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Business 9 Luglio, 2020 @ 8:21

Brooks Brothers, le camicie di Wall Street dichiarano bancarotta

di Forbes.it

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Brooks Brothers
(Shutterstock)

Aveva resistito a una Guerra civile e a diverse crisi economiche. Questa volta invece Brooks Brothers, il produttore di abbigliamento più longevo degli Stati Uniti, ha dovuto alzare bandiera bianca.

Dopo aver vestito 40 presidenti degli Stati Uniti e aver rappresentato uno status symbol per i banchieri rampanti di Wall Street la compagnia si è arresa di fronte alla pandemia di coronavirus e all’avanzata dello stile casual anche negli ambienti di lavoro.

Brooks Brother ha così chiesto l’adesione alla procedura fallimentare nota con il nome di Chapter 11, andando ad allungare l’elenco delle catene di abbigliamento entrate in difficoltà nel corso del 2020.

Le prime avvisaglie di una situazione problematica si erano scorte durante il mese di giugno quando erano emerse indiscrezioni circa la possibile chiusura di tre impianti produttivi di proprietà della società.

Nonostante il ricorso al Chapter 11, Brooks Brothers continua a guardarsi attorno per la ricerca di un possibile cavaliere bianco intenzionato a rilevare la società.

Style 10 Giugno, 2020 @ 3:00

Cosa significa essere un game changer di stile

di Roberta Maddalena

Staff writer, Forbes.it

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Pasquale d’Avino

Articolo apparso sul numero di giugno di Forbes Italia

Si chiama Pasquale Vittorio D’Avino, ma gli amici lo conoscono da sempre come Pavi. Ma la cosa che colpisce di più è che ha solo 28 anni e le idee molto chiare sul suo futuro. Bolognese di nascita, ma cresciuto a Cercola, piccolo paese alle falde del Vesuvio, dopo aver intrapreso gli studi in giurisprudenza Pasquale inizia a nutrire un serio interesse verso il mondo dell’imprenditoria. La sua prima esperienza sul campo porta il nome di Les Bohémiens, brand di moda anti-mainstream, proprio come il movimento di fine Ottocento. Avventura che, per quattro anni, gli regala le prime soddisfazioni: “Lavoravamo sette giorni su sette e iniziai a girare il mondo gettando le basi per quelli che poi sarebbero diventati rapporti commerciali estremamente importanti, spesso sfociati in fantastiche amicizie”, racconta D’Avino. Un evento sfortunato impone all’imprenditore di fermarsi, ma nel cassetto ancora tanti sogni da realizzare. Le connessioni raggiunte nel settore del lusso erano infatti ormai tante e così arriva una nuova intuizione. “Erano le due di notte quando chiamai il mio amico e artista digitale, Gianpiero D’Alessandro, per chiedergli di reinterpretare artisticamente un’immagine del film Mamma ho perso l’aereo”.

Quella stessa notte, Pasquale inizia a cercare immagini sul web e a scrivere frasi e pensieri riguardanti il mondo dei ricordi e della psicologia motivazionale. Quella sera, inoltre, si rende conto che unire un’immagine iconica, l’arte, e lo storytelling, il tutto ritagliato su misura di un capo d’abbigliamento artigianale, poteva essere un mix vincente. E così nasce il marchio Throwback. “L’indomani feci un giro di telefonate tra amici, proprietari di showroom nazionali ed esteri: tutti mi dissero di tro- varla un’idea molto cool e quindi decisi di andare avanti”. E quando si parla di andare avanti, Pasquale D’Avino intende andare avanti velocissimo, quasi correndo. Viaggiando e confrontandosi con il mon- do, con un polso sempre aggiornato sul mercato, sapendo che in un contesto così saturo come quello della moda premium, a fare la differenza rispetto al concept di un brand è soprattutto il timing. “C’è troppa offerta rispetto alla domanda e le tendenze sono molto passeggere, dunque oggi chi arriva pri- ma vince”. In solo due anni dal lancio, il brand si è posizionato in 135 store del mondo. Al momento, inoltre, Throwback è disponibile sulle principali piattaforme di e-commerce come Farfetch, Yoox, e Luisaviroma e in department store come Selfridges e La Rinascente. Con una copertura geografica di 13 paesi tra cui Italia, Uk, Usa, Russia ed Emirati Arabi. Quando racconta la sua storia, il giovane imprendi- tore usa spesso l’espressione game changer.

