In pandemia si lavora fino a 20 ore in più a settimana, senza una corretta retribuzione

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La pandemia ha rivoluzionato anche il mondo del lavoro. Condizionando di fatto le nostre giornate e introducendo su larga scala lo smart working, le cui derive hanno aumentato considerevolmente gli orari di lavoro. Secondo l’ultima ricerca di Adp, People at Work 2021: A Global Workforce View, il 10% dei lavoratori (il doppio rispetto alla percentuale “pre-pandemia”) di tutto il mondo lavora gratuitamente circa 20 ore in più a settimana, ossia 4 ore al giorno in più se consideriamo la tipica settimana lavorativa composta da 5 giorni su 7. Regalando, inoltre, una media settimanale di 9,2 ore di straordinari non retribuiti (2,1 rispetto alle 7,3 ore registrate un anno fa).

La ricerca, condotta su 32.471 lavoratori in 17 Paesi in tutto il mondo, compresa l’Italia, tra il 17 novembre e il 11 dicembre 202o, analizza la situazione che i dipendenti devono affrontare oggi attraverso cinque dimensioni della vita lavorativa: fiducia dei lavoratori e sicurezza; condizioni di lavoro; retribuzione e prestazioni; mobilità dei lavoratori; e genere e famiglia.

Dallo studio emerge che l’aumento sostanziale delle ore di straordinari non retribuite si registra principalmente al Nord America che ha segnato un incremento di più del doppio (da 4 a 8,9 ore di lavoro), all’Europa (da 4,5 a 6,7) e all’America Latina (da 4,5 a 6,5). Meno evidente l’aumento nell’area Asia-Pacifico che, anche se risulta ancora in testa in questa particolare classifica di ore di lavoro retribuite con quasi 10, ha fatto registrare un incremento di 1,4 ore (da 8,5 a 9,9). “I manager hanno la responsabilità di sapere quanto stanno lavorando i loro dipendenti”, afferma Kevin Rockmann, professore di Management presso la School of Business della George Mason University, uno degli autori della ricerca.

I lavoratori però si sentono più autorizzati a trarre vantaggio da modalità di lavoro flessibili: è quello che sostengono due terzi (67%) degli intervistati, rispetto a poco più di un quarto (26%) prima della pandemia. Quasi la metà (47%) afferma che i propri manager consentono una maggiore flessibilità rispetto a quella fornita dalla politica aziendale.

Dalla ricerca emerge anche che il 46% degli intervistati (il 51% in Europa) ha dichiarato di aver assunto responsabilità lavorative maggiori, sia per compensare i licenziamenti dei propri colleghi, sia per far fronte al carico di lavoro in più creato dal Covid. Inoltre, il 68% degli intervistati ha dichiarato di aver ricevuto un aumento dello stipendio o l’attribuzione di un bonus. Si tratta in Europa per il 59% di uomini e per il 51% di donne.

La pandemia ha intaccato anche il sentiment generale. Per i prossimi cinque anni, la fiducia verso il proprio posto di lavoro è diminuita dal 92% dello scorso anno all’86%. Sia perché il 28% ha dichiarato di essere stato licenziato anche temporaneamente (il 13% in Europa), sia perché il 23% ha registrato un taglio dello stipendio (il 15% in Europa). E a pagarne le conseguenze sono stati soprattutto i giovani, la cosiddetta ‘Generazione Z’ che va dai 18 ai 24 anni. Il 78% di loro ha infatti dichiarato che a causa della pandemia la loro vita professionale ne ha risentito, tanto che il 39% ha affermato di aver perso il lavoro o di essere stati licenziati, anche temporaneamente. Non è un caso, quindi, se il loro livello di fiducia è crollato del 10% (dal 93% all’83%).

Capitolo famiglia, infine. Due terzi (67%) della forza lavoro globale afferma di essere stata costretta a fare un compromesso tra il proprio lavoro e la propria vita personale a causa dell’impatto della pandemia. La ricerca mette in evidenzia alcune preoccupazioni soprattutto per le donne e i genitori: il 15% dei genitori che lavorano dichiara che loro, o qualcuno del nucleo famigliare, ha smesso di lavorare volontariamente. La metà degli intervistati (52%) ritiene che le disposizioni dei datori di lavoro per i genitori che lavorano cesseranno entro un anno. In questo contesto, per le donne la gestione dello stress è una sfida e si sentono meno sicure delle prospettive di lavoro rispetto agli uomini.