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Business 21 Gennaio, 2020 @ 2:22

Bezos è l’americano che si è arricchito di più con la presidenza Trump

di Forbes.it

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Jeff Bezos

Articolo di Angel Au-Yeung per Forbes.com

Non corre certo buon sangue tra Donald Trump e Jeff Bezos. E da quando ha iniziato la sua cavalcata verso la presidenza degli Stati Uniti d’America, Trump non ha mai nascosto il suo disprezzo nei confronti del fondatore e ceo di Amazon. L’invidia potrebbe essere un motivo: Bezos è la seconda persona più ricca del mondo con un patrimonio pari a circa 37 volte quello di Trump. La politica rappresenta un ulteriore fattore: il fondatore di Amazon è anche il proprietario del Washington Post, un giornale che non è mai stato tenero con il presidente. Persino gli affari personali potrebbero aver giocato un ruolo in tutta questa vicenda: il modello di business sposato da Bezos contribuisce infatti ad allontanare chi fa acquisti dai negozi fisici e dunque all’erosione del patrimonio di chi invece progetta e investe nel settore immobiliare come il presidente.

Anche se Trump potrebbe aver contribuito al rallentamento della crescita dell’impero di Bezos, non è certo riuscito a fermarla del tutto. Prova ne è che, quando il presidente è entrato in carica, il fondatore di Amazon era al numero 2 nella classifica Forbes dei 400 americani più ricchi, sempre alle spalle del cofondatore di Microsoft, Bill Gates, in vetta ininterrottamente dal 1994. Nel 2018, però, Bezos ha sorpassato Gates diventando l’uomo più ricco degli Usa e nel mondo. Il titolo di Amazon è schizzato del 130% in borsa e Bezos, da quando Trump ha assunto l’incarico nel gennaio 2017, ha incrementato il suo patrimonio complessivamente di 46 miliardi di dollari, grazie alla crescita del business legato all’ecommerce ma anche della divisione Amazon Web Services, la piattaforma di cloud computing on demand. Tanto che il patrimonio di Bezos oggi vale 115,6 miliardi di dollari. E nonostante il divorzio record dall’ex moglie MacKenzie, che gli è costato 35 miliardi in azioni della società, Bezos è rimasta la persona ad aver guadagnato di più negli Usa da quando Trump ha preso possesso dello Studio Ovale nella Casa Bianca.

Nel 2017, durante il primo anno del mandato presidenziale di Trump, Amazon Prime, il servizio a pagamento che assicura consegne in due giorni agli abbonati, ha raggiunto i 100 milioni di sottoscrittori in tutto il mondo. Le vendite di Amazon (da ecommerce e altri servizi) sono cresciute del 33% nel Nord America e del 23% a livello mondiale, per ricavi totali pari a 160,4 miliardi di dollari. Anche i ricavi di Aws sono cresciuti, del 43%, per un contributo pari a ulteriori 17,5 miliardi di dollari. Prima del divorzio, Bezos deteneva ancora il 16% della società e il suo patrimonio ammontava a 81,6 miliardi di dollari quando veniva pubblicata la Forbes 400.

L’anno seguente, il 2018, le vendite di Amazon hanno raggiunto i 207,2 miliardi di dollari con un incremento ulteriore del 29% sull’anno precedente, mentre quelle di Aws i 25,7 miliardi per un incremento del 47%. E il titolo ha guadagnato ulteriormente valore. Al momento della pubblicazione della Forbes 400, a ottobre, il patrimonio di Bezos era quasi raddoppiato, diventando così la persona più ricca degli Stati Uniti (e al mondo) con 160 miliardi di dollari.

