Seguici su
Investimenti 9 Giugno, 2020 @ 4:49

L’arte come forma d’investimento. Ecco le opere più costose degli ultimi mesi

di Massimiliano Carrà

Staff

Leggi di più dell'autore
chiudi
arte, mercato del 2019, opere più costose
Photo by Michael Bowles – Getty Images for Sotheby’s

Arte, finanza e tecnologia. Sono queste le tre parole d’ordine che governano il nuovo report di Deloitte sul mercato dell’arte e dei beni da collezione che, oltre ad aver analizzato i trend del 2019 e i principali temi geopolitici che hanno fatto da cornice, si è anche soffermato sulle criticità di questo settore e sull’implementazione di nuove tecnologie.

Inoltre, grazie alla presentazione della sesta edizione del report internazionale Art & Finance, Deloitte e ArtTactic hanno approfondito più nel dettaglio quali sono i nuovi bisogni dei collezionisti e come e quanto i servizi di Art Wealth Management stiano rispondendo in maniera adeguata.

Prima di entrare nel dettaglio della ricerca, è opportuno precisare – come sottolinea Deloitte stessa – che il report, essendo riferito all’anno 2019, non ha tenuto in considerazione gli effetti della crisi innescata dal Covid-19 e che è ancora “presto per prevedere come e con quale pervasività questa pandemia impatterà su tutte le attività, comprese quelle relative al mondo dell’arte”.

Analizzando proprio quest’ultimo fattore, la società di consulenza evidenzia un aspetto che, tra l’altro, abbiamo potuto assistere in questi mesi: “l’arte, la bellezza e la cultura in questi mesi si sono dimostrate in grado di dare conforto, di unire persone forzate a vivere separatamente e di creare un clima di speranza, diffondendo un messaggio di resilienza”.

Arte e Finanza: l’importanza del wealth management

Entrando nel vivo della sesta edizione del report “Art & Finance”, Deloitte e ArtTactic hanno condotto tra aprile e giugno 2019 un’indagine in Paesi appartenenti a Europa, Usa, Asia e Medio Oriente. Il rapporto presenta i risultati di un questionario compilato da 54 private banker e 25 family officer, 138 primari operatori del mercato dell’arte (tra cui gallerie, case d’asta e art advisor) e 105 importanti collezionisti. Ciò, quindi, ha permesso, analizzare il ruolo strategico del Wealth Management all’interno del mondo arte e, in particolare, il suo rapporto con le figure più importanti del settore: dai collezionisti e i galleristi fino ad arrivare al mondo dell’ArtTech. 

Anche se il ruolo del Wealth Management viene associato prevalentemente alla garanzia del progressivo incremento di valore delle opere d’arte incluse nel patrimonio gestito, il report ha sottolineato un aspetto ben preciso, ossia che lo spazio d’azione della gestione patrimoniale è ben più ampio. 

Sono, infatti, tre gli ambiti di particolare attenzione: la protezione del valore, la gestione dei rischi e la filantropia. Inoltre, anche se la componente emotiva e sociale rimangono i due driver principali che spingono i collezionisti ad acquistare opere d’arte, tuttavia anche il fattore finanziario sta diventando sempre più importante e ciò rende il collezionista un cliente ideale per il settore del Wealth Management.

In questo senso, quindi, il collezionista che acquista opere d’arte può essere identificato, come sottolinea il report stesso, come “un individuo che accumula valore in beni che lo coinvolgono emotivamente e che intende aumentare, proteggere e gestire il proprio patrimonio”. Fattore, ovviamente, che porta a un incremento di domanda e bisogno dei servizi professionali relativi alla gestione e alla protezione del valore investito in arte. Ormai, infatti, la stragrande maggioranza dei collezionisti non compra arte per passione, ma “con una visione di investimento, con l’obiettivo per esempio di diversificare il proprio portafoglio o come riserva di valore”.

Comprare arte come forma d’investimento 

Se da una parte la dimensione emotiva è fondamentale, dall’altra l’unione con il potenziale il potenziale aumento e/o con il consolidamento di valore, è la motivazione trainante che spinge i collezionisti a comprare opere d’arte.
In tal senso, tra gli operatori di settore intervistati da Deloitte e ArtTactic, otto su dieci  dichiarano (precisamente l’81%) che i propri clienti comprano arte per passione verso il collezionismo ma anche come forma di investimento.

Quasi 7 su 10 dei collezionisti confermano questo approccio (ormai consolidato da dieci anni). Inoltre, quasi il 90% dei gestori patrimoniali affermano che i beni artistici e gli oggetti da collezione debbano essere inclusi nell’offerta di servizi proposti al mercato. Idea condivisa da circa l’80% dei collezionisti.  