Inevitabile, quindi, domandargli cosa significhi per lui essere riuscito a cambiare le regole del gioco nel premium luxury . “È il giusto compromesso tra un sognatore con la testa tra le nuvole e un imprenditore, più pragmatico, che con tenacia e costanza farebbe di tutto pur di realizzare il suo progetto”. Ai tanti coetanei che gli domandano come far decollare un sogno, o gettare le basi per un’idea, lui risponde che per ottenere risultati è fondamentale avere una visione chiara del business: “puoi cambiare metodi e chiedere consigli ma non puoi avere dubbi riguardo il tuo obiettivo finale”, spiega. Oggi Throwback è un marchio di abbigliamento che si distingue per frasi e citazioni celebri, grazie al lavoro di squadra di sei persone. Decisivo durante l’avvio del business all’estero, è stato l’incontro con il ceo di Amc International, società leader del mondo streetwear, che si è attivata per costruire una rete distributiva in Uk. “Qualche mese dopo il lancio di Throwback lo contattai per un meeting. Ci incontrammo nel suo headquarter di Londra, si innamorò del mio entusiasmo e nel giro di un mese volle assicurarsi l’esclusiva distribuzione in Uk. Il loro boost in Inghilterra, e la bandierina nel celebre Selfridges con i suoi 50mila metri quadrati di puro lusso nel bel mezzo di Oxford Street ci ha dato enorme visibilità, favorendo l’inter- nazionalizzazione”.

Intanto, il prossimo obiettivo sarà quello di declinare il brand in altri settori come l’interior design, la musica e il food, facendolo diventare un vero e proprio marchio di lifestyle. Per questo, negli ultimi mesi D’Avino si è dedicato allo sviluppo di un piano industriale e di branding, anche grazie al supporto di un fondo d’investimento importante con cui è in trattative per chiudere un’operazione di circa 10 milioni di euro. Cosa possiamo imparare dalla sua storia? Riprendendo le parole del manager: “Da soli si può portare avanti un business, ma fino a un certo punto. Per crescere davvero e competere con le più grandi realtà del fashion bisogna cedere equity e legarsi a qualcuno”. Certo senza mai modificare visione e obiettivi prefissati.

Lifestyle 25 Maggio, 2020 @ 10:55

Gucci dice addio alle sfilate, l’ultimo atto di una moda che ripensa le sue regole

di Roberta Maddalena

Staff writer, Forbes.it

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sfilata modelli
Un momento della sfilata Gucci Cruise 2020

Se c’è un settore che durante la crisi innescata dal coronavirus ha saputo far sentire la sua voce è proprio la moda. Forse è stato solo un pretesto, ma fatto sta che questi ultimi mesi hanno messo in luce alcune delle crepe che il sistema trascurava ormai da anni come il timing troppo serrato delle collezioni. L’ultima maison a fare la differenza è Gucci, che attraverso un post condiviso su Instagram ha annunciato di non voler più sfilare, abbandonando così sia il calendario ufficiale sia lo stesso concetto di stagionalità: “Nel mio domani abbandonerò il rito stanco della stagionalità e degli show per riappropriarmi di una nuova scansione del tempo, più aderente al mio bisogno espressivo”, scrive il direttore creativo Alessandro Michele, che già nei giorni scorsi aveva iniziato a pubblicare sul profilo della griffe una sequenza di scritti dal titolo “Appunti nel silenzio” dove condividere idee, riflessioni e dubbi sull’attuale sistema moda. Il marchio di Kering seguirà quindi i suoi tempi, due sole presentazioni l’anno, che come si intuisce dal post saranno fuori dagli schemi, “impertinenti e profondamente liberi”. Di mira anche le stagioni della moda cruise, pre-fall, spring-summer e fall-winter, definite dallo stilista come sigle che hanno colonizzato il nostro mondo, privandole di ogni significato concreto. E il post ha ricevuto anche il plauso di Marc Jacobs.

@gucci Instagram

Serve dunque un ritorno alla dimensione più autentica della moda, come ricordato anche da un altro creativo italiano: Giorgio Armani. A lanciare l’allarme in Italia era stato qualche settimana fa proprio lo stilista, che con la sua lettera aperta al sito WWD aveva denunciato da un lato il problema della sovrapproduzione di capi e dall’altro aveva invitato a un rallentamento della macchina della moda in modo da rivalutare e valorizzare la filiera. A distanza di pochi giorni, poi, Armani aveva annunciato di non voler sfilare a luglio nella cornice della digital week promossa dalla Camera nazionale della moda, ma di voler presentare le sue collezioni a settembre e di voler spostare la sua Armani Privé da Parigi a Milano. Quelle di Armani e Gucci non sono state però voci isolate. Prima di Alessandro Michele infatti anche Anthony Vaccarello, stilista di Saint Laurent, aveva deciso di dire addio al calendario parigino. “In queste circostanze ci è chiaro che la creatività non può essere forzata da una tempistica arbitraria ma dovrebbe essere libera di esprimersi nella forma, luogo e tempo che Anthony ritiene appropriati. Come abbiamo avuto modo di constatare dalle modalità in cui questa crisi è stata gestita in luoghi diversi del mondo, l’approccio ‘wait-and-see’ è stato meno vincente delle decisioni forti e chiare, dei regolamenti presi e comunicati dal principio”, aveva detto a WWD Francesca Bellettini, ceo dell’azienda e presidente della Chambre Syndicale de la Mode Féminine. Scelta simile anche quella di Zegna, che svelerà la collezione primavera-estate 2021 a luglio con un format virtuale.

