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Investimenti 18 Febbraio, 2020 @ 5:05

Buffett si conferma oracolo: Apple lancia warning, ma lui aveva già venduto 800 milioni di azioni

di Massimiliano Carrà

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Drew Angerer – Getty Images

Warren Buffett ha stupito tutti. Dopo aver più volte dichiarato che non avrebbe mai venduto azioni Apple, ha cambiato idea. Secondo i documenti della Sec (Securities and Exchange Commission), lo scorso trimestre, l’ultimo del 2019, l’oracolo di Omaha ha deciso di vendere 800 milioni di dollari di azioni Apple.  Nonostante l’ingente cifra, Warren Buffet, o meglio la sua Berkshire Hathaway (di cui è presidente e ceo), è ugualmente il principale azionista dell’azienda di Cupertino (quotata a Wall Street) con una partecipazione del 5,4% per un totale di 72 miliardi di dollari. 

Secondo alcuni media statunitensi, la decisione di vendere azioni Apple da parte del quarto uomo più ricco al mondo (secondo la classifica di Forbes)  sarebbe dettata da un motivo ben preciso: liberare denaro per poter investire in Kroger (catena americana di supermercati) e in Biogen (multinazionale statunitense di biotecnologia). Tra l’altro, proprio nel quarto trimestre del 2019, la Berkshire Hathaway di Warren Buffett ha investito 549 milioni di dollari per una quota del 2,4% di Kroger e 192 milioni di dollari per lo 0,2% di Biogen. 

Leggi anche: Warren Buffett ha 128 miliardi da investire, ma non sa come fare

Cosa sta succedendo ad Apple

Warren Buffett ha venduto all’indomani di uno dei rarissimi warning di Apple. Infatti, a causa del coronavirus, il colosso tecnologico americano nella giornata di ieri in un comunicato stampa ha dichiarato: “Non ci aspettiamo di rispettare le stime fornite per il trimestre di marzo per due fattori”. Il primo “è che la fornitura mondiale di iPhone sarà temporaneamente limitata ad un livello tale da non riuscire a soddisfare la domanda esistente. Il secondo elemento è il crollo della domanda per i prodotti Apple in Cina, dovuto alla chiusura forzata di tutti gli Apple Store”.

Successivamente, l’azienda di Cupertino ha sottolineato che “anche se alcuni degli Store principali stanno già riaprendo, le vendite continueranno ad essere influenzate negativamente”. La notizia ovviamente non è piaciuta gli investitori. A mezz’ora dall’inizio delle contrattazioni odierne (ieri Wall Street era chiusa in occasione del Presidents Day) il titolo Apple sta cedendo il 2,59% con il prezzo delle azioni che si attesta a 316,53 dollari per azione. 

Investimenti 16 Febbraio, 2020 @ 12:44

Dal castello cerca principi all’isolotto: gli immobili italiani più preziosi all’asta

di Massimiliano Carrà

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Aste immobiliari: dal castello all'isolotto, gli immobili di prestigio in vendita in Italia
Castello di Ozegna – wikipedia

Sentiamo spesso parlare di immobili all’asta, ma di un castello o un isolotto? Potrà essere strano, eppure è possibile e attenzione non si trovano in una parte sconosciuta della Terra, dove le coordinate sono note soltanto all’acquirente (come nel caso dell’isola regalata da Cristiano Ronaldo al suo procuratore), ma qui, in Italia.

A renderlo noto è il rapporto semestrale sulle aste immobiliari del Centro Studi Sogeea presentato martedì 11 febbraio in Senato che ha evidenziato che al 31 dicembre 2019 le case all’asta in Italia sono 23.904 (con un aumento del 25% rispetto allo scorso anno) e hanno un valore complessivo che ammonta a circa 3,5 miliardi di euro. Tra l’altro, di queste 23.904 all’asta, 194 riguardano alberghi, bed & breakfast, motel, campeggi e simili.

Quanto valgono e dove sono gli immobili più preziosi in Italia 

Come reso noto dal Centro Studi Sogeea, gli immobili più preziosi in Italia partono da una base d’asta di un milione di euro fino ad arrivare a 3,2 milioni di euro. Ma andiamo a vedere nel dettaglio quali sono e dove si trovano:

  • Isolotto di Tessera (Venezia): dopo che la prima seduta d’asta di luglio scorso è andata deserta, sarà battuto all’incanto il 3 marzo prossimo. Il suo valore stimato è di 2,2 milioni di euro. 
  • Il secondo piano di Palazzo Fusconi Pighini in Piazza Farnese (Roma): è un capolavoro di architettura attribuito a Jacopo Barozzi da Vignola, ma costruito verso il 1524 dall’architetto Baldassarre Peruzzi. Sarà battuto all’asta il 25 febbraio e il suo valore stimato è di 3,1 milioni di euro. 
  • Villa Corner (Treviso): costruita nel XVI secolo, secondo il Centro Studi Sogeea è uno degli immobili significativi in vendita quest’anno e andrà in vendita il 21 aprile con un valore stimato di 3,2 milioni.
    Villa Odescalchi (Como): costruita dalla famiglia Odescalchi agli inizi del XVII secolo ed in seguito divenuta residenza personale di Papa Innocenzo XI, oggi è un complesso turistico alberghiero. Sarà battuta all’asta il  28 aprile e il suo valore stimato è di 2,3 milioni di euro.
  • Castello di Ozegna (Torino): secondo i principali studiosi, la sua fondazione potrebbe essere avvenuta nel IV secolo d.C. ad opera di Flavio Eugenio, imperatore dell’Impero Romano d’Occidente. Sarà in vendita il 18 febbraio e il suo valore stimato è di poco più di di un milione di euro.

