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Business 29 Maggio, 2020 @ 12:09

Sostenere la crescita delle aziende italiane: l’idea del Fondo Italiano d’Investimento

di Forbes.it

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fondo italiano d'investimento
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Il Fondo Italiano d’Investimento SGR risponde alla crisi innescata dal Covid-19 e lancia un nuovo fondo di private equity dedicato ad investimenti di minoranza. Approvato dal cdA di FII SGR, presieduto da Andrea Montanino e guidato dall’amministratore delegato Antonio Pace, il nuovo fondo è stato denominato “Fondo Italiano di Minoranze per la Crescita – FIMiC”

Come annunciato in una nota dalla stessa società di gestione del risparmio, l’obiettivo di questo nuovo progetto è: “coinvolgere un gruppo ampio di investitori istituzionali per supportare la crescita delle aziende italiane che hanno obiettivi di espansione, sia per linee interne che attraverso acquisizioni.”

Le caratteristiche del nuovo fondo

Entrando nel merito delle caratteristiche del nuovo Fondo Italiano di Minoranze per la Crescita, la società diretta da Antonio Pace ha sottolineato che la nuova iniziativa “cercherà quanto più possibile il coinvolgimento di altri operatori del mercato del private equity in modo da creare sinergie finanziarie e industriali che supportino le nostre eccellenze”. 

Inoltre, “il  focus degli investimenti è rivolto ad imprese italiane con un fatturato annuo indicativamente compreso tra 20 e 250 milioni di euro, caratterizzate da buona solidità patrimoniale, da redditività attuale e prospettica, e da piani di sviluppo ambiziosi”. 

Va ricordato, tra l’altro, che questa non è la prima iniziativa dedicata ad investimenti di minoranza realizzata dal Fondo d’Investimento Italiano SGR. Tra il 2010 e il 2017, infatti, attraverso il FII Uno, sono stati realizzati “34 investimenti per un totale di capitale impegnato di oltre 390 milioni di euro”. 

Fondo Italiano d’Investimento SGR: chi è e cosa fa

Nata nel 2010 su iniziativa del Ministero dell’Economia e delle Finanze e partecipata da CDP Equity, Intesa Sanpaolo, Unicredit, Abi e Confindustria, Fondo Italiano d’Investimento SGR ha come principale obiettivo la gestione di fondi mobiliari chiusi finalizzati a far confluire capitali pazienti verso il sistema delle imprese italiane di eccellenza, coniugando finalità di ritorno sul capitale investito in linea con i benchmark internazionali con quelle di sviluppo del sistema produttivo italiano. 

Ad oggi gestisce 9 fondi di investimento chiusi riservati ad investitori qualificati, per un totale di asset under management target pari a oltre 3 miliardi di euro e opera sia attraverso investimenti diretti, sia investimenti indiretti (fondo di fondi). 

Infine, il Fondo Italiano d’Investimento SGR FII SGR ritiene la sostenibilità un valore fondamentale ed è impegnata ad integrare i criteri ambientali, sociali e di governance (ESG) nelle proprie attività di investimento. 

Business 25 Maggio, 2020 @ 2:41

I flussi di capitali stranieri verso le imprese italiane, la survey dell’Associazione banche estere

di Forbes.it

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Moderato deflusso di capitali dall’Italia e ripresa delle attività produttive entro l’anno, opportunità per fondi e aziende estere di estendere il controllo sul made in Italy, sì a iniziative di condivisione del debito (Eurobond) ma insieme ad altri strumenti e nessun pregiudizio all’impiego del MES.

Questo, in sintesi, il risultato della prima “Instant Survey” condotta dall’Aibe, l’Associazione italiana delle banche estere, con la collaborazione del Censis, per sondare l’opinione sulle misure economiche e di contenimento prese dal Governo a seguito della pandemia e confrontarsi sugli elementi che hanno particolare rilevanza per l’Italia, per il suo grado di attrattività e per le prospettive di ripresa nei prossimi mesi.

La rilevazione – cui seguirà a settembre una seconda edizione quando il quadro generale del contagio e dell’impatto economico sarà più consolidato – è stata condotta dal 5 al 15 maggio presso un panel internazionale di società finanziarie, fondi di investimento, imprese multinazionali.

Nel dettaglio l’indagine si è concentrata su tre elementi: 1) la direzione dei flussi di investimento, in entrata e in uscita, che riguardano l’Italia in questa fase; 2) la valutazione sulle politiche e gli strumenti messi in atto dai diversi paesi per contrastare l’emergenza;  3) il ruolo dell’Unione europea e le politiche di contrasto all’emergenza.

Impatto della pandemia sui flussi di investimento in ingresso e in uscita dall’Italia

Per certi aspetti – spiega il rapporto dell’Aibe – la domanda sottoposta alla valutazione del Panel può essere considerata al pari di un giudizio complessivo sulla tenuta del sistema Italia di fronte alla crisi.

Il 38,8% delle risposte prospetta un moderato deflusso di capitali in attesa di una ripresa delle attività nel corso del 2020 (tab. 1).

A seguire, circa un terzo delle risposte (32,7%) ritiene plausibile il verificarsi, invece, di un moderato afflusso di risorse verso quei settori per i quali proprio la pandemia ha determinato un aumento della domanda: su tutti la filiera farmaceutica-medicale e quella alimentare, nei confronti delle quali si sta osservando un oggettivo orientamento della domanda interna.

In generale, l’area della sfiducia sulla tenuta del sistema economico italiano e sulle possibilità di recupero a medio termine della sua forza produttiva è circoscritta al 16,2% delle risposte.

Netto è invece l’orientamento del panel al quesito riguardante la possibilità che si verifichi, in questa fase, una sorta di “shopping” delle imprese italiane, favorito anche da una maggiore debolezza sul versante della capitalizzazione.

L’84% delle risposte (fig. 1) ritiene che l’ipotesi dell’estensione del controllo di imprese italiane da parte di soggetti esteri sia verosimile e considera quindi questa situazione profittevole soprattutto in ambiti di attività di elezione del made in Italy, come buona parte del manifatturiero, l’agroalimentare, la moda. Rilevazione, questa, che conferma i valori già rilevati dalla indagine annuale AIBE-INDEX sull’attrattività del sistema Italia.

Il ruolo dell’Unione europea e le politiche per di contrasto all’emergenza

Fra le diverse misure proposte dall’EU e sottoposte al Panel, l’eventualità di emettere obbligazioni comunitarie per sostenere l’impatto del Covid 19 e per avviare la ripresa dell’Unione, ha stimolato un esteso dibattito.

La richiesta di valutazione al Panel concerneva l’indispensabilità dello strumento, data la gravità della situazione e l’auspicabilità della sua adozione.

