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Leader 26 Maggio, 2020 @ 9:55

La storia di Hamdi Ulukaya, figlio di pastori diventato miliardario con lo yogurt

di Francesco Nasato

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Hamdi Ulukaya in compagnia di Louise Vongerichten al Time 100 Gala del 2017 (Jemal Countess/Getty Images)

Il re dello yogurt greco negli Stati Uniti è figlio di una famiglia di pastori curdi, ha vissuto nella Turchia orientale, ha studiato all’Università di Ankara per poi arrivare da immigrato nello stato di New York. Sembra una barzelletta e invece è la storia, tanto incredibile quanto vera, di Hamdi Ulukaya, patrimonio stimato da Forbes in circa 2 miliardi di dollari arrivati grazie a un’azienda da lui fondata e portata avanti negli Stati Uniti tra lo scetticismo di molti. Hamdi però, anche a migliaia di chilometri da casa e dalla famiglia, non ha mai dimenticato per davvero le sue origini: l’azienda di cui è capo e fondatore infatti si chiama Chobani che ricorda da molto vicino il termine turco “çoban” che significa “pastore”.

Rurali ed estremamente umili le origini di Hamdi, come lui stesso ha raccontato in un’intervista concessa al New York Times nel 2018: “Vengo dalla parte orientale della Turchia. Sono cresciuto con i pastori, eravamo nomadi. Salivamo in montagna con greggi di pecore, capre e mucche, con il loro latte producevamo yogurt e formaggio e poi tornavamo in inverno al villaggio. Il denaro non significava molto perché in montagna non c’era nulla che si potesse comprare con esso”. La questione curda invece significa molto per tutta la comunità che appartiene a una di quelle etnie che non sembrano poter trovare una situazione definitivamente stabile in questo mondo. Forse non è un caso che la scelta di Hamdi per proseguire gli studi all’università ricada sulla facoltà di scienze politiche all’Università di Ankara, capitale della Turchia. Il suo interesse per certe questioni geo-politiche lo rendono però una figura poco gradita al governo turco. Così a metà degli anni ’90 inizia a maturare l’idea che per evitare problemi irrisolvibili e cercare di costruirsi una vera esistenza la destinazione ideale per lui possa essere l’Europa.

Come in tante di queste storie, i protagonisti ricordano come sono arrivati dove sono oggi attraverso una serie di ricordi e aneddoti che sembrano incredibili, ma che essendo raccontati da chi li ha vissuti in prima persona non possono essere ignorati. Gli Stati Uniti, infatti, entrano in questa storia un po’ per caso, perché secondo quanto riferisce sempre Hamdi al New York Times una persona a lui non troppo famigliare lo avvicina, probabilmente in ambienti universitari, chiedendogli perché invece dell’Europa non scelga gli Stati Uniti come destinazione per il suo viaggio verso un elettrizzante ignoto. “Pensavamo che l’America fosse la fonte di tutti i problemi del mondo, con le questioni imperialiste e tutto il resto. Ma sono andato all’università, mi hanno dato un visto e nel 1994 sono arrivato negli Stati Uniti, con una piccola borsa e 3mila dollari in tasca”. Per studiare inglese sceglie di arrivare nello stato di New York, un’area che gli ricordava i piccoli villaggi agricoli nella Turchia orientale, secondo quanto spiega Forbes nel profilo a lui dedicato.

Oltre alla lingua frequenta alcuni corsi di business all’Università di Albany, sempre nello stato di New York, mentre per mantenersi trova lavoro in una fattoria, sperimentando così quanto potesse essere dura la vita di un umile lavoratore. Un aspetto che inciderà molto su alcune sue scelte future legate agli impiegati di Chobani. L’ennesima svolta di una vita che già arrivati a questo punto sarebbe stata abbastanza avventurosa arriva quando il padre di Hamdi, durante una visita al figlio, non gli chiede di mettersi a produrre formaggio seguendo le ricette tradizionali della sua famiglia, visto che secondo il genitore la qualità dei prodotti da lui provati negli Stati Uniti non era per nulla soddisfacente. Hamdi ricorda così come rispose a questa proposta: “Perché dovrei farlo? Non sono venuto qui a migliaia di chilometri da casa per fare esattamente quel che facevo là”. La voglia di provarci però alla fine prevale e così Hamdi inizia a importare dalla Turchia la feta e vedendo che il prodotto piace avvia una sorta di personale startup del formaggio nel 2002. I successivi due anni sono complicati, come spiega Hamdi sempre al Times: “Mi chiedevo: perché sono entrato in questo business? E come pagherò le persone che mi aiutano? Come pagherò il latte per i miei prodotti?”

Le intuizioni di un imprenditore possono essere geniali o deleterie nelle loro conseguenze e in ogni caso per essere messe alla prova hanno bisogno di un supporto economico. In questa storia fatta di incroci e intrecci, Hamdi riesce a coniugare entrambi questi elementi. Un giorno, infatti, nel 2005, l’imprenditore nota una mail tra quelle presenti nello spam in cui si annuncia la messa in vendita di una vecchia fabbrica di yogurt completamente attrezzata a 700mila dollari. Inizialmente la ignora, ma poi la recupera e contatta i propri consulenti legali e fiscali per chiedere loro un parere. L’avvocato sconsiglia caldamente l’acquisto: “Stanno cercando qualcuno a cui rifilare una proprietà che non vale nulla, in un mercato come quello dello yogurt che non è redditizio” è il suo commento. Hamdi ascolta, ma fa di testa sua. Così sfrutta alcuni incentivi fiscali per le imprese dello stato di New York, chiede un prestito alla Small Business Administration, agenzia governativa degli Stati Uniti che fornisce supporto agli imprenditori e alle piccole imprese e chiude l’affare.

La commercializzazione del suo nuovo yogurt “alla greca” inizia solo nel 2007, perché prima Hamdi vuole essere sicuro di aver trovato la miscela migliore, i macchinari adatti e le giuste personalità con cui collaborare a questo progetto. In 10 anni però Chobani raggiunge il miliardo di vendite e una quota sul mercato americano degli yogurt superiore al 50%. Un successo che prosegue anche oggi, ma Hamdi non dimentica il suo passato: tra i dipendenti di Chobani infatti ci sono rifugiati e immigrati, che costituiscono il 30% della forza lavoro dell’azienda, a cui vengono offerti corsi di lingua inglese e traduttori in un massimo di 11 lingue per agevolarne inserimento e integrazione, come spiega sempre il profilo di Forbes dedicato all’imprenditore. Durante un evento a cui ha partecipato nel 2019 Hamdi ha parlato della sua visione di imprenditore, riportata da un articolo di Forbes: “Se sei corretto con le tue persone, se sei corretto con la tua comunità, se il tuo prodotto è quello giusto, allora sarai più redditizio, sarai più innovativo, avrai persone più appassionate che lavorano per te e una comunità che ti supporta nella tua attività”.

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