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Leader 2 luglio, 2019 @ 4:51

Elisabetta Franchi oltre le paillettes, la stilista racconta la sua “vita in salita”

di Eleonora Poggio

Scrivo – per passione – di imprese e finanza.Leggi di più dell'autore
Di Mandrogne, un piccolo paese in provincia di Alessandria. Laureata in Economia aziendale presso l’Università Bocconi, con un master in Relazioni pubbliche alla IULM, è giornalista pubblicista dal 2007. Scrive per passione, soprattutto di storie imprenditoriali. Ha condotto un programma televisivo a carattere economico finanziario su 7Gold regionale, oltre che eventi istituzionali e benefici. Adora viaggiare, sciare, nuotare e giocare a golf. chiudi
La stilista Elisabetta Franchi
La stilista Elisabetta Franchi (Courtesy Elisabetta Franchi)

“Non volevo solo creare e vendere vestiti, ma ideare uno stile di vita”. A dirlo una stilista, una imprenditrice e una mamma. In una parola una donna, Elisabetta Franchi, che oggi veste i vip d’Italia e del mondo, ma che a dispetto dell’appartenenza a questo mondo dorato ha dovuto fare fronte a numerose sfide prima di raggiungere il successo.

“Oggi – racconta a Forbes.it – posso dire di essere riuscita a realizzare il mio sogno e quello che avevo condiviso con mio marito (mancato prematuramente nel 2008, ndr), ma nella vita niente viene da solo. Sono cresciuta senza papà e nel 2008 mi sono ritrovata sola con una bambina di un anno e una azienda che stava crescendo. Non ho mai mollato. Ho solo continuato.”

Oggi Elisabetta Franchi è diventato un brand (della società Betty Blue Spa) che dà lavoro a più di 300 dipendenti e che possiede 85 negozi monomarca tra Italia ed estero. Lei, classe 1968 e madre di due figli, racconta anche la sua gioventù in una famiglia modesta di Bologna e gli inizi del suo sogno.

La stilista Elisabetta Franchi con i suoi cani
La stilista Elisabetta Franchi (Courtesy Elisabetta Franchi)

“Eravamo 5 figli. Non ho potuto finire la scuola, servivano i soldi: cosi ho iniziato a lavorare a Bologna al mercato come commessa alle bancarelle, e lì ho imparato la sensibilità commerciale. Poi ho proseguito per sei mesi nel fine settimana facendo la barista e prendendomi la leadership, fino ad essere assunta in un’azienda, la Imperial di Bologna che realizzava, e lo fa ancora, il fast fashion, ossia il cosiddetto pronto moda. La fortuna dell’azienda erano i titolari, Emilia – tosta con carattere forte come il mio – ed Adriano. Ma soprattutto il loro amministratore delegato Sabatino Cennamo che è poi diventato mio marito: è stato lui a prestarmi i soldi per spiccare il volo e iniziare la mia attività imprenditoriale. Vedeva lungo, credeva in me e ha avuto ragione”. Oggi la società vale 117,2 milioni di euro di fatturato, 15,1 milioni di utile e un margine operativo di 21 milioni di euro.

La sede di Elisabetta Franchi (Courtesy Elisabetta Franchi)

Se gli si chiede quale crede sia stato il segreto che le ha permesso di arrivare a questi numeri, lei risponde con un ricordo dell’infanzia: “A 7 anni giocavo con una bambola a vestirla anche con stracci ritagliati. Ho solo proseguito ascoltando il mio istinto. Ai giovani dico solo: non cercate il successo o la fama, cercate di fare ciò che vi piace, ma di fare.”  Elisabetta Franchi è sorridente, emoziona e si emoziona. Appare vera, genuina. Anche quando racconta che “il mondo della moda è spesso frainteso: non è solo luccichio, cocktail ed aerei privati. E’ faticosissimo: ci sono tre collezioni a stagione da preparare, e a scuola la fatica non la insegnano. Ma la prima volta che vidi indossare un mio abito a Los Angeles capii che il mio percorso era corretto”. E proprio negli Stati Uniti Elisabetta ha visto iniziare il fenomeno delle testimonial per le sue collezioni, tra le prime anche Angelina Jolie: “Donne bellissime, che non ho mai dovuto pagare perché indossassero i miei abiti”, sottolinea.

Forse perché l’attenzione del mondo è riuscita a guadagnarsela semplicemente con il suo lavoro. Come avverrà ancora nei prossimi mesi. “A settembre – ci preannuncia – uscirà la storia della mia vita con Mondadori e un docu-film su Real Time”.

Style 27 giugno, 2019 @ 9:00

Dai tacchi alla scarpa bassa in 5 secondi, una startup ha realizzato il sogno

di Roberta Maddalena

Staff writer, Forbes.it

Scrivo di moda e tutto ciò che le gravita attorno.Leggi di più dell'autore
Nata in Sicilia, si trasferisce a Milano per studiare giurisprudenza ma soprattutto per inseguire la sua più grande passione: la scrittura. In precedenza ha collaborato con il quotidiano di Class editori MFFashion occupandosi di moda e finanza. Appassionata di romanzi gialli, musica jazz e cinema. chiudi
persona volto
Haley Pavone, fondatrice di Pashion Footwear

Pashion Footwear è sicuramente un brand rivoluzionario. Che come riporta Dana Feldman per Forbes è riuscito a coniugare, in un settore tanto competitivo come quello delle calzature donna, funzionalità e design. L’idea è della 23enne Haley Pavone, che a una festa con gli amici si infortuna al piede a causa di tacchi troppo alti. Dopo quell’episodio, l’intuizione: creare la prima scarpa con il tacco convertibile. Ossia l’invenzione di un tacco capace di trasformarsi in meno di cinque secondi in una comoda calzatura flat, praticamente il sogno di ogni donna.

Ben presto, nel team sono arrivati anche Tyler Unbehand, specializzato in tecnologia industriale, e Seiji van Bronkhorst, ingegnere meccanico specializzato nella progettazione di scarpe. E sono arrivati anche i primi successi professionali: dal lancio della startup con base a San Luis Obispo (California) nel 2016, il team ha presentato il concept alla Annual Elevator Pitch Competition di Cal Poly aggiudicandosi il secondo posto. Qualche mese dopo, hanno sviluppato il loro primo prototipo e lo hanno presentato al concorso annuale Innovation Quest, dove hanno portato a casa un altro primo premio di 15mila dollari. E nell’arco di soli due anni la realtà ha raccolto 1,7 milioni di dollari di finanziamenti grazie a due investitori principali: Forrest Fleming ed Entrada Ventures.