Il 58% dei componenti del Panel considera utili gli eurobond, con la condivisione del debito pubblico, ma segnala anche la necessità che questo strumento sia affiancato da altri dispositivi (tab. 3).

Il resto delle risposte si distribuisce in maniera equa sugli altri tre item (14,0% per ognuno). Da una lettura trasversale delle risposte, emerge comunque un’apertura, seppure condizionata, all’utilizzo dello strumento, mentre l’area dell’esclusione a priori degli eurobond resta piuttosto circoscritta.

Un discreto grado di fiducia per sostenere la fase di ripresa in Europa è invece assegnato al MES (Meccanismo Europeo di Stabilità).

Il 34,7% delle risposte considera utile il ricorso al MES, mentre circa un terzo del Panel richiama l’attenzione alle potenzialità di intervento che sono conferite alla Banca Europea degli Investimenti (tab. 4).

Poco meno di un quarto delle risposte considera importante estendere l’intervento della Banca Centrale Europea nell’acquisto di titoli del debito pubblico dei paesi – dando così non solo continuità, ma anche una direzione più decisa al quantitative easing esercitato dalla Banca in questi anni – mentre solo 10 risposte su 100 considerano utile ricorrere alla cancellazione di parte del debito detenuta dalla Banca Centrale.

A margine dello studio, il presidente di Aibe, Guido Rosa, ha tracciato alcune riflessioni sulla situazione economico-politica:

  • La crisi ha messo in evidenza la fragilità del funzionamento istituzionale interno dello Stato, sottolineando una marcata conflittualità e concorrenzialità tra i diversi livelli di governo. Questo non è un messaggio positivo per gli investitori esteri che stanno osservando con particolare attenzione all’evolversi del contesto economico e politico del nostro Paese.
  • Dalla crisi non si esce attraverso proclami e prese di posizione ideologiche, e questo lo hanno capito anche gli osservatori esteri. Serve un’azione congiunta di diversi strumenti tra cui certamente un recovery fund finanziato con risorse comuni e con trasferimenti diretti, ma anche prestiti a tasso agevolato (attraverso il MES nella nuova versione proposta dalla Commissione). E’ impensabile fare a meno di tutti gli strumenti disponibili solo per una questione di opportunità politica anche perché Il rischio, sempre attuale, è che la crisi reale dell’economia possa riflettersi sulla fiducia dei mercati.
  • Detto questo, occorre anche sottolineare che gli aiuti europei non sono sostituivi della necessità di iniziare un periodo di riforme strutturali (e cioè burocrazia, fisco, giustizia, semplificazione e chiarezza legislativa – come anche evidenziato nella ricerca AIBE-Index del 2019). Il fatto che la Commissione Europea abbia accennato alla necessità di riforme per chi chiederà aiuto finanziario, non deve essere vista come una imposizione ma come una opportunità. L’Italia rischia di diventare una democrazia che muore di burocrazia.
  • I corsi di borsa particolarmente depressi, uniti alle difficoltà economiche di molte aziende, potrebbero portare ad accelerare i processi di acquisizione da parte di operatori internazionali. Se è comprensibile che il Governo utilizzi lo strumento della golden rule per preservare le aziende a valenza strategica, dobbiamo anche ricordare che viviamo in un mondo globalizzato per cui non ha senso dire che il capitale straniero, tout court, non va bene, soprattutto se è di origine europea.

A mio avviso è invece ora di rivedere le regole di concorrenza europee per consentire la nascita e la proliferazione di campioni continentali in grado di competere con i colossi statunitensi e cinesi. Piccolo non è più sinonimo di bello, né in Italia né in Europa.

 

Lifestyle 22 Maggio, 2020 @ 5:27

Orologi, arte e collezionismo: quali investimenti stanno reagendo meglio al Covid

di Alessandro Turci

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(John Phillips/Getty Images for Sotheby’s)

Il mercato dell’arte e del collezionismo, prima del coronavirus, era florido e in costante espansione. Il più autorevole report (Art Basel/UBS Art Market Report) fotografava nel 2019 una solida leadership del mercato anglosassone (con Usa padroni assoluti e Uk a seguire) e Cina sul terzo gradino.

Geograficamente, si capisce bene come tanto l’origine quanto le successive aree di diffusione del COVID-19 abbiano inferto un colpo significativo alla galassia delle belle arti, colpendone al cuore la capitale mondiale: New York.

Vediamo gli effetti negativi su chi ha investito in arte, in ogni parte del mondo, ma anche i fattori positivi che si annunciano imminenti.

Come per il mercato azionario, il bisogno di fare cassa sta portando alla vendita di molte opere. Con conseguente calo dei prezzi. Due le strade maestre. Una rappresentata dalle transazioni tra privati (dove, ovviamente, il prezzo lo fa il compratore) stimate in clamoroso aumento. L’altra rappresentata dalle dismissioni (specie in America) a fini fiscali, secondo il doppio canale delle donazioni e delle devoluzioni. Le prime sono opere d’arte regalate per avere diritto all’esenzione fiscale, le seconde vendute per una liquidità che finisce in detrazione (CARES è il nome del provvedimento federale che permette di detrarre le elargizioni verso il settore non-profit, del quale i musei sono i principali esponenti).

La crisi è poi acuita dai nuovi criteri di accesso al credito. Il ruolo delle terze parti, come banche o finanziarie, in uno scenario recessivo (e con la disoccupazione che potrebbe toccare quota 15% negli Stati Uniti secondo Goldman Sachs – per l’Italia una cifra quasi abituale – ma Oltreoceano considerata “folle”) difficilmente sosterrà business in campo collezionismo, preferendogli asset meno nevrotici e più basilari per la vita quotidiana.

E ancora: con musei, case d’Aste e fiere chiuse, difficilmente si avranno nuovi compratori, impossibilitati a vedere coi loro occhi. A discutere viso a viso con gli specialisti, a rendersi conto della concorrenza.

Dai quartier generali (chiusi fino a nuovo ordine) delle Auction Houses trapela che il valore delle opere è rimasto “astrattamente” stabile, ma tutti ammettono che le prossime aste –  salvo quelle che avevano già i cataloghi pronti e sono state stoppate dal COVID-19 – avranno pochi pezzi da offrire e cifre al ribasso. I collezionisti miliardari non se ne curano, chi invece opera per lavoro ci perderà o ci ha già perso, come i piccoli collezionisti, che hanno scelto di vendere nei primi due mesi di pandemia.

In netta controtendenza c’è invece il mondo dell’orologeria. Per diverse ragioni.

Prima di tutto la Watch Community può contare su tre capitali nel mondo, ciascuna pronta ad andare in soccorso dell’altra: a vicariarne il ruolo. Ginevra, Hong Kong e New York sono diversissime tra loro, ma complementari. Questo non succede per gli altri settori: quadri, sculture, gioielli e design hanno tutti una sola capitale riconosciuta dove vedere, vendere e comprare: New York. Che nel frattempo è però diventata la capitale del virus.