Anche per questo motivo, sta risultando sempre più necessario per wealth manager e family officer essere in diretto possesso, ovvero disporre sempre più, di competenze su mercati e segmenti differenti. E di conseguenza sviluppare anche “una value proposition specifica per le opere d’arte”. A rafforzare questa idea, il report inserisce un altro importante dato: Il 67% dei gestori patrimoniali intervistati ritiene che i propri clienti vogliano includere l’arte e gli altri beni da collezione nei loro wealth report.

Le minacce da considerare e il ruolo della tecnologia

Oltre che considerare l’arte come una forma di investimento, il consenso tra le diverse parti interessate (collezionisti, operatori di settore e gestori patrimoniali) riguarda anche i temi che costituiscono una vera minaccia per la reputazione e il funzionamento del mercato dell’arte.

In particolare, come sottolinea il report 2019 “Art & Finance” quasi il 75% degli attori del mondo dell’arte condivide le stesse preoccupazioni: problemi di autenticazione e provenienza, manipolazione dei prezzi, conflitti di interesse e  mancanza di trasparenza.

Per far fronte a queste sfide, oltre agli strumenti finanziari, è la tecnologia ad essere chiamata a offrire soluzioni efficaci e concrete. La prima generazione di “ArtTech”, come sottolinea Deloitte, è riuscita con successo a rompere le barriere e a entrare nell’ecosistema non facilmente accessibile del mercato dell’arte. Il focus di queste ArtTech è stato principalmente quello di focalizzarsi sulla vendita online. Aspetto, tra l’altro, di particolare importanza, visto che il Covid-19 ha spinto su questa scia le principali gallerie del mondo. 

Il mercato dell’arte nel 2019

Partendo dal presupposto che nel 2019, come evidenzia il report di Deloitte, il mercato dell’arte è stato segnato da diversi fattori di incertezza geopolitica, come lo scontro tra Usa e Cina, la Brexit (che ha contribuito contribuito a un calo a doppia cifra delle vendite all’asta sia da Christie’s che da Sotheby’s) e gli scontri di Hong Kong), l’interesse per i lotti detti “top quality” è rimasto molto elevato, anche se la loro disponibilità si è ridotta rispetto al biennio 2017-2018 con un conseguente calo dei fatturati complessivi.

La scarsità, infatti, evidenzia il report “è stato uno dei fattori che ha maggiormente contribuito alla riduzione dei volumi d’affari, pari al -18,6% a/a per il settore della pittura e al -6,1% a/a per il comparto degli altri beni da collezione, ossia i Passion Assets. Il numero delle transizioni, invece, si mantiene costante sui livelli degli scorsi anni, anche grazie al crescente numero di nuovi acquirenti attivi sulle piattaforme online.

Oltre all’attenzione costante per le opere d’arte di qualità museale, per le collezioni private e per i beni più esclusivi, si è anche confermato il forte interesse per le opere di artisti poco riconosciuti dalla critica ma di grande valore nel rispettivo contesto storico-culturale, tra cui anche molte artiste donne. Anche se, proprio riferite a quest’ultime, il divario con gli uomini è ancora molto ampio, almeno dal punto di vista del prezzo di vendita delle loro opere. 

Per esempio, l’opera Propped di Jenny Saville, definita la più cara di un’artista donna vivente è stato battuta a 12 milioni di dollari, meno del 14% del valore del record detenuto da Jeff Koons con la sua opera Rabbit, che invece è stata venduta per oltre 91 milioni di dollari da Christie’s nel maggio 2019 e divenuta l’opera più costosa venduta in asta per artista vivente.

La top 5 del 2019

Infine, tornando ai lotti più di prestigio, ecco quali sono secondo Deloitte le top 5 opere più care battute all’asta nel 2019:

  1. Meules o “I Covoni”, tela del 1890 di Claude Monet: venduta nel mese di maggio per 110,7 milioni di dollari da Sotheby’s New York, nell’Impressionist & Modern Art Evening
  2. Rabbit, scultura in acciaio del 1986 di Jeff Koons: venduta nel mese di maggio per 91,1 milioni di dollari nella Post-War and Contemporary Art Evening Sale di Christie’s a New York.
  3. Buffalo II, dipinto del 1964 di Robert Rauschenberg: venduto per 88,8 milioni di dollari nel mese di maggio da Christie’s a New York nel mese di maggio nel comparto Post-War 
  4. Bouilloire et fruits, dipinto del 1888-1890 di Paul Cézanne: venduto per 59,2 milioni di dollari nel mese di maggio da Christie’s a New York nel mese di maggio nel comparto Pre-War  
  5. Femme au chien, dipinto del 1962 di Pablo Picasso, venduto per 54,9 milioni di dollari da Sotheby’s nell’asta che in cui sono stati venduti anche i Covoni di Monet.

Vuoi ricevere le notizie di Forbes direttamente nel tuo Inbox? Iscriviti alla nostra newsletter!