, né li utilizzerà per indirizzare annunci o aggiungerli al proprio account o ai profili comportamentali che l’azienda conserva su ciascun utente.

 

Study from Facebook, ma quanto pagherà il social per acquisire informazioni dagli utenti?

Il sistema di compensazione, di registrazione e di servizio clienti sarà gestito da Applause, un partner di lungo periodo di Facebook. Unico punto ancora oscuro è quanto percepiranno i partecipanti. Un’informazione non da poco se si pensa che dovrebbe rappresentare il valore di mercato della nostra individualità.

 

Classifiche 17 maggio, 2019 @ 3:30

Stage in America: ecco quelli meglio retribuiti

di Forbes.it

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Gli stage nel settore tecnologico sono quelli più remunerativi. Lo certifica un’indagine di Glassdoor sui tirocini meglio retribuiti negli Stati Uniti per il 2019, sulla base delle dati riportati dagli stessi stagisti tra il 1° marzo 2018 e il 28 febbraio 2019.

Basti pensare che uno stagista a Facebook guadagna mensilmente circa $ 8.000, che, se percepiti per tutto l’anno, sarebbe l’equivalente di quasi due volte lo stipendio nazionale medio americano (a $ 96.000 all’anno). Ad Amazon invece la paga mensile media è di $ 7.7,25, segue Salesforce con uno stipendio di $ 7.667. Cinque altri datori di lavoro hanno offerto una retribuzione mensile media per stagisti superiori a $ 7.000. In altre parole, se questi stipendi fossero pagati a tempo pieno, questi stagisti guadagnerebbero circa $ 84.000 all’anno, ben al di sopra del salario medio degli Stati Uniti.

Oltre al settore tech, sul podio salgono la finanza e la consulenza. Le principali società finanziarie, come Capital One, Bank of America e J.P. Morgan, offrono tutte una paga mensile media per stagisti superiori a $ 5.500.

Ecco i 25 stage con il più alto stipendio degli Stati Uniti per il 2019:

1. Facebook
$8.000

2. Amazon
$7.725

3 Salesforce
$7.667

4. Google
$7.500

5. Microsoft
$7.250

6. Uber
$7.167

7. Bloomberg L.P.
$7,000

8. Capital One
$7.000

9. Apple
$6.667

10. Bank of America
$5.833

11. J.P. Morgan
$5,667

12. Goldman Sachs

$5,367

13. Viasat
$5,333

14. Visa Inc.
$5.167

15. Intel Corporation
$5.000

16. SAP
$4.833

17. EY
$4.825

18. Tesla
$4.667

19. Deloitte
$4.667

20. Cisco Systems
$4.667

21 PwC
$4.500

22. KPMG
$4.500

23. Genentech
$4.500

24 Dell
$4.333

25. Boeing
$4.167

Business 7 maggio, 2019 @ 9:30

Perché Facebook, nonostante tutto, non è mai stata così in salute

di Forbes.it

Staff

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Il nuovo mantra è tutto nel titolo: “Il futuro è privato”, e la scritta campeggia a caratteri cubitali alle spalle del padre-padrone. Succede all’F8, l’ottava conferenza annuale di Facebook dedicata agli sviluppatori che si è tenuta lo scorso 30 aprile a San Jose, California.

La nuova parola d’ordine di Facebook è questa: privacy, e per distrarre i più scettici sull’effettiva applicabilità del proposito – in una fase storica in cui i social diventano attori in una guerra di spionaggio che sfocia nella geopolitica – la presentazione quest’anno è stata ricca di distrazioni: la messa in vendita di nuovi visori Oculus, l’arrivo di Portal in Europa, il focus sulle app di messaggistica istantanea del gruppo, che cambiano faccia e aggiungono funzioni. Con tutto questo Zuckerberg prova a tornare alle origini, e descrive la sua creatura più famosa come uno strumento nato per “connettere le persone tra loro”. Può permetterselo, soprattutto, perché i numeri gli danno ragione.

Gli ultimi conti trimestrali di Facebook sono infatti ottimi, con i ricavi complessivi e per utente in crescita costante, come riportato da TechCrunch. E questo nonostante la società abbia annunciato l’accantonamento di 3 miliardi di dollari per lo scandalo Cambridge Analytica.

Facebook ha registrato intanto una crescita dei ricavi del 26 per cento nei primi tre mesi del 2019, equivalenti a 15,08 miliardi di dollari, mentre l’utile netto è stato di 2,43 miliardi di dollari, o 85 centesimi per azione, con una diminuzione del 51 per cento rispetto al gennaio-marzo 2018, proprio a causa dell’accantonamento. Gli utenti attivi mensili di Facebook continuano a salire: +8 percento, pari a 2,38 miliardi di persone, meglio delle stime di 2,37 miliardi di suggerite da Refinitiv. Gli utenti giornalieri sono saliti dell’8 percento a 1,56 miliardi.

