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Leader 21 Ottobre, 2020 @ 11:30

La storia di Jan Koum, il creatore di Whatsapp diventato miliardario con Facebook

di Francesco Nasato

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Jan Koum, il creatore di Whatsapp
Jan Koum (David Ramos/Getty Images)

Pensare alla nostra vita oggi senza Whatsapp è quasi impossibile. Eppure fino a pochi anni fa il più popolare servizio di messaggistica istantanea era solo un’idea presente nella mente di due ragazzi arrivati a conoscersi e collaborare dopo una serie di traiettorie imprevedibili. Tra queste la più difficile da intuire è quella di Jan Koum. Al momento della firma dell’atto di cessione di Whatsapp a Facebook per qualcosa come 20 miliardi dollari ha scelto come luogo il palazzo che quando era ragazzo ospitava i servizi sociali americani, fondamentali per sostenere lui, la mamma e la nonna arrivati dall’Ucraina. Oggi Jan, secondo Forbes, ha un patrimonio di 10 miliardi di dollari. E tutto parte, in qualche modo, dal pensiero di come potersi sentire più vicino a papà.

Come ricostruisce Forbes Jan nasce in un piccolo villaggio fuori Kiev, in Ucraina, nel 1976, unico figlio di una casalinga e di un direttore dei lavori che si occupava di gestire la costruzione, tra gli altri, di ospedali e scuole. La famiglia vive in una condizione non semplice, senza acqua calda in casa e con il timore dei genitori di essere intercettati al telefono, tanto da ridurre al minimo le comunicazioni. Wired riporta alcune parole di Jan che ricorda come fosse la sua infanzia nell’Ucraina inglobata nell’Unione Sovietica comunista: “Ero un ragazzino ribelle e vivevo in un posto così fatiscente che la nostra scuola non aveva nemmeno un bagno all’interno dell’edificio. Immaginate poi l’inverno ucraino, -20 ° C, dove i bambini devono attraversare il parcheggio della scuola per usare il bagno. La società era estremamente chiusa: si può leggere “1984”, ma stando lì lo stavo vivendo in prima persona. Non ho avuto un computer fino a 19 anni, ma avevo un pallottoliere”. Oltre al pallottoliere Jan avrebbe anche una gran voglia di sentire il papà quando è via per lavoro. Anche solo chiedergli “come stai, come va?”. Piccoli desideri di bambino che avranno un ruolo anche in seguito.

Quando Jan ha 16 anni la madre decide che è ora di provare a cambiare. Tutto. Posto dove vivere e possibilmente esistenza. Così con il figlio e la nonna si trasferisce in California. Il padre invece non se la sente e rimane in Europa con la promessa di raggiungere appena possibile la famiglia. Anche negli Stati Uniti però è dura. La madre riempie le valigie con penne e una pila di 20 taccuini per evitare di pagare il materiale scolastico in America e si arrangia come baby sitter, ricorda Forbes, mentre Jan pulisce pavimenti in un negozio di alimentari per rimpolpare le magre finanze famigliari. Grazie a un programma di aiuti sociali arriva un piccolo appartamento e la possibilità di ritirare buoni pasto in un grande palazzo poco lontano dall’abitazione dove vive Jan. La madre per il figlio ha il grande sogno di vederlo laureato, a scuola però Jan non è uno studente modello. Si dimostra più interessato all’informatica: a 18 anni ha imparato da solo a conoscere le reti di computer acquistando manuali da un negozio di libri usati e restituendoli quando aveva finito.

A complicare ancora di più la situazione arriva la diagnosi di cancro per la madre, con i tre che sono costretti a tirare avanti solo con l’invalidità della donna. Nonostante questo Jan si iscrive alla San Jose State University e trova un impiego da Ernst & Young come tester di sicurezza. In pochi anni però il giovane si ritrova praticamente da solo: il padre muore nel 1997 senza mai essere riuscito ad andare negli Stati Uniti, il cancro invece si prende la madre nel 2000, con Jan Koum che lascia l’università, mai davvero voluta. Sul lavoro invece le cose sembrano andare leggermente meglio grazie al rapporto che si crea con Brian Acton, primo impiegato di Yahoo, conosciuto nel corso di un incarico avuto da Ernst & Young. Pochi mesi e Jan Koum passa a lavorare per Yahoo, anche grazie a Brian, fino a diventare nel 2007 manager dell’ingegneria delle infrastrutture. Sempre quell’anno, con circa 400mila dollari da parte, Koum però lascia Yahoo, imitato da Acton, con i due che si prendono del tempo per loro viaggiando in Sud America, prima di fare domanda per Facebook ed essere però respinti.

La svolta è quasi improvvisa: Jan Koum una sera del 2009 è a casa di un amico russo a cena e mostrandogli la rubrica riflette su come sarebbe interessante se accanto a ogni nome ci fosse una sorta di “stato” in cui ciascuno descrive brevemente in cosa è impegnato in quel momento. Inoltre Jan Koum aveva intuito che il mercato delle app poteva riservare spazi molto interessanti. Il 24 febbraio 2009 nasce WhatsApp Inc., nome scelto perché unisce la parola “app” con quell’espressione inglese che significa “come va?”. Le difficoltà iniziali non mancano, tanto che Koum è tentato dall’abbandonare il progetto, ma Acton lo convince a non desistere e a provarci ancora per un po’ prima di mollare tutto e trovarsi un lavoro. L’aiuto arriva da Apple con le notifiche push nel giugno 2009. Jan aggiorna WhatsApp in modo che ogni volta che cambia lo stato – “Non posso parlare, sono in palestra” – parte una notifica a tutti i contatti nella tua rete. Gli amici di Jan Koum hanno iniziato così a usare Whatsapp per scambiarsi messaggi con stati personalizzati scherzosi come “Mi sono svegliato tardi” o “Sto arrivando”.

“Essere in grado di raggiungere istantaneamente qualcuno dall’altra parte del mondo, su un dispositivo che è sempre con te, è stato potente”, spiega Jan Koum a Forbes, memore di quanto fosse difficile parlare con il padre quando era bambino. I numeri crescono, i primi finanziamenti arrivano da amici ex colleghi in Yahoo e così Whatsapp dilaga. Facebook, che li aveva scartati, offre 20 miliardi di dollari per acquisire quella applicazione che ha cambiato la vita di tutti e la firma arriva, come detto, in un luogo altamente simbolico per Jan Koum. Il creatore di un’app quasi banale, ma dall’impatto incalcolabile. Come sarebbe potuto essere un “come va?” detto da un bambino al papà lontano per tanto tempo a causa del suo lavoro.

 

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