La Scala torna “A riveder le stelle” con una Prima senza eguali

Il tenore Piotr Beczała sul palco della Scala (ph Brescia e Amisano)
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Marianne Crebassa sul palco della Scala. (ph Brescia e Amisano)

Causa pandemia, non è stata realizzata la classica prima della Scala, lo spettacolo di arte e glamour che nasce ogni 7 dicembre nel teatro icona di Milano e viene ripreso dalle telecamere di mezzo mondo.

Lunedì abbiamo visto uno show di canto, danza e recitazione secondo un format irripetibile. Non replicabile a partire dalla presenza di 24 cantanti in gran parte da Oscar della lirica da Placido Domingo a Salsi, Abdrazakov, Alvarez, Buratto, Crebassa, Florez, Garanca, Opolais, Oropesa, Yoncheva. Artisti da Formula 1 della lirica che abbiamo incontrato prima e dopo lo spettacolo.

Questo colossal di tre ore – in diretta Rai 1 oltre che in mondovisione – ha coniugato il teatro d’opera (31 i brani musicali) al cinema, prosa, poesia, un esercito di solisti, coro, orchestra, ballerini, Roberto Bolle compreso, attori, da Popolizio a Marinoni.  A riveder le stelle, titolo della serata firmata dal regista Davide Livermore e Giò Forma per le scena, è stata seguita da 2.608.000 telespettatori registrando il 14.7% di share. L’anno scorso la prima di Tosca  venne vista da 2.856.000 di persone, mentre erano 1.938.000 per Attila del 7 dicembre 2018.

È stata la risposta l’alternativa a un’impossibile Prima. La Scala è l’opera, danza, sinfonica e cameristica da consumarsi con gli spettatori in sala, “la fossa strapiena di orchestrali, la compagnia al completo, gli applausi”, questo non vede l’ora di ritrovare il  sovrintendente Dominique Meyer che con la sua squadra è riuscito a generare una tale densità di celebrità in un sol giorno da rendere comunque non più replicabile una serata così.  “E’ stata un’avventura da un lato straordinaria e dall’altro complicata data la situazione di spazi, quantità di musica, alternanza continua e costante di artisti. Un unicum che mi auguro di non ripetere”, l’osservazione del direttore d’orchestra Riccardo Chailly, sul podio per l’intero spettacolo salvo gli inserti di ballo affidati al giovane collega Michele Gamba.

IL tenore francese Roberto Alagna alla Scala. (ph Brescia e Amisano)

Si è partiti dalle tenebre con Rigoletto che inveisce contro la vil razza dei cortigiani fino alla redenzione del finale del Guglielmo Tell di Rossini. Rimarranno negli occhi le immagini di congedo di una Milano notturna e silenziosa, fra una svettante Madonnina e i grattacieli della Milano di Porta Nuova.

La Scala è la Ferrari della cultura, in fase pre-Covid registrava la più alta presenza di capitali privati tra i teatri europei, un unicum in un’Europa dove donazioni e sponsorship per la cultura oscillano fra il 4 e il 15% del funding Pur con i dovuti distinguo – si parte dagli sgravi fiscali – il parco sponsor e mecenati scaligero è (era?) secondo solo a quello del Metropolitan di New York.  Il teatro della Grande Mela è però chiuso da marzo, perché negli Usa non si scende a compromessi: si entra in azione con pubblico pagante altrimenti addio.

In questo funesto 2020 la Scala chiude in pareggio, ma i 133 milioni del bilancio precedente scivolano a 87. Per il 2021, anticipa il sovrintendente, “lo Stato dovrà aiutarci”. E se a chiederlo è il massimo teatro, il più solido del nostro Paese, immaginiamo lo scenario che si prospetta per le realtà più piccole e meno visibili. Il rischio è che diventino invisibili.