I cinema italiani all’asta

Oltre a questi “particolari” immobili, come svela nel suo rapporto il Centro Studi Sogee, quest’anno saranno venduti all’asta anche tre storici cinema di Roma. Ecco quali:

  • il Cinema Adriano di Via Cicerone: è senza dubbio quello che con i valore più alto, ossia 27 milioni di euro. Andrà all’incanto il 7 maggio.
  • il Cinema Roma di Piazza Sonnino: il suo valore è stimato in 2,3 milioni di euro.
  • il Cinema Ambassade di via Accademia degli Agiati: sarà venduto all’asta il 7 maggio e il suo valore è stimato in 2,6 milioni di euro. 
Business 14 Febbraio, 2020 @ 7:24

Covivio, lo sviluppo in Germania vale più di un miliardo

di Massimiliano Carrà

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Rendering del progetto Symbiosis che nascerà a Milano – courtesy Covivio

Covivio non si ferma più e mira ad ampliare il suo patrimonio di 24 miliardi di euro. Durante la presentazione dei risultati contenuti nel bilancio aziendale del 2019, Alexei Dal Pastro, amministratore delegato Italia della società immobiliare, ha rivelato la cifra stimata per la prossima operazione appena annunciata: 700 milioni di euro.

Come già preannunciato nella giornata di ieri da un comunicato stampa di Covivio (di cui Leonardo Del Vecchio è il principale azionista), Dal Pastro ha confermato che la società provvederà a lanciare un’Opa (offerta pubblica d’acquisto) per acquistare la totalità delle azioni dell’azienda immobiliare Godewind Immobilien AG, che detiene diversi uffici in Germania. Si tratta di un’OPA amichevole.

L’Opa, come ha sottolineato Dal Pastro, segue l’acquisizione del 35% delle azioni di Godewind Immobilien AG che si è già realizzata. Come già accennato, il controvalore totale stimato dell’operazione è di 700 milioni di euro e permetterà a Covivio di inserire nel suo portafoglio 10 immobili da uffici in alcune delle principali città tedesche.

Alexei dal Pastro (ad Italia di Covivio) – courtesy Covivio

Covivio: i tempi e i modi dell’acquisizione di Godewind

La scelta di acquisire Godewind Immobilien AG da parte di Covivio nasce da un mix di due fattori ben precisi. Infatti, come dichiara Dal Pastro “in Germania eravamo presenti solo dal punto di vista residenziale, adesso, visto che siamo sempre aperti ad esaminare nuove opportunità, abbiamo deciso di puntare sul nostro asset immobiliare predominante: gli uffici”. L’Opa sarà effettuata nel mese di marzo, mentre due mesi dopo, e quindi a maggio, si dovrebbe provvedere al delisting di Godewind e alla successiva integrazione  all’interno del gruppo che è quotato a Parigi e Milano.  Inoltre, Dal Pastro per sottolineare che l’acquisizione è una vera e proprio opportunità per Covivio, ha confermato che la valutazione di questi 10 uffici, presenti nelle principali città tedesche, è di 1,2 miliardi di euro.

Le mosse future in Italia e negli hotel

Infine, riguardo il futuro, Dal Pastro ha confermato che in Italia Covivio continuerà a concentrarsi sugli uffici, tenendo sempre in auge nuove possibilità nel settore degli hotel “che è un asset class molto interessante nel nostro mercato”.

Nel nostro Paese Milano resterà la città principe per gli uffici, sia per i tanti progetti di riqualificazione e rigenerazione urbana in corso. Anche perché, come evidenzia Dal Pastro sulla base dei risultati del bilancio del 2019, gli immobili nel capoluogo lombardo rappresentano il 90% del portafoglio italiano di Covivio, non includendo la parte locata a Telecom Italia.

Rendering progetto Vitae che nascerà a Milano – courtesy Covivio

Riguardo le altre città italiane, su tutte Roma, Firenze e Venezia, saranno delle mete interessanti non per il settore degli uffici, ma per nuove opportunità future in materia di hotel. Tra l’altro a inizio 2020 la società immobiliare, tramite la sua controllata Covivio Hotels, ha acquistato otto hotel (quattro in Italia) per la cifra di 573 milioni di euro. “Ovviamente – conclude Dal Pastro – va considerato che abbiamo l’obiettivo di mantenere una leva finanziaria al di sotto del 40%”.

Investimenti 13 Febbraio, 2020 @ 12:28

Il braccio destro di Buffett ha spiegato dove trovare le aziende più forti del mondo

di Forbes.it

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A sinistra Charlie Munger, a destra Warren Buffet (Foto di: David Silverman – Getty Images)

di Sergei Klebnikov per Forbes.com

Il famoso investitore Charlie Munger, vice presidente di Berkshire Hathaway e braccio destro commerciale di lunga data di Warren Buffett, ha condiviso la sua saggezza negli investimenti e ha analizzato diversi argomenti, tra cui la Cina e il perché non avrebbe mai acquistato azioni Tesla.

Le aziende più forti non sono in America

Anche se gli Stati Uniti hanno la più grande economia, “le aziende più forti del mondo non sono in America”, ha dichiarato Munger, 96 anni, durante l’incontro annuale del Daily Journal Corp. (la società editoriale di Los Angeles dove ricopre il ruolo di presidente). “Penso che le aziende cinesi siano più forti delle nostre e stiano crescendo più velocemente.”

Il futuro e le elezioni del 2020

Con l’avvicinarsi delle elezioni del 2020, Munger ha anche espresso preoccupazione per lo stato della politica americana, definendolo “stranamente terribile” a causa degli “eccessi di odio che vedi ovunque”. Inoltre ha anche lanciato degli avvertimenti sul futuro: “Penso che ci saranno molti problemi in arrivo e c’è un eccesso di miseria”. 