Nel frattempo, altri nomi chiave dell’industria come Erdem, Dries Van Noten, Joseph Altuzarra e Proenza Schouler hanno firmato una lettera aperta in cui chiedono al sistema radicali cambiamenti tra cui lo spostamento della stagione autunno-inverno tra i mesi di agosto e gennaio e quella primavera-estate tra febbraio e luglio per mantenere un flusso più equilibrato delle consegne attenuando la frenesia imposta dalle esigenze di mercato, il ripensamento delle sfilate di moda e l’invito a utilizzare di più gli showroom digitali per indurre gli addetti ai lavori a limitare gli sprechi di tessuti.

Una moda più vicina ai consumatori, insomma, all’ambiente e alle nuove esigenze che lo scenario post Covid sta già iniziando a delineare, come confermano anche altre due autorità del settore, il Council of Fashion Designers of America e il British Fashion Council, che in un recente comunicato hanno offerto una serie di consigli per favorire la ripresa della moda dopo il lockdown e raccomandazioni su come genersre un sistema sostenibile per domani.

Lifestyle 4 Maggio, 2020 @ 9:16

J Crew, il marchio di moda reso celebre da Michelle Obama, in bancarotta causa Covid

di Forbes.it

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Michelle Obama con un abito J Crew (Chip Somodevilla/Getty Images)

Articolo di Lisette Voytko apparso su Forbes.com

Il marchio di moda J.Crew, secondo diversi articoli di stampa, avrebbe presentato lunedì mattina istanza di protezione contro i fallimenti secondo la normativa statunitense del Chapter 11. J Crew è la prima grande catena d’abbigliamento a farlo a causa della pandemia di coronavirus, che ha costretto numerose aziende a chiudere i negozi per motivi di sicurezza.

Fatti chiave

  • La società ha dichiarato di aver raggiunto un accordo per ristrutturare $ 1,65 milioni di debito convertendolo in azioni.
  • Separatamente, la società ha ottenuto finanziamenti per $ 400 milioni dagli attuali creditori di Anchorage Capital, secondo un comunicato stampa di J.Crew.
  • Prima della pandemia J.Crew stava progettando un’offerta pubblica iniziale per il suo marchio Madewell, ma la volatilità del mercato azionario di marzo ha contribuito a far naufragare il piano, ha riportato il Wall Street Journal.
  • Bloomberg ha riferito a marzo che l’IPO è stata annullata dopo che J. Crew non era stata in grado di accordarsi sui termini dei finanziamenti con i suoi creditori.
  • Madewell rimarrà parte delle partecipazioni di J.Crew anche dopo dichiarazione di fallimento e Libby Wadle manterrà il suo ruolo di ceo di Madewell.
  • J.Crew prevede di riaprire i suoi quasi 500 negozi una volta che i blocchi saranno allentati.

Le parole del ceo

“Durante questo processo, continueremo a fornire ai nostri clienti la merce e il servizio eccezionali che si aspettano da noi e manterremo attive tutte le operazioni quotidiane, anche nelle straordinarie circostanze legate a COVID-19”, ha affermato in un comunicato stampa il ceo di J Crew, Jan Singer. “Mentre cerchiamo di riaprire i nostri negozi nel modo più rapido e sicuro possibile, questa completa ristrutturazione finanziaria dovrebbe consentire alle nostre attività e ai nostri marchi di prosperare per gli anni a venire.”

Grandi numeri

Tra $ 1 miliardo e $ 10 miliardi. E’ il debito di J.Crew suddiviso nei confronti di oltre 25.000 creditori – secondo i documenti depositati.

Contesto di fondo

J.Crew è nata nel 1947 come catalogo di abbigliamento femminile con il nome di Popular Merchandise. Nel 1983 la compagnia fu ribattezzata; il primo negozio J.Crew, a Manhattan, è stato aperto nel 1989. J.Crew è diventato un punto di riferimento per maglioni, pantaloni chino, camicie formali e altri accessori. Le creazioni dell’azienda sono cresciute in popolarità sotto la guida del direttore creativo Jenna Lyons e dell’amministratore delegato Mickey Drexler. Nel 2011, J.Crew è stata delistata dalla Borsa con un buyout di 3 miliardi di dollari. Negli ultimi cinque anni ha sempre registrato perdite. Lyons è uscita dalla società nel 2017, mentre Drexler ha lasciato nel 2019. Singer, ex dirigente di Victoria’s Secret, è stato nominato ceo di J.Crew nel gennaio 2020.

Lifestyle 15 Aprile, 2020 @ 5:38

Giorgio Armani scrive alla moda: bisogna rallentare e cambiare. L’eleganza è senza tempo

di Massimiliano Carrà

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Giorgio Armani moda
shutterstock

Adattarsi per rivoluzionare. È un po’ questo il sentimento che il coronavirus sta amplificando in ognuno di noi. Da una parte c’è chi spera che questa quarantena obbligata spinga il mondo, le società, le città ad auto-imporsi uno stop dal solito tran tran veloce e monotono, dall’altra, e contemporaneamente, c’è chi si augura che l’uomo non dimentichi quanto sia importante difendere la bellezza del mondo, in tutte le sue sfumature e senza pregiudizi.