Gli orologi, a differenza di altre commodities, si comprano principalmente per amore, per passione. Cosa che non avviene per gli asset finanziari ma anche per altri investimenti delle fine art, come gli archivi di figure celebri. Questo vuol dire che la percezione di rischio, e di perdita, in caso di vendita in negativo, è bilanciata dal fattore psicologico.

“Il lockdown”, ci diceva ieri sera al telefono da New York Paul Boutros (Head of Americas per Phillips) “ha fatto aumentare, se possibile, l’interesse dei collezionisti che per fuggire allo stress della quarantena, si sono immersi nello studio di referenze e modelli iconici. Mai come in questo periodo abbiamo ricevuto richieste di reperire sul mercato pezzi di pregio.”

Certo, la passione dei collezionisti non è un buon motivo per dormire sugli allori. Phillips, ad esempio, si è inventata la sua prima cross-category online auction. “Abbiamo qui due cose d’avanguardia assoluta” continua Boutros “la prima è appunto un’asta che offre orologi e gioielli, opere di design e arte contemporanea tutto in un unico evento. E tutto online: metodologia sicura che si sta affermando sempre più tra i compratori. Certamente questa è una risposta proattiva al coronavirus che il nostro team di Hong Kong ha voluto lanciare come segnale di rinascita.”

Ma se il Governo Federale svizzero dovesse confermare le previsioni, a fine giungo a Ginevra potrebbe tenersi la prima asta aperta al pubblico dall’inizio dello shutdown, cosa al momento impossibile in quanto sarebbe un evento con oltre mille partecipanti. Sarà forse l’avvio di una nuova stagione di ottimismo?

A noi sembra un momento ormai lontano nel tempo, ma solo sei mesi fa incontravamo Paul Boutros nel suo ufficio di Park Avenue. Davanti a noi, oltre a due ottimi caffè, due Rolex strepitosi e tangibili, non virtuali. Erano il GMT di Marlon Brando in Apocalypse Now e il Day-Date in oro 18 carati di Jack Nicklaus. Ma non sapevamo che davanti a noi c’era anche, molto meno tangibile, il cigno nero coronavirus e tutte le sue sfide ancora da vincere.

 

Investimenti 21 Maggio, 2020 @ 9:49

Come sono cambiati gli investimenti dei fondi sovrani e degli istituzionali durante la pandemia

di Forbes.it

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Un trader in una sala operativa di Londra (Carl Court/Getty Images)

Fondi sovrani e investitori istituzionali hanno reagito alla volatilità dei mercati finanziari causata dall’emergenza Covid-19 mantenendo la loro esposizione nei confronti degli asset di rischio.

E’ una delle informazioni più sorprendenti contenute in una ricerca pubblicata dall’International Forum of Sovereign Wealth Funds (IFSWF), network globale di fondi sovrani di quasi 40 paesi, e da State Street Corporation, provider di  servizi finanziari.

La ricerca, basata sull’ampio set di dati sui flussi di capitale degli investitori istituzionali in forma anonima e aggregata proveniente da State Street e sulle interviste condotte con i membri dell’IFSWF, rivela che molti fondi sovrani e investitori istituzionali erano sovra-esposti sulla liquidità o sotto-esposti sull’azionario già prima di marzo 2020, quando l’impatto economico della pandemia è diventato più evidente. Di conseguenza, i portafogli dei fondi sovrani si sono dimostrati più resilienti alle performance riportate dal mercato a marzo e aprile 2020 rispetto a quanto stimato in precedenza. 

Infatti, dalla ricerca condotta dall’IFSWF e da State Street, emerge che gli investitori istituzionali, compresi i fondi sovrani, non hanno mostrato una diffusa avversione al rischio durante le fasi di calo del mercato. Al contrario, la ricerca evidenzia che questi player hanno optato per un’assunzione selettiva del rischio– per esempio vendendo titoli obbligazionari per acquistare azioni – al fine di riequilibrare il proprio portafoglio e mantenere le loro allocation nelle diverse asset class.

Duncan Bonfield, chief executive di IFSWF, ha dichiarato: “La nostra ricerca suggerisce che, a differenza di quanto ampiamente ipotizzato, i fondi sovrani non hanno avviato vendite su larga scala per fornire liquidità ai governi, tanto che solo due dei dieci membri dell’IFSWF che hanno preso parte alla ricerca hanno dichiarato di aver ceduto i loro asset da inizio marzo. Al contrario, hanno utilizzato le loro posizioni cash per soddisfare le richieste di capitale da parte dei gestori di private equity e investire negli interessi a lungo termine dei loro clienti in un momento di grande incertezza”.

Neill Clark, responsabile di State Street Associates per l’area EMEA, ha affermato: “I risultati di questa ricerca derivano dal nostro campione di dati in forma anonima e aggregata, che rappresentano i flussi di capitale e il comportamento di un ampio gruppo di investitori istituzionali di tutto il mondo e mostrano come questi investitori di lungo periodo hanno mantenuto il loro approccio disciplinato durante la fase di volatilità del mercato di marzo e aprile 2020. In questo contesto l’avversione al rischio non è stata così diffusa come nelle crisi precedenti e ci sono segnali secondo cui in aprile c’è stata una stabilizzazione dei flussi di capitale aggregati tra le diverse asset class”.

Investimenti 14 Maggio, 2020 @ 8:27

Via libera nel Decreto Rilancio ai Pir per investire nelle non quotate. Ecco come funzioneranno

di Forbes.it

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Il Decreto Rilancio approvato ieri dal Governo prevede il potenziamento della capacità dei piani di risparmio a lungo termine (Pir) di convogliare risparmio privato verso il mondo delle imprese, “affinché – si legge nel provvedimento dell’esecutivo – l’investimento di specifici Pir sia diretto, per oltre il 70% del valore complessivo del piano, a beneficio di Pmi non quotate sul Ftse Mib e Ftse Mid”.

E’ stata così sostanzialmente accolta la proposta di Assogestioni per facilitare la ripresa del sistema Italia dopo lo shock negativo alle attività produttive causato dalla crisi sanitaria del coronavirus. Nella proposta dell’associazione del risparmio gestito, lo strumento sarebbe complementare al Pir ordinario, votato agli investimenti in strumenti non quotati, scambiati sui cosiddetti mercati privati. Rispetto ai Pir ordinari, i Pir Alternativi sarebbero rivolti dunque soprattutto alla clientela più patrimonializzata, perché considerato che l’oggetto dell’investimento sarebbe tipicamente illiquido, sarebbero fondamentali limiti più alti alle somme o ai valori destinabili al Pir alternativo.
Assogestioni propone così di modificare la disciplina dei Pir introducendo specifici vincoli qualora l’investimento sia diretto, per almeno il 70% del valore complessivo del piano, a beneficio di imprese di piccole dimensioni.
L’associazione del risparmio gestito ritiene pertanto essenziale modificare sia l’oggetto dell’investimento agevolato – includendovi fonti di finanziamento alternative a quelle del canale bancario – sia i limiti alla concentrazione agli investimenti.

