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Style 4 Febbraio, 2020 @ 9:30

La storia della maison Biagiotti alla Thomas Jefferson University di Philadelphia 

di Roberta Maddalena

Staff writer, Forbes.it

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Sfilata Biagiotti alla Milan Fashion Week Spring/Summer 2020 (Andreas Rentz/Getty Images)
Lavinia Biagiotti Cigna ha portato la sua storia imprenditoriale di successo a Philadelphia. Biagiotti, presidente e ceo della casa di moda romana, è stata invitata infatti a tenere una lecture alla Thomas Jefferson University di Philadelphia, una delle più prestigiose università degli Stati Uniti. Qui, di fronte alle autorità locali, al presidente dell’ateneo, al Console Generale d’Italia a Philadelphia Pier Attinio Forlano, ai professori e a centinaia di studenti, ha presentato uno speech intitolato “Biagiotti: An Italian Story – Three Generations of Women Designing the Future”. L’intervento è stato arricchito dalla presenza di Pat Cleveland, musa, artista e icona, che ha raccontato il suo legame con l’azienda.
“La storia del gruppo è una storia di famiglia che si intreccia con la nascita del Made in Italy. E’ una storia di lungimiranza e di visioni pionieristiche, di arte e mecenatismo, costellata da importanti restauri e interventi a supporto della salvaguardia del patrimonio artistico italiano. E’ una storia di valori testimoniata anche dal forte legame con il mondo dello sport. E’ una storia di innovazione volta a condividere, attraverso abiti, profumi, accessori e molto altro, l’essenza di uno stile fatto di qualità, ricerca e sperimentazione. Un grazie a mia nonna Delia e mia madre Laura. Siamo tre generazioni di donne legate da un filo speciale che tiene uniti passato, presente e futuro della nostra azienda. Mia nonna Delia decise nel 1965, in quelli che erano gli anni della Dolce Vita, di aprire un atelier a Roma, e mia madre la seguì. Nel 1972 lanciò a sua volta la prima collezione del marchio Laura Biagiotti. Erano donne e imprenditrici coraggiose; sono venute in America e hanno dimostrato cosa si può fare con un piccolo pezzo di stoffa. Io sono la terza generazione di un’azienda che insegna che il successo non arriva mai da una singola persona. Fare squadra con qualcuno che ami e che può darti supporto quando serve, questo è il segreto. Sottolineo con orgoglio la vitalità straordinaria del nostro sistema di impresa e desidero riportare alla ribalta le aziende medio, piccole e piccolissime che costituiscono un patrimonio inestimabile tutto italiano”, ha detto la manager.

Lavinia Biagiotti Cigna è la terza generazione dell’azienda di famiglia, fondata nel 1965 da Delia Biagiotti, conosciuto nel mondo per le sue collezioni e un approccio sostenibile. Una vera e propria bandiera del Made in Italy, che ha avuto il merito di aver intrapreso in chiave pioneristica relazioni con paesi stranieri. Si pensi alla prima sfilata di moda italiana in Cina nel 1988 e in Russia al Cremlino nel 1995. E una vocazione vicina al mecenatismo: in collaborazione con Laura Biagiotti Parfums sono stati sostenuti infatti rilevanti restauri, tra cui la scala Cordonata del Campidoglio e le fontane di Piazza Farnese a Roma, e la donazione del Grande Sipario del Teatro La Fenice di Venezia.

Style 28 Gennaio, 2020 @ 4:21

La nuova Collini Milano 1937 raccontata da Carmine Rotondaro

di Roberta Maddalena

Staff writer, Forbes.it

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Moda: la nuova era della storica maison Collini raccontata da Carmine Rotondaro
Collini Upcycled Fur Exhibition 67

Collini Milano 1937 nasce nella capitale meneghina nel 1937. La storica casa di moda milanese di pellicce, fondata da una famiglia di produttori di abbigliamento, viene acquisita poi nel 2016 da Carmine Rotondaro, che assumendone anche la direzione creativa, ha imposto un nuovo corso stilistico votato al rock’n roll. Di recente, il brand ha annunciato il passaggio di tutta la linea di pellicce alla produzione upcycled, con l’approvvigionamento delle materie prime esclusivamente attraverso capi usati e vintage o scampoli di produzione. Parola d’ordine sostenibilità.

Con il titolo “Sensitive Men Wear No-Kill Fur”, il ceo e direttore creativo di Collini, ex real estate development worldwide di Kering, ha ospitato lo scorso 11 gennaio durante Milano Moda Uomo, una mostra dedicata alle varie fasi della produzione di pellicce upcycled presso lo storico Museo Bagatti Valsecchi di Milano. Una location esclusiva per raccontare come l’upcycling parta proprio da una pelliccia vintage di qualità. Come funziona? Gli artigiani di Collini si procurano i cappotti esistenti in disuso attraverso una vasta rete di fornitori tra cui broker vintage e collezioni private. La pelliccia viene quindi “smontata” per recuperare le pelli originali. Queste pelli vengono poi ricondizionate, ammorbidite, idratate e quindi tinte. Le pelli rinnovate sono infine tagliate e assemblate a mano per trasformare una risorsa preziosa ma dimenticata in un capo d’abbigliamento contemporaneo. In questa intervista a forbes.it Carmine Rotondaro ha raccontato com’è davvero il “nuovo” Collini.

Nato e cresciuto in Calabria, e una laurea in legge. Come sei approdato nel mondo della moda?

Sono arrivato nel mondo del fashion facendo il consulente per diversi gruppi internazionali del settore. È stato amore a prima vista. Ho prestato servizi a tante maison ma ho sempre visto la moda come una forma di espressione, come occasione per far passare un messaggio. E appena ne ho avuto l’opportunità, ho voluto agire direttamente, cercando di raccontare la mia visione personale.