In questo contesto non si inserisce solamente Bill Gates – che per esempio difende l’importanza della componente sociale in un mondo interconnesso e digitale – ma anche uno dei capisaldi dell’italianità: Giorgio ArmaniE lo fa con forza e decisione, prendendo le distanze da tutto e da tutti: dai soliti dettami sociali fino ad arrivare al mondo della moda. Un po’ come Dante critica la sua Firenze, Giorgio Armani attacca ciò che ha sempre amato

Giorgio Armani e il declino della moda

In una lettera scritta alla rivista WWD Women’s Wear Daily, Armani focalizza la sua attenzione su quanto “sia assurdo lo stato attuale delle cose, con la sovrapproduzione di capi e un disallineamento criminale tra il tempo e la stagione commerciale”.

Rallentare, quindi, diventa “l’unica via d’uscita che riporterà valore al nostro lavoro”. D’altronde, afferma lo stilista italiano il “declino della moda è iniziato quando il segmento del lusso ha adottato i metodi operativi della moda veloce, imitando il ciclo di consegna senza fine di quest’ultimo nella speranza di vendere di più, ma dimenticando che il lusso richiede tempo, per essere raggiunto e apprezzato”.

Tempo e guadagno. Alla fine, un po’ come scrive Giorgio Armani, sono due concetti direttamente proporzionali alla fine, più aumenta il primo, più cresce il secondo. 
C’è bisogno di tempo per apprezzare qualcosa, che sia una persona o che sia un oggetto. È questo un altro dei tanti punti per cui si batte lo stilista: “Non ha senso che una delle mie giacche o tute viva nel negozio per tre settimane prima di diventare obsoleta, sostituita da nuovi prodotti non troppo diversi”.

“Non lavoro così e trovo immorale farlo”. Non è questa la sua idea di moda: “Eleganza senza tempo. È questa l’idea in cui ho sempre creduto”.

Torna ancora una volta, la parola d’ordine che in molti stanno gridando a voce sempre più alta: rallentare. Questa crisi, infatti, conclude lo stilista, “è un’opportunità per restituire autenticità e riallineare tutto. Lavoro con i miei team da tre settimane in modo che, dopo il blocco, le collezioni estive rimarranno nelle boutique almeno fino all’inizio di settembre, come è naturale. E così faremo d’ora in poi”.

Style 4 Febbraio, 2020 @ 9:30

La storia della maison Biagiotti alla Thomas Jefferson University di Philadelphia 

di Roberta Maddalena

Staff writer, Forbes.it

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Sfilata Biagiotti alla Milan Fashion Week Spring/Summer 2020 (Andreas Rentz/Getty Images)
Lavinia Biagiotti Cigna ha portato la sua storia imprenditoriale di successo a Philadelphia. Biagiotti, presidente e ceo della casa di moda romana, è stata invitata infatti a tenere una lecture alla Thomas Jefferson University di Philadelphia, una delle più prestigiose università degli Stati Uniti. Qui, di fronte alle autorità locali, al presidente dell’ateneo, al Console Generale d’Italia a Philadelphia Pier Attinio Forlano, ai professori e a centinaia di studenti, ha presentato uno speech intitolato “Biagiotti: An Italian Story – Three Generations of Women Designing the Future”. L’intervento è stato arricchito dalla presenza di Pat Cleveland, musa, artista e icona, che ha raccontato il suo legame con l’azienda.
“La storia del gruppo è una storia di famiglia che si intreccia con la nascita del Made in Italy. E’ una storia di lungimiranza e di visioni pionieristiche, di arte e mecenatismo, costellata da importanti restauri e interventi a supporto della salvaguardia del patrimonio artistico italiano. E’ una storia di valori testimoniata anche dal forte legame con il mondo dello sport. E’ una storia di innovazione volta a condividere, attraverso abiti, profumi, accessori e molto altro, l’essenza di uno stile fatto di qualità, ricerca e sperimentazione. Un grazie a mia nonna Delia e mia madre Laura. Siamo tre generazioni di donne legate da un filo speciale che tiene uniti passato, presente e futuro della nostra azienda. Mia nonna Delia decise nel 1965, in quelli che erano gli anni della Dolce Vita, di aprire un atelier a Roma, e mia madre la seguì. Nel 1972 lanciò a sua volta la prima collezione del marchio Laura Biagiotti. Erano donne e imprenditrici coraggiose; sono venute in America e hanno dimostrato cosa si può fare con un piccolo pezzo di stoffa. Io sono la terza generazione di un’azienda che insegna che il successo non arriva mai da una singola persona. Fare squadra con qualcuno che ami e che può darti supporto quando serve, questo è il segreto. Sottolineo con orgoglio la vitalità straordinaria del nostro sistema di impresa e desidero riportare alla ribalta le aziende medio, piccole e piccolissime che costituiscono un patrimonio inestimabile tutto italiano”, ha detto la manager.