Verso i Pir Alternativi. La proposta di Assogestioni

I Piani individuali di risparmio a lungo termine (Pir) introdotti dalla legge di bilancio 2017 e integrati con il decreto fiscale collegato alla legge di bilancio 2020 per sostenere l’economia reale hanno riscosso successo presso i risparmiatori italiani, imponendosi come una forza di crescita del sistema imprenditoriale del Paese e come una fonte di finanziamento alternativa al canale bancario per lo sviluppo delle piccole e medie imprese (Pmi) quotate, ma “è necessario fare ancora di più a sostegno dell’economia reale e dello sviluppo del mercato finanziario nazionale”, spiega Assogestioni in una nota.

La sfida collegata a questo obiettivo è quella di creare dei portafogli maggiormente vincolati ai segmenti di mercato meno liquidi, ma proprio per questo ancora più vicini alle imprese più piccole. Pur potendo comunque investire in asset illiquidi, i Pir esistenti non risultano infatti del tutto adatti allo scopo. La causa è duplice ed è insita nel vincolo di investimento di 30mila euro all’anno e nel limite di concentrazione al 10%, limitazioni giuste e necessarie per costruire portafogli pienamente liquidi.

Per accentuare il ruolo del risparmio come risorsa finanziaria collettiva convogliandolo su investimenti illiquidi, per Assogestioni si rende dunque necessaria la definizione di una serie di elementi ulteriori – che attengono alla clientela di riferimento, a soglie di investimento più capienti e a un universo investibile strettamente vincolato alla componente illiquida – che escono dall’alveo dei Pir così come li conosciamo oggi.

Ecco perché Assogestioni ha proposto il lancio di un Pir specializzato in Pmi: uno strumento alternativo e complementare al Pir ordinario, votato agli investimenti in strumenti non quotati, scambiati sui cosiddetti mercati privati.

Ecco di seguito i dettagli della proposta Assogestioni, che dovrebbe costituire la base anche dell’intervento governativo.

 

La clientela-obiettivo

Rispetto ai Pir ordinari, i Pir Alternativi sono rivolti soprattutto alla clientela più patrimonializzata. Trattandosi di investimenti illiquidi, che richiedono tempi lunghi di investimento e che si caratterizzano per un alto livello di rischiosità, l’introduzione di incentivi fiscali a favore dei Pir Alternativi potrebbe infatti incoraggiare l’afflusso di risorse da parte della clientela più “evoluta”, che può beneficiare di una soglia di investibilità molto più elevata in strumenti più rischiosi e complessi, nonché di una maggiore capacità di detenzione dei titoli nel lungo e lunghissimo termine.

 

Soglie di investimento più capienti

Considerato che l’oggetto dell’investimento dei Pir Alternativi è tipicamente illiquido – e tenuto conto che tali tipologie di investimento vengono realizzate principalmente tramite veicoli di investimento di tipo chiuso – è fondamentale che i limiti delle somme o i valori destinabili al Pir alternativo siano più alti di quelli previsti per il Pir ordinario, che ricordiamo essere pari a un massimo di 30mila euro all’anno fino al raggiungimento di un totale di 150mila euro.

I Pir Alternativi, al pari di quelli ordinari, sarebbero dei contenitori che possono assumere qualsiasi forma purché rispettino i vincoli di investimento stabiliti dalla normativa; tuttavia, considerato l’oggetto di investimento tipicamente illiquido (azioni anche non quotate di Pmi di piccole dimensioni, prestiti e crediti delle predette imprese), meglio si prestano a essere realizzati tramite l’utilizzo di veicoli di investimento per i quali non sussistono i problemi di liquidità tipici dei fondi aperti: Eltif, fondi di private equity, fondi di private debt.

La proposta di Assogestioni prevede dunque di mutuare i limiti previsti dalla normativa sugli Eltif, che contemplano una soglia di 150mila euro all’anno per un importo complessivo non superiore a 1.500.000 di euro. L’associazione sottolinea che sarebbe comunque opportuno – considerate le modalità di partecipazione a tali veicoli di investimento, che richiedono un consistente investimento iniziale e che spesso non consentono versamenti successivi – prevedere un limite annuo più elevato.

Per quanto riguarda, invece, tutte le altre disposizioni relative al funzionamento del Pir (holding period, divieti di investimenti, ecc.) troverebbero applicazione le regole applicabili ai Pir ordinari.

 

L’universo investibile

Assogestioni propone di modificare la disciplina dei Pir introducendo specifici vincoli qualora l’investimento sia diretto, per almeno il 70% del valore complessivo del piano, a beneficio di imprese di piccole dimensioni. Ritiene inoltre essenziale modificare sia l’oggetto dell’investimento agevolato – includendovi fonti di finanziamento alternative a quelle del canale bancario – sia i limiti alla concentrazione agli investimenti.

In particolare, per quanto concerne l’oggetto dell’investimento agevolato, i benefici fiscali previsti dalla normativa Pir dovrebbero essere estesi anche a favore di piani di risparmio che, per almeno i due terzi dell’anno solare di durata del piano, investano almeno il 70% del valore complessivo in:

  • strumenti finanziari emessi o stipulati con imprese residenti nel territorio dello Stato o in Stati membri dell’Unione europea o in Stati aderenti all’Accordo sullo Spazio economico europeo con stabile organizzazione nel territorio dello Stato, diverse da quelle inserite negli indici FTSE Mib e FTSE Mid Cap della Borsa italiana o in indici equivalenti di altri mercati regolamentati (percentuale che nei Pir ordinari ammonta attualmente al 3,5% del valore complessivo del piano);
  • in prestiti erogati alle predette imprese;
  • in crediti delle medesime imprese.

Con riferimento ai limiti alla concentrazione degli investimenti, al fine di garantire una maggiore diversificazione delle fonti di finanziamento a favore della medesima impresa – o di imprese appartenenti al medesimo gruppo) – Assogestioni propone che per i Pir Alternativi l’attuale vincolo di concentrazione del 10% debba essere elevato al 20%.