I cinesi non sono bravi investitori

Munger si è concentrato in particolare sulla Cina, dicendo che è “davvero sbagliato il modo in cui gli investitori amano giocare d’azzardo in azioni”. Ha aggiunto che “è difficile immaginare qualcosa di più sbagliato del modo in cui i cinesi detengono azioni. Sono bravi in ​​tutto il resto”.

Azioni Tesla
Quando gli è stato chiesto del titolo Tesla e del suo folle andamento speculativo nei giorni scorsi, ha risposto: “Non lo comprerei mai e non lo venderei mai allo scoperto”. Inoltre, il braccio destro di Warren Buffet ha dichiarato: “Le vendite di Tesla sono aumentate perché Elon Musk ha convinto le persone a poter curare il cancro”.

Il futuro dell’editoria

Munger, inoltre, ha anche parlato del settore dell’editoria, sostenendo che i giornali “moriranno tutti”. Tra l’altro, ha sottolineato che “i cambiamenti tecnologici stanno distruggendo i quotidiani in America” ​​e causando un rallentamento delle entrate, anche se alcuni giornali più grandi sopravviveranno. Il suo discorso agli azionisti del Daily Journal arriva due settimane dopo che Berkshire Hathaway ha rinunciato al suo impero di giornali, vendendo oltre 30 giornali locali all’editore Lee Enterprises per 140 milioni di dollari in contanti. Buffett aveva originariamente pagato 36 milioni di dollari per The Buffalo News e ha acquistato 28 dei giornali locali nel MediaGroup di Berkshire Hathaway per 344 milioni di dollari nei primi anni del 2010

Un ultimo aspetto che va sottolineato è che, secondo Forbes, Charlie Munger, che avrebbe incontrato Warren Buffett per la prima volta a una cena nel 1959, avrebbe attualmente un patrimonio netto di 2 miliardi di dollari. 

SpaceEconomy 17 Gennaio, 2020 @ 5:26

Lo spazio è la nuova città d’oro: investimenti record nel 2019. Scontro miliardario tra Bezos e Musk

di Massimiliano Carrà

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uomo guarda il cielo di notte
GettyImages

di Alex Knapp per Forbes.com

Lo scorso anno i venture capitalist hanno investito 5,8 miliardi di euro in 178 startup legate al mondo dello spazio, un aumento del 38% rispetto all’anno precedente. Ciò, secondo un report della società di venture capital Space Angels, rende il 2019 l’anno che ha ottenuto più investimenti privati per lo spazio. 

Le startup Blue Origins e SpaceX, sostenute rispettivamente dai miliardari statunitensi Jeff Bezos ed Elon Musk, da sole hanno raccolto circa il 41% degli investimenti, a cui si sono aggiunti poi quelli di altre imprese spaziali in Cina e nel Regno Unito. Altri investitori hanno anche cercato di entrare in contatto con le aziende nelle fasi successive.

“Riteniamo che ciò rifletta una sana maturazione dell’ecosistema spaziale imprenditoriale che accade quando le aziende nella fase iniziale passano dall’idea alla crescita”, ha dichiarato il CEO Chad Anderson in un email che accompagna il report.

La sfida tra Jeff Bezos ed Elon Musk

Secondo il rapporto, Jeff Bezos, co-fondatore di Amazon, ha investito circa 1,4 miliardi di dollari nella sua azienda, raccogliendo il capitale vendendo azioni del più grande sito di e-commerce al mondo.

SpaceX di Elon Musk non è rimasta molto indietro: la società ha raccolto poco più di 1 miliardo di dollari nel 2019 nelle serie J, K e L, portando la valutazione l’azienda, secondo Pitchbook, oltre 33 miliardi dollari. La società internet OneWeb Satellites ha anche raccolto oltre 1 miliardo di dollari di investimenti, guidati da Softbank Group e Grupo Salinas.

Spazio: gli USA trainano gli investimenti

Gli Stati Uniti sono ancora il Paese che raccoglie più investimenti per il settore dello spazio. Infatti ha contribuito al 55% del finanziamento totale registrato nel 2019 che, tra l’altro, è stato destinato a società con sede proprio negli USA. 

Le startup spaziali nel Regno Unito hanno invece attirato circa il 24% degli investimenti registrati nell’anno appena volto al termine. Il Paese che ha visto incrementare maggiormente l’attività in questo settore è la Scozia, dove tra l’altro è in costruzione uno spazioporto. 

Il singolo round di finanziamento più grande però proviene non dagli USA, ma dalla Cina. Qianxun SI, sostenuto da Alibaba, ha raccolto a ottobre un investimento di 141 milioni di dollari, in gran parte da società statali cinesi. La società sta sviluppando un sistema di posizionamento satellitare per l’internet of things per ottenere geolocalizzazioni accurate al centimetro.

I settori che hanno attirato più investimenti

In termini di settore industriale, gli investimenti sono stati divisi equamente tra i settori del lancio e dei satelliti: l’osservazione della Terra coinvolge la più grande singola applicazione per i satelliti, seguita dalla produzione satellitare e quindi dalle comunicazioni. In termini di volume degli affari, tuttavia, circa il 75% dei round erano sono stati orientati verso il settore satellitare.

