Biden come Trump: rappresaglie contro chi minaccia i ricavi dei colossi tecnologici americani

Joe Biden (Photo by Tom Brenner/Getty Images)
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Donald Trump sembrava il cigno nero della globalizzazione; ma chi è venuto dopo, Joe Biden, non si allontana poi così tanto, se c’è da difendere l’interesse nazionale. Anche il democratico Biden promette rappresaglie a chi minaccia i ricavi delle grandi società americane della tecnologia. C’era da aspettarselo: del resto, pochi temi sono tanto ingombranti, complicati e divisivi quanto il potere acquisito negli anni dai colossi digitali e la necessità di tassarli in modo adeguato. È dal 2015 che si tenta la strada di un accordo a livello globale, la soluzione migliore per scongiurare guerre dei dazi; ma gli Usa, guidati da Trump, hanno fatto saltare il negoziato, e così diversi paesi (tra cui l’Italia) sono andati avanti da soli, approvando digital tax nazionali. Trump ha giurato vendetta ma ha perso le elezioni.

Ora il dossier è nelle mani di Biden, che per il momento si mostra altrettanto severo. Ha appena avvertito gli inglesi che se davvero entrerà in vigore la loro digital tax, allora gli Usa risponderanno con tariffe fino al 25% su una serie di esportazioni del Regno Unito (vestiti, mobili, console per videogiochi, ceramiche, trucchi). In tutto 325 milioni di dollari, la stessa cifra che la tassa britannica dovrebbe raccogliere dalle vendite delle società tech americane. Biden ha detto che si prenderà ancora qualche settimana prima di approdare a una decisione finale. Il punto, però, è che in ballo non ci sono soltanto gli inglesi; ma una decina di altri Stati nei confronti dei quali gli Usa stanno valutando di perseguire una risposta coordinata, e tra questi c’è anche l’Italia. Insomma, uomo avvisato mezzo salvato.

La digital tax italiana è stata approvata nella legge di bilancio del 2018, tuttavia non è mai entrata in vigore. Forse si è atteso che procedesse con successo il negoziato in seno all’Ocse (obiettivo: istituire una tassa minima globale), evitando così di incappare nelle rappresaglie statunitensi contro, per l’appunto, le digital tax nazionali. Pochi giorni fa, per bocca del presidente di turno dell’Ecofin (il portoghese Joao Leao), l’Unione europea si è detta convinta che lo sforzo dell’Ocse sia la strada più giusta; visto che c’è anche una discreta fiducia in un approccio collaborativo da parte di Biden (il quale, però, deve comunque ottenere la maggioranza in Congresso per approvare in via definitiva un accordo). Se il negoziato fallisse, interverrebbe allora la Commissione europea con una proposta di web tax entro il 2023.

Che cosa farà l’Italia, quindi? Qualche indizio potrebbe averlo seminato il leader della Lega Matteo Salvini, intervenuto in una video-conferenza organizzata dall’Ispi, uno dei principali think tank italiani di politica internazionale. Il tema era il coordinamento europeo su questioni di politica ed economia. Salvini ha detto: “Cooperare non è un fine, è un mezzo: faccio l’esempio della web tax, di cui si parla in sede Ocse dal 2015, senza arrivare a nessuna conclusione. Bene: in Italia sarà applicata al 3% dei ricavi a partire dal mese di maggio”.

È certamente legittimo pensare a una digital tax nazionale. Nel 2019 i colossi del web (perlopiù americani) hanno pagato all’agenzia delle entrate italiana la cifra davvero trascurabile di 42 milioni di euro – a fronte di ricavi enormi. Qualche esempio: pare che Google versi meno tasse della società di pelati La Doria, Facebook meno di Fila, un’azienda di matite. La digital tax però ha i suoi inconvenienti: finisce per colpire chi esporta, se l’America risponde. Quella francese è entrata in vigore poco tempo fa, e ora Parigi rischia dazi del 25% su esportazioni dirette negli Stati Uniti per 1,3 miliardi di dollari l’anno.

Qual è l’alternativa? Be’, che vada a buon fine la trattativa dell’Ocse. L’idea sarebbe quella di ammodernare le regole internazionali sulla tassazione societaria, che risalgono agli anni ‘20 del secolo scorso e legano i profitti alla presenza fisica di un’azienda su un determinato territorio. Con questo sistema i giganti del web aprono la sede legale magari in Olanda o Irlanda – dove le imposte societarie sono basse – quando però gran parte delle vendite le realizzano in altri paesi europei, che raccolgono pochissimo. L’obbiettivo dell’Ocse quindi è convincere le corporation del tech a pagare almeno una parte delle tasse nei paesi dove generano vendite e utili. Il governo Biden sembrerebbe aperto a questa soluzione. Un eventuale accordo però dovrà essere ratificato in Congresso, e non è un percorso facile.

Il second best invece è organizzarsi a livello europeo. Ma anche questa strada non è banale. Olanda, Irlanda, Lussemburgo, Belgio, Malta – tutti i paesi a fiscalità agevolata in Europa – saranno pronti a mettersi contro.