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8 Maggio, 2020 @ 4:18

Un ponte con l’Africa per gli investimenti

di Forbes.it

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Tratto dal numero di maggio 2020 di Forbes Italia

Il suo lavoro spesso risulta fondamentale per chiudere gli affari: “Ho lavorato spesso e continuo a lavorare dietro le quinte, per la risoluzione dei problemi”. Uno dei suoi ultimi colpi è stato guidare Kedrion BioPharma, multinazionale farmaceutica italiana con sede in provincia di Lucca, una delle top 5 al mondo e leader in Italia nel suo settore, verso una partnership di prestigio con il governo della Tanzania. “Kedrion, specializzata in terapie plasma-derivate utili ad aiutare gli individui che soffrono di condizioni debilitanti come l’emofilia e le immunodeficienze, è interessata all’Africa come lo sono tutte le multinazionali”, spiega Kevin, “io ho organizzato l’incontro tra il regional commercial director, Asia, Middle East & Africa, Ferdinando Borgese, Piersergio Martini, responsabile commerciale Medio Oriente e Africa e alti funzionari della Tanzania per fare diventare Kedrion un partner e fornitore del mio Paese”. Lo Stato, infatti, ogni anno acquista miliardi di dollari di farmaci generici che poi vengono ridistribuiti nel paese. “Con un orizzonte temporale di due, tre anni, qualora ci fosse domanda, Kedrion potrebbe costruire un centro di distribuzione del plasma in Tanzania, diventando la prima realtà nel continente a offrire un know how made in Italy di vera eccellenza”. Questi sono solo i primi passi di una collaborazione che potrebbe portare a sviluppi futuri. “La Tanzania”, spiega Nyerere, “svolge un ruolo di advisor per altri 15 Paesi africani perché ha lo sbocco sul mare e il porto di Dar es Salaam. Inoltre, sono in corso i lavori per quello che sarà il più grande porto nell’Est Africa, presso la località di Bagamoyo. Il grande progetto cinese della Via della Seta utilizzerà questo porto per entrare nei mercati africani. Quindi avere a che fare oggi con la Tanzania, che ha 56 milioni di abitanti, significa potenzialmente avere rapporti in futuro con un bacino ben più grande di 455 milioni di persone”.

Il suo nome è Kevin Nyerere. Se un’azienda gli chiede come fare per investire in Africa, il suo lavoro è indicare la via. Se un governo ha bisogno della

Kevin Nyerere

collaborazione di una grande impresa, si fa in quattro per intercettare la giusta controparte. Si tratta di un lavoro gratificante, soprattutto se a farlo è un professionista di nemmeno 30 anni che ha un network di tutto rispetto. Oltre a contatti con grandi aziende italiane e nel mondo: Nike, Pronutrition, Maddalena Trochetti Provera per il progetto Campus Party e altre ancora. Il suo business si articola in due aziende: la Jasiri Ltd, che si occupa di consulenza per le piccole e medie imprese, e la Kevin Nyerere Ltd, società focalizzata sul settore finanziario e degli investimenti, un ariete per riuscire a sfondare nel mondo degli affari africano. “Il logo dell’azienda è proprio questo”, racconta Nyerere. “L’ariete, oltre a essere il mio segno zodiacale, sta a simboleggiare la perseveranza e la testardaggine. Se tu vuoi qualcosa, io te la porto”.

Nyerere vive in Italia, la sua casa da 25 anni, anche se ama definirsi un cittadino del mondo. Dalla sua parte ha il nome di un nonno di prestigio, Julius Nyerere, padre fondatore della Tanzania, presidente dello stato africano per 21 anni dal 1964 al 1985, unico presidente nella storia dell’uomo in causa di beatificazione, processo iniziato nel 2005. “Mio nonno venne diverse volte in visita in Italia per cercare macchinari per l’industria tessile, anche per incontri istituzionali, ed era un estimatore di Sandro Pertini”. Kevin parla con orgoglio del parente illustre, però, ci tiene a sottolineare che la sua fortuna l’ha creata con le sue mani. Partendo da zero, come quando a 22 anni ha lasciato la sua casa di Brescia per trasferirsi a Milano. Lì ha iniziato a lavorare nel marketing e nelle pubbliche relazioni. Quindi l’idea di diventare un manager. Dopo due anni di lavoro ha dato forma alla sua rete di contatti: “Se non sei una persona seria, del nome non te ne fai niente. Essendo cresciuto in Italia, valorizzo le aziende italiane che hanno creduto in me e le faccio incontrare con governi, ministri e decision makers che a loro volta mi riconoscono come un interlocutore affidabile”. Nyerere, però, non si limita a fare consulenze: “A volte mi capita di partecipare direttamente in quote di società. Prendo sotto braccio i miei clienti e dico loro come camminare nel mio Paese, in Africa e non solo, poi fanno tutto loro e io mi fermo ad aspettare i frutti della mia attività. Non lo faccio per i soldi, ma perché ho passione per il mio lavoro e mi piace essere utile agli altri”.

In virtù del suo grande cognome, c’è chi gli suggerisce di candidarsi in politica per ripercorrere le orme del nonno. Lui però ha progetti diversi: “Io avevo un sogno. Ed era sedermi allo stesso tavolo con le persone più importanti del pianeta. Oggi posso dire di esserci riuscito in parte, anche se la mia lista di contatti è già infinita. Ormai se da quei tavoli volessi tirarmi fuori, non ce la farei. Molti di loro oggi sono più che amici. E so che mi risponderanno al telefono, perché ho sempre qualcosa di potenzialmente interessante per loro”.

Con la sua Jasiri, Nyerere fa consulenza a giovani imprenditori, startupper, piccole e medie imprese che cercano un aiuto per far decollare il business. Nyerere si è inventato un ciclo di corsi online:
“In questo momento c’è la crisi per molte imprese”, spiega il manager, “i miei clienti non hanno subito crolli, però ho pensato di mettere a disposizione la mia esperienza, cercando di portare vantaggi ad aziende solide e di rafforzare i punti deboli di quelle piccole. Per il cui accesso uso criteri molto selettivi, sperando di trovare non tanto clienti, ma partner per espandere la mia rete di collaboratori”.

Nel suo business offline, come lo chiama Nyerere, le prospettive di crescita sono legate a quelle dell’Africa, un continente per il quale si prevede un intenso sviluppo economico. Esattamente come avvenuto in Asia, dove Nyerere ha il supporto di aziende leader con cui si sta muovendo nell’est e nell’ovest dell’Africa. “Il boom è già iniziato. Ci sono già progetti per trilioni di dollari. Molte persone usciranno dalla povertà e altre aumenteranno il proprio potere di acquisto. Tutta l’Africa va bene per investire, anche se rimane ancora difficile fare affari per una questione di procedure. Per questo è utile avere qualcuno che spieghi come si può
fare business”.