Da quanto afferma il report, dal 2009 sono stati già investiti nel settore delle startup spaziali circa 25,7 miliardi di dollari. La crescita è avvenuta soprattutto negli ultimi anni. In sintesi, sono state circa 535 startup che hanno ricevuto finanziamenti dal 2009, ma con la crescita del settore a livello internazionale questo numero dovrebbe aumentare. “L’ecosistema spaziale imprenditoriale si è dimostrato solido dal punto di vista finanziario, sempre più globale e diversificato tematicamente”, rivela il report.

Leader 17 Gennaio, 2020 @ 3:32

Cartier, il luxury brand a sostegno del mondo femminile. Parla Francois-Marc Sastre

di Alessandro Rossi

Direttore di Forbes magazine.Leggi di più dell'autore
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Foto: Laila Pozzo

Articolo tratto dal numero di gennaio 2020 di Forbes. Abbonati

Se si parla di uomini che amano le donne François-Marc Sastre, direttore generale Sud Europa, Italia, Turchia e Grecia per la maison Cartier, è da mettere in prima fila. Di sicuro è anche amato dalle donne: bell’uomo, poco più che quarantenne, in una posizione invidiabile. Ma François-Marc, collezionista di orologi che ama citare Chirchill, è soprattutto orgoglioso di guidare una maison che ha lanciato il “Cartier Women’s Initiative”, il programma che dal 2006 individua e finanzia modelli di business rilevanti capitanati da donne. Perché, dice, “Cartier è un riferimento nel mondo del lusso, ma è anche un nome sinonimo di apertura mentale e curiosità”. Forbes Italia lo ha intervistato.

Nel settore della gioielleria avete contribuito a fare la storia del lusso: quali sono i modelli più iconici che hanno incoronato l’azienda a leader dei preziosi? 

Come prima cosa bisogna dire che la maison Cartier è sempre stata caratterizzata da uno spirito di innovazione e pionierismo. È stata la prima, agli inizi del 1900, a impiegare il platino nelle proprie creazioni reinventando i gioielli e portando alla perfezione lo stile “ghirlanda”, la prima a privilegiare l’astrazione e la geometria, l’accostamento di colori forti e di materiali nuovi contribuendo alla nascita dello stile art deco dopo il 1906. Per non dimenticare, lo stile animalier (con la celeberrima Panthère, icona indiscussa della maison) e floreale portati alla massima espressione da Jeanne Toussaint e segni distintivi della maison. Le caratteristiche di Cartier si ritrovano anche nelle sue creazioni iconiche e atemporali: l’anello Trinity, adottato e reso leggendario da Jean Cocteau, il leggendario bracciale Love, creato nel 1969 negli atelier di Cartier NY da Aldo Cipullo e gli ultimi nati della maison, Juste en Clou e Clash presentato nell’aprile 2019 e già diventato l’oggetto del desiderio di moltissimi. 

Oltre al mondo della gioielleria, però, Cartier è anche orologeria. Tra questi due mondi, dove pesa di più l’estetica e dove la tecnica? E soprattutto quanto conta l’innovazione?

L’estetica è sempre stata molto importante per Cartier, ma questo non vuole dire che la tecnica ne abbia risentito. Possiamo piuttosto dire che tecnica e meccanica siano sempre stati messe al servizio della creatività sia nel campo della gioielleria che in quello dell’orologeria. Prima di essere orologiaio, Cartier è gioielliere. L’expertise che ne è derivata ha quindi sempre permesso alla maison di avere un’attenzione particolare alla forma che pochissimi possono vantare. L’innovazione ha sempre fatto parte del dna di Cartier. Dall’utilizzo del platino nella gioielleria, a una nuova modalità di indossare l’orologio, come per l’orologio Santos, alla varietà di forme dei suoi orologi.

Oltre a Grace di Monaco, cliente affezionatissima, a indossare i gioielli Cartier sono stati tantissimi altri personaggi famosi come Jacqueline Kennedy e il maharaja Sir Bhupindar Singh di Patiala. Che peso ricopre oggi il celebrities endorsement?

Lo stile moderno e visionario della maison ha da sempre attratto le personalità più varie sia del mondo dell’aristocrazia, che dell’alta borghesia, del jet set internazionale e dell’arte. Questo ecosistema così unico e differenziato ha permesso a Cartier di mantenere sempre legami importanti e forti con circoli influenti e d’avanguardia che ne hanno plasmato e caratterizzato la sua storia. Ancora oggi la tradizione continua e moltissimi talenti provenienti dai più diversi background sono amici o ambassador della maison, indossano le nostre creazioni in pubblico e in privato e partecipano ai nostri eventi condividendo lo spirito della marca. Dobbiamo però sempre ricordarci che per Cartier le vere star sono da sempre le proprie creazioni.

Cartier Women’s Initiative è il programma che dal 2006 individua modelli di business rilevanti capitanati appunto da donne. Perché una maison del lusso finanzia progetti d’impresa?

Cartier è un riferimento nel mondo del lusso, ma è anche un nome sinonimo di apertura mentale e curiosità. Allo stesso modo in cui la nostra Fondazione per l’arte contemporanea mette in scena artisti che non sono collegati in alcun modo al core business del marchio, anche attraverso la Women’s Initiative riconosciamo tutti questi talenti per quello che sono. L’autenticità e il talento sono al centro del nostro impegno nei confronti di queste donne. Il potenziale umano di questo premio, ideato tredici anni fa in collaborazione con Insead, ha dimostrato negli anni quanti destini ha potuto cambiare in meglio. Come quello della ragazza indiana che “non avrebbe dovuto nascere” e i cui “sogni erano troppo grandi per il suo povero villaggio”; o della scienziata svizzera impegnata nella ricerca medica, a cui è stato detto “come donna, non sei credibile…”. In Cartier, la nostra abilità si fonda sulla creazione di prodotti di alta qualità e sul rendere i nostri clienti felici. La ricerca del profitto da sola non può portare a migliori prodotti e a una migliore esperienza. E questo vale anche per la Cartier Women’s Initiative: sosteniamo l’eccellenza a prescindere da quanti profitti essa produca. L’obiettivo di questa iniziativa è quello di contribuire ad aumentare la fiducia nelle imprese femminili, con l’auspicio che questo avrà un effetto fortemente positivo a catena sul mondo.