In che direzione sta andando il nuovo corso creativo di Collini?

Collini vuole essere vicino a una donna sofisticata ed esigente in termini di design. Noi abbiamo un mantra: vogliamo proporre un lusso glamorous, appariscente nei materiali, nei tagli, nelle rifiniture e negli accessori ma comoda, che può essere portata con facilità anche nel vivere quotidiano.

Su quali capi bisognerà puntare per la prossima primavera-estate?

Per la prossima stagione calda bisognerà puntare su capi leggeri senza rinunciare alla ricchezza dei materiali; per questo motivo, la nostra proposta comprenderà giacche in pelle, camicie realizzate con materiali particolarmente leggeri, blazer luccicanti. Parola d’ordine leggerezza, sia di forme sia di tessuti.

Parliamo della campagna “No-Kill Fur”. Come mai questo inno alla sostenibilità?

Si tratta di un tema che rappresenta la nostra filosofia. Abbiamo voluto interpretare in chiave sostenibile il patrimonio del brand che affonda le sue radici nella pelliccia. Abbiamo investito molto tempo e molte risorse nell’industrializzare un processo di produzione che si possa basare esclusivamente su pellicce esistenti. Un processo di produzione che dunque prescinde dalle fonti di approvvigionamento tipiche della pellicceria, e cioè  le nuove pelli, e che si fonda su una ricerca esclusiva di capi già esistenti. Dare nuova vita a questi indumenti dimenticati ci è sembrato un messaggio entusiasmante. Le pellicce Collini, inoltre, hanno un meccanismo di personalizzazione che è innovativo perché al di sotto del pelo c’è un sistema di ganci che consentono di attaccare charm, catene, decorazioni, e quindi avere un capo che ogni giorno può essere differente.

A quale donna si rivolge l’universo stilistico del marchio?

A una donna che non ha paura di osare nei colori, nelle forme. Ma anche a una donna molto esigente, che richiede tessuti di altissima qualità, sempre innovativi, risultato di una ricerca attenta.

Collini ha aperto il suo primo monomarca a Milano a dicembre dello scorso anno e un pop up store a Tokyo a ottobre. Ci sono altri opening in vista?

La mia aspirazione è quella di avere un negozio a Londra e spero che questo sogno possa diventare realtà entro il 2022. Collini è un marchio che rivolge grande attenzione alla dimensione leisure: per questo motivo, stiamo guardando con interesse alcuni resort a Ibiza e Mykonos. Prima di arrivare a questo step, tuttavia, voglio potenziare la bottega milanese e vedere come quest’ultima riesce a interagire con il tessuto sociale che la circonda perché  Milano, in fondo, is the shopping center of the world. E inoltre ci permette di interagire con un’audience globale.

Style 15 Gennaio, 2020 @ 3:06

La classe sartoriale che strizza l’occhio all’ambiente di Re-HasH

di Roberta Maddalena

Staff writer, Forbes.it

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ALBERTO E MAURIZIO CAUCCI

Ago e filo impiegati con meticolosa precisione e passione per l’artigianato italiano: sono questi gli ingredienti che, negli anni ’30, la famiglia Caucci ha scelto di sposare iniziando a confezionare capi sartoriali all’interno di un atelier in provincia di Teramo, Abruzzo. Gli stretti legami con i fornitori di tessuti, permettono alla seconda generazione di aprire negli anni ’60 il primo laboratorio di confezione di pantaloni; ma è negli anni 2000 che, nell’intento di differenziare la propria offerta, la Manifattura Caucci crea la società F.G. 1936, adesso specializzata nella produzione di denim d’alta gamma. La ragione sociale dell’azienda, in verità, nasconde le iniziali di Giuseppa Fioravanti, madre degli attuali titolari Maurizio, Filippo e Ugo, che in 70 anni ha creato una realtà imprenditoriale di respiro internazionale: a oggi infatti sono oltre 600 i clienti qualificati della realtà abruzzese con una copertura geografica che comprende i mercati di Francia, Spagna, Russia, Germania, Australia, Medio Oriente, Corea, Cina e Giappone.

L’azienda abruzzese gestisce i brand C+plus e Re-HasH, riconosciuto quest’ultimo come uno dei maggiori player del segmento jeanswear, che per la fall-winter 2020-21, ha presentato la sua prima capsule collection dedicata al denim ecosostenibile: otto capi proposti in tre modelli differenti, espressione di un accurato studio progettuale che unisce il design esclusivo alla migliore ricerca dei materiali. Di questo approccio eco-friendly ci parla Maurizio Caucci, amministratore delegato di FG 1936 e terza generazione al timone dell’azienda.

In che modo Re-HasH comunica i valori di questa missione eco?
Oggi è un nostro dovere essere attivi nella produzione di capi a basso impatto ambientale e crediamo che la comunicazione debba arrivare in modo chiaro al consumatore finale. Noi ci crediamo fortemente ed è per questo che da qualche stagione abbiamo intrapreso un nuovo percorso. A gennaio, in occasione del Pitti Immagine Uomo, presenteremo una nuova capsule green. Gli otto capi sono riconoscibili non solo per la nuova label “Re-HasH, Rethink – Recycle – Reduce”, ma anche per la “carta d’identità” appesa a ogni pantalone e per un piccolo ricamo sul fianco: una fogliolina verde che rimanda alla magnolia acuminata.