La suola della scarpa è realizzata in materiale termoplastico e nylon, il che consente una certa flessibilità tra il tallone e la pianta del piede. Al momento, i modelli presenti sul sito costano 165 dollari e comprendono un pacchetto Tech convertibile completo (due suole e due tacchi, due supporti per arco rimovibili, cappucci in gomma sul tallone per proteggere le scarpe e una borsa con lacci per riporre le parti).

Style 26 giugno, 2019 @ 3:14

Brett Johnson dichiara il suo amore per l’Italia e apre un headquarter nel cuore di Milano

di Anna Rita Russo

Fashion editor.Leggi di più dell'autore
Beneventana di nascita trapiantata a Milano. Da sempre attratta dallo sfavillio del mondo della moda e del lusso, ha fatto della propria passione un lavoro. Ha collaborato con Modem Edition e diretto il coordinamento editoriale e di moda delle riviste Posh e Kult. Parla quattro lingue, adora follemente il francese. chiudi
modelli
Brett Johnson collezione PE 2020

Il suo cognome rimbomba nelle menti dei più. La stampa ne parla e il mondo della moda lo apprezza per la sua spiccata creatività e il suo talento. Brett Johnson è il figlio dei fondatori di BET-Black Entertainment Television (il padre è Robert Louis Johnson e la madre è Sheila Johnson, entrambi inseriti nel 2009 nella lista di Forbes The Wealthiest Black Americans), il celebre canale televisivo di proprietà dal 2001 del gruppo Viacom – colosso statunitense del settore media ed entertainment – con sede a Washington.

Dopo una serie di esperienze lavorative all’interno del portfolio delle attività di famiglia, dove ha ricoperto importanti ruoli esecutivi, a contatto anche con l’ambito della finanza, Brett Johnson, giovane trentenne cresciuto a Washington D.C., nel 2014 decide di dare vita al suo omonimo marchio, che fin dal lancio della prima collezione è stato in grado di ritagliarsi un posto di tutto rispetto nel panorama fashion internazionale.

“Sono orgoglioso di aver fondato un brand di lusso riconosciuto a livello globale, una grande soddisfazione per me che provengo da una famiglia a cui negli anni hanno associato sempre molti primati come afro-americani: primi miliardari, prime società quotate, primi proprietari di leghe sportive professionistiche, primi classificati a prestigiosi concorsi ippici ecc… I miei genitori, che nonostante non siano più così giovani continuano a lavorare duramente ogni giorno, mi hanno trasmesso un’instancabile etica lavorativa”, ha dichiarato a forbes.it Brett Johnson. Che fin da bambino ha capito che avrebbe voluto diventare stilista.

“Non avevo dubbi che il mio futuro sarebbe stato la moda, soprattutto quando a 6 o 7 anni ho incominciato a collezionare scarpe (arrivando a possederne attualmente oltre 800 paia, ndr), per poi farle personalizzare dal calzolaio con materiali diversi che ero solito procurare da me, per creare un mio stile personale”, ha continuato Johnson.

Passione e determinazione che hanno dato col tempo i loro frutti. E dopo New York, dove nel 2017 ha aperto un flagship store nel cuore di Soho, a Mercer Street, c’è Milano. Agli inizi del 2019 Johnson ha inaugurato il suo nuovo show-room in Via Alessandro Manzoni 38, in cui in occasione della fashion week maschile di giugno, ha presentato la sua collezione primavera estate 2020 debuttando nel calendario ufficiale di Milano Moda Uomo. Realizzando così il suo sogno italiano.

“Amo l’Italia, è un Paese eccezionale, perché vanta una ricca storia di architettura, artigianalità e cultura, elementi centrali nel processo di sviluppo delle mie creazioni”, ha dichiarato. “I miei capi sono prodotti interamente in Italia, il Made in Italy rappresenta una ricchezza invidiabile, ogni prodotto viene realizzato grazie a un know how artigianale senza eguali. Presentare la mia collezione a Milano è stato per me un sogno”.

Dall’America all’Italia, due Paesi diversi ma con grandi potenzialità, a cui Johnson è legato da un feeling speciale. Un percorso che porta con sé dedizione, volontà e desiderio di creare qualcosa di unico, con una forte identità. “Credo ogni Paese nel mondo abbia come riferimento l’Italia, sia per quanto riguarda l’aspetto retail sia dal punto di vista del design”, ha detto Johnson. “Gli stilisti italiani sono dei veri talenti, mi piace paragonarli ai grandi chef per la loro abilità di ottenere sapori così audaci attraverso piatti semplici. Un esempio è Giorgio Armani, resta in assoluto il mio preferito”.

persona volto
Brett Johnson

Con il debutto nel capoluogo lombardo, Brett Johnson porta la sua concezione stilistica sotto i riflettori di Milano, veicolando un’idea di estetica che va oltre il mero concetto di moda e dove la cultura, i valori, il savoir-fare italiano e l’uso di materie prime pregiate giocano un ruolo chiave. “Ciascun pezzo della collezione esalta l’aspetto moderno, chic e lussuoso del brand, abbiamo utilizzato tessuti e pellami eccellenti, nobili filati, lavorati nei laboratori del distretto tosco-umbro”, ha sottolineato Johnson.

Capi che uniscono tradizione e contemporaneità, casual e sartoriale, pensati per un gentleman dall’appeal internazionale. Tra jeans, field jacket, camicie in lino, maglie in cashmere silk, piumini smanicati, sneakers ed espadrillas in cashmere suede. Con focus anche sugli accessori, come cinture in coccodrillo, weekend bag, valigie e zaini. Un trionfo di eleganza, fra classico e moderno per una dichiarazione d’amore per il Bel Paese. E quando gli si chiede riguardo alle strategie di distribuzione o ai prossimi progetti in cantiere, Johnson risponde: “Attualmente l’Europa è il mercato per noi più performante, ma vogliamo consolidare la nostra presenza in Italia, Francia, Germania e Svizzera, ed espanderci in Asia – soprattutto Cina, Taiwan e Giappone – poi Medio Oriente e Russia. Stiamo pianificando collaborazioni con selezionati department store e boutique multibrand. Infine abbiamo in programma l’apertura di un monomarca a Milano”, ha concluso. Quando si dice ‘al cuor non si comanda’.