In questa scacchiera di stati e imprenditori, l’Italia appare attardata: “Non si sta muovendo come mi sarei aspettato. Però i pochi italiani che fanno business, lo sanno fare bene e sto imparando molto anche da loro”. Già perché il made in Italy all’estero gode tuttora di un certo fascino: “Le tecnologie italiane sono ancora le più richieste. In Africa le vogliono tutti. Anche io mi sento per metà italiano e la mia mission è valorizzare l’Italia per le opportunità che mi ha dato di crescere come imprenditore e uomo”. A richiedere i suoi servizi sono anche gruppi africani, interessati a espandersi per mezzo di joint venture o altre formule. “Chi saranno i prossimi player? Ci si vedrà a un tavolo!”, conclude Nyerere, “nel frattempo aspetto gli amanti del calcio al torneo internazionale Jasiri African Cup, organizzato e sponsorizzato da Jasiri Ltd in partnership con Nike”.

Business 5 Maggio, 2020 @ 9:00

Gli investitori hanno già deciso: i giganti tech saranno ancora più dominanti dopo la pandemia

di Paolo Mossetti

Contributor, scrivo di cultura economica.Leggi di più dell'autore
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Non che la crisi finanziaria del 2008 li avesse indeboliti più di tanto. E per la verità neppure quella precedente, del dot com crash a cavallo tra i il 2000 e il 2001. Ma quest’ultima, epocale recessione che sta scuotendo le economie del globo e ha già lasciato senza lavoro oltre 30 milioni di statunitensi nelle ultime sei settimane, sembra fatta su misura per il successo di compagnie come Microsoft, Apple o Amazon.

Le motivazioni sono molteplici, ma su tutte svettano l’iniezione di credito da parte della Federal Reserve nell’economia degli Stati Uniti, da un lato, e le mutate condizioni di vita di miliardi di persone in tutto il mondo. Il risultato è che da qui al 2021 potremmo ritrovarci con una Silicon Valley ancora più onnipotente di prima.

Ne parla, tra gli altri, il New York Times , che ha intervistato Thomas Philippon, professore di finanza della New York University: “Le aziende che sono state i migliori cani (espressione che indica le azioni con i migliori rendimenti, ndr) in crisi hanno anche i modelli di business più resistenti perché possono fare tutto online… e possono continuare a elaborare gli ordini”. Per l’autore di The Great Reversal, saggio che analizza gli effetti dei quasi-monopoli tecnologici sui salari e sull’innovazione, dovremo aspettarci che queste società usciranno dalla crisi in una posizione ancora più dominante. “Il tasso di mortalità dei piccoli esercizi sarà ancora più elevato” dell’ultima recessione, spiega Philippon.

In altre parole, Amazon potrebbe emergere più forti dalla pandemia perché i suoi competitor rischiano di sparire. La gente continuerà a fare la fila al supermercato, ma le grandi catene di vestiti, scarpe e alimentari potrebbero restare deserte per la paura di indossare vestiti già provati da altri, o toccare cibi sui quali si sono posati già centinaia di mani, o semplicemente per la fobia di non mantenere il distanziamento. Queste realtà, e ancora di più i piccoli negozi di quartiere, e specialmente quelli a conduzione familiare, più esposti finanziariamente, potrebbero non sopravvivere alla crisi sanitaria.

Per quanto riguarda la società di Jeff Bezos, gli ultimi report confermano il sentore comune: con la gente rimasta chiusa in casa per il coronavirus, i ricavi di Amazon sono schizzati alle stelle, più 26 per cento nell’ultimo trimestre, a 75,4 miliardi di dollari. Il fondatore più ricco di 13 miliardi di dollari soltanto nell’ultimo mese, con una fortuna salita a 145 miliardi di dollari grazie al rialzo delle azioni della società. I profitti però sono in calo del 29 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, a 2,5 miliardi. La società ha affermato che i costi includono aumenti salariali, il calo dell’efficienza del magazzino a causa del distanziamento sociale, e 300 milioni di dollari investiti nei test per i suoi lavoratori.

Anche se gli utili trimestrali di Amazon, Apple e Microsoft sono dati in discesa, il loro valore di mercato non accenna affatto a diminuire, anzi. Dal 19 febbraio a oggi la capitalizzazione di queste tre società è aumentata in termini assoluti di un valore pari a quello di 250 società quotate sull’S&P500 messe insieme. Sono solo una cinquantina le società di questo indice che hanno visto le loro azioni finire in terreno positivo nelle ultime 10 settimane, e quasi tutte lo devono al fatto che saranno benedette dal futuro comportamento dei consumatori. Chi investe sta lanciando un messaggio chiaro: la crisi di Covid-19 favorirà le multinazionali californiane che più sono penetrate nelle nostre vite.

“Durante questa crisi Amazon si è dimostrata insostituibile nella consegna di prodotti di prima necessità alle persone in tutto il mondo. Noi crediamo che questo porterà nuovi clienti sulla piattaforma, allargherà la lista di prodotti che i clienti attuali acquistano e accelererà lo spostamento degli acquisti verso l’e-commerce aumentando anche il valore del brand Amazon”, ha scritto l’analista di Monness Crespi, Brian White. Quasi 50 esperti sentiti dal sito Refinitiv consigliano di comprare le azioni di Amazon. Solo due analisti si fermano a un giudizio “hold” e nessuno raccomanda di vendere.

È vero che la crisi provocherà un drammatico crollo dei redditi per milioni di persone e l’esplosione dei debiti pubblici di tutti i Paesi avanzati; allo stesso tempo, quasi per caso, le peculiari caratteristiche della pandemia mettono in risalto i punti di forza dei maggiori attori dell’egemonia statunitense: combinando il retail online e i servizi di cloud computing per le aziende, Amazon casca a pennello nella nuova “economia dello stare a casa”. I dispositivi di Apple sono parte cruciale della connettività mobile; le vendite di smartphones probabilmente caleranno, ma aumenteranno forse quelle di tablet, soprattutto grazie agli alunni costretti a studiare da remoto. I pacchetti di software per aziende di Microsoft, i servizi di cloud come Azure e il ramo videogames potrebbero tutti beneficiare dalla perdurante stazionarietà delle nostre vite.

I colossi hi-tech stanno assumendo, insomma, l’aspetto di vere e proprie infrastrutture private, grazie alle quali la gente in quarantena può facilitare il proprio “vivere online”. Ma non dobbiamo dimenticare coloro che per rendere questa vita possibile, o quasi, online non ci possono stare affatto. Mentre i disinfettanti per le mani, alcuni generi alimentari, sedie da ufficio, webcam, microfoni e attrezzi per il fitness vanno a ruba sul suo portale – anche a prezzi astronomici, grazie agli algoritmi – Amazon sembra in difficoltà quando si tratta di aumentare la capacità dei suoi magazzini e minimizzare i rischi per la salute per dipendenti. Alcuni critici, tra cui il procuratore generale di New York, Letitia James, hanno accusato la società di Seattle di adottare misure inadeguate per proteggere i suoi lavoratori. A maggiori poteri corrispondono maggiori responsabilità, o almeno così dovrebbe essere.