Lavinia Biagiotti Cigna è la terza generazione dell’azienda di famiglia, fondata nel 1965 da Delia Biagiotti, conosciuto nel mondo per le sue collezioni e un approccio sostenibile. Una vera e propria bandiera del Made in Italy, che ha avuto il merito di aver intrapreso in chiave pioneristica relazioni con paesi stranieri. Si pensi alla prima sfilata di moda italiana in Cina nel 1988 e in Russia al Cremlino nel 1995. E una vocazione vicina al mecenatismo: in collaborazione con Laura Biagiotti Parfums sono stati sostenuti infatti rilevanti restauri, tra cui la scala Cordonata del Campidoglio e le fontane di Piazza Farnese a Roma, e la donazione del Grande Sipario del Teatro La Fenice di Venezia.

Style 28 Gennaio, 2020 @ 4:21

La nuova Collini Milano 1937 raccontata da Carmine Rotondaro

di Roberta Maddalena

Staff writer, Forbes.it

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Moda: la nuova era della storica maison Collini raccontata da Carmine Rotondaro
Collini Upcycled Fur Exhibition 67

Collini Milano 1937 nasce nella capitale meneghina nel 1937. La storica casa di moda milanese di pellicce, fondata da una famiglia di produttori di abbigliamento, viene acquisita poi nel 2016 da Carmine Rotondaro, che assumendone anche la direzione creativa, ha imposto un nuovo corso stilistico votato al rock’n roll. Di recente, il brand ha annunciato il passaggio di tutta la linea di pellicce alla produzione upcycled, con l’approvvigionamento delle materie prime esclusivamente attraverso capi usati e vintage o scampoli di produzione. Parola d’ordine sostenibilità.

Con il titolo “Sensitive Men Wear No-Kill Fur”, il ceo e direttore creativo di Collini, ex real estate development worldwide di Kering, ha ospitato lo scorso 11 gennaio durante Milano Moda Uomo, una mostra dedicata alle varie fasi della produzione di pellicce upcycled presso lo storico Museo Bagatti Valsecchi di Milano. Una location esclusiva per raccontare come l’upcycling parta proprio da una pelliccia vintage di qualità. Come funziona? Gli artigiani di Collini si procurano i cappotti esistenti in disuso attraverso una vasta rete di fornitori tra cui broker vintage e collezioni private. La pelliccia viene quindi “smontata” per recuperare le pelli originali. Queste pelli vengono poi ricondizionate, ammorbidite, idratate e quindi tinte. Le pelli rinnovate sono infine tagliate e assemblate a mano per trasformare una risorsa preziosa ma dimenticata in un capo d’abbigliamento contemporaneo. In questa intervista a forbes.it Carmine Rotondaro ha raccontato com’è davvero il “nuovo” Collini.

Nato e cresciuto in Calabria, e una laurea in legge. Come sei approdato nel mondo della moda?

Sono arrivato nel mondo del fashion facendo il consulente per diversi gruppi internazionali del settore. È stato amore a prima vista. Ho prestato servizi a tante maison ma ho sempre visto la moda come una forma di espressione, come occasione per far passare un messaggio. E appena ne ho avuto l’opportunità, ho voluto agire direttamente, cercando di raccontare la mia visione personale.

In che direzione sta andando il nuovo corso creativo di Collini?

Collini vuole essere vicino a una donna sofisticata ed esigente in termini di design. Noi abbiamo un mantra: vogliamo proporre un lusso glamorous, appariscente nei materiali, nei tagli, nelle rifiniture e negli accessori ma comoda, che può essere portata con facilità anche nel vivere quotidiano.

Su quali capi bisognerà puntare per la prossima primavera-estate?

Per la prossima stagione calda bisognerà puntare su capi leggeri senza rinunciare alla ricchezza dei materiali; per questo motivo, la nostra proposta comprenderà giacche in pelle, camicie realizzate con materiali particolarmente leggeri, blazer luccicanti. Parola d’ordine leggerezza, sia di forme sia di tessuti.

Parliamo della campagna “No-Kill Fur”. Come mai questo inno alla sostenibilità?

Si tratta di un tema che rappresenta la nostra filosofia. Abbiamo voluto interpretare in chiave sostenibile il patrimonio del brand che affonda le sue radici nella pelliccia. Abbiamo investito molto tempo e molte risorse nell’industrializzare un processo di produzione che si possa basare esclusivamente su pellicce esistenti. Un processo di produzione che dunque prescinde dalle fonti di approvvigionamento tipiche della pellicceria, e cioè  le nuove pelli, e che si fonda su una ricerca esclusiva di capi già esistenti. Dare nuova vita a questi indumenti dimenticati ci è sembrato un messaggio entusiasmante. Le pellicce Collini, inoltre, hanno un meccanismo di personalizzazione che è innovativo perché al di sotto del pelo c’è un sistema di ganci che consentono di attaccare charm, catene, decorazioni, e quindi avere un capo che ogni giorno può essere differente.

A quale donna si rivolge l’universo stilistico del marchio?

A una donna che non ha paura di osare nei colori, nelle forme. Ma anche a una donna molto esigente, che richiede tessuti di altissima qualità, sempre innovativi, risultato di una ricerca attenta.

Collini ha aperto il suo primo monomarca a Milano a dicembre dello scorso anno e un pop up store a Tokyo a ottobre. Ci sono altri opening in vista?