 

 

Leader 18 giugno, 2019 @ 8:40

Chi sono i 16 eredi delle 8 family business del fashion

di Forbes.it

Staff

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Da sinistra: Brenna Lardini, Leo Moretti, Alessio Lardini, Clio Moretti, Alberto Santolini. Seduta: Genea Lardini.

Articolo tratto dal numero di giugno 2019 di Forbes Italia. Abbonati. 
Di Walter Ricci

Quindici leader in erba per otto dinastie del fashion system. Eredi, ma al tempo stesso manager e creativi. Uomini e donne di relazioni. Ma anche professionisti capaci di guidare verso il futuro le aziende di famiglia, all’interno delle quali lavorano non solo da stilisti, ma anche da esperti di comunicazione, di nuove tecnologie e di sviluppo dei mercati internazionali. Volutamente Forbes ha lasciato da parte le imprese dei loro genitori, che hanno contribuito a fare grande la moda made in Italy, per concentrarsi sui profili della nuova generazione di numeri uno.

Oltre al cognome blasonato, i professionisti di questa breve rassegna, hanno dimostrato notevoli doti manageriali, una spiccata attitudine all’innovazione, una visione internazionale, una visibilità ottenuta ma non cercata. L’età media è di 32 anni: subito oltre la soglia degli under30. Ma secondo molti osservatori non c’è dubbio: sono loro i protagonisti del cambiamento.

Margherita Missoni
“Accettare il cambiamento senza sradicarsi dalla tradizione”. Questo il motto che regola le scelte di Margherita Missoni, 35 anni, nipote di Ottavio Missoni e figlia di Angela. Dopo aver lavorato un decennio per l’azienda di famiglia, prima come ambasciatrice e poi nel reparto stile, decide di allontanarsi e lanciare un progetto tutto suo, salvo poi ripensarci e fare ritorno a casa. Così da pochi mesi è il nuovo direttore creativo di MMissoni, la linea giovane del gruppo, e si prepara a lanciare un grande progetto di rinnovamento che avrà inizio con la collezione primavera estate 2020.

Lorenzo Bertelli. (Photo by Massimo Bettiol/Getty Images)

Lorenzo Bertelli
È il figlio 31enne di Miuccia Prada e di Patrizio Bertelli. Sta studiando da capo azienda e per questo ha messo l’attività di famiglia davanti alla sua vera passione, il rally, anche se chi lo conosce assicura che non ha intenzione di togliere completamente il piede dall’acceleratore. Un giorno prenderà le redini del gruppo italiano del lusso: “Se lo vorrà”. A dirlo è stato proprio suo padre, commentando il suo incarico nel gruppo. Oggi Lorenzo è responsabile della comunicazione digitale dell’azienda.

Alessio Lardini, Brenna Lardini,
Genea Lardini, Clio Moretti,
Leo Moretti e Alberto Santolini
A giocare un ruolo fondamentale nel successo dell’azienda di famiglia, è il lavoro di squadra.
Lo sa bene la seconda generazione di casa Lardini, cresciuta all’interno dell’azienda di Filottrano, vicino ad Ancona. In sei sono già operativi, ognuno con un ruolo specifico e cucito su misura. Alessio, 36 anni, lavora sulla linea Uomo, sua cugina Genea, 32 anni, è l’anima della linea donna. Brenna, 31 anni, è incaricata di seguire la comunicazione, il digital è invece affare di Clio, 35 anni. Alberto, 26 anni, è il tecnico del gruppo, Leo, 39 anni, si occupa di sviluppare Gabriele Pasini, marchio in comproprietà.

Franco e Giacomo Loro Piana
A Franco e Giacomo Loro Piana, rispettivamente 36 e 38 anni, entrambi figli di Pigi, l’etichetta di rampolli o ereditieri è sempre stata stretta. Così il passaggio dell’85% del gruppo di famiglia ai francesi di Lvmh è stato un ottimo pretesto per mettersi in gioco direttamente. Insieme hanno creato Sease, un marchio che accomuna tutte le loro passioni, sci e vela, riviste con i codici dell’eleganza in chiave contemporanea. E la loro idea di mollare gli ormeggi verso le proprie passioni funziona: i capi sono già richiestissimi.

Pietro Ruffini
Ha ventinove anni e una esperienza come consulente in Bain & Company. Ora, insieme al fratello Romeo, 26 anni, e al padre Remo, che ha guidato Moncler al successo planetario, è parte di Archive, una newco che punta ad acquisire quote di marchi dalla grandi potenzialità e farne decollare il business. Nel segmento moda, è stato scelto The Attico, il brand di super tendenza fondato dalle influencer Gilda Ambrosio e Giorgia Tordini. Mentre sul fronte food, il giovane Ruffini avrà il compito di far volare ancora più alto i ristoranti milanesi (e quello temporary a Paraggi) aperti sotto l’insegna Langosteria.

Carolina Castiglioni è la figlia di Consuelo, fondatrice di Marni.

Carolina Castiglioni
Ha compiuto un percorso diverso da quello di molti figli di: senza dimenticare le proprie origini, le ha integrate, infatti, in un progetto tutto nuovo. Figlia 38enne di Consuelo, fondatrice di Marni, dopo l’uscita in massa di tutto il clan Castiglioni dal marchio, si è rimessa in gioco con Plan C. Una startup che però resta un family business: in questa impresa, infatti, Carolina è affiancata dal padre Gianni Castiglioni e dal fratello Giovanni.

Mariano e Walter De Matteis
Da Posillipo a Singapore, passando per Milano. Le giornate dei gemelli Walter e Mariano De Matteis, napoletani, ultima generazione della dinastia sartoriale di Kiton, sono sempre più indaffarate, specie da quando hanno assunto la guida di Knt, la linea giovane della maison partenopea. A 26 anni, terminati gli studi, sono entrati in azienda al fianco del padre e lo hanno convinto a lanciarsi nell’impresa di insegnare ai loro coetanei, i millennial, a vestire sartoriale.