Anche l’anno scorso, il 2019, Bezos è partito bene. A gennaio poi lui e sua moglie hanno annunciato il divorzio dopo 25 anni di matrimonio. Poco dopo il National Enquirer, edito da American Media, ha pubblicato foto e messaggi personali di Bezos che documentavano la sua relazione con l’ex conduttrice di tg Lauren Sanchez. Il fondatore di Amazon ha risposto con un articolo su Medium in cui accusava American Media di ricatto ed estorsione. Nello scritto faceva riferimento alla stretta amicizia che lega il ceo di American Media, David Pecker, e Trump, sostenendo che l’operazione giornalistica fosse “politicamente motivata o comunque influenzata da forze politiche”.

Come parte dell’accordo di divorzio, che è stato concluso nell’estate 2019, Bezos ha conferito all’ex moglie un quarto delle azioni Amazon, riducendo la quota di sua proprietà al 12%. Nel frattempo, a luglio, Trump ha riferito alla stampa che stava valutando la possibilità di intervenire nella gara da 10 miliardi di dollari indetta dal Pentagono per un contratto di servizi in cloud computing. Pochi mesi dopo, ad aggiudicarsi il contratto è stata Microsoft.

Ciononostante Amazon sembra procedere ancora piuttosto bene. Nel 2019 il titolo è cresciuto del 20% e anche se i risultati finanziari del 2019 non sono ancora stati pubblicati, nei primi nove mesi dell’anno Amazon ha fatto registrare 168 miliardi di dollari in vendite da ecommerce e servizi (+18% sullo stesso periodo dell’anno precedente). Aws ha invece raggiunto i 25 miliardi di dollari (+27%).

Ma il divorzio e la perdita del contratto col Pentagono potrebbero rappresentare una battuta d’arresto per Bezos. E venerdì Bernard Arnault, il miliardario francese amico di Trump che è il solo ad aver guadagnato di più da quando Trump è presidente, ha sorpassato il fondatore di Amazon come uomo più ricco al mondo.

Trending 31 Dicembre, 2019 @ 11:00

10 motivi per cui Donald Trump può essere ottimista per il 2020

di Paolo Mossetti

Contributor, scrivo di cultura economica.Leggi di più dell'autore
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Usa, il presidente Donald Trump

Con tutta probabilità, il presidente degli Stati Uniti continuerà a suscitare scandali e polemiche per tutto l’anno che verrà. Per i suoi toni arroganti, la sua erosione delle norme liberali e per lo scarso rispetto nei confronti degli avversari. Per il suo essere – in una parola – divisivo. Questo è stato Donald Trump per i suoi primi tre anni di mandato, e le cose non sembrano poter andare diversamente nell’anno in cui si giocherà la rielezione. L’anno di una nuova, estenuante campagna elettorale.

Se, per disarcionarlo, i Democratici puntano tutto sull’impeachment, si trovano però di fronte a una sfida che non si vedeva da almeno tre decenni: quella di convincere gli americani a cacciare dalla Casa Bianca un Repubblicano mentre l’economia va a gonfie vele. E non c’è solo il livello record di occupati, da mettere sul piatto per l’ex immobiliarista e star dei reality diventato la figura più rappresentativa del “momento populista”: c’è la grande fiducia dei consumatori, un’Unione Europea più divisa che mai, un quadro geopolitico irrequieto ma senza nuove guerre al terrore, e un’opposizione che non sembra aver trovato un messaggio unificante.

Il 2020 rischia di rappresentare dunque una rivincita per il presidente più controverso del Dopoguerra, e un annus horribilis per chi vorrebbe interrompere quella che per molti commentatori liberali era sembrata soltanto una inconcepibile anomalia. Vediamo più nel dettaglio perché.

Gli statunitensi promuovono a pieni voti l’economia

I Democratici avranno molto da lavorare per convincere gli elettori che le cose non vanno poi così bene come Trump vuole far credere. In un sondaggio di Cnn, il 76% degli intervistati ritiene che la condizione economica degli Stati Uniti sia “buona” o “molto buona”, con un aumento di nove punti rispetto allo stesso sondaggio commissionato l’anno scorso. L’economia americana passa insomma l’esame, con il voto più alto da quasi vent’anni a questa parte: dal febbraio del 2001, per la precisione, quando erano soddisfatti dell’andamento delle cose l’80% degli statunitensi. Anche in questo campo le divisioni tra Repubblicani e Democratici sono evidenti, ma meno altrove: per il 97% degli elettori del Gop le condizioni economiche del Paese sono positive, e questo vale pure per il 62% degli elettori avversari.

