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La ripresa alla moda di Claudio Marenzi

Claudio Marenzi, ceo di Herno e presidente di Pitti Immagine
Claudio Marenzi, ceo di Herno e presidente di Pitti Immagine

Articolo tratto dal numero di luglio 2020 di Forbes Italia. Abbonati

di Eva Desiderio

Salvare la filiera della moda italiana, con cautela e determinazione. E salvare soprattutto i piccoli artigiani e imprenditori che ne sono la parte più debole ma anche la più preziosa. “Il nostro è un lavoro contadino, bisogna seminare e aspettare per raccogliere i frutti”, dice Claudio Marenzi imprenditore da sempre impegnato nelle istituzioni di categoria, oggi presidente di Pitti Immagine al secondo mandato
dopo aver terminato poche settimane fa l’incarico di presidente di Confindustria Moda che ha contribuito fortemente a far nascere, lasciando la presidenza a Cirillo Marcolin. Stesso impegno nella sua Herno, fondata nel dopoguerra dal padre Giuseppe nella valle dell’Herno in Lombardia, e poi come presidente di Classico Italia e di Sistema Moda Italia, carica quest’ultima che lo ha visto attivissimo a molti tavoli governativi. Ora, fatti i conti con la pandemia, Marenzi riflette sul futuro della filiera tessile-abbigliamento
italiana, oggi ancora più assediata dalla concorrenza straniera e dai colossi del lusso internazionale, sempre avidi di acquisizioni.

Come vede questa ripartenza?
Prima di tutto occorre mettere in sicurezza le aziende sotto l’aspetto economico, perché questa è una crisi derivata, che ha causato una terribile sospensione. Occorre puntare su una sana programmazione, non ci si deve fermare, il nostro settore è in continuo sviluppo, un processo infinito. In teoria avremmo dovuto saltare tutti una stagione ma questo non è possibile. Serve un’iniezione di cash a fondo perduto
da parte dello Stato, oppure un prestito a lungo termine, minimo 10 anni, perché a sei anni è troppo corto. Qualcuno ha evocato anche un piano Marshall per la moda, ma lì si rientrava dopo 30 anni. Bisogna essere veloci, oltre che coraggiosi.

La filiera è coesa?
Sì, ma chi ha spalle larghe come i grandi marchi deve aiutare i più piccoli. Insomma la filosofia del sostenersi a vicenda. C’è chi in questi mesi ha avuto il 100% di insoluti e un sentire comune infonderebbe protezione ed energia. In questo sta il valore delle nostre associazioni industriali.

In Confindustria Moda avete fatto uno studio?
Che segnala il crollo dei ricavi di oltre il 36% nei primi tre mesi dell’anno. Con un -40% di ordinativi e per un terzo degli associati anche del – 50%. I settori più colpiti sono oreficeria, pellicceria e pelletteria dove ci sono piccole e piccolissime imprese. Per questo servono assolutamente ammortizzatori sociali e garanzie di liquidità. Altrimenti perderemo il nostro primato nelle esportazioni. La moda fattura 96 miliardi, di cui il 65% deriva proprio dalle esportazioni, siamo il primo contributore della bilancia commerciale italiana.

Pensa che a settembre tutto ripartirà?
“Nessuno può dirlo, ma la bandiera della moda italiana va tenuta alta, da settembre dobbiamo mettere in pista un sentire comune. In termini economici la scelta migliore sarebbe non fare le manifestazioni, anche economicamente è un rischio. Ma va corso assolutamente: anche con Pitti Uomo sarebbe stato più facile spostare subito tutto il salone su gennaio 2021, e invece faremo Pitti Connect a fine giugno. Una
piattaforma utile soprattutto ai marchi medi e piccoli che trovano con noi un palcoscenico internazionale. La fiera fisica di Pitti Uomo tornerà solo a gennaio 2021, abbiamo tentato per una edizione ridotta in Fortezza da Basso ai primi di settembre ma c’erano poche adesioni, non arrivavamo a 200 brand e allora abbiamo rinunciato. Penso che si debba dare un messaggio di ripartenza, anche con le sfilate on line di
Camera Nazionale della Moda Italiana. Saranno edizioni rarefatte, per espositori e visitatori, il digitale farà da training autogeno del nostro settore. Insomma, un grande spot per il Made in Italy. Essere coesi vuol dire avere una voce sola per interloquire col Governo. Magari potremmo dare vita ad un unico organismo con Camera Moda”.

Quando torneremo a una normalità?
Io vedo ancora molto critica la situazione dalla primavera al settembre 2021. Poi a gennaio 2022, con le vendite della primavera estate 2022, ci sarà la prima stagione normalizzata.

C’è il rischio di una guerra di acquisizioni da parte di gruppi o fondi stranieri?
Ci sono già acquisizioni con una strategia a medio e lungo termine. Gucci, Bottega Veneta, Fendi, Zegna hanno una visione e conoscono la ricchezza e la storia del made in Italy. Diversa la posizione di chi vuol fare cassa in cinque o sette anni per poi passare nuovamente la mano. In questo caso ci sono dei grossi rischi, perché non c’è visione, e nemmeno paracadute.

Quale la missione del sistema moda italiano?
Con la nostra manifattura, che è unica al mondo, anche in questo incerto futuro dobbiamo preservare aziende e posti di lavoro. Importante poi mantenere competenze e parti di lavoro ad alto tasso di artigianalità. L’esempio da seguire è Gucci, ma anche tutte quelle pelletterie che producono per grandi marchi.

Crede sia possibile il reshoring?
Riportare il lavoro in Italia ha un senso solo se si abbatte il cuneo fiscale. Altrimenti è difficile. Il governo deve ragionare su meno tasse sul lavoro. E poi occorre intervenire sulle norme europee. Questa è l’occasione giusta per provarci.

Con la perdita dei piccoli laboratori perderemo delle unicità?
Sì, perché sono realtà piccole e delicate e l’appello in loro difesa fatto da Patrizio Bertelli (l’amministratore delegato di Prada, ndr) mi trova d’accordo. Ci dimenticheremo di alcuni tipi di lavorazioni e ne conosceremo di altre, magari da altri Paesi. Diremo subito che peccato!, ma poi ci dimenticheremo. La percezione della qualità è cambiata molto. L’industria ci ha spinto alla velocità. E poi c’è l’online che ha messo in moto nuovi scenari.

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