Efisio Marras
Papà fuoriclasse, figlio campione? È il caso di Efisio Marras che da papà Antonio ha ereditato la visionarietà. Un talento che il 26enne pensava di riversare nella fotografia o nella musica, le sue passioni, e che invece lo ha portato dritto dritto alla direzione creativa di I’m Isola Marras, la collezione giovane della maison di famiglia. Efisio ha subito fatto centro come stilista, scelto anche per una collaborazione con il brand Lubiam.

Edoardo Zegna, figlio dell’amministratore delegato Gildo.

Edoardo Zegna
Nella famiglia Zegna ci sono regole non scritte, ma inderogabili che regolano l’ingresso in azienda delle nuove generazioni: ci vuole una laurea e si deve aver lavorato all’estero per cinque anni. Impegni seri, non lavoretti. Condizioni tutte rispettate a pieno da Edoardo Zegna, figlio dell’amministratore delegato Gildo, che si è fatto le ossa da Gap e ora è a capo dell’omnichannel dell’azienda di abbigliamento maschile.

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Business 30 maggio, 2019 @ 3:02

Yoox Net-A-Porter Group cerca le imprenditrici del futuro

di Roberta Maddalena

Staff writer, Forbes.it

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Nata in Sicilia, si trasferisce a Milano per studiare giurisprudenza ma soprattutto per inseguire la sua più grande passione: la scrittura. In precedenza ha collaborato con il quotidiano di Class editori MFFashion occupandosi di moda e finanza. Appassionata di romanzi gialli, musica jazz e cinema. chiudi
ragazze telefono sorriso
(Courtesy Yoox)

Yoox Net-A-Porter Group prosegue il suo impegno a favore dell’inclusività e dell’empowerment femminile. L’azienda italiana attiva nel settore delle vendite online di beni lusso capitanata da Federico Marchetti ha lanciato infatti un concorso chiamato “Incredible Girls of the Future” con l’obiettivo di individuare le future imprenditrici pronte a rivoluzionare il settore della moda.

Imprenditrici del futuro: come funziona il concorso Yoox

In particolare, il contest, aperto fino al 1 luglio, invita giovani donne di tutto il mondo tra 16 e 25 anni a presentare una nuova app di moda in grado di creare un cambiamento sostenibile. Tutti i progetti candidati, però, dovranno dimostrare il loro stretto legame con la tecnologia e la loro capacità di avere un impatto positivo nel  mondo per le generazioni future. A giudicare le varie proposte sarà un panel di esperti internazionali della moda e della tecnologia composto da Brent Hoberman, co-fondatore e presidente esecutivo da firstminute capital, Founders Factory e Founders Forum, Bozoma Saint John, chief marketing officer di Endeavor, Leandra Medine, autrice e fondatrice di Man Repeller, Margherita Maccapani Missoni, direttore creativo di M Missoni e infine Brita Fernandez Schmidt, direttore esecutivo di Women for Women UK. Le chiavi vincenti che convinceranno i giudici presieduti da Marchetti, Alison Loehnis, president di NET-A-PORTER e MR PORTER, e da Sarah Bailey, acting editor di PORTER Magazine? Originalità, imprenditorialità, capacità di pianificazione e di problem solving.

L’impegno di Yoox Net-A-Porter Group a favore dell’imprenditoria femminile

L’iniziativa conferma l’impegno del gruppo di creare una cultura inclusiva, dove tutti possono raggiungere e realizzare il proprio potenziale senza barriere. L’anno scorso, una ricerca commissionata nel Regno Unito da Yoox ha messo in evidenza il fatto che il 50% delle ragazze intervistate crede che la tecnologia non sia un settore stimolante e poche di loro lo associano alla moda. Ecco allora spiegata l’importanza del concorso che ha, quindi, l’obiettivo di far scoprire le potenzialità creative che la tecnologia può offrire, attraverso le lenti della moda.

“È incredibilmente importante coltivare i giovani talenti e offrire una piattaforma per far sentire le loro voci. Questa industria prospera grazie a nuove innovazioni e la crescente era digitale richiede più che mai una creatività tecnologica. Vedere Yoox impegnarsi nel creare opportunità per le nuove generazioni è molto stimolante e non vedo l’ora di fare parte di questo processo”, ha detto Margherita Missoni.

La vincitrice otterrà un posto nell’ambito programma di mentorship con gli executives del gruppo con lo scopo di fornire alla giovane innovatrice consigli pratici per rendere realtà la propria visione. Inoltre, avrà la possibilità di apparire sui vari canali di NET-A-PORTER e partecipare a un’esclusiva sessione di styling one-to-one con un personal shopper (con un buono da €1.165 da spendere sul sito).

I numeri dell’inclusività per Yoox Net-A-Porter Group

Attualmente, due terzi dei loro 5000 talenti, quasi il doppio della media delle aziende che operano nel settore tech, e oltre il 50% dei senior leader sono donne. Dal 2016, inoltre, in collaborazione con istituzioni internazionali come Imperial College London e Fondazione Golinelli a Bologna, il gruppo ha investito nell’educazione digitale con il progetto Digital Education Programme (nel 2018 sono stati formati oltre 3.400 giovani talenti, di cui il 55% ragazze).

 

 

Style 28 maggio, 2019 @ 10:50

Carlo Pignatelli rende omaggio a Torino e all’alta artigianalità

di Anna Rita Russo

Fashion editor.Leggi di più dell'autore
Beneventana di nascita trapiantata a Milano. Da sempre attratta dallo sfavillio del mondo della moda e del lusso, ha fatto della propria passione un lavoro. Ha collaborato con Modem Edition e diretto il coordinamento editoriale e di moda delle riviste Posh e Kult. Parla quattro lingue, adora follemente il francese. chiudi
Francesco e Carlo Pignatelli
Francesco e Carlo Pignatelli alla kermesse HOAS-History of a Style

È il maestro del made in Italy e il couturier di abiti da cerimonia da oltre cinquant’anni. Carlo Pignatelli ha saputo distinguersi nel tempo come sinonimo di eccellente manifattura artigianale e stile elegante e raffinato, arrivando a contare oggi un fatturato di 20 milioni di euro e una distribuzione basata su tre monomarca e 250 multibrand in Italia, oltre a 100 punti vendita sparsi in giro per il mondo.