Quali sono i progetti più innovativi e interessanti che sono stati presentati?

Potrei citare Emily Levy che ha fondato Mighty Well nel 2016, che rende eleganti e fashionable gli abiti e gli accessori per le persone affette da malattie croniche. Il business è nato dalla sua esperienza personale, avendo contratto la malattia di Lyme cronica a 19 anni. Emily era stata costretta a portare con sé costantemente un meccanismo che le permettesse portare gli antibiotici direttamente al cuore. Questa iniziativa ha permesso a migliaia di persone di potersi sentire a proprio agio, mostrando il proprio stile personale, nonostante gli ostacoli portati dalla malattia. Un altro progetto particolarmente interessante è stato presentato da Zineb Agoumi, che ha lavorato allo sviluppo di un tapis roulant terapeutico, EzyGain. Il video di presentazione mostra a malapena la macchina, ma piuttosto si concentra sui sorrisi trovati dai suoi utenti (anziani, vittime di incidenti, bambini con pesanti patologie psicomotorie) che riprendono a muoversi di nuovo. “Ti senti di nuovo umano se riesci ad alzarti”, ha dichiarato Zineb. Tra gli altri, una menzione speciale e di particolare orgoglio va al progetto di Carla Delfino (vincitrice per l’Europa nel 2015), imprenditrice e storica dell’arte italiana che, con il suo “Scappatopo”, è stata la prima italiana a conquistare l’award internazionale. L’idea che l’ha portata sul podio è stata quella di combattere pacificamente il problema delle infestazioni da ratti, tramite una soluzione olfattiva green, con impatto zero per l’ambiente e che permette di allontanarli senza ucciderli e rallentando la loro possibilità di riprodursi. 

Quanti di questi progetti hanno avuto davvero successo?

Negli ultimi anni, i Cartier Awards hanno visto arrivare il numero delle iscrizioni a oltre tremila. Grazie alla crescita in termini di quantità e qualità delle imprese iscritte al concorso, l’iniziativa è diventata un’importante opportunità di cambiamento nella vita di moltissime imprenditrici in più di 50 paesi. Qualche esempio può dimostrare la qualità dei progetti che li ha portati al successo: la finalista del 2017 Lise Pape, che sta raggiungendo sempre più pazienti affetti da Parkinson attraverso la sua azienda Walk With Path e la finalista del 2018 Luz Rello che sta facendo grandi passi avanti nel trattamento e prevenzione della dislessia. Nel 2017, quando Lise era finalista di Cartier Women’s Initiative, il suo primo prodotto Path Finder, un accessorio per la riabilitazione dell’andatura, era ancora in fase di prototipo. Oggi, Path Finder può essere trovato presso distributori selezionati in tutto il Regno Unito. La società ha recentemente registrato il proprio marchio anche in Canada e sta lavorando per un lancio del prodotto per quest’anno. I clienti interessati all’acquisto di Path Finder sono incoraggiati a iscriversi alla loro newsletter per rimanere informati. Allo stesso modo, la società che Luz ha fondato, Change Dyslexia, ha recentemente firmato un accordo con il comune di Madrid che porta in 100 scuole la sua piattaforma online di rilevamento della dislessia. Concentrarsi sul governo e sulle scuole, dove può raggiungere il maggior numero di bambini, ha permesso di sviluppare al meglio il progetto in termini di qualità del risultato ottenibile.

Me lo dica in un orecchio: le donne che hanno avuto successo con i loro progetti selezionati nel progetto Women’s Initiative, poi si sono regalate un gioiello di Cartier?

Come già detto il Women’s Iniative è nato per riconoscere e aiutare i talenti ed è slegato da qualsiasi riferimento commerciale. Se poi qualcuna delle nostre partecipanti si è regalata un gioiello Cartier non possiamo che esserne orgogliosi.

La mission di Women’s Initiative è sostenere e premiare le donne innovatrici che apportano un reale contributo alla ricerca di soluzioni per il futuro del pianeta: quale è secondo lei la donna più rappresentativa di un futuro migliore?

Io sono da sempre un grande estimatore delle donne, le donne sono sempre state una grande fonte di inspirazione per la maison e senza di esse probabilmente Cartier non sarebbe quello che oggi è. In generale penso che la donna del futuro esista già: una donna forte, che non ha paura di prendersi le proprie responsabilità, che sa distinguersi tra gli altri, con una forte volontà ma caratterizzata anche da una grande sensibilità e generosità verso gli altri.

È più difficile raggiungere il successo per una donna? La società è ancora così maschilista?

Io penso che le cose stiano lentamente cambiando e che un certo concetto di maschilismo appartenga più al passato che al presente. Le porto un piccolo esempio personale: il comitato di direzione di Cartier South East Europe di cui io sono general manager conta il 70% di presenze femminili.

Mi è capitato tante volte di lavorare con le donne: le ho trovate quasi sempre migliori degli uomini. Cos’hanno di speciale? Sensibilità? Voglia di arrivare? Tenacia?

Concordo con lei. Anche io trovo più facile lavorare con le donne. In generale penso siano più oneste, più resilienti e che abbiano una visione più costruttiva e meno politica oltre a un ego spesso meno sviluppato di quello degli uomini. Hanno anche spesso una sensibilità più sviluppata verso la bellezza rispetto alla media maschile, cosa che sicuramente aiuta moltissimo da Cartier.

