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Investimenti 8 Gennaio, 2020 @ 9:42

Investimenti alternativi a sostegno dell’economia reale, parla Paolo Langè

di Luigi Dell'Olio

Giornalista economico e finanziario.Leggi di più dell'autore
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Articolo tratto dal numero di dicembre 2019 di Forbes Italia. Abbonati

Con l’obbligazionario che nel migliore dei casi offre rendimenti minimi che hanno portato i conti correnti a zero e l’azionario reduce dalla più lunga fase Toro della storia, per gli investitori è il momento di considerare anche le asset class alternative, quelle cioè tradizionalmente ritenute di nicchia. Che oggi non sono più necessariamente tali, grazie anche all’abbassamento delle soglie d’accesso. Ne abbiamo parlato con Paolo Langè, presidente di Aipb, Associazione italiana private banking, che rappresenta le banche e le società che si occupano di gestire i grandi patrimoni. Quelli cioè che hanno maggiore possibilità di manovra nel campo degli alternativi.

Con i tassi ai minimi e le azioni reduci da una lunga crescita, si parla sempre più spesso di investire nell’economia reale. Quanto sono diffusi nei portafogli del private banking italiano?
Storicamente un incremento del livello di incertezza è quasi sempre seguito da una contrazione degli investimenti. In Italia questa correlazione negativa è ancora più evidente di quanto non accada in Europa. Oggi ci troviamo in una fase di preoccupazione per la volatilità dei mercati derivante dalla guerra commerciale e di inquietudine per le dinamiche politiche nazionali a cui si somma una contrazione dei tassi di interesse portati dalla politica monetaria accomodante. Tuttavia, un moderato ottimismo verso il rendimento futuro dei mercati porta gli investitori e gli imprenditori facoltosi a guardare con attenzione agli investimenti in economia reale. Gli investimenti in “real asset” seguono logiche differenti da quelli abituali in imprese quotate in borsa. Tradizionalmente generano rendimenti maggiori favorendo anche una migliore ed efficace allocazione di portafoglio.

Chi può investire nel settore?
Un tempo questa tipologia di investimenti erano prerogativa dei soli investitori istituzionali, come casse di previdenza e fondi pensione. Oggi cominciano a diventare possibili anche per i clienti del private banking. Le famiglie che possiedono portafogli superiori a 500mila euro hanno infatti caratteristiche che ben si sposano con questa tipologia di prodotti: pur avendo una bassa propensione ad assumere rischi elevati, sono disponibili a mantenerne investiti una quota compresa tra il 10% e 20 % dei loro portafogli per periodi tempo anche superiori a 10 anni. La maggior parte dei clienti del settore privilegia infatti un buon rendimento degli investimenti e la possibilità di scegliere tra un’ampia gamma di prodotti. Detiene un portafoglio ben diversificato, con una quota di liquidità marginale del 15% e un 39 % gestioni individuali o collettive e solo lo 0,25 % investito in private market. Nell’ultimo semestre abbiamo però osservato nei portafogli della clientela private un leggero aumento della liquidità (+13%) e contemporaneamente un importante incremento dei prodotti che investono nei mercati privati (+59%) in base al quale si può prevedere un trend di crescita, lento ma progressivo.

Come è messa l’Italia su questo fronte nel confronto con il resto d’Europa?
Nei paesi più evoluti gli investimenti nei mercati privati rappresentano una realtà consolidata. A livello globale, gran parte della ricchezza investita nei mercati privati si concentra negli Stati Uniti dove ammontano a 3.700 miliardi di euro, e l’Europa con 1.314 miliardi, dei quali 550 miliardi sono riferiti alla Gran Bretagna e 150 miliardi alla Francia. In Italia la quota relativa alla clientela del private banking è di 3,8 miliardi di euro a metà 2019. Per quanto riguarda la composizione di questi investimenti, tra le diverse aree geografiche si notano delle differenze importanti, ma la componente prevalente è data dall’investimento azionario nelle società non quotate (private equity). Una preferenza identica si riscontra per la clientela private italiana dal momento che il private equity rappresenta il 51,4% del totale degli investimenti in real asset, ma il mercato domestico è caratterizzato anche da una quota consistente del 27% di fondi multi-asset.

Cosa cambia con l’introduzione degli Eltif?
Sia a livello italiano che comunitario il legislatore è al lavoro per consentire al risparmio gestito di investire in economia reale. Gli Eltif rientrano in questo ambito. Sono nuovi fondi di investimento alternativi chiusi che possono raccogliere asset in tutta Europa per effettuare investimenti nel lungo termine. Sono veicoli adatti a investimenti illiquidi in Pmi non quotate o infrastrutture nei quali, diversamente da quanto accade con i fondi di investimento alternativi riservati a investitori professionali, possono investire anche le famiglie. Prevedono ticket di investimento minimo che può scendere fino a 10mila euro e benefici fiscali per volumi fino a 150mila euro all’anno e un massimo di 1,5 milioni complessivi.

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