“Lo scorso anno abbiamo raggiunto un importante traguardo, il cinquantesimo anniversario dall’apertura della prima sartoria nel 1968, proprio qui a Torino. È stato mio zio a inaugurare un nuovo mercato che ha preso piede in maniera veloce fin dagli esordi in tutta Italia, con un’esplosione negli anni ’80 ed espandendosi successivamente nel resto del mondo con grande successo”, ha commentato a forbes.it Francesco Pignatelli, nipote dello stilista Carlo e attuale direttore creativo della maison.

In occasione della chiusura di HOAS-History of a Style, la quattro giorni di rassegna di moda che si è tenuta alle Ogr-Officine Grandi Riparazioni di Torino, Carlo Pignatelli ha presentato le collezioni primavera-estate 2020 della linea cerimonia uomo e della sposa couture, un viaggio onirico fatto di bellezza e materiali preziosi, per un trionfo di forme scultoree in cui le texture richiamano il design e i colori dei giardini all’inglese, tra sete, lurex e ricami tridimensionali.

L’evento ha visto protagonista la maison di un’experience a 360 gradi, con un racconto live e multimediale attraverso tre maxi room (fotografica, sartoriale e multimediale), ognuna delle quali a dimostrare l’heritage e l’aspetto produttivo e creativo che caratterizzano l’azienda, grazie a immagini fotografiche e alle dimostrazioni di maestri artigiani che hanno svelato i segreti del loro savoir-faire.

modello sposa
Un modello primavera-estate 2020 Carlo Pignatelli

“Il filo conduttore delle nostre creazioni è da sempre la sartorialità, l’attenzione per i dettagli e il made in Italy, questo ci ha distinto e premiato negli anni. Per l’azienda è indispensabile anche la comunicazione, Carlo Pignatelli vende sogni e chi lavora con noi deve essere in grado di trasmettere questo nel migliore dei modi, uno dei motivi per cui abbiamo affidato da sempre le campagne pubblicitarie a fotografi d’eccezione come Bob Krieger, Aldo Fallai, Michel Comte, i quali hanno saputo comunicare la nostra visione alla perfezione”, ha spiegato Francesco.

Uno stile che si è evoluto con nuove proposte per un pubblico giovane, dal gusto contemporaneo e dall’appeal internazionale, “Il mio obiettivo è quello di portare il nome Carlo Pignatelli al di fuori dei confini nazionali, con strategie di crescita mirate grazie anche ad accordi con prestigiosi partner locali. Nei nostri piani di sviluppo rientra il mercato degli Stati Uniti dove c’è un’alta richiesta di un prodotto da uomo cerimonia e il Medio Oriente”. Un lungo percorso di successi quello di Carlo Pignatelli, lo stilista di origini Brindisine, che nel 1980 ha portato per la prima volta in passerella un mondo nuovo, conquistando un posto privilegiato nel panorama moda che dura da oltre mezzo secolo, diversificando negli anni le etichette delle collezioni, sperimentando cambiamenti e mettendo in atto nuove sfide, dal lancio del prêt-à-porter femminile a quello maschile Outside e al debutto della linea junior, fino ad ampliarsi dall’abbigliamento agli accessori, ai gioielli e alla linea home.

modello giacca
Un modello primavera-estate 2020 Carlo Pignatelli

Un marchio divenuto popolare attraverso le numerose collaborazione con il mondo dello spettacolo, dello sport, perché Carlo Pignatelli ha disegnato le divise della Nazionale Italiana e della Juventus, diventando il fornitore ufficiale della squadra bianco nera per diverse stagioni, e ha vestito personaggi famosi, dal cinema alla moda e al jet set, tra questi nomi come Mariano Di Vaio, Ugo Tognazzi, Paolo Virzì, Marcello Mastroianni, Gianluigi Buffon e tanti altri. “Gli abiti che ho amato di più e che ricordo con piacere Sicuramente quello rosso fuoco indossato da Eva Herzigova di qualche sfilata fa, mentre come abito maschile il più iconico è il modello coreano su Marcus Schenkenberg che ha senza dubbio segnato uno dei tasselli più importanti del nostro percorso”, ha concluso Francesco Pignatelli.

Business 28 maggio, 2019 @ 8:05

La nuova Fashion Valley europea sta nascendo a Novara

di Forbes.it

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Una sfilata alla più recente settimana della moda primavera estate di Parigi. (Pascal Le Segretain/Getty Images)

di Giulia Cimpanelli

La “Fashion Valley” svizzera rischia di essere smantellata. Il primo ad abbandonare, nel 2016, non appena il Parlamento elvetico su pressione dell’Ocse aveva abolito gli sgravi fiscali alle imprese estere che si erano insediate nella Confederazione, fu Armani, che trasferì la sua sede da Mendrisio a Milano. Poi è stato il turno di Bally, che dopo aver visto la luce ed essere cresciuta in Svizzera, l’ha lasciata per aprire un headquarter nel capoluogo lombardo. Ora è il turno di Kering: sono quattrocento i lavoratori che verranno impiegati nel nuovo hub che l’azienda aprirà a Trecate, in provincia di Novara. Qui il gruppo del lusso guidato da François Henri Pinault, di cui fa parte anche Gucci, trasferirà gran parte delle attività logistiche attualmente svolte in Svizzera. Il progetto verrà completato entro il 2022 e il numero di dipendenti in Svizzera (circa 800) sarà dimezzato.  Ai transfrontalieri italiani verrà chiesto di spostarsi a Novara.

Insomma, si assiste a una vera inversione di tendenza. Dopo che negli ultimi 10 anni la Confederazione aveva esercitato il suo potere di attrazione sui marchi della moda, ora non è evidentemente più considerato un hub così interessante.