Sta per partire una ristrutturazione importante della vostra boutique milanese. Cosa riserva il futuro per Cartier?

Dal 1975 siamo molto orgogliosi di avere come sede storica della boutique Cartier di Milano uno dei più prestigiosi palazzi ottocenteschi di via Montenapoleone. La prossima ristrutturazione della boutique, insieme a molte altre che Cartier ha realizzato e realizzerà a livello mondiale, rappresenta la volontà della maison di raccontare le città in cui sono ospitate le nostre boutique. Nel nostro caso, gli interni della nuova boutique rappresenteranno Milano e le sue caratteristiche che verranno sublimate in un vero e proprio appartamento milanese. Il turista che si recherà nella nostra boutique di Milano potrà vivere un’esperienza diversa da quella che potrebbe vivere a New York o in un’altra città del mondo. Sono molto entusiasta di questo progetto e la invito già da ora ad unirsi a noi quando la boutique riaprirà le sue porte per cominciare un nuovo capitolo del suo rapporto privilegiato con Milano.

È nata una bella relazione tra la Fondation Cartier e la Triennale di Milano. Ce la racconta?

Spazio creativo per gli artisti e luogo in cui arte e pubblico possono incontrarsi, la Fondation Cartier, nata nel 1984, si dedica a promuovere l’arte contemporanea e a diffonderne la conoscenza. La maison è stata lieta di annunciare che Fondation Cartier e Triennale di Milano lavoreranno insieme in una collaborazione senza precedenti tra due istituzioni europee, l’una pubblica e l’altra privata al fine di proporre un programma condiviso e un nuovo network culturale e internazionale. La collaborazione verrà inaugurata ad aprile 2020 e prevedrà dalle due alle tre mostre all’anno ospitate negli spazi della Triennale. Questa cooperazione senza precedenti esprime la generosità della maison e la volontà di condividere con il pubblico milanese e i numerosi turisti il programma ispirato dalla Fondation Cartier.

Investimenti 16 Gennaio, 2020 @ 5:56

Investimenti immobiliari mai così forti in Italia: la calamita è Milano

di Massimiliano Carrà

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Il settore immobiliare in Italia continua a volare e nel 2019 stabilisce un nuovo record: 12,3 miliardi di euro di investimenti, il valore più alto mai registrato finora. Battuto quindi il precedente record del 2017, quando gli investimenti nel settore immobiliare si erano attestati a 11,2 miliardi di euro, e surclassato del 36% il precedente valore registrato nel 2018. 

È questo uno dei riscontri più importanti riportati da una ricerca effettuata da CBRE. La più grande società di consulenza immobiliare al mondo però non si è limitata solamente a fornire un quadro generale sull’anno appena concluso, ma si è anche soffermata su altri fattori. Tra questi, i numeri dell’ultimo trimestre del 2019, i settori che hanno trainato il mercato immobiliare e le città italiane che hanno guidato gli investimenti.

Partendo dal primo fattore, è indubbio che il quarto trimestre del 2019 abbia giocato un ruolo decisivo. Infatti, come riportato da CBRE, proprio in questo arco di tempo sono stati effettuati il 40% degli investimenti totali registrati durante l’anno, ossia 4,9 miliardi di euro.

Decisivi per la crescita, sottolineano gli autori della ricerca, sono stati: la politica monetaria accomodante della Bce sui tassi di interesse, il cambiamento di governo avvenuto in corso d’anno e la crescita progressiva del potenziale inespresso del Paese rispetto alle dimensioni dell’economia, nonché di alcuni settori del Real Estate.

Milano e gli uffici trainano il mercato immobiliare

E se dal punto di vista dell’arco temporale è il quarto trimestre dal 2019 ad aver trainato gli investimenti immobiliari in Italia, dal punto di vista geografico e settoriale il merito va al duo rappresentato da Milano e dagli uffici.

Infatti, se da una parte il capoluogo lombardo ha attratto il 40% degli investimenti totali, ossia 4,6 miliardi di euro, (3,1 miliardi nel 2018) il comparto degli uffici da solo ha catturato 5 miliardi di euro (3,4 miliardi nel 2018). Di questi, oltre 3,6 miliardi di euro derivano proprio dagli investimenti effettuati nel capoluogo lombardo. 

Positiva, ma leggermente sottotono la situazione per Roma. La Capitale infatti registra performance in linea con l’anno precedente, ossia 1,9 miliardi di euro di investimenti.

Vola il settore degli hotel

Anche se non è il settore immobiliare che ha attratto più investimenti, il comparto degli hotel si piazza alle spalle di quello degli uffici e fa registrare una crescita record. Grazie ai 3,3 miliardi di euro raccolti, nel 2019 il settore degli hotel ha attratto il 141% di investimenti in più. Nel 2018 infatti si erano attestati a 1,3 miliardi di euro. 

Come sottolinea la ricerca di CBRE, al record hanno di certo contribuito due transazioni: l’acquisto del portafoglio Belmond da parte di LVMH e quello degli hotel IHC realizzato da Oaktree. Ma non è tutto. Visto che in pipeline vi sono alcune grosse transazioni, come quella da parte di Covivio , CBRE prevede che l’anno appena iniziato sarà ugualmente positivo.

Riguardo gli altri settori del mercato immobiliare, cresce la logistica che fa segnare volumi di investimento di oltre 1,3 miliardi di euro, male invece il retail che registra una decrescita, passando da 2,2 miliardi di euro del 2018 a 2 miliardi nel 2019, e quello residenziale che è passato da 763 milioni di euro di investimenti, raccolti nel 2018, a 687 milioni di euro di investimenti.  