C’è da dire che il maxi-piano di aiuti economici approvato dal Congresso il mese scorso include oltre 500 miliardi di dollari in sussidi per le piccole imprese, affinché possano evitare i licenziamenti e stare a galla il più possibile. Ma l’infusione di denaro da parte della Fed nell’economia, la decisione da parte dell’amministrazione Trump di non toccare le rendite finanziarie e le tasse agli ultraricchi potrebbe avere l’effetto paradossale di rafforzare il dominio dei colossi della Silicon Valley, che pure in teoria hanno una certa animosità nei confronti del presidente populista.

Oltre a trarre vantaggio dalle loro dimensioni gigantesche, Amazon, Apple e Microsoft sono tutte sedute su una montagna di denaro che le renderanno in gran parte immuni delle fughe di capitali sperimentate da altre società. Tra le società più grandi e quelle piccole la differenza nelle aspettative degli investitori è evidente a Wall Street: se l’indice Russell 2000, che rappresenta le piccole aziende quotate, è calato del 22 per cento dall’inizio dell’anno, lo S&P 500 – del quale Amazon, Apple, Microsoft, Alphabet e Facebook rappresentano insieme circa un quinto del valore – è calato di meno della metà.

La sola Amazon da metà febbraio ha guadagnato 90 miliardi di dollari di capitalizzazione, toccando vette mai sfiorate prima. Il Nasdaq 100, l’indice che racchiude le più grandi società tecnologiche del Pianeta, ha ceduto nell’ultimo mese appena lo 0,6 per cento. Questa disparità in borsa tra le aziende più centrali nelle nostre vite e tutte le altre è un’anticipazione di come la crisi globale toccherà il mondo del commercio e il futuro della digitalizzazione.

Se la concentrazione dei mercati sulle società più grandi toccherà probabilmente il suo apice nelle prossime settimane, è un fenomeno tutt’altro che recente. Nel 1975 – si legge in uno studio della Università dell’Arizona – le 100 più grandi società quotate portarono a casa il 49 per cento di tutti i guadagni in borsa; nel 2015 la fetta di torta ha toccato l’84 per cento. I manager dei fondi di investimento del resto sanno che le società più piccole si portano dietro più debito e sono più vulnerabili a eventuali colpi bassi dal mercato obbligazionario, e dal 2008 la concentrazione e il consolidamento di alcuni settori si sono intensificati.

Secondo Jeb Breece , manager del fondo comune d’investimenti Spears Abacus, i giganti hi-tech come Microsoft non saranno del tutto immuni alla crisi economica, ma la loro stabilità finanziaria gli consentirà di evitare licenziamenti e continuare a investire in ricerca e sviluppo. È quello che successe nel 2008 o nel 2008, ha spiegato Breece: chi allora puntò tutto sull’innovazione per prepararsi ad aggredire il mercato malmesso dalla crisi, ricomparve all’uscita del tunnel ancora più irrobustito. Potrebbe succedere anche adesso, in una scala addirittura superiore.

Gli investitori oggi puntano su questi colossi perché il loro destino non è mai sembrato così baciato dalla fortuna, e loro megacapitalizzazioni sono la garanzia che potranno superare la bufera; diventando ancora più grandi, e occupando una quota ancora maggiore di mercato durante e dopo l’implosione di interi ecosistemi economici: Get big faster, del resto, è da sempre il motto di Bezos.

Investimenti 4 Maggio, 2020 @ 1:46

Warren Buffett ha venduto tutte le azioni delle compagnie aeree: “Ho fatto un errore”

di Forbes.it

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Articolo di Sergei Klebnikov apparso su Forbes.com

L’investitore miliardario Warren Buffett, presidente della Berkshire Hathaway, ha detto sabato agli azionisti di aver venduto tutti i titoli delle compagnie aeree, ammettendo di aver fatto in precedenza un errore e che il coronavirus ha cambiato l’attività in “modo molto importante”.

Fatti chiave

  • Warren Buffett ha confermato di aver venduto tutte le sue quote nelle quattro maggiori compagnie aeree statunitensi, United, American, Southwest e Delta Airlines, del valore cumulato di 4 miliardi di dollari.
  • “Il mondo è cambiato per le compagnie aeree”, ha detto Warren Buffett, osservando che l’industria è stata “gravemente danneggiata dall’arresto forzato” a causa del coronavirus.
  • Con la pandemia che ha effettivamente fermato i viaggi aerei a livello globale, le compagnie aeree statunitensi stanno ricevendo prestiti e finanziamenti federali per un totale complessivo di 25 miliardi di dollari.
  • Buffett ha affermato che la  Berkshire Hathaway inizialmente aveva investito tra i 7 e gli 8 miliardi di dollari per acquisire grandi quote nelle principali compagnie aeree, ma la società non ha ottenuto nulla in cambio del suo investimento.
  • “Si è scoperto che avevo torto”, ha detto l’oracolo di Omaha, aggiungendo che ha commesso un “errore comprensibile” a causa dell’imprevista recessione del settore.
  • “Non so se tra tre o quattro anni la gente percorrerà tante miglia in aereo quante ne ha percorse l’anno scorso”, ha avvertito Buffett.

Citazione rilevante

“Quando abbiamo acquistato [compagnie aeree], stavamo ottenendo un impiego interessante per i nostri soldi”, ha detto Warren Buffett. “Si è scoperto che mi sbagliavo a causa di qualcosa che non è in alcun modo nel controllo dei quattro amministratori delegati, tutti eccellenti. Non c’è nessuna gioia in questo momento nell’essere un ceo di una compagnia aerea”.

Grandi numeri: 6,5 miliardi di dollari

E’ il valore delle azioni vendute dalla Berkshire nel mese di aprile. La conglomerata di Warren Buffett ha acquistato azioni solo per un valore di 426 milioni di dollari durante lo stesso periodo. “Abbiamo fatto molto poco nel primo trimestre”, ha ammesso. “Non è perché pensavamo che il mercato azionario sarebbe crollato”, ha spiegato. “Ho appena compreso di aver commesso un errore [con le compagnie aeree].”

Contesto chiave

La Berkshire Hathaway ha registrato una perdita netta di quasi 50 miliardi di dollari nel primo trimestre. La correzione del mercato avvenuta alla fine di febbraio e per gran parte di marzo a causa del coronavirus ha avuto un impatto significativo sulle attività dell’azienda. La liquidità della Berkshire è passata da 125 a 137,3 miliardi di dollari, mentre l’Oracolo di Omaha continua a cercare un’acquisizione di grandi dimensioni.