La mia aspirazione è quella di avere un negozio a Londra e spero che questo sogno possa diventare realtà entro il 2022. Collini è un marchio che rivolge grande attenzione alla dimensione leisure: per questo motivo, stiamo guardando con interesse alcuni resort a Ibiza e Mykonos. Prima di arrivare a questo step, tuttavia, voglio potenziare la bottega milanese e vedere come quest’ultima riesce a interagire con il tessuto sociale che la circonda perché  Milano, in fondo, is the shopping center of the world. E inoltre ci permette di interagire con un’audience globale.

Style 15 Gennaio, 2020 @ 3:06

La classe sartoriale che strizza l’occhio all’ambiente di Re-HasH

di Roberta Maddalena

Staff writer, Forbes.it

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ALBERTO E MAURIZIO CAUCCI

Ago e filo impiegati con meticolosa precisione e passione per l’artigianato italiano: sono questi gli ingredienti che, negli anni ’30, la famiglia Caucci ha scelto di sposare iniziando a confezionare capi sartoriali all’interno di un atelier in provincia di Teramo, Abruzzo. Gli stretti legami con i fornitori di tessuti, permettono alla seconda generazione di aprire negli anni ’60 il primo laboratorio di confezione di pantaloni; ma è negli anni 2000 che, nell’intento di differenziare la propria offerta, la Manifattura Caucci crea la società F.G. 1936, adesso specializzata nella produzione di denim d’alta gamma. La ragione sociale dell’azienda, in verità, nasconde le iniziali di Giuseppa Fioravanti, madre degli attuali titolari Maurizio, Filippo e Ugo, che in 70 anni ha creato una realtà imprenditoriale di respiro internazionale: a oggi infatti sono oltre 600 i clienti qualificati della realtà abruzzese con una copertura geografica che comprende i mercati di Francia, Spagna, Russia, Germania, Australia, Medio Oriente, Corea, Cina e Giappone.

L’azienda abruzzese gestisce i brand C+plus e Re-HasH, riconosciuto quest’ultimo come uno dei maggiori player del segmento jeanswear, che per la fall-winter 2020-21, ha presentato la sua prima capsule collection dedicata al denim ecosostenibile: otto capi proposti in tre modelli differenti, espressione di un accurato studio progettuale che unisce il design esclusivo alla migliore ricerca dei materiali. Di questo approccio eco-friendly ci parla Maurizio Caucci, amministratore delegato di FG 1936 e terza generazione al timone dell’azienda.

In che modo Re-HasH comunica i valori di questa missione eco?
Oggi è un nostro dovere essere attivi nella produzione di capi a basso impatto ambientale e crediamo che la comunicazione debba arrivare in modo chiaro al consumatore finale. Noi ci crediamo fortemente ed è per questo che da qualche stagione abbiamo intrapreso un nuovo percorso. A gennaio, in occasione del Pitti Immagine Uomo, presenteremo una nuova capsule green. Gli otto capi sono riconoscibili non solo per la nuova label “Re-HasH, Rethink – Recycle – Reduce”, ma anche per la “carta d’identità” appesa a ogni pantalone e per un piccolo ricamo sul fianco: una fogliolina verde che rimanda alla magnolia acuminata.

Quali sono le nuove tecniche e lavorazioni che il marchio vuole adottare?
Re-HasH unisce da sempre l’heritage e il know how alla migliore ricerca di materiali di alta qualità. Nella nuova collezione usiamo tele ecologiche certificate in cotone organico, cotone poliestere e materiali riciclati. Inoltre abbiamo selezionato lavanderie che come noi possano garantire, attraverso le dovute certificazioni, un sistema di depurazione delle acque.
Quali sono i capi di punta di Re-HasH?
Uno dei nostri capi più importati è il modello Mucha. Si tratta di un Chino, corto alla caviglia, e sotto la cintura c’è un piccolo taschino. È il capo must have di ogni collezione che viene aggiornato di volta in volta per seguire sempre le tendenze di stagione e destinato a un consumatore al passo coi nuovi trend. La tela denim è il nostro materiale d’elezione e quindi l’altro capo assolutamente da menzionare è il modello Rubens. Un classico cinque tasche dal fit slim, iconico senza tempo.
Quali sono i valori che contraddistinguono l’azienda?
Siamo un’azienda a conduzione familiare che in poco più di 70 anni si è affermata a livello internazionale. Crediamo fortemente nelle sinergie e la passione che ci guida è condivisa con i nostri collaboratori. I valori che ci contraddistinguono di più sono l’autenticità e la coerenza.
Cosa serve per essere competitivi nel denimwear in Italia?
La qualità è al primo posto. Un valore che è un caposaldo del nostro business. Lo stile Re-HasH da sempre si è saputo rinnovare riuscendo a interpretare le esigenze e il gusto dei consumatori.
Sono cambiate le esigenze del cliente finale nei confronti di questo prodotto così storico?
Il consumatore è non solo attento ma esigente. Oggi più che mai i ritmi sono frenetici ed è importante indossare un capo che ci faccia sentire a nostro agio in tutte le occasioni. I nostri prodotti non solo parlano un linguaggio attuale, ma vestono con eleganza.
Cosa pensa della tendenza del tailor-made?
La storia della nostra azienda parte proprio da li, quando mio nonno Filippo Caucci confezionava capi sartoriali. Oggi i nostri capi sono
confezionati secondo la qualità sartoriale. Avere un pantalone su misura nel 2020 è un vezzo di pochi.
Quali sono i progetti futuri di Re-HasH?
Quest’anno abbiamo presentato un nuovo concept espositivo volto a enfatizzare il posizionamento del brand rafforzando la nostra immagine nei corner dedicati. In questo modo la visibilità risulta migliorata e perfetta per gli store di respiro internazionale che ci ospitano. Abbiamo inoltre perfezionato nuove e importanti collaborazioni in Germania, Scandinavia e Belgio.
Come prevedete di chiudere il 2019?
Il gruppo FG 1936 ha chiuso il 2018 con 25 milioni e contiamo di chiudere il 2019 con un fatturato di circa 28 milioni (il segmento online rappresenta il 10% del fatturato del brand Re-HasH).