Il colosso di Menlo Park rimane la più potente piattaforma di marketing digitale del pianeta. Come spiega Axios, non c’è dubbio che gli inserzionisti vorrebbero diversificare l’ecosistema e dipendere meno da Facebook, ma nessuno è riuscito a inventarsi un’alternativa credibile. La società è capace di processare una quantità così immane di dati attraverso le sue app (Facebook, Instagram, Facebook Messenger e WhatsApp) che gli consente di vendere pubblicità a costi incredibilmente competitivi. Per tutti gli altri non c’è storia.

Dopo un difficile 2018, quest’anno Zuckerberg vuole voltare pagina. “Negli ultimi 15 anni, abbiamo costruito Facebook e Instagram come se fossero gli equivalenti digitali di una piazza, dove puoi interagire con molte persone contemporaneamente”, spiega. “Ora siamo concentrati sulla creazione dell’equivalente digitale del salotto, in cui è possibile interagire in privato in tutti i modi, da messaggistica e stories ai pagamenti sicuri”. E così Facebook cambierà veste grafica, prima nella versione app, poi in quella desktop. I gruppi assumeranno maggiore importanza delle notizie. Si punterà a “nuovi modi per aiutare le persone a riunirsi offline” in base a passioni e interessi condivisi, per potenziare il senso di comunità.

Zuckerberg ha quindi sintetizzato il nuovo corso in sei principi, che dovrebbero animare sia Facebook che le app di cui è proprietario: crittografia, interazioni private, riduzione del tempo in cui la società conserva i dati, sicurezza, interoperabilità (cioè dialogo tra le app, ma solo tra quelle del gruppo), sicurezza dei dati. Si tratta, riporta Agi, di principi che “cambiano radicalmente il modo in cui gestiremo la società”.

Flash forward. Facebook ha annunciato giovedì una intensificazione delle operazioni di “pulizia” dell’estremismo di destra: nel mirino del ban sono finiti celebri complottisti e fanatici nazionalisti americani, colpevoli di diffondere messaggi d’odio e notizie false d’ogni genere. Nella lista nera c’è Alex Jones, creatore di InfoWars, portale “controinformazione” già nel mirino della legge eppure citato più volte nientemeno che dal presidente degli Stati Uniti; Louis Farrakhan, reverendo afroamericano separatista e antisemita; Paul Joseph Watson collaboratore di Infowars; Laura Loomer e Paul Nehlen, suprematisti bianchi; Milo Yiannopoulos, ex redattore del sito iper-trumpiano Breitbart, già bannato da Twitter per “incitamento o coinvolgimento nell’abuso mirato o molestie altrui”.

La decisione di Facebook segue  la stretta sui gruppi di estrema destra in Gran Bretagna, e le polemiche sulla censura dei dirigenti di Casa Pound in Italia. Bisogna dire che per anni la società si era mostrata esitante, perché questi soggetti non violavano esplicitamente il suo statuto. Ma il susseguirsi, in questi giorni, di stragi a sfondo razziale e religioso ha esercitato una certa pressione sul colosso, costringendolo a correre ai ripari.

Sì è vero, la reputazione dell’azienda è stata posta sotto pressione, come rilevato anche da un sondaggio Axios Harris. Ma il punto cruciale è che questo non ha provocato alcun esodo dal social network. Se un certo numero di utenti negli Stati Uniti ha ridotto il tempo di permanenza media su Facebook, molti altri si sono trasferiti su Instagram, che com’è noto è di proprietà di Zuckerberg dal 2012. Nel frattempo WhatsApp, la piattaforma di messaggistica istantanea comprata da Facebook nel 2014, è diventata sempre più vitale per la comunicazione di milioni di persone nel mondo, specialmente nelle economie emergenti, dove altri servizi di Internet sono meno sviluppati.

Secondo quanto trapelato a gennaio, Facebook sta poi lavorando per fondere il servizio di messaggistica di Messenger, WhatsApp e Instagram in un’unica piattaforma, anche se il progetto non verrà reso noto fino al 2020. Tramite Oculus, invece scommette sulla VR come il futuro della tecnologia socialmediale: il modello Rift S è il visore più potente finora sviluppato mentre il Quest permette di muoversi senza fili. Portal, lo smart speaker con display, arriverà in Canada a giugno e in Europa il prossimo autunno. L’approccio è quello di Steve Jobs: “divorare” i tuoi stessi prodotti prima che possano farlo i concorrenti. Per farla breve, Zuckerberg non è mai stato più in controllo della situazione.

Bisogna però vedere se l’inventore miliardario riuscirà a cambiare in profondità il Dna di Facebook, cosa non facile quanto cambiare un’interfaccia utenti.