Il possibile esodo dal territorio elvetico può costituire invece un’opportunità per l’Italia, o almeno per alcune zone. Ne è esempio la provincia di Novara dove Kering ha già altre sedi. Nella principale sono al lavoro oltre 400 dipendenti con le griffe Gucci, Bottega Veneta e Alexander McQueen. I novaresi (e i trecatesi) si stanno già crogiolando nell’idea di una rinascita della loro Provincia come distretto dell’alta moda. Zegna, che storicamente è presente a Novara con stabilimenti per la confezione dei suoi capi, due anni fa ha investito 20 milioni di euro per spostare la sua storica fabbrica del centro città a San Pietro Mosezzo (un paese nella prima periferia). Tra impiegati e addetti alla produzione, nello stabilimento lavorano oltre 500 persone. A Oleggio, sempre nel Novarese, c’è invece il comparto che si occupa del taglio, che occupa altre 60 risorse.

Anche Versace, oggi di proprietà dell’americana Michael Kors, ha uno stabilimento a Novara, dove 300 impiegati disegnano e confezionano i modelli di pret-a-porter. E Zamasport, nata a nel capoluogo piemontese, continua a dare lavoro a circa 150 persone in città.

Sembra che anche Prada punti sul novarese e stia per annunciare l’apertura di un maxi centro logistico e direzionale da 2.500 dipendenti a Trecate. Nell’area ex Banca Popolare di Novara, dove dovrebbe sorgere, sono già cominciati i lavori di sbancamento e livellamento del terreno. Dalla Maison, tuttavia, al momento non confermano la notizia.

La posizione della città piemontese è strategica: “Si trova a due passi da Milano e sulla direttrice della A4 che la collega a Torino ed è vicinissima a Malpensa, uno dei maggiori scali cargo d’Europa. Infine Novara è la seconda provincia industriale del Piemonte”, commenta il novarese Gianfranco Di Natale, direttore generale di Sistema Moda Italia e di Confindustria Moda. “Per mantenere questo primato – aggiunge – è necessario formare manodopera specializzata: entro cinque anni in Italia 40.000 operai e tecnici del tessile usciranno del mercato del lavoro. I giovani pronti a prendere il loro posto sono solo 6/7 mila”. Per questo Sistema Moda Italia ha coordinato una delegazione con le imprese della moda presenti nel Novarese per chiedere alle istituzioni di aprire in città una scuola professionale che formi modellisti, sarti e altri profili utili al settore: “Abbiamo proposto di istituirla nelle ex Officine grafiche De Agostini – conclude -; l’amministrazione comunale si è dichiarata interessata e al momento il progetto è in fase di studio”.

 

 

 

Style 7 maggio, 2019 @ 11:31

Met Gala 2019, i look più stravaganti degli Oscar della moda

di Roberta Maddalena

Staff writer, Forbes.it

Scrivo di moda e tutto ciò che le gravita attorno.Leggi di più dell'autore
Nata in Sicilia, si trasferisce a Milano per studiare giurisprudenza ma soprattutto per inseguire la sua più grande passione: la scrittura. In precedenza ha collaborato con il quotidiano di Class editori MFFashion occupandosi di moda e finanza. Appassionata di romanzi gialli, musica jazz e cinema. chiudi
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Billy Porter attends The 2019 Met Gala (Photo by Dimitrios Kambouris/Getty Images for The Met Museum/Vogue)

Un red carpet dove tutto è possibile e nulla, proprio nulla, è lasciato al caso. Si potrebbe riassumere così l’anima del Met Gala, evento paragonabile alla notte degli Oscar per il mondo della moda, che si è svolto sul tappeto rosso del Costume Institute del Metropolitan Museum di New York sotto i riflettori di centinaia di fotografi di tutto il mondo. Protagoniste, ça va sans dire, le più note star del cinema, della musica e dello spettacolo che hanno sfilato con i loro oufit couture tutt’altro che banali.

Un evento, come dicevamo, paragonabile solo agli Oscar, il più atteso dell’anno sulla costa orientale degli Stati Uniti, che cade ogni primo lunedì di maggio accogliendo ogni anno oltre 500 personalità del jet set internazionale, imprenditori della Silicon Valley e manager di Wall Street. L’obiettivo? Si tratta di una manifestazione di beneficenza a favore del The costume Institute, dipartimento del Metropolitan Museum (Met), che raccoglie da trent’anni i migliori pezzi di moda al mondo.

Anche per l’edizione 2019, gli ospiti sono stati chiamati a indossare outfit in linea con il tema della mostra di quest’anno, curata da  Andrew Bolton, e cioè il camp, tradotto per i non addetti al settore come “estetica dell’esagerazione”. Attenzione però a definirlo kitsch, perché gli stilisti presenti al gala come Pierpaolo Piccioli (Valentino) e Alessandro Michele (Gucci) non sarebbero di certo d’accordo.

Oltre all’impeccabile, e onnipresente, padrona di casa e direttore di Vogue USA Anna Wintour in un abito Chanel couture, a brillare sotto i flash dei fotografi è stata sicuramente Lady Gaga che ha scelto quattro outfit firmati Brandon Maxwell mettendo in scena un vero e proprio show trasformista come solo la cantante americana sa fare. Senza dimenticare la pop star Harry Styles, rigorosamente in Gucci total black con orecchini di perle, Katy Perry, che ha letteralmente indossato un lampadario, l’attore Jared Leto con in mano una testa finta (emblema dell’ultima sfilata milanese di Gucci) e l’attore Billy Porter ha fatto il suo ingresso con un costume dorato su una lettiga trasportata da sei uomini. Molto Cleopatra.

Non di certo meno spettacolari gli abiti scelti da Jennifer Lopez (glitter mania), Celine Dion in Oscar de La Renta, le sorelle KendallKylie Jenner in versione piumata e la coppia Kim Kardashian West, in Mugler, e Kanye West, che ha interpretato l’evento in chiave sportiva indossando un completo total black. Il costo per partecipare? Circa 30mila dollari. Ma per la moda, e la beneficienza, questo e altro. Se non altro, stando a quanto riporta Forbes, nel 2017 sono stati raccolti 12 milioni di dollari.

La mostra, che aprirà al pubblico il 9 Maggio, mostrerà come gli stilisti hanno usato la moda nei modi più spettacolari e includerà circa 175 opere tra abiti maschili e femminili, sculture, dipinti e disegni, divisi in due sezioni.

