Cosa significa essere un game changer di stile

Pasquale d’Avino
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Pasquale d’Avino

Articolo apparso sul numero di giugno di Forbes Italia

Si chiama Pasquale Vittorio D’Avino, ma gli amici lo conoscono da sempre come Pavi. Ma la cosa che colpisce di più è che ha solo 28 anni e le idee molto chiare sul suo futuro. Bolognese di nascita, ma cresciuto a Cercola, piccolo paese alle falde del Vesuvio, dopo aver intrapreso gli studi in giurisprudenza Pasquale inizia a nutrire un serio interesse verso il mondo dell’imprenditoria. La sua prima esperienza sul campo porta il nome di Les Bohémiens, brand di moda anti-mainstream, proprio come il movimento di fine Ottocento. Avventura che, per quattro anni, gli regala le prime soddisfazioni: “Lavoravamo sette giorni su sette e iniziai a girare il mondo gettando le basi per quelli che poi sarebbero diventati rapporti commerciali estremamente importanti, spesso sfociati in fantastiche amicizie”, racconta D’Avino. Un evento sfortunato impone all’imprenditore di fermarsi, ma nel cassetto ancora tanti sogni da realizzare. Le connessioni raggiunte nel settore del lusso erano infatti ormai tante e così arriva una nuova intuizione. “Erano le due di notte quando chiamai il mio amico e artista digitale, Gianpiero D’Alessandro, per chiedergli di reinterpretare artisticamente un’immagine del film Mamma ho perso l’aereo”.

Quella stessa notte, Pasquale inizia a cercare immagini sul web e a scrivere frasi e pensieri riguardanti il mondo dei ricordi e della psicologia motivazionale. Quella sera, inoltre, si rende conto che unire un’immagine iconica, l’arte, e lo storytelling, il tutto ritagliato su misura di un capo d’abbigliamento artigianale, poteva essere un mix vincente. E così nasce il marchio Throwback. “L’indomani feci un giro di telefonate tra amici, proprietari di showroom nazionali ed esteri: tutti mi dissero di tro- varla un’idea molto cool e quindi decisi di andare avanti”. E quando si parla di andare avanti, Pasquale D’Avino intende andare avanti velocissimo, quasi correndo. Viaggiando e confrontandosi con il mon- do, con un polso sempre aggiornato sul mercato, sapendo che in un contesto così saturo come quello della moda premium, a fare la differenza rispetto al concept di un brand è soprattutto il timing. “C’è troppa offerta rispetto alla domanda e le tendenze sono molto passeggere, dunque oggi chi arriva pri- ma vince”. In solo due anni dal lancio, il brand si è posizionato in 135 store del mondo. Al momento, inoltre, Throwback è disponibile sulle principali piattaforme di e-commerce come Farfetch, Yoox, e Luisaviroma e in department store come Selfridges e La Rinascente. Con una copertura geografica di 13 paesi tra cui Italia, Uk, Usa, Russia ed Emirati Arabi. Quando racconta la sua storia, il giovane imprendi- tore usa spesso l’espressione game changer.

Inevitabile, quindi, domandargli cosa significhi per lui essere riuscito a cambiare le regole del gioco nel premium luxury . “È il giusto compromesso tra un sognatore con la testa tra le nuvole e un imprenditore, più pragmatico, che con tenacia e costanza farebbe di tutto pur di realizzare il suo progetto”. Ai tanti coetanei che gli domandano come far decollare un sogno, o gettare le basi per un’idea, lui risponde che per ottenere risultati è fondamentale avere una visione chiara del business: “puoi cambiare metodi e chiedere consigli ma non puoi avere dubbi riguardo il tuo obiettivo finale”, spiega. Oggi Throwback è un marchio di abbigliamento che si distingue per frasi e citazioni celebri, grazie al lavoro di squadra di sei persone. Decisivo durante l’avvio del business all’estero, è stato l’incontro con il ceo di Amc International, società leader del mondo streetwear, che si è attivata per costruire una rete distributiva in Uk. “Qualche mese dopo il lancio di Throwback lo contattai per un meeting. Ci incontrammo nel suo headquarter di Londra, si innamorò del mio entusiasmo e nel giro di un mese volle assicurarsi l’esclusiva distribuzione in Uk. Il loro boost in Inghilterra, e la bandierina nel celebre Selfridges con i suoi 50mila metri quadrati di puro lusso nel bel mezzo di Oxford Street ci ha dato enorme visibilità, favorendo l’inter- nazionalizzazione”.

Intanto, il prossimo obiettivo sarà quello di declinare il brand in altri settori come l’interior design, la musica e il food, facendolo diventare un vero e proprio marchio di lifestyle. Per questo, negli ultimi mesi D’Avino si è dedicato allo sviluppo di un piano industriale e di branding, anche grazie al supporto di un fondo d’investimento importante con cui è in trattative per chiudere un’operazione di circa 10 milioni di euro. Cosa possiamo imparare dalla sua storia? Riprendendo le parole del manager: “Da soli si può portare avanti un business, ma fino a un certo punto. Per crescere davvero e competere con le più grandi realtà del fashion bisogna cedere equity e legarsi a qualcuno”. Certo senza mai modificare visione e obiettivi prefissati.