Sempre più americani sono convinti di poter trovare un buon lavoro

Per Donald Trump gli Stati Uniti stanno attraversando il migliore momento economico della loro Storia. Non è proprio così, ma la disoccupazione è al 3,5 per cento, il mercato azionario è ai massimi storici e il livello di povertà è in calo. Quel che più conta, gli elettori si sono convinti che i nuovi lavori disponibili non sono necessariamente quelli precari o pagati poco. Lo rileva Gallup, secondo cui 65 statunitensi su 100 ritengono che questo sia “un buon momento” per trovare occupazioni di qualità. È il dato più alto dal 2001.

La crisi economica preoccupa sempre meno

La percentuale di americani che citano i problemi economici come quelli più importanti in questo momento è ai minimi storici. Lo dice uno studio dell’University of California, dal titolo “Nationscape”, che punta a intervistare oltre mezzo milione di persone prima delle elezioni del 2020. La fotografia che se ne trae è quella di un paese, però, diviso su altri temi. Se gli elettori del Partito Repubblicano hanno come priorità quella di risparmiare Trump dall’impeachment e al secondo posto quella di impedire restrizioni sulle armi da fuoco, i Democratici si trovano sul lato diametralmente opposto della barricata: fanno il tifo per l’incriminazione del presidente in primis, e in secondo luogo vorrebbero un trattamento più umano per gli immigrati. In entrambe le sponde della politica americana i problemi legati alla governance hanno superato di gran lunga quelli legati allo stato dell’economia.

I lavori a basso salario pagano di più

Non è tutto oro quel che luccica. Secondo quanto scrive Axios, quasi la metà dei lavoratori americani è bloccato in posti di lavoro a basso salario spesso non ben remunerati, senza sussidi e all’interno di settori in via di automazione. Ma un’altra buona notizia per Donald Trump è che questi lavori stanno pagando sempre di più – l’aumento più vigoroso da 12 anni a questa parte – mentre decelerano i salari dei lavori più invidiabili. Il merito senza dubbio di un tasso di disoccupazione al minimo da decenni (con relativa scarsità di forza lavoro disponibile). Tuttavia, non bisogna dimenticare l’aumento del salario minimo – misura fortemente voluta dai Democratici – che si materializzerà tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020 in ben 22 Stati. Per l’Economic Policy Institute, i lavoratori che ne saranno affetti guadagneranno, a seconda dei casi, tra i 150 e i 1.700 dollari in più all’anno. Questo cosa vuol dire, da un punto di vista comunicativo? Che la destra è in imbarazzo perché l’innalzamento del salario minimo non sta distruggendo l’economia (come temeva) e la sinistra è in imbarazzo perché le cose positive possono succedere anche durante presidenze terribili.

La fiducia dei consumatori continua a salire

Secondo l’Università del Michigan, a dicembre la fiducia dei consumatori americani si è attestata a 99,3 punti, in rialzo rispetto ai 96,8 punti di novembre. Si tratta dei livelli più alti degli ultimi sette mesi. Nel frattempo, l’inflazione continua a sembrare un miraggio, e così la borsa di New York ha festeggiato chiudendo il 2019 in bellezza.

L’impeachment potrebbe naufragare

La battaglia politica più cruciale del 2020 con tutta probabilità si arenerà col voto in Senato, a maggioranza repubblicana, dove sarebbero necessari due terzi dei voti per procedere: non arriveranno mai, a meno che i Democratici non riescano a far parlare nuovi testimoni imbarazzanti in diretta tv e mettere così in difficoltà i senatori repubblicani più moderati. Donald Trump, dal canto suo, vuole un voto del Senato che lo scagioni in fretta e furia, in modo da presentarsi ai suoi comizi da presidente perseguitato senza motivo, che è riuscito a liberarsi dal giogo di oppositori sleali che solo tramite le carte giudiziarie pensavano di farlo fuori.