Quali sono le nuove tecniche e lavorazioni che il marchio vuole adottare?
Re-HasH unisce da sempre l’heritage e il know how alla migliore ricerca di materiali di alta qualità. Nella nuova collezione usiamo tele ecologiche certificate in cotone organico, cotone poliestere e materiali riciclati. Inoltre abbiamo selezionato lavanderie che come noi possano garantire, attraverso le dovute certificazioni, un sistema di depurazione delle acque.
Quali sono i capi di punta di Re-HasH?
Uno dei nostri capi più importati è il modello Mucha. Si tratta di un Chino, corto alla caviglia, e sotto la cintura c’è un piccolo taschino. È il capo must have di ogni collezione che viene aggiornato di volta in volta per seguire sempre le tendenze di stagione e destinato a un consumatore al passo coi nuovi trend. La tela denim è il nostro materiale d’elezione e quindi l’altro capo assolutamente da menzionare è il modello Rubens. Un classico cinque tasche dal fit slim, iconico senza tempo.
Quali sono i valori che contraddistinguono l’azienda?
Siamo un’azienda a conduzione familiare che in poco più di 70 anni si è affermata a livello internazionale. Crediamo fortemente nelle sinergie e la passione che ci guida è condivisa con i nostri collaboratori. I valori che ci contraddistinguono di più sono l’autenticità e la coerenza.
Cosa serve per essere competitivi nel denimwear in Italia?
La qualità è al primo posto. Un valore che è un caposaldo del nostro business. Lo stile Re-HasH da sempre si è saputo rinnovare riuscendo a interpretare le esigenze e il gusto dei consumatori.
Sono cambiate le esigenze del cliente finale nei confronti di questo prodotto così storico?
Il consumatore è non solo attento ma esigente. Oggi più che mai i ritmi sono frenetici ed è importante indossare un capo che ci faccia sentire a nostro agio in tutte le occasioni. I nostri prodotti non solo parlano un linguaggio attuale, ma vestono con eleganza.
Cosa pensa della tendenza del tailor-made?
La storia della nostra azienda parte proprio da li, quando mio nonno Filippo Caucci confezionava capi sartoriali. Oggi i nostri capi sono
confezionati secondo la qualità sartoriale. Avere un pantalone su misura nel 2020 è un vezzo di pochi.
Quali sono i progetti futuri di Re-HasH?
Quest’anno abbiamo presentato un nuovo concept espositivo volto a enfatizzare il posizionamento del brand rafforzando la nostra immagine nei corner dedicati. In questo modo la visibilità risulta migliorata e perfetta per gli store di respiro internazionale che ci ospitano. Abbiamo inoltre perfezionato nuove e importanti collaborazioni in Germania, Scandinavia e Belgio.
Come prevedete di chiudere il 2019?
Il gruppo FG 1936 ha chiuso il 2018 con 25 milioni e contiamo di chiudere il 2019 con un fatturato di circa 28 milioni (il segmento online rappresenta il 10% del fatturato del brand Re-HasH).

Leader 2 Gennaio, 2020 @ 9:31

Uno stilista in salsa punk rock

di Daniel Settembre

Staff writer, Forbes.it

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(isolamarras.com)

articolo tratto dal numero di dicembre di Forbes Italia

Amore e odio. Classe 1992, il primogenito dello stilista Antonio di I’m Isola Marras è cresciuto nel mondo della moda. Il laboratorio del padre ad Alghero, città in cui è nato, è praticamente casa, “molto di più della mia cameretta”, dice. Eppure per Efisio Rocco Marras non si è trattato di un colpo di fulmine: “Come ogni adolescente ribelle che si rispetti ho provato a distaccarmene, a contrappormi all’universo natio: non solo ai miei genitori come persone, ma anche a quello che fanno e hanno sempre fatto”. Tentativo inutile visto che da due anni fa esattamente quello che da teenager aveva giurato di non voler mai fare. Efisio dirige la sua piccola divisione dell’azienda familiare come direttore creativo. “Tutto è iniziato per una decisione di mio padre, poi è continuata quasi per sfida. Ora è una necessità”. E di passioni Efisio ne avrebbe anche tante altre. Fino a 18 era un campioncino di salto a ostacoli. “Vado ancora a cavallo quando ho tempo”, confessa. “E mi piace la fotografia, mi sono laureato alla Parsons nella sua sede parigina in fotografia e scrittura creativa”. Durante il percorso universitario altre brevi esperienze hanno arricchito la sua formazione: un semestre alla Central St.Martin per un’infarinatura di scrittura creativa, poi alla Temple University di Tokyo per conoscere la filmografia giapponese, ma la sua prima passione non si smentisce e si laurea a Parigi nel giugno 2015 in fotografia e arti liberali.

Efisio Marras

Dopo una prima esperienza negli studi parigini, a gennaio 2016 la grande opportunità di un internship da Mario Sorrenti a New York. Tornato a Milano a settembre dello stesso anno inizia una nuova avventura affiancando suo padre nella preparazione della sfilata e della mostra in Triennale. E ben presto viene coinvolto in prima persona. Antonio Marras decide infatti di passare il timone della direzione creativa della seconda linea – I’m Isola Marras – proprio a Efisio che debutta con la sua prima collezione durante l’edizione di Milano Moda Uomo di giugno 2017. A celebrare il suo debutto un party in cui artisti e amici del nuovo direttore creativo diventano il volto della collezione, a esprimere l’incontro degli ideali romantici della gioventù con il lato punk e rock della ribellione: è dalla passione e dall’amore che le nuove generazioni mettono in atto la loro rivoluzione, dice il giovane stilista. “La moda è un casino. È decisamente l’ambito più competitivo che si possa scegliere. Tutti fanno moda tutti sanno di moda e quello che fanno gli altri non va mai bene”, ammette. “Mi piace cambiare idee e cambiare stile, questo non è molto ben visto dal fashion system. Penso che la difficoltà maggiore stia nel capire
chi si vuole essere e riuscire a comunicarlo al pubblico a creare un seguito fidelizzato”.