Investimenti 16 Gennaio, 2020 @ 3:01

3 banche italiane da comprare secondo Goldman Sachs

di Massimiliano Carrà

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il caveau di una banca
(Getty Images)

Quali sono le banche italiane da mettere in portafoglio. È questo il sunto di una ricerca effettuata dalla banca americana Goldman Sachs e pubblicata oggi. Nonostante un 2019 complesso nel quale gli istituti di credito del Belpaese si sono impegnati a limare la pressione sui ricavi, gli analisti di Goldman Sachs hanno promosso il giudizio su alcune delle più importanti banche italiane. 

La banca americana ha sottolineato che gli ultimi 18 mesi  “sono stati molto volatili per le banche italiane a causa dell’instabilità politica che ha spinto in alto i rendimenti dei titoli di Stato”.  Tuttavia, evidenzia Goldman Sachs, “la situazione si è normalizzata e la Bce ha ripreso il suo programma di Qe alla fine del 2019” . Non è un caso infatti se “gli spread dei titoli di Stato sono ora più bassi rispetto al livello che avevano toccato dopo le elezioni del 2018, ma i prezzi delle azioni bancarie restano inferiori del 20% e quindi vediamo opportunità selettive”. 

UBI Banca e Banco BPM sugli scudi

Tra le banche italiane che più hanno convinto a livello operativo gli analisti di Goldman Sachs primeggia UBI banca. L’istituto americano ha infatti promosso il giudizio sulla banca diretta da Victor Massiah, passato da neutral a buy. Ciò significa che – secondo Goldman Sachs – il titolo UBI Banca è da comprare, con un prezzo obiettivo aumentato del 30% da 3,25 a 4,25 euro.

Comprare è anche il giudizio sul titolo di Banco BPM, per il quale l’istituto di credito americano ha fissato un prezzo obiettivo di 2,75 euro. Pollice all’insù anche per Unicredit. La banca guidata da Jean Pierre Mustier, che a dicembre ha comunicato circa 8mila licenziamenti e la chiusura di 550 filiali tra il 2019 e il 2023, per gli analisti di Goldman Sachs merita un buy e aumento del 2,9% del prezzo obiettivo, ossia da 17,5 a 18 euro. Giudizio neutrale e target price fissato a 5,7 euro invece per BPER Banca.

Tra le grandi banche italiane delude invece Intesa Sanpaolo: Goldman Sachs continua a valutarla con un giudizio sell, e quindi da vendere. Questo perché, sottolineano gli analisti, “la valutazione di Intesa Sanpaolo non ha sofferto la tendenza negativa che invece hanno avuto i concorrenti e perché le nostre previsioni di utili e rendimento del capitale sono al di sotto del consenso”. 

Tecnologia 15 Gennaio, 2020 @ 9:07

La realtà aumentata salta lo steccato: in arrivo investimenti record dalle aziende

di Massimiliano Carrà

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Realtà Virtuale (VR), Realtà Aumentata (AR) e Realtà Mista (MR). Sono queste le ossessioni tecnologiche presenti e future delle aziende. A dimostrarlo non è solamente la loro già applicazione all’interno di diversi oggetti tech, come gli smartphone, ma anche e soprattutto gli investimenti aziendali previsti per i prossimi anni. 

Secondo un report dedicato all’industria della realtà Virtuale ed Aumentata realizzato da Klecha & Co, banca d’investimento privata internazionale specializzata nel tech advisory, nel 2023 le aziende spenderanno in questo settore circa 121 miliardi di dollari, ossia il triplo rispetto ai 40 miliardi di dollari prospettati per il mercato consumer. 

Realtà Virtuale e Aumentata: cambiamenti e i vantaggi

Come sottolinea il report, la transizione delle società verso un ecosistema digitale, in cui la Realtà Virtuale e Aumentata giocheranno un ruolo fondamentale, porterà diversi vantaggi, in particolare tre:

  • aumento della produttività
  • riduzione delle inefficienze
  • trasformazione dei modelli di business tradizionali

Ovviamente però va sottolineato un altro aspetto. Visto che ormai la realtà digitale si sta sviluppando rapidamente, dato il suo ampio utilizzo – dalle aziende manifatturiere alle agenzie di marketing e anche agli istituti di formazione – è impossibile non prospettare che i cambiamenti in tutti i settori saranno tanti, compreso anche il modo di affrontare la formazione.

Ad esempio, come sottolinea la banca di investimento, grazie alla VR, i chirurghi possono eseguire un intervento chirurgico ad alto rischio in un ambiente virtuale realistico e gli ingegneri nucleari possono simulare situazioni che non possono essere replicate nella vita reale.

Previsti investimenti record nei prossimi anni

Entrando nel dettaglio del report, un numero crescente di aziende si sta aprendo alla tecnologia della realtà digitale, tant’è che proprio in questo ambito nel 2017 sono stati registrati 281 investimenti per un valore di 2,3 miliardi di dollari.  Il 70% di questi investimenti sono stati realizzati negli Stati Uniti e in Cina. Sono loro infatti i principali mercati della Realtà Virtuale e Aumentata. 

Le previsioni però sono ancora più rosee. Tant’è che secondo IDC, primo fornitore di informazioni globali, servizi di consulenza ed eventi, la spesa mondiale in AR e VR entro il 2023 dovrebbe raggiungere circa 161 miliardi di dollari (121 per l’industria, 40 per i consumatori) con un tasso di crescita annuo composto a cinque anni del 78,3% .