 

 

Style 2 maggio, 2019 @ 3:22

Il nuovo Vivienne Westwood Caffè e gli altri locali firmati da grandi stilisti

di Roberta Maddalena

Staff writer, Forbes.it

Scrivo di moda e tutto ciò che le gravita attorno.Leggi di più dell'autore
Nata in Sicilia, si trasferisce a Milano per studiare giurisprudenza ma soprattutto per inseguire la sua più grande passione: la scrittura. In precedenza ha collaborato con il quotidiano di Class editori MFFashion occupandosi di moda e finanza. Appassionata di romanzi gialli, musica jazz e cinema. chiudi
Bar Martini Dolce&Gabbana
Bar Martini Dolce&Gabbana

La notizia dell’opening del nuovo Vivienne Westwood Caffè è solo l’ultima conferma del fatto che bar e caffetterie sotto il nome di grandi stilisti non sono solo un trend passeggero. Stando a un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, infatti, per il suo nuovo punto di ritrovo il marchio britannico ha scelto Milano, che si va ad aggiungere agli altri esistenti di Hong Kong e Shanghai.

La sua prima incursione nel mondo delle caffetterie risale al 2015 a Shanghai, dove la stilista ha aperto il primo Cafè all’interno del K11 Art Mall. Lo spazio, curato dall’interior designer Simona Franci, ricreava una sala da tè tradizionale inglese giocando sull’illusione di carta da parati trompe l’oeil.

Ma Vivienne Westwood non è l’unico marchio ad aver investito nella ristorazione ed ecco i bar letteralmente più alla moda del mondo secondo Forbes.it

bar sedie vetro
(armani.com)

Emporio Armani Caffè (Milano)
Inaugurato nel 2000, lo spazio di via Croce Rossa 2 è aperto dal mattino fino a sera tarda. Al piano terra si trovano un grande bar caffetteria dove gustare pasticceria fresca di produzione propria ma anche prodotti Armani/Dolci by Guido Gobino, e un’area lounge, dove pranzare o prendere un aperitivo. Al primo piano invece si trova il ristorante, aperto a pranzo e a cena, con un nuovo ‘champagne bar’ all’ingresso. Lo stile è essenziale, come il dna della casa di moda, e privo di orpelli decorativi. Caratteristica che si riflette anche nella palette cromatica che spazia dal grigio al nero e al bianco panna.

bancone luci verde
(fondazioneprada.org)

Bar Luce – Fondazione Prada (Milano)
Potrebbe essere il luogo ideale per i registi in cerca di creatività per scrivere la loro prossima sceneggiatura. Progettato dal regista Wes Anderson, infatti, il Bar Luce ricrea l’atmosfera di un tipico caffè della vecchia Milano. Gli arredi, le sedute, i mobili di formica, il pavimento, i pannelli di legno che rivestono le pareti e persino la gamma cromatica di nuance pastello ricordano la cultura popolare e l’estetica dell’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta. Tra le altre fonti iconografiche vi sono due capolavori del Neorealismo italiano, entrambi ambientati a Milano: Miracolo a Milano (1951) di Vittorio De Sica e Rocco e i suoi fratelli (1960) di Luchino Visconti. Un concentrato di stile, cinema e arte. In salsa Prada.

The Polo Bar
(ralphlauren.it)

The Polo Bar Ralph Lauren (New York)
Ispirato ai classici stabilimenti di New York, il Polo Bar offre un ambiente informale ma raffinato nel cuore della Grande Mela. Dal murales ispirato alle partite di polo ai numerosi riferimenti all’arte equestre, il bar rende omaggio allo stile di vita sportivo tipico della maison. E se la cucina (americana) si ispira ai “codici” di Ralph Lauren, per bere gli ospiti possono scegliere tra cocktail classici e una vasta selezione di vini e liquori. I camerieri del Polo Bar, inoltre, sono equipaggiati con pantaloni di flanella grigia personalizzati Ralph Lauren e cuciture in seta. Il Polo Bar è il terzo ristorante di Ralph Lauren, che unisce RL Restaurant, aperto nel 1999 a Chicago, e Ralph’s, inaugurato nel 2010 a Parigi.

sedie tavoli limoni
@citronparis Instagram

Citron Jacquemus (Parigi)
Se siete a Parigi, una tappa obbligatoria (oltre al Louvre) è il nuovo bistrot dello stilista Simon Porte Jacquemus chiamato “Citron” (limone, ndr) creato in collaborazione con Caviar Kaspia e i Grandi Magazzini Lafayette degli Champs-Élysées. Se non fosse per l’estetica calda e mediterranea del bar, vale la pena andarci anche solo per il menù che vanta, tra gli altri, i celebri dessert creati da Cédric Grolet, Pastry Chef di Le Meurice.

Bar Martini  Dolce&Gabbana (Milano)
Nel cuore di Corso Venezia, il Bar Martini di Dolce & Gabbana veste un look total black (unica nota di colore, un dragone rosso sul pavimento). L’ampio patio e il giardino, poi, sono ideali per gustarsi un cocktail all’aperto. Sofisticato ma semplice, sarà un vero lusso potersi allontanare dal traffico della vicina Vittorio Emanuele e  Montenapoleone. Tra i drink da provare c’è il Gold Moon Royal (Martini Golde, Champagne e Crème de Cassis).

 

Classifiche 10 aprile, 2019 @ 12:26

GCDS, come il marchio fondato dai fratelli Calza sta cambiando lo street style

di Alessandro Rossi

Direttore di Forbes magazine.Leggi di più dell'autore
Senese, è direttore responsabile dell'edizione italiana di Forbes magazine. Oltre a essere direttoriale editoriale di Bluerating, è stato per oltre 12 anni al gruppo Class con diversi incarichi fino a caporedattore a Milano Finanza e MF, ha lavorato alla redazione economica de La Repubblica, ha fondato e diretto Bloomberg Investimenti. Ha collaborato a importanti testate economiche e finanziarie come il quotidiano Italia Oggi, il settimanale Panorama Economy e il quotidiano Finanza & Mercati. Ha inoltre ideato, fondato e diretto il sito Spystocks.com È giornalista professionista dal 1983. chiudi
Giuliano Calza (a destra) e il fratello Giordano hanno creato il marchio di moda GCDS.

Articolo tratto dal numero di aprile 2019 di Forbes Italia. Abbonati. 