Ovviamente Efisio guarda e prende ispirazione dai grandi stilisti, passati e presenti. Ma non solo: “Il mio è un mondo visivo fatto di foto, quadri e città. Direi che più di ogni cosa mi ispirano le persone, i miei amici storici – gli stessi cinque di Alghero dalla prima elementare. Mi piace parlare di sogni e ascoltare la gente che prova a sognare”. E di sogni nel cassetto Efisio ne ha? “Quando lavori in una azienda di proprietà è impossibile separare i sogni personali da quelli imprenditoriali. Cerco sempre di essere fiero di ogni pezzo che viene fuori dall’azienda con il nostro brand. Non mi interessa essere popolare o comprare barche. Mi basta, mentre passeggio per strada, vedere qualcuno che indossa i miei capi”. E in mezzo tanti piccoli passi verso un miglioramento costante: “Vorrei espandere il mio team marketing, lavorare sulla percezione del brand all’estero, fare dei pop-up, piccole pubblicazioni, trovare il modo di creare qualcosa che non risulti obsoleto alla fine della stagione, ma lavorare su un progetto senza tempo”.

Leader 31 Dicembre, 2019 @ 8:30

La fotografa Under 30 che scatta per i più importanti brand di moda

di Daniel Settembre

Staff writer, Forbes.it

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Nima Benati, fotografa di moda nella classifica Forbes Under 30
Nima Benati è tra gli Under 30 2019 di Forbes Italia per la categoria Art&Style.

Articolo tratto dal numero di dicembre 2019 di Forbes Italia. Abbonati. 

Nel Piacere, Gabriele D’Annunzio scriveva che “la vita deve essere vissuta come fosse un’opera d’arte”. Una frase che si potrebbe benissimo adattare a Nima Benati: “La mia vita è un servizio fotografico perpetuo, tutto gira intorno a quell’idea fissa: quando viaggio – la mia passione più grande – scelgo sempre luoghi visivamente stimolanti. Li visito e li fotografo in prima persona, come turista. Poi quasi ogni volta torno per conto di un cliente per scattare una campagna”, dice. Bolognese, classe 1992, Nima è ormai una fotografa affermata e opera nel mondo della moda dal 2010.

Da sempre attratta dalle riviste patinate e ammiratrice dei lavori di Steven Meisel, Paolo Roversi e Mert&Marcus, è partita dal salotto di casa reinventato a studio fotografico e ha scoperto come catturare tutto quel mondo fantastico e farlo suo, arrivando a scattare campagne per importanti brand, tra cui Dolce & Gabbana, Dior, Yves Saint Laurent, Tom Ford ed Elisabetta Franchi. La passione per la fotografia è sbocciata a 11 anni, quando sfogliando una rivista di moda, aspettando che sua mamma finisse le commissioni in un negozio, si pietrificò alla vista della pubblicità per Gucci by Tom Ford. “Tornai in quel negozio altre tre volte per poterla riguardare. Non capivo cos’era, né cosa significasse, ma ne ero perdutamente innamorata”.

Quattro anni dopo comprò la prima macchina fotografica ed eseguendo makeup-hair-styling e post-produzione iniziò a scimmiottare quelle immagini patinate che vedeva sui giornali delle compagne di scuola. Nel giro di una settimana in tanti facevano la fila per sottoporsi alle sue ‘trasformazioni’. “Mese dopo mese aumentai il mio cachet fino a che a 18 anni comprai il mio primo studio fotografico”.

Nima Benati.

Un crescendo professionale inarrestabile, tanto che nel 2017 venne premiata a Monte Carlo con l’Emerging Talent Fashion Award, trovandosi sul palco con Naomi Campbell e i reali di Monaco. Grazie alla sua propensione a condividere il suo percorso lavorativo, la sua vita privata e i suoi viaggi attraverso immagini sempre studiate e originali, si è guadagnata un seguito anche sui social dove può contare su circa 600mila follower, attirando così l’attenzione anche come influencer a livello internazionale. “La soddisfazione più grande è rendersi conto di quanto i miei clienti si fidino di me, lasciandomi la totale direzione creativa delle loro campagne pubblicitarie. A volte lo do per scontato, ma poi ci ripenso e mi ricordo che non succede così per il 90% degli altri fotografi”.

Oggi Nima ha la possibilità di sperimentare, che è un lusso per pochi: “Sto organizzando uno shooting meraviglioso con D&G, con un casting curvy al 100%. Mi hanno dato carta bianca su tutto e ho creato una storia che sento veramente mia, e questo non succede spesso nel mondo dell’advertising. Sono veramente onorata che mi abbiano affidato questa linea anche perché essendo io stessa una donna ‘con le curve’, mi sento particolarmente adatta a rappresentarle”. Il suo obiettivo è raggiungere brand sempre più prestigiosi, ma allo stesso tempo “è un sogno che non voglio raggiungere finché non sento di essere all’altezza: non sono assolutamente soddisfatta del mio stile, né della qualità del mio lavoro”, ammette. Per questo si è più volte trovata a declinare incarichi di alto livello: “Non voglio bruciare le tappe”.

Una maturità che emerge anche nei consigli che dà a chi volesse intraprendere la carriera da fotografo: studiare il passato, ma anche gli attuali leader di settore. “Spesso ricevo foto senza la minima cura del dettaglio e mi viene chiesta un’opinione a riguardo: non rispondo mai, e non perché voglio essere scortese. Piuttosto che provare con risultati disastrosi io consiglierei di seguire degli esempi, imparare a padroneggiare la luce, un tipo di post-produzione, un genere di stile. Una volta che si hanno i mezzi si può poi esprimere sé stessi, ma è impossibile farlo prima di aver sperimentato e studiato a lungo”.

Business 1 Agosto, 2019 @ 11:30

Aimee Kestenberg ha solo 29 anni e può già essere considerata una promessa della moda

di Roberta Maddalena

Staff writer, Forbes.it

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studio telecamere
Gli studi di QVC

Il suo debutto nel mondo della moda risale al 2013 quando ha lanciato una linea di borse e zaini in pelle colorata. E solo nel suo primo anno di vita, il marchio che porta il nome della sua creatrice, Aimee Kestenberg, ha incassato la cifra di 15 milioni di dollari. Numeri e fatti che hanno attirato l’attenzione di Forbes, tanto da considerare la designer originaria di Melbourne (Australia) una delle stiliste più promettenti della classifica 30 under 30. Il suo motto è “keep it real” ed è direttamente collegato alla mission di diffondere un lusso “affordable”, democratico ma sempre di tendenza. Le sue borse sono vendute oggi presso rivenditori come Nordstrom, Macy’s, Dillard’s, QVC e boutique dislocate in tutto il mondo.

Un successo alimentato da un percorso formativo serrato, che dalla facoltà di Industrial Design frequentata al Royal Melbourne Institute of Technology conduce Aimee, allora ventenne, a spostarsi a New York per frequentare la prestigiosa Parsons The New School for Design. Nel frattempo, arrivano anche le prime collaborazioni con maison del lusso quali Alexander McQueen e Ralph Lauren, e nel 2015 la designer estende la sua offerta di prodotto alla categoria travel & luggage conquistando una distribuzione di 13 paesi in 3 continenti. Ultima novità in casa Kestenberg è il lancio di una linea bimbo nel 2016 che comprende una proposta di borse pratiche per mamme sempre in movimento.

persona scalini borse
Aimee Kestenberg

Aimee si definisce una ragazza da blue jeans, giacca in pelle e sneakers ma quando si parla dei suoi successi personali non nasconde l’emozione: “Essere entrata nella prestigiosa classifica di “Forbes 30 under 30” è stato uno dei momenti più importanti della mia carriera. All’epoca avevo solo 24 anni e il mio brand aveva appena 8 mesi”, racconta la designer. Che descrive l’anima del suo brand come un mix tra la spensieratezza australiana e la frenesia della vita newyorkese.

Ma torniamo al business perché oggi Aimee Kestenberg è il brand di accessori che cresce più rapidamente in QVC Italia, retailer multimediale di shopping e intrattenimento di Qurate Retail Group. “Continuiamo a crescere e a registrare ogni anno nuovi record e sono grata per questa collaborazione. QVC mi offre l’opportunità di parlare direttamente alla mia community e condividere con loro la mia ispirazione e la mia visione. Un’esperienza intima e unica, non solo per me ma anche per le clienti”.

Ogni giorno, nel mondo, QVC coinvolge infatti milioni di clienti presentando brand sempre nuovi, dalla home al fashion, dal beauty all’elettronica, fino al gioiello. Gli accessori, che rappresentano il 13% delle vendite sia a livello globale che locale, sono una delle categorie più amate dalle clienti. Basti pensare che il 18% dei marchi lanciati da QVC Next, programma che sostiene le imprese italiane appena nate offrendo loro l’opportunità di crescere attraverso un piano di accelerazione personalizzato, appartiene proprio alla categoria degli accessori.

Nell’ottobre 2010, la società ha deciso di investire anche nel nostro Paese con il lancio di QVC Italia, oggi guidato da Paolo Penati. Per capire la portata del sito di shopping online basta dare un’occhiata ai suoi numeri nel 2018: oltre 220 milioni di pacchi spediti nel mondo da QRG, fatturato globale di 14 miliardi di dollari e un’elevata percentuale di soddisfazione dei clienti, ben il 93%.

Resta, a questo punto, una sola domanda: quale consiglio daresti a un giovane che come te vuole tentare la carriera nel fashion? E la risposta, alla fine, è sintomo del fatto che il successo, e tantomeno la saggezza, non sono sempre questione di numeri. “Ho lavorato davvero duramente per arrivare fin qui. Ho incontrato tante persone che non hanno creduto in me e che si aspettavano che rispettassi i loro ‘standard’. Tuttavia, innovare e “scardinare” non equivalgono ad adeguarsi, bensì a distinguersi. Non abbiate paura di fallire, il fallimento non esiste, significa semplicemente che avete imparato qualcosa di nuovo“.

Leader 2 Luglio, 2019 @ 4:51

Elisabetta Franchi oltre le paillettes, la stilista racconta la sua “vita in salita”

di Eleonora Poggio

Scrivo – per passione – di imprese e finanza.Leggi di più dell'autore
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La stilista Elisabetta Franchi
La stilista Elisabetta Franchi (Courtesy Elisabetta Franchi)

“Non volevo solo creare e vendere vestiti, ma ideare uno stile di vita”. A dirlo una stilista, una imprenditrice e una mamma. In una parola una donna, Elisabetta Franchi, che oggi veste i vip d’Italia e del mondo, ma che a dispetto dell’appartenenza a questo mondo dorato ha dovuto fare fronte a numerose sfide prima di raggiungere il successo.

“Oggi – racconta a Forbes.it – posso dire di essere riuscita a realizzare il mio sogno e quello che avevo condiviso con mio marito (mancato prematuramente nel 2008, ndr), ma nella vita niente viene da solo. Sono cresciuta senza papà e nel 2008 mi sono ritrovata sola con una bambina di un anno e una azienda che stava crescendo. Non ho mai mollato. Ho solo continuato.”

Oggi Elisabetta Franchi è diventato un brand (della società Betty Blue Spa) che dà lavoro a più di 300 dipendenti e che possiede 85 negozi monomarca tra Italia ed estero. Lei, classe 1968 e madre di due figli, racconta anche la sua gioventù in una famiglia modesta di Bologna e gli inizi del suo sogno.

La stilista Elisabetta Franchi con i suoi cani
La stilista Elisabetta Franchi (Courtesy Elisabetta Franchi)

“Eravamo 5 figli. Non ho potuto finire la scuola, servivano i soldi: cosi ho iniziato a lavorare a Bologna al mercato come commessa alle bancarelle, e lì ho imparato la sensibilità commerciale. Poi ho proseguito per sei mesi nel fine settimana facendo la barista e prendendomi la leadership, fino ad essere assunta in un’azienda, la Imperial di Bologna che realizzava, e lo fa ancora, il fast fashion, ossia il cosiddetto pronto moda. La fortuna dell’azienda erano i titolari, Emilia – tosta con carattere forte come il mio – ed Adriano. Ma soprattutto il loro amministratore delegato Sabatino Cennamo che è poi diventato mio marito: è stato lui a prestarmi i soldi per spiccare il volo e iniziare la mia attività imprenditoriale. Vedeva lungo, credeva in me e ha avuto ragione”. Oggi la società vale 117,2 milioni di euro di fatturato, 15,1 milioni di utile e un margine operativo di 21 milioni di euro.

La sede di Elisabetta Franchi (Courtesy Elisabetta Franchi)

Se gli si chiede quale crede sia stato il segreto che le ha permesso di arrivare a questi numeri, lei risponde con un ricordo dell’infanzia: “A 7 anni giocavo con una bambola a vestirla anche con stracci ritagliati. Ho solo proseguito ascoltando il mio istinto. Ai giovani dico solo: non cercate il successo o la fama, cercate di fare ciò che vi piace, ma di fare.”  Elisabetta Franchi è sorridente, emoziona e si emoziona. Appare vera, genuina. Anche quando racconta che “il mondo della moda è spesso frainteso: non è solo luccichio, cocktail ed aerei privati. E’ faticosissimo: ci sono tre collezioni a stagione da preparare, e a scuola la fatica non la insegnano. Ma la prima volta che vidi indossare un mio abito a Los Angeles capii che il mio percorso era corretto”. E proprio negli Stati Uniti Elisabetta ha visto iniziare il fenomeno delle testimonial per le sue collezioni, tra le prime anche Angelina Jolie: “Donne bellissime, che non ho mai dovuto pagare perché indossassero i miei abiti”, sottolinea.

Forse perché l’attenzione del mondo è riuscita a guadagnarsela semplicemente con il suo lavoro. Come avverrà ancora nei prossimi mesi. “A settembre – ci preannuncia – uscirà la storia della mia vita con Mondadori e un docu-film su Real Time”.

Style 27 Giugno, 2019 @ 9:00

Dai tacchi alla scarpa bassa in 5 secondi, una startup ha realizzato il sogno

di Roberta Maddalena

Staff writer, Forbes.it

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persona volto
Haley Pavone, fondatrice di Pashion Footwear

Pashion Footwear è sicuramente un brand rivoluzionario. Che come riporta Dana Feldman per Forbes è riuscito a coniugare, in un settore tanto competitivo come quello delle calzature donna, funzionalità e design. L’idea è della 23enne Haley Pavone, che a una festa con gli amici si infortuna al piede a causa di tacchi troppo alti. Dopo quell’episodio, l’intuizione: creare la prima scarpa con il tacco convertibile. Ossia l’invenzione di un tacco capace di trasformarsi in meno di cinque secondi in una comoda calzatura flat, praticamente il sogno di ogni donna.

Ben presto, nel team sono arrivati anche Tyler Unbehand, specializzato in tecnologia industriale, e Seiji van Bronkhorst, ingegnere meccanico specializzato nella progettazione di scarpe. E sono arrivati anche i primi successi professionali: dal lancio della startup con base a San Luis Obispo (California) nel 2016, il team ha presentato il concept alla Annual Elevator Pitch Competition di Cal Poly aggiudicandosi il secondo posto. Qualche mese dopo, hanno sviluppato il loro primo prototipo e lo hanno presentato al concorso annuale Innovation Quest, dove hanno portato a casa un altro primo premio di 15mila dollari. E nell’arco di soli due anni la realtà ha raccolto 1,7 milioni di dollari di finanziamenti grazie a due investitori principali: Forrest Fleming ed Entrada Ventures.

La suola della scarpa è realizzata in materiale termoplastico e nylon, il che consente una certa flessibilità tra il tallone e la pianta del piede. Al momento, i modelli presenti sul sito costano 165 dollari e comprendono un pacchetto Tech convertibile completo (due suole e due tacchi, due supporti per arco rimovibili, cappucci in gomma sul tallone per proteggere le scarpe e una borsa con lacci per riporre le parti).

Style 26 Giugno, 2019 @ 3:14

Brett Johnson dichiara il suo amore per l’Italia e apre un headquarter nel cuore di Milano

di Anna Rita Russo

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Brett Johnson collezione PE 2020

Il suo cognome rimbomba nelle menti dei più. La stampa ne parla e il mondo della moda lo apprezza per la sua spiccata creatività e il suo talento. Brett Johnson è il figlio dei fondatori di BET-Black Entertainment Television (il padre è Robert Louis Johnson e la madre è Sheila Johnson, entrambi inseriti nel 2009 nella lista di Forbes The Wealthiest Black Americans), il celebre canale televisivo di proprietà dal 2001 del gruppo Viacom – colosso statunitense del settore media ed entertainment – con sede a Washington.

Dopo una serie di esperienze lavorative all’interno del portfolio delle attività di famiglia, dove ha ricoperto importanti ruoli esecutivi, a contatto anche con l’ambito della finanza, Brett Johnson, giovane trentenne cresciuto a Washington D.C., nel 2014 decide di dare vita al suo omonimo marchio, che fin dal lancio della prima collezione è stato in grado di ritagliarsi un posto di tutto rispetto nel panorama fashion internazionale.

“Sono orgoglioso di aver fondato un brand di lusso riconosciuto a livello globale, una grande soddisfazione per me che provengo da una famiglia a cui negli anni hanno associato sempre molti primati come afro-americani: primi miliardari, prime società quotate, primi proprietari di leghe sportive professionistiche, primi classificati a prestigiosi concorsi ippici ecc… I miei genitori, che nonostante non siano più così giovani continuano a lavorare duramente ogni giorno, mi hanno trasmesso un’instancabile etica lavorativa”, ha dichiarato a forbes.it Brett Johnson. Che fin da bambino ha capito che avrebbe voluto diventare stilista.

“Non avevo dubbi che il mio futuro sarebbe stato la moda, soprattutto quando a 6 o 7 anni ho incominciato a collezionare scarpe (arrivando a possederne attualmente oltre 800 paia, ndr), per poi farle personalizzare dal calzolaio con materiali diversi che ero solito procurare da me, per creare un mio stile personale”, ha continuato Johnson.

Passione e determinazione che hanno dato col tempo i loro frutti. E dopo New York, dove nel 2017 ha aperto un flagship store nel cuore di Soho, a Mercer Street, c’è Milano. Agli inizi del 2019 Johnson ha inaugurato il suo nuovo show-room in Via Alessandro Manzoni 38, in cui in occasione della fashion week maschile di giugno, ha presentato la sua collezione primavera estate 2020 debuttando nel calendario ufficiale di Milano Moda Uomo. Realizzando così il suo sogno italiano.

“Amo l’Italia, è un Paese eccezionale, perché vanta una ricca storia di architettura, artigianalità e cultura, elementi centrali nel processo di sviluppo delle mie creazioni”, ha dichiarato. “I miei capi sono prodotti interamente in Italia, il Made in Italy rappresenta una ricchezza invidiabile, ogni prodotto viene realizzato grazie a un know how artigianale senza eguali. Presentare la mia collezione a Milano è stato per me un sogno”.

Dall’America all’Italia, due Paesi diversi ma con grandi potenzialità, a cui Johnson è legato da un feeling speciale. Un percorso che porta con sé dedizione, volontà e desiderio di creare qualcosa di unico, con una forte identità. “Credo ogni Paese nel mondo abbia come riferimento l’Italia, sia per quanto riguarda l’aspetto retail sia dal punto di vista del design”, ha detto Johnson. “Gli stilisti italiani sono dei veri talenti, mi piace paragonarli ai grandi chef per la loro abilità di ottenere sapori così audaci attraverso piatti semplici. Un esempio è Giorgio Armani, resta in assoluto il mio preferito”.

persona volto
Brett Johnson

Con il debutto nel capoluogo lombardo, Brett Johnson porta la sua concezione stilistica sotto i riflettori di Milano, veicolando un’idea di estetica che va oltre il mero concetto di moda e dove la cultura, i valori, il savoir-fare italiano e l’uso di materie prime pregiate giocano un ruolo chiave. “Ciascun pezzo della collezione esalta l’aspetto moderno, chic e lussuoso del brand, abbiamo utilizzato tessuti e pellami eccellenti, nobili filati, lavorati nei laboratori del distretto tosco-umbro”, ha sottolineato Johnson.

Capi che uniscono tradizione e contemporaneità, casual e sartoriale, pensati per un gentleman dall’appeal internazionale. Tra jeans, field jacket, camicie in lino, maglie in cashmere silk, piumini smanicati, sneakers ed espadrillas in cashmere suede. Con focus anche sugli accessori, come cinture in coccodrillo, weekend bag, valigie e zaini. Un trionfo di eleganza, fra classico e moderno per una dichiarazione d’amore per il Bel Paese. E quando gli si chiede riguardo alle strategie di distribuzione o ai prossimi progetti in cantiere, Johnson risponde: “Attualmente l’Europa è il mercato per noi più performante, ma vogliamo consolidare la nostra presenza in Italia, Francia, Germania e Svizzera, ed espanderci in Asia – soprattutto Cina, Taiwan e Giappone – poi Medio Oriente e Russia. Stiamo pianificando collaborazioni con selezionati department store e boutique multibrand. Infine abbiamo in programma l’apertura di un monomarca a Milano”, ha concluso. Quando si dice ‘al cuor non si comanda’.

 

 

Leader 18 Giugno, 2019 @ 8:40

Chi sono i 16 eredi delle 8 family business del fashion

di Forbes.it

Staff

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Da sinistra: Brenna Lardini, Leo Moretti, Alessio Lardini, Clio Moretti, Alberto Santolini. Seduta: Genea Lardini.

Articolo tratto dal numero di giugno 2019 di Forbes Italia. Abbonati. 
Di Walter Ricci

Quindici leader in erba per otto dinastie del fashion system. Eredi, ma al tempo stesso manager e creativi. Uomini e donne di relazioni. Ma anche professionisti capaci di guidare verso il futuro le aziende di famiglia, all’interno delle quali lavorano non solo da stilisti, ma anche da esperti di comunicazione, di nuove tecnologie e di sviluppo dei mercati internazionali. Volutamente Forbes ha lasciato da parte le imprese dei loro genitori, che hanno contribuito a fare grande la moda made in Italy, per concentrarsi sui profili della nuova generazione di numeri uno.

Oltre al cognome blasonato, i professionisti di questa breve rassegna, hanno dimostrato notevoli doti manageriali, una spiccata attitudine all’innovazione, una visione internazionale, una visibilità ottenuta ma non cercata. L’età media è di 32 anni: subito oltre la soglia degli under30. Ma secondo molti osservatori non c’è dubbio: sono loro i protagonisti del cambiamento.

