Il prof di matematica che riempie i palazzetti: dentro l’agenzia di management che ha lanciato i Thegiornalisti

Nicola Cani
Nicola Cani, founder di Foolica
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Nicola Cani Foolica
Nicola Cani, fondatore di Foolica

Per Ronald Crawford Conway, uno dei cosiddetti “super angeli” della Silicon Valley, “per fondare un’azienda, ogni momento è un buon momento”. Una frase che sottende una riflessione ben precisa: il vero motore di un successo d’impresa duraturo risiede principalmente nella forza di un’idea. Ecco perché, anche in un settore che negli ultimi anni ha subito uno sconvolgimento del proprio modello di business, come quello musicale, possiamo ancora raccontare storie imprenditoriali che sanno sorprendere in positivo. Come quella dell’italianissima Foolica.

Una realtà nata lo scorso decennio per occuparsi principalmente di discografia ed edizioni musicali, affrontando un mercato che appariva certamente ostico per chi si poneva distante dalle classiche major. Eppure un’intuizione fondamentale l’ha portata col tempo a farsi largo tra i protagonisti dell’esplosione del nuovo pop in Italia, arrivando a gestire quello che è probabilmente il gruppo italiano di maggiore successo degli ultimi 10 anni: i Thegiornalisti. Ora la ritroviamo a tutti gli effetti come un’agenzia di management sul modello anglosassone, che segue i propri artisti a 360 gradi, dalla supervisione artistica, alla strategia, alla promozione, alla comunicazione e alla continua ricerca di partnership strategiche.

Per conoscere la genesi di un “caso” italiano da raccontare, la redazione di Forbes ha intervistato Nicola Cani, uno dei fondatori, la cui vita professionale si intreccia gioco forza con quella della società. Una storia che parte dalle mura di una scuola e che si fa narrare accompagnata dalle note di un’indimenticabile canzone estiva.

Iniziamo dal principio. Un giorno decide di creare Foolica. Era un momento complicato per l’industria discografica classica, perché ha deciso di farlo?
L’idea di Foolica è nata nel 2008 assieme ai miei soci, Andrea Marchi e Nicola Pascal. Tutti e tre innamorati pazzi della musica da sempre. Girando tra concerti e locali avevamo notato che sempre più gente aveva voglia di ‘viverla’, con i concerti che stavano pian piano trasformandosi in una sorte di karaoke corale, un momento in cui il pubblico indossava le parole e le storie di chi era sul palco. Questo elemento sociologico è stato di fatto l’apripista per l’esplosione dell’indie e del nuovo pop in Italia, che di fatto ha ribaltato la logica classica mainstream, decisamente più statica. Abbiamo iniziato quindi agli albori di quello che si sarebbe rivelato un vero e proprio big bang per l’industria, che poi siamo stati capaci e fortunati nel cavalcare. Inizialmente il nostro obiettivo era quello di essere una semplice casa editrice musicale, mentre successivamente ci siamo allargati alle pubblicazioni discografiche. Infine, sviluppando l’aspetto manageriale, siamo diventati una vera e propria agenzia di management.

Facciamo un passo indietro: com’era il suo mondo prima di Foolica?
Il mio mondo era sicuramente peggiore (sorride). Come ho detto, la musica è da sempre la mia più grande passione, ma a livello lavorativo mi sono dedicato per diversi anni all’insegnamento della matematica. Ho continuato anche durante i primi anni di Foolica, quando di fatto erano più le uscite che le entrate e il break even point un miraggio lontano. Dopo che Foolica è diventata un impegno totalizzante, ho comunque avuto ancora occasione di tornare a insegnare, questa volta management, e ogni volta che mi capita è sempre qualcosa di stimolante.

Arrivando a oggi, quali sono a suo avviso le tappe fondamentali del suo percorso imprenditoriale e manageriale e perché?
Prima di ragionare sulle tappe, non posso non pensare che l’esperienza a scuola mi abbia allenato nell’empatia e nella capacità di ascolto delle persone, così come mi ha dato una grande mano nello sviluppare l’autocontrollo. Sono tutti elementi che mi sono tornati molto utili durante il mio percorso manageriale. Spostandomi invece sui momenti che mi hanno segnato, non posso non non citare, oltre al primo ascolto di Fine dell’estate di Tommaso (Paradiso, cantante dei Thegiornalisti n.d.r.), il Festival di Glastonbury del 2014 con gli M+A, prima e unica partecipazione di un gruppo italiano allo stesso, e i primi palasport coi Thegiornalisti. Ecco, lì ho iniziato a capire che stavamo davvero facendo le cose in grande.

Crede di essere stato determinante?
Credo, senza falsa modestia, di avere lavorato bene. Ho avuto visione e coraggio. Siamo riusciti a cambiare passo prima degli altri. Detto questo, tengo a sottolineare che Tommaso Paradiso ce l’avrebbe fatta anche senza di me. Ha un talento talmente straripante che in qualche modo sarebbe riuscito a emergere lo stesso, ne sono convinto. Io, al contrario, non sarei dove sono senza il nostro incontro.

Cosa consiglierebbe a qualcuno che volesse intraprendere un percorso imprenditoriale in ambito musicale come ha fatto lei?
Farò un esempio concreto. Ho un collaboratore che si chiama Loris. Bene, lui ha la musica negli occhi. Serve quello, servono quegli occhi. Perché in questo settore c’è tanta frustrazione ed è difficile trovare la stabilità economica, specie nelle prime fasi di attività. Noi nei primi sette anni eravamo in perdita e a farci andare avanti è stata la passione per questo lavoro. Poi, per fortuna, è arrivata la svolta. Per quella bisogna avere sia fortuna che intuito, ma non bisogna pensare che poi sarà tutto un percorso in discesa. Anzi, da lì inizia la vera sfida e riuscire a farsi trovare forti, memori di tutti i sacrifici fatti, è fondamentale.

Classica domanda da colloquio: come si vede tra 10 anni?
Spero non troppo invecchiato e con lo stesso entusiasmo. Magari un po’ più saggio e meno estremo nelle scelte: nel corso degli anni ho preso diversi rischi, qualcuno davvero eccessivo.

Se dovesse salvare un solo ricordo della sua esperienza professionale, quale non vorrebbe mai cancellare dalla sua mente? E se fosse una canzone quale sceglierebbe?
Partendo dalla canzone, come ho accennato prima, ascoltare la demo di Fine dell’estate dei Thegiornalisti ha cambiato la mia vita. L’ho ascoltata e ne sono rimasto folgorato; ho voluto incontrarli subito e iniziare a lavorare assieme. E anche il momento si lega sempre a loro: il concerto all’Alcatraz di Milano nel novembre del 2016. Era una location che avevo sempre sognato e che mi terrorizzava, perché era troppo grande a detta di molti. In pochi avrebbero scommesso che i Thegiornalisti sarebbero stati capaci di fare sold out, eppure è capitato. Quella stessa sera, guardandomi intorno e vedendo quel locale pieno di gente che cantava tutte le canzoni, mi sono commosso. Ho chiuso gli occhi e mi sono goduto il momento. Un’emozione totalizzante.