I democratici sono divisi

Il presidente Usa lo ha ripetuto per settimane: l’impeachment, che lui ritiene infondato e ingiusto, finirà per avvantaggiarlo alle prossime elezioni. Per ora i sondaggi gli danno ragione, ma che l’impeachment possa diventare un boomerang elettorale dipenderà in buona parte anche dal candidato che i Democratici sceglieranno per la Casa Bianca. Per ora nessuno dei papabili al ruolo di sfidante di Donald Trump sembra entusiasmare gli indecisi, e gli stessi Democratici sembrano sparpagliati da Warren, Sanders e Biden. La notizia più preoccupante (per i Dem) è che negli Stati in bilico del Midwest, quelli decisivi per il conteggio dei grandi elettori, le rilevazioni danno Trump in leggero vantaggio su praticamente tutti i possibili candidati avversari.

Gli americani sono stanchi della guerra

I sondaggi lo confermano anno dopo anno: gli elettori, per quanto patriottici, continuano a essere contrari all’imperialismo americano vecchio stile, fatto di bombardamenti umanitari che durano decenni e tentativi maldestri di regime chance che si concludono con la destabilizzazione di intere aree geopolitiche. Trump sa che dietro la sua controversa – e per molti versi tragica – decisione di ritirarsi dalla Siria c’è un Paese stanco delle missioni all’estero, e lui è pronto a dargli ciò che vogliono: un approccio più realista alle contese globali. Isolazionista, se necessario. Tranne, ovviamente, quando si tratta di regimi dichiaramente socialisti nelle Americhe, come Cuba o il Venezuela.

L’Europa è nella bufera

Destabilizzare l’Unione a 28 per strappare gli accordi commerciali e politici più favorevoli a Washington è apparso fin qui uno degli obiettivi della presidenza Trump, che non ha mai fatto mistero del suo tifo per la Brexit (anche in versione hard) e per i leader politici più anti-Bruxelles del continente: da Nigel Farage a Victor Orban. Il guaio, per gli europeisti, è che perduta la Gran Bretagna l’asse politico-economico attorno al quale verte l’Ue – vale a dire il duo Francia-Germania – è più instabile che mai: Macron è assediato dalle tute gialle da oltre un anno, e nonostante i suoi tentativi di portare avanti una riforma dell’entità sovranazionale, continua a restare profondamente antipatico ai francesi. Merkel è a fine ciclo, criticata un po’ ovunque per la politica mercantilista del suo Paese e incalzata dalla crescente popolarità dell’estrema destra. Per Donald Trump il primo è l’emblema di un politicamente corretto tecnocratico da abbattere, mentre la seconda è un simbolo di doppiezza commerciale (vedi anche le risorse energetiche acquistate dai russi). Con l’Italia che ondeggia tra fedeltà all’Europa e prospettive di un ritorno salviniano coi fiocchi, questo blocco geopolitico non sembra certo poter rappresentare un’alternativa solida al fragore trumpiano.

Trump sta diventando sempre più popolare

Nello stesso giorno in cui la Camera votava “sì” all’avvio della procedura di impeachment, un sondaggio pubblicato da Gallup attestava una popolarità record per il presidente. Si tratta di numeri comunque non entusiasmanti: appena il 45%, ma comunque una crescita di sei punti dallo scorso autunno ad oggi. Nello stesso tempo, Cnbc registrava come fosse tracollato – dal 50% al 40% – il numero degli americani che disapprova l’operato di Trump. Certo, è un rafforzamento dovuto soprattutto alla stretta intorno a lui degli elettori repubblicani: praticamente 9 elettori repubblicani su 10 sostengono il leader supremo nella crociata contro il politicamente corretto e il multiculturalismo. In un paese sempre più polarizzato, appena l’8% dei democratici ha invece un giudizio positivo sul presidente.