Leader 2 Gennaio, 2020 @ 9:31

Uno stilista in salsa punk rock

di Daniel Settembre

Staff writer, Forbes.it

Coordinatore di Forbes ItaliaLeggi di più dell'autore
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(isolamarras.com)

articolo tratto dal numero di dicembre di Forbes Italia

Amore e odio. Classe 1992, il primogenito dello stilista Antonio di I’m Isola Marras è cresciuto nel mondo della moda. Il laboratorio del padre ad Alghero, città in cui è nato, è praticamente casa, “molto di più della mia cameretta”, dice. Eppure per Efisio Rocco Marras non si è trattato di un colpo di fulmine: “Come ogni adolescente ribelle che si rispetti ho provato a distaccarmene, a contrappormi all’universo natio: non solo ai miei genitori come persone, ma anche a quello che fanno e hanno sempre fatto”. Tentativo inutile visto che da due anni fa esattamente quello che da teenager aveva giurato di non voler mai fare. Efisio dirige la sua piccola divisione dell’azienda familiare come direttore creativo. “Tutto è iniziato per una decisione di mio padre, poi è continuata quasi per sfida. Ora è una necessità”. E di passioni Efisio ne avrebbe anche tante altre. Fino a 18 era un campioncino di salto a ostacoli. “Vado ancora a cavallo quando ho tempo”, confessa. “E mi piace la fotografia, mi sono laureato alla Parsons nella sua sede parigina in fotografia e scrittura creativa”. Durante il percorso universitario altre brevi esperienze hanno arricchito la sua formazione: un semestre alla Central St.Martin per un’infarinatura di scrittura creativa, poi alla Temple University di Tokyo per conoscere la filmografia giapponese, ma la sua prima passione non si smentisce e si laurea a Parigi nel giugno 2015 in fotografia e arti liberali.

Efisio Marras

Dopo una prima esperienza negli studi parigini, a gennaio 2016 la grande opportunità di un internship da Mario Sorrenti a New York. Tornato a Milano a settembre dello stesso anno inizia una nuova avventura affiancando suo padre nella preparazione della sfilata e della mostra in Triennale. E ben presto viene coinvolto in prima persona. Antonio Marras decide infatti di passare il timone della direzione creativa della seconda linea – I’m Isola Marras – proprio a Efisio che debutta con la sua prima collezione durante l’edizione di Milano Moda Uomo di giugno 2017. A celebrare il suo debutto un party in cui artisti e amici del nuovo direttore creativo diventano il volto della collezione, a esprimere l’incontro degli ideali romantici della gioventù con il lato punk e rock della ribellione: è dalla passione e dall’amore che le nuove generazioni mettono in atto la loro rivoluzione, dice il giovane stilista. “La moda è un casino. È decisamente l’ambito più competitivo che si possa scegliere. Tutti fanno moda tutti sanno di moda e quello che fanno gli altri non va mai bene”, ammette. “Mi piace cambiare idee e cambiare stile, questo non è molto ben visto dal fashion system. Penso che la difficoltà maggiore stia nel capire
chi si vuole essere e riuscire a comunicarlo al pubblico a creare un seguito fidelizzato”.

Ovviamente Efisio guarda e prende ispirazione dai grandi stilisti, passati e presenti. Ma non solo: “Il mio è un mondo visivo fatto di foto, quadri e città. Direi che più di ogni cosa mi ispirano le persone, i miei amici storici – gli stessi cinque di Alghero dalla prima elementare. Mi piace parlare di sogni e ascoltare la gente che prova a sognare”. E di sogni nel cassetto Efisio ne ha? “Quando lavori in una azienda di proprietà è impossibile separare i sogni personali da quelli imprenditoriali. Cerco sempre di essere fiero di ogni pezzo che viene fuori dall’azienda con il nostro brand. Non mi interessa essere popolare o comprare barche. Mi basta, mentre passeggio per strada, vedere qualcuno che indossa i miei capi”. E in mezzo tanti piccoli passi verso un miglioramento costante: “Vorrei espandere il mio team marketing, lavorare sulla percezione del brand all’estero, fare dei pop-up, piccole pubblicazioni, trovare il modo di creare qualcosa che non risulti obsoleto alla fine della stagione, ma lavorare su un progetto senza tempo”.