Investimenti 2 Maggio, 2020 @ 4:53

La holding di Warren Buffett ha perso 50 miliardi in 3 mesi a causa del Coronavirus

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Articolo di Sergei Klebnikov apparso su Forbes.com

Berkshire Hathaway, la famosa conglomerata degli investimenti del miliardario Warren Buffett, ha registrato una massiccia perdita netta di quasi 50 miliardi di dollari nel primo trimestre. La perdita è avvenuta a causa della caduta dei mercati finanziari dovuta al coronavirus, che ha avuto un impatto significativo sulle partecipazioni azionarie della società.

Warren Buffett
Warren Buffett (Getty Images)

Fatti chiave

  • Berkshire ha registrato una perdita netta record di 49,75 miliardi di dollari nel primo trimestre, in calo rispetto ai $ 21,7 miliardi di profitti nello stesso periodo dello scorso anno.
  • Ciò equivale a una perdita di 30,653 dollari per azione, rispetto a un utile di 13,209 dollari per azione nel primo trimestre del 2019.
  • Anche se il coronavirus ha danneggiato l’attività dell’azienda, l’utile operativo di Berkshire è aumentato del 6% a 5,87 miliardi di dollari, rispetto ai 5,56 miliardi di un anno fa.
  • Il documento trimestrale di Berkshire fa 31 volte riferimento al coronavirus, mostrando il notevole impatto della pandemia sulla società nel 2020.
  • Il primo trimestre ha visto molte delle maggiori partecipazioni di Buffett, tra cui grandi banche e compagnie aeree, precipitare anche oltre l’indice S&P 500, che è sceso del 20% durante tale periodo.
  • La quota di liquidità di Buffett è passata da 125 a 137,3 miliardi di dollari, mentre l’Oracolo di Omaha resta alla ricerca di un’acquisizione di grandi dimensioni.

Contesto di fondo

Buffett è emerso come un attore chiave nel contribuire a ripristinare la fiducia sui mercati durante la crisi finanziaria del 2008, ma è rimasto relativamente immobile durante la recessione da coronavirus del 2020. Charlie Munger, vicepresidente di Berkshire Hathaway, ha recentemente dichiarato al Wall Street Journal che l’Oracolo di Omaha è “abbastanza conservatore” con i suoi investimenti nel mercato attuale. Ha anche ammesso che le aziende non stanno chiamando Berkshire per iniezioni di capitale come nel 2008: “Il telefono non sta squillando” , ha confermato Munger, aggiungendo che le compagnie aeree “stanno negoziando con il governo, ma non stanno chiamando Warren”.

Statistica essenziale

Le azioni Berkshire Hathaway sono scese finora del 20% quest’anno, rispetto a un calo del 13% per l’S&P 500.

Fatti correlati

Warren Buffett è la quarta persona più ricca del mondo, con un patrimonio netto di 72 miliardi di dollari, secondo le stime di Forbes .

A cosa guardare

La prima assemblea online degli azionisti di Berkshire si svolgerà più tardi oggi, alle 16:45 ET (le 22.45 italiane, ndt).

Investimenti 2 Maggio, 2020 @ 9:27

Aprile è stato il miglior mese per Wall Street in 33 anni, ma gli esperti sono scettici. Ecco perché

di Forbes.it

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Il New York Stock Exchange nei giorni del lockdown per il coronavirus (Shutterstock)

Articolo di Sergei Klebnikov apparso su Forbes.com

Le azioni sono salite alle stelle dai minimi toccati a fine marzo a causa dell’esplosione del coronavirus, ma gli esperti stanno ora avvertendo che dati economici deboli e ridotti guadagni delle società quotate sono sufficienti ragioni per essere scettici circa l’ultimo rally del mercato.

Fatti chiave

Aprile è stato il miglior mese del mercato azionario in oltre 30 anni con l’S&P 500 che ha guadagnato il 12,7%, il Dow Jones l’11,1% e il Nasdaq il 15,5%.

Nonostante l’ottimismo del mercato, una serie di dati economici recenti e molto preoccupanti sta dimostrando quanto il coronavirus abbia devastato l’economia degli Stati Uniti: il Pil è sceso del 4,8% nell’ultimo trimestre, il calo più grande dal 2009, e il peggio potrebbe ancora dover arrivare.

“L’attuale disconnessione tra l’andamento delle azioni e il Pil potrebbe essere dovuta al fatto che misure straordinarie (fiscali e monetarie) hanno rafforzato la fiducia degli investitori ma non dei consumatori”, afferma Lindsey Bell, a capo della strategia degli investimenti di Ally Invest.

Queste misure potrebbero aiutare a sostenere l’economia, “ma alla fine le strade convergono e i mercati dovranno riconnettersi con i fondamentali dell’economia”, afferma.

Inoltre, con la stagione degli utili aziendali ben avviata, molte aziende stanno anche rivelando il danno che il virus ha causato. Anche alcune delle più grandi aziende del mondo, come Apple e Amazon, ne hanno risentito.

Delle 275 società dell’S&P 500 che hanno riportato utili finora, solo il 67% ha superato le aspettative, mentre quasi il 29% le ha mancate (in media negli ultimi quattro trimestri, il 74% aveva superato le stime e il 19% aveva fatto peggio), secondo Refinitiv.

Ma alcuni esperti sono ancora fiduciosi: “Il mercato sta chiaramente guardando oltre l’attuale trimestre”, e mentre sono emerse molte cattive notizie, “nessuna di queste è stata una sorpresa”, afferma Chris Marangi, condirettore degli investimenti presso Gamco.

Statistiche essenziali

Il sell-off del mercato dovuto al coronavirus, iniziato il 19 febbraio per arrivare al minimo del 23 marzo, è stato il calo di oltre il 30% più rapido mai registrato dall’S&P 500. Da quel punto in avanti i mercati hanno registrato un rally fino ad aprile. Il mercato orso tra febbraio e marzo è stato così il più breve mai registrato, è durato infatti solo 33 giorni. Secondo i dati di Bespoke Investment Group, nella storia, su 25 mercati al ribasso, l’S&P ha ritoccato i minimi precedenti e ha raggiunto un livello di prezzo ancora più basso nel 60% dei casi.

Critica principale

“La narrativa sulla riapertura e il Remdesivir è semplicemente troppo entusiastica”, afferma il fondatore di Vital Knowledge, Adam Crisafulli. Il mondo è molto meglio di quanto non fosse a marzo, ammette, ma questo si è già riflesso nel mercato. “La fase più acuta della crisi è finita, ma le conseguenze dello shock economico dureranno ancora per un po’”.

Citazione chiave

Gli investitori dovrebbero essere “cauti” dopo il recente rally del mercato, “poiché una interruzione di tale rally potrebbe essere perfettamente giustificata”, ha affermato LPL Financial in una recente nota. Con i “benefici di un doppio stimolo record, monetario e fiscale, che aiuta a sostenere le realtà maggiormente colpite da Covid-19”, la società prevede “un’economia molto più forte più avanti nel corso dell’anno”.