I limiti attuali

Anche se la realtà digitale rappresenta il futuro della tecnologia, tuttavia oggi ha ancora dei limiti importanti che ne ostacolano la veloce e immediata diffusione e il cosiddetto consumo di massa. 

Al momento infatti la Realtà Virtuale e Aumentata non sono esattamente qualcosa che le persone possono semplicemente accendere e iniziare a usare. Generalmente – come evidenzia Klecha – è necessario alimentare il sistema con informazioni, come modelli 3D, hardware specifici per il riconoscimento facciale e tanto altro ancora. 

L’ostacolo principale però al momento è quello relativo alla User Experience. In un’indagine infatti circa il 27% degli intervistati ha evidenziato che proprio questa componente è il problema principale. 

Investimenti 8 Gennaio, 2020 @ 9:42

Investimenti alternativi a sostegno dell’economia reale, parla Paolo Langè

di Luigi Dell'Olio

Giornalista economico e finanziario.Leggi di più dell'autore
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Articolo tratto dal numero di dicembre 2019 di Forbes Italia. Abbonati

Con l’obbligazionario che nel migliore dei casi offre rendimenti minimi che hanno portato i conti correnti a zero e l’azionario reduce dalla più lunga fase Toro della storia, per gli investitori è il momento di considerare anche le asset class alternative, quelle cioè tradizionalmente ritenute di nicchia. Che oggi non sono più necessariamente tali, grazie anche all’abbassamento delle soglie d’accesso. Ne abbiamo parlato con Paolo Langè, presidente di Aipb, Associazione italiana private banking, che rappresenta le banche e le società che si occupano di gestire i grandi patrimoni. Quelli cioè che hanno maggiore possibilità di manovra nel campo degli alternativi.

Con i tassi ai minimi e le azioni reduci da una lunga crescita, si parla sempre più spesso di investire nell’economia reale. Quanto sono diffusi nei portafogli del private banking italiano?
Storicamente un incremento del livello di incertezza è quasi sempre seguito da una contrazione degli investimenti. In Italia questa correlazione negativa è ancora più evidente di quanto non accada in Europa. Oggi ci troviamo in una fase di preoccupazione per la volatilità dei mercati derivante dalla guerra commerciale e di inquietudine per le dinamiche politiche nazionali a cui si somma una contrazione dei tassi di interesse portati dalla politica monetaria accomodante. Tuttavia, un moderato ottimismo verso il rendimento futuro dei mercati porta gli investitori e gli imprenditori facoltosi a guardare con attenzione agli investimenti in economia reale. Gli investimenti in “real asset” seguono logiche differenti da quelli abituali in imprese quotate in borsa. Tradizionalmente generano rendimenti maggiori favorendo anche una migliore ed efficace allocazione di portafoglio.

Chi può investire nel settore?
Un tempo questa tipologia di investimenti erano prerogativa dei soli investitori istituzionali, come casse di previdenza e fondi pensione. Oggi cominciano a diventare possibili anche per i clienti del private banking. Le famiglie che possiedono portafogli superiori a 500mila euro hanno infatti caratteristiche che ben si sposano con questa tipologia di prodotti: pur avendo una bassa propensione ad assumere rischi elevati, sono disponibili a mantenerne investiti una quota compresa tra il 10% e 20 % dei loro portafogli per periodi tempo anche superiori a 10 anni. La maggior parte dei clienti del settore privilegia infatti un buon rendimento degli investimenti e la possibilità di scegliere tra un’ampia gamma di prodotti. Detiene un portafoglio ben diversificato, con una quota di liquidità marginale del 15% e un 39 % gestioni individuali o collettive e solo lo 0,25 % investito in private market. Nell’ultimo semestre abbiamo però osservato nei portafogli della clientela private un leggero aumento della liquidità (+13%) e contemporaneamente un importante incremento dei prodotti che investono nei mercati privati (+59%) in base al quale si può prevedere un trend di crescita, lento ma progressivo.

Come è messa l’Italia su questo fronte nel confronto con il resto d’Europa?
Nei paesi più evoluti gli investimenti nei mercati privati rappresentano una realtà consolidata. A livello globale, gran parte della ricchezza investita nei mercati privati si concentra negli Stati Uniti dove ammontano a 3.700 miliardi di euro, e l’Europa con 1.314 miliardi, dei quali 550 miliardi sono riferiti alla Gran Bretagna e 150 miliardi alla Francia. In Italia la quota relativa alla clientela del private banking è di 3,8 miliardi di euro a metà 2019. Per quanto riguarda la composizione di questi investimenti, tra le diverse aree geografiche si notano delle differenze importanti, ma la componente prevalente è data dall’investimento azionario nelle società non quotate (private equity). Una preferenza identica si riscontra per la clientela private italiana dal momento che il private equity rappresenta il 51,4% del totale degli investimenti in real asset, ma il mercato domestico è caratterizzato anche da una quota consistente del 27% di fondi multi-asset.

Cosa cambia con l’introduzione degli Eltif?
Sia a livello italiano che comunitario il legislatore è al lavoro per consentire al risparmio gestito di investire in economia reale. Gli Eltif rientrano in questo ambito. Sono nuovi fondi di investimento alternativi chiusi che possono raccogliere asset in tutta Europa per effettuare investimenti nel lungo termine. Sono veicoli adatti a investimenti illiquidi in Pmi non quotate o infrastrutture nei quali, diversamente da quanto accade con i fondi di investimento alternativi riservati a investitori professionali, possono investire anche le famiglie. Prevedono ticket di investimento minimo che può scendere fino a 10mila euro e benefici fiscali per volumi fino a 150mila euro all’anno e un massimo di 1,5 milioni complessivi.