Leader 31 Dicembre, 2019 @ 8:30

La fotografa Under 30 che scatta per i più importanti brand di moda

di Daniel Settembre

Staff writer, Forbes.it

Coordinatore di Forbes ItaliaLeggi di più dell'autore
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Nima Benati, fotografa di moda nella classifica Forbes Under 30
Nima Benati è tra gli Under 30 2019 di Forbes Italia per la categoria Art&Style.

Articolo tratto dal numero di dicembre 2019 di Forbes Italia. Abbonati. 

Nel Piacere, Gabriele D’Annunzio scriveva che “la vita deve essere vissuta come fosse un’opera d’arte”. Una frase che si potrebbe benissimo adattare a Nima Benati: “La mia vita è un servizio fotografico perpetuo, tutto gira intorno a quell’idea fissa: quando viaggio – la mia passione più grande – scelgo sempre luoghi visivamente stimolanti. Li visito e li fotografo in prima persona, come turista. Poi quasi ogni volta torno per conto di un cliente per scattare una campagna”, dice. Bolognese, classe 1992, Nima è ormai una fotografa affermata e opera nel mondo della moda dal 2010.

Da sempre attratta dalle riviste patinate e ammiratrice dei lavori di Steven Meisel, Paolo Roversi e Mert&Marcus, è partita dal salotto di casa reinventato a studio fotografico e ha scoperto come catturare tutto quel mondo fantastico e farlo suo, arrivando a scattare campagne per importanti brand, tra cui Dolce & Gabbana, Dior, Yves Saint Laurent, Tom Ford ed Elisabetta Franchi. La passione per la fotografia è sbocciata a 11 anni, quando sfogliando una rivista di moda, aspettando che sua mamma finisse le commissioni in un negozio, si pietrificò alla vista della pubblicità per Gucci by Tom Ford. “Tornai in quel negozio altre tre volte per poterla riguardare. Non capivo cos’era, né cosa significasse, ma ne ero perdutamente innamorata”.

Quattro anni dopo comprò la prima macchina fotografica ed eseguendo makeup-hair-styling e post-produzione iniziò a scimmiottare quelle immagini patinate che vedeva sui giornali delle compagne di scuola. Nel giro di una settimana in tanti facevano la fila per sottoporsi alle sue ‘trasformazioni’. “Mese dopo mese aumentai il mio cachet fino a che a 18 anni comprai il mio primo studio fotografico”.

Nima Benati.

Un crescendo professionale inarrestabile, tanto che nel 2017 venne premiata a Monte Carlo con l’Emerging Talent Fashion Award, trovandosi sul palco con Naomi Campbell e i reali di Monaco. Grazie alla sua propensione a condividere il suo percorso lavorativo, la sua vita privata e i suoi viaggi attraverso immagini sempre studiate e originali, si è guadagnata un seguito anche sui social dove può contare su circa 600mila follower, attirando così l’attenzione anche come influencer a livello internazionale. “La soddisfazione più grande è rendersi conto di quanto i miei clienti si fidino di me, lasciandomi la totale direzione creativa delle loro campagne pubblicitarie. A volte lo do per scontato, ma poi ci ripenso e mi ricordo che non succede così per il 90% degli altri fotografi”.

Oggi Nima ha la possibilità di sperimentare, che è un lusso per pochi: “Sto organizzando uno shooting meraviglioso con D&G, con un casting curvy al 100%. Mi hanno dato carta bianca su tutto e ho creato una storia che sento veramente mia, e questo non succede spesso nel mondo dell’advertising. Sono veramente onorata che mi abbiano affidato questa linea anche perché essendo io stessa una donna ‘con le curve’, mi sento particolarmente adatta a rappresentarle”. Il suo obiettivo è raggiungere brand sempre più prestigiosi, ma allo stesso tempo “è un sogno che non voglio raggiungere finché non sento di essere all’altezza: non sono assolutamente soddisfatta del mio stile, né della qualità del mio lavoro”, ammette. Per questo si è più volte trovata a declinare incarichi di alto livello: “Non voglio bruciare le tappe”.

Una maturità che emerge anche nei consigli che dà a chi volesse intraprendere la carriera da fotografo: studiare il passato, ma anche gli attuali leader di settore. “Spesso ricevo foto senza la minima cura del dettaglio e mi viene chiesta un’opinione a riguardo: non rispondo mai, e non perché voglio essere scortese. Piuttosto che provare con risultati disastrosi io consiglierei di seguire degli esempi, imparare a padroneggiare la luce, un tipo di post-produzione, un genere di stile. Una volta che si hanno i mezzi si può poi esprimere sé stessi, ma è impossibile farlo prima di aver sperimentato e studiato a lungo”.