 

Tutte buone notizie? Niente affatto. Le divisioni tra Repubblicani e Democratici sono più lancinanti che mai, trasformandosi in baratri per quanto riguarda la questione immigrazione, la legalizzazione delle droghe, l’aborto e la cittadinanza. Gli effetti della guerra commerciale con la Cina non sembrano affatto entusiasmanti per l’economia, con un manifatturiero che non ne vuole sapere di risorgere e alcuni esperti che parlano di una possibile escalation militare (da fredda la nuova guerra potrebbe diventare caldissima). Senza contare poi l’ipotesi nuova recessione mondiale.

Ma se gli elettori giudicheranno Donald Trump come una promessa di caos rivelatasi un’amministrazione pragmatica dell’Impero, allora lui potrà guardare al 2020 con particolare fiducia, e il suo ciclo epocale sarà completato.

 

Leader 4 Ottobre, 2019 @ 12:34

Donald Trump ha perso 16 posizioni nella classifica degli americani più ricchi

di Forbes.it

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Donald Trump continua a perdere posizioni all’interno della Forbes 400, la classifica che ogni anno svela chi sono i più ricchi d’America. Il patrimonio del presidente americano, per il secondo anno consecutivo, è rimasto invariato a $ 3,1 miliardi, secondo quanto rilevato da Forbes, dopo mesi passati a scandagliare i registri immobiliari, a cercare informazioni finanziarie e a intervistare colleghi e partner del miliardario ed esperti del settore.

Oggi Donald Trump è la 275esima persona più ricca d’America. Da quando è presidente ha perso ben 119 posizioni: nel 2016 il suo patrimonio era di $ 14 miliardi.

Come evidenziano su Forbes.com i giornalisti Dan Alexander e Chase Peterson-Withorn, i motivi del calo del patrimonio sono riconducibili al declino del brand Trump. “Gli agenti immobiliari non stanno mettendo più il suo nome sulle proprietà, e alcuni clienti hanno deciso di toglierlo in progetti a Toronto e Panama”, spiegano i due. Il business legato alle licenze immobiliari, di conseguenza, è sceso dai $ 170 milioni dell’anno scorso agli $ 80 di quest’anno. Le cose vanno ancora peggio del brand Trump su altri tipi di prodotti, come cravatte, camicie e materassi.

Per sua fortuna, però, non tutte le proprietà che possiede portano il suo nome: “Il valore della sua quota del 30% delle due torri gestiste da Vornado Realty Trust sono aumentate del 30%. La sua parte delle proprietà 1290 Avenue of the Americas a Manhattan e 555 California Street a San Francisco, valgono un totale di $ 928 milioni, in aumento di $ 77 milioni rispetto a un anno fa, grazie a ristrutturazioni tempestive e a un mercato degli uffici molto solido”.

Allo stesso tempo il suo hotel a Washington continua a brillare e il golf resort a Miami è cresciuto dell’1%, dopo anni di perdite. Forbes, inoltre, stima che, grazie a due vendite record avvenute nella zona, la villa di Mar-a-Lago a Palm Beach  abbia aumentato il proprio valore di 10 milioni.

Per finire, il presidente ha aggiunto circa $ 10 milioni al patrimonio, per merito della strategia dei suoi figli di gestire in maniera prudente la fortuna del padre mentre è in carica. Eric e Don jr. hanno venduto alcuni immobili a Manhattan, Chicago, Las Vegas, Los Angeles e nella Repubblica Dominicana.

I due esperti di Forbes concludono la loro analisi sottolineando che, nonostante le diverse perdite, Donald Trump è ancora il candidato più ricco in corsa per le presidenziali del 2020. L’unico a sfidarlo è il magnare degli hedge fund Tom Steyer, che vanta una fortuna di $ 1,6 miliardi.