Una grande forza interiore, una spietata volontà di arrivare all’obiettivo. Se poi si aggiungono anche capacità creativa e manageriale, gli ingredienti per una storia di successo ci sono già tutti. Certo, non è facile avere tutte queste caratteristiche ma Giuliano Calza, stilista trentenne, se le porta addosso da quando è nato, grazie anche all’aiuto del fratello Giordano, 34 anni, che più che da chioccia (difficile vista la minima differenza di età) gli fa da tutor e da manager. Due fratelli che non temono la sfida, nemmeno quella all’Entità più alta, con i cromosomi già dentro il marchio che hanno creato, se è vero che il loro, per certi versi misterioso, Gcds significa “God Can’t Destroy Streetwear”, cioè “Dio non può distruggere lo streetwear”. Un acronimo che fa riferimento al desiderio di rimanere fortemente legati alla propria identità e al proprio stile, a prescindere dalle possibili rivoluzioni che possono esserci nel fashion system.

Già, la moda. Gcds è nato, per uno dei tanti azzardi di Giuliano, su internet, nel 2015. I primi pezzi andarono a ruba tanto che non riusciva a produrne in quantità da soddisfare il mercato. Poi un crescendo esponenziale. Il fatturato di Gcds negli ultimi due anni è raddoppiato passando da 10 a 20 milioni di euro con 380 clienti multimarca nel mondo, di cui 100 in Italia, dove genera il 30% delle proprie vendite. I suoi principali mercati esteri sono la Corea del Sud, la Cina e il Giappone, ma è distribuito anche negli Stati Uniti e in Europa.

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Da pochi mesi Gcds si è trasferito nella nuova sede milanese in via Nino Bixio. Uno spazio di 750 metri quadrati, comprato per sistemarci uffici e showroom. “È un investimento importante”, dice Giuliano, “ma vogliamo rimanere indipendenti. La nostra forza è di avere tutto sotto il nostro controllo, con una produzione totalmente italiana, da Milano alla Puglia. Tramite il nuovo showroom potremo anche gestire le vendite in maniera diretta. Dopo tanto lavoro sul business aziendale, stiamo diventando un vero marchio di lifestyle”.

Una mano importante, all’inizio, gliel’ha data Chiara Ferragni, un’amica che ha creduto nel genio creativo di Giuliano, e l’ha aiutato a far nascere una community ad alta fedeltà, fino al primo traguardo raggiunto, solo due anni dopo, con il debutto sulle passerelle milanesi.

Gcds è nato, per uno dei tanti azzardi di Giuliano, su internet, nel 2015.

Giuliano e Giordano si completano con esperienze diverse, aspetti dicotomici, situazioni in bianco e nero, che hanno cominciato a maturare già nella casa di famiglia nel Rione Sanità, a Napoli. Genitori benestanti – il padre ingegnere ha partecipato alla startup Wind Telecomunicazioni in Italia, la madre psicoterapeuta – che avevano scelto di vivere in una bella casa, ma in uno dei quartieri più complicati di Napoli. “Avevamo un sacco di stimoli interni”, racconta Giuliano. “Abitavamo lì, un rudere ristrutturato, perché mia madre lavorava nel centro storico. La nostra infanzia è stata molto particolare perché avevamo la fortuna di andare a Parigi e dormire in hotel a cinque stelle con i nostri genitori, ma poi frequentavamo le scuole pubbliche, giocavamo a pallone e a basket per le strade del rione Sanità e quindi avevamo tantissime contaminazioni”.

Giuliano è un creativo vero. Lo si capiva sin da piccolo nei suoi disegni, nella sua passione per usare la macchina da cucire della nonna, nella grande attenzione ai particolari, nella creazione di piccoli oggetti, come i segnalibri che vendette con grande successo a una festa “incassando le mie prime 500mila lire”, ricorda con orgoglio. A proposito di soldi, Giordano, il fratello più grande, ha davvero un debole per il denaro. “Quando ero piccolo”, racconta, “e mi chiedevano cosa volessi fare da grande, rispondevo: il milionario. La mia grande passione è sempre stata quella di fare soldi. Quando andavamo nei villaggi vacanza i giochini dei bambini funzionavano con un gettone da 200 lire. Io compravo tutti i gettoni e poi li rivendevo agli altri bambini a 500 lire”, si lascia scappare ridendo. Oggi però Giordano è la parte solida dell’azienda, e lo conferma ancora con un sorriso. “La parte di gestione è completamente mia, Giuliano da solo non paga nemmeno le bollette”.

In compenso Giuliano disegna, studia, cresce. E mette a frutto le esperienze accumulate sin qui. Giuliano e Giordano hanno viaggiato parecchio compiendo esperienze diverse prima di entrare nel mondo della moda. Dopo studi in scienze politiche e relazioni internazionali all’Istituto universitario orientale di Napoli, Giuliano ha fatto l’università per stranieri di Shanghai, dove ha imparato il cinese. Poi una breve esperienza a New York, prima di approdare a Milano dove ha conseguito un master in marketing e comunicazione all’Università Bocconi (frequentata prima anche dal fratello Giordano) e ha iniziato la sua carriera professionale all’ufficio stampa di Blumarine.

Gcds significa “God Can’t Destroy Streetwear”, cioè “Dio non può distruggere lo streetwear”.

“All’epoca, mio fratello lavorava in una banca e io stavo per entrare in Valentino. Ci siamo resi conto che ci saremmo annoiati da morire e abbiamo deciso di andare in Cina, dove in quattro anni abbiamo aperto cinque ristoranti con il marchio My little kitchen. Ci occupavamo di tutto, incluso il design di accessori e divise”, racconta lo stilista, il quale in quel momento si è chiesto: “E se disegnassi una vera collezione?”. Così, con il fornitore di queste divise sono stati prodotti le prime felpe Gcds. Era solo quattro anni fa.

Così il rientro in Italia per tentare la grande avventura nel mondo della moda. Ha funzionato. Nel dicembre 2017, Gcds ha inaugurato il suo primo negozio monomarca nel nuovo quartiere milanese della moda, Porta Nuova. Il prossimo passo sarà a Hong Kong, seguito da altre tre aperture nel corso dell’anno a Shenzhen e Shanghai, in Cina, e a Roma.

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