Margherita Missoni
“Accettare il cambiamento senza sradicarsi dalla tradizione”. Questo il motto che regola le scelte di Margherita Missoni, 35 anni, nipote di Ottavio Missoni e figlia di Angela. Dopo aver lavorato un decennio per l’azienda di famiglia, prima come ambasciatrice e poi nel reparto stile, decide di allontanarsi e lanciare un progetto tutto suo, salvo poi ripensarci e fare ritorno a casa. Così da pochi mesi è il nuovo direttore creativo di MMissoni, la linea giovane del gruppo, e si prepara a lanciare un grande progetto di rinnovamento che avrà inizio con la collezione primavera estate 2020.

Lorenzo Bertelli. (Photo by Massimo Bettiol/Getty Images)

Lorenzo Bertelli
È il figlio 31enne di Miuccia Prada e di Patrizio Bertelli. Sta studiando da capo azienda e per questo ha messo l’attività di famiglia davanti alla sua vera passione, il rally, anche se chi lo conosce assicura che non ha intenzione di togliere completamente il piede dall’acceleratore. Un giorno prenderà le redini del gruppo italiano del lusso: “Se lo vorrà”. A dirlo è stato proprio suo padre, commentando il suo incarico nel gruppo. Oggi Lorenzo è responsabile della comunicazione digitale dell’azienda.

Alessio Lardini, Brenna Lardini,
Genea Lardini, Clio Moretti,
Leo Moretti e Alberto Santolini
A giocare un ruolo fondamentale nel successo dell’azienda di famiglia, è il lavoro di squadra.
Lo sa bene la seconda generazione di casa Lardini, cresciuta all’interno dell’azienda di Filottrano, vicino ad Ancona. In sei sono già operativi, ognuno con un ruolo specifico e cucito su misura. Alessio, 36 anni, lavora sulla linea Uomo, sua cugina Genea, 32 anni, è l’anima della linea donna. Brenna, 31 anni, è incaricata di seguire la comunicazione, il digital è invece affare di Clio, 35 anni. Alberto, 26 anni, è il tecnico del gruppo, Leo, 39 anni, si occupa di sviluppare Gabriele Pasini, marchio in comproprietà.

Franco e Giacomo Loro Piana
A Franco e Giacomo Loro Piana, rispettivamente 36 e 38 anni, entrambi figli di Pigi, l’etichetta di rampolli o ereditieri è sempre stata stretta. Così il passaggio dell’85% del gruppo di famiglia ai francesi di Lvmh è stato un ottimo pretesto per mettersi in gioco direttamente. Insieme hanno creato Sease, un marchio che accomuna tutte le loro passioni, sci e vela, riviste con i codici dell’eleganza in chiave contemporanea. E la loro idea di mollare gli ormeggi verso le proprie passioni funziona: i capi sono già richiestissimi.

Pietro Ruffini
Ha ventinove anni e una esperienza come consulente in Bain & Company. Ora, insieme al fratello Romeo, 26 anni, e al padre Remo, che ha guidato Moncler al successo planetario, è parte di Archive, una newco che punta ad acquisire quote di marchi dalla grandi potenzialità e farne decollare il business. Nel segmento moda, è stato scelto The Attico, il brand di super tendenza fondato dalle influencer Gilda Ambrosio e Giorgia Tordini. Mentre sul fronte food, il giovane Ruffini avrà il compito di far volare ancora più alto i ristoranti milanesi (e quello temporary a Paraggi) aperti sotto l’insegna Langosteria.

Carolina Castiglioni è la figlia di Consuelo, fondatrice di Marni.

Carolina Castiglioni
Ha compiuto un percorso diverso da quello di molti figli di: senza dimenticare le proprie origini, le ha integrate, infatti, in un progetto tutto nuovo. Figlia 38enne di Consuelo, fondatrice di Marni, dopo l’uscita in massa di tutto il clan Castiglioni dal marchio, si è rimessa in gioco con Plan C. Una startup che però resta un family business: in questa impresa, infatti, Carolina è affiancata dal padre Gianni Castiglioni e dal fratello Giovanni.

Mariano e Walter De Matteis
Da Posillipo a Singapore, passando per Milano. Le giornate dei gemelli Walter e Mariano De Matteis, napoletani, ultima generazione della dinastia sartoriale di Kiton, sono sempre più indaffarate, specie da quando hanno assunto la guida di Knt, la linea giovane della maison partenopea. A 26 anni, terminati gli studi, sono entrati in azienda al fianco del padre e lo hanno convinto a lanciarsi nell’impresa di insegnare ai loro coetanei, i millennial, a vestire sartoriale.

Efisio Marras
Papà fuoriclasse, figlio campione? È il caso di Efisio Marras che da papà Antonio ha ereditato la visionarietà. Un talento che il 26enne pensava di riversare nella fotografia o nella musica, le sue passioni, e che invece lo ha portato dritto dritto alla direzione creativa di I’m Isola Marras, la collezione giovane della maison di famiglia. Efisio ha subito fatto centro come stilista, scelto anche per una collaborazione con il brand Lubiam.

Edoardo Zegna, figlio dell’amministratore delegato Gildo.

Edoardo Zegna
Nella famiglia Zegna ci sono regole non scritte, ma inderogabili che regolano l’ingresso in azienda delle nuove generazioni: ci vuole una laurea e si deve aver lavorato all’estero per cinque anni. Impegni seri, non lavoretti. Condizioni tutte rispettate a pieno da Edoardo Zegna, figlio dell’amministratore delegato Gildo, che si è fatto le ossa da Gap e ora è a capo dell’omnichannel dell’azienda di